“Ognuno riconosce i suoi”… Le parole del Piccolo testamento di Montale – estrapolate dal loro contesto ed estese dalla sfera etico-civile a quella
religiosa – possono ben applicarsi a quella rete di incontri, relazioni, amicizie, consonanze spirituali che in ogni epoca della vita della Chiesa, ma
con speciale intensità quando a livello istituzionale l’orizzonte appare più chiuso e il clima più rigido, si stabilisce a livello profondo, e talora nascosto,
tra personalità anche diverse per temperamento e storia personale, ma accomunate dall’intensità della vita di fede e dalla sofferta passione ecclesiale.
Questo certamente si verifica nelle vicende della Chiesa italiana della prima metà del Novecento, e in particolare nei decenni che corrono dalla repressione
del modernismo alla vigilia del Concilio Vaticano II; cioè i decenni in cui si svolgono tanto l’impegno pastorale e la testimonianza spirituale di don Primo
Mazzolari, quanto la singolare esperienza eremitica di sorella Maria (al secolo Valeria Pignetti, 1875-1961), straordinaria figura ancora a molti ignota o poco
nota, e della comunità femminile che intorno a lei si raccoglie nell’eremo francescano di Campello sul Clitunno.
Della rete di molteplici relazioni personali
che allora s’intesse all’interno della comunità cristiana (e anche oltre di essa) sia l’uno sia l’altra, nel loro diverso ambito e col loro proprio stile, sono
senza dubbio punti nodali: come alle canoniche di Cicognara e di Bozzolo, così all’eremo umbro convergono e s’intrecciano tante fila, tanti percorsi di vita,
tante amarezze e tante speranze di quel tempo; e sembra quasi inevitabile che un filo venisse prima o poi a congiungere quei due punti stessi, e Maria e don
Primo s’incontrassero e aprissero l’uno all’altra la propria anima e il proprio cuore. Di questo incontro, e dell’intenso rapporto spirituale che ne nacque, è
testimonianza il ricco carteggio che – dopo il breve saggio antologico pubblicato nel 1991 da Piero Piazza – è ora reso noto nella sua interezza, in un bel volume
delle edizioni Qiqajon di Bose, le stesse presso cui erano uscite l’anno precedente le lettere scelte di un altro dialogo epistolare di sorella Maria,
quello con Giovanni Vannucci.
Di questo con Mazzolari è stata eccellente curatrice Mariangela Maraviglia, che all’amicizia e alla corrispondenza tra il parroco di Bozzolo e l’eremita di
Campello ha dedicato da tempo approfondite ricerche. Delle più che duecento missive – lettere, cartoline, biglietti – che costituiscono il carteggio (per
l’esattezza, centoquarantanove di Maria e novanta di don Primo) la parte di maggior interesse è integralmente riportata nel volume, mentre di ciascuna delle
altre sono forniti i dati essenziali, riassunti i contenuti e quasi sempre citati alcuni stralci significativi. Di tutte è data una esauriente descrizione
anche formale, che va al di là della pura ottemperanza a rigorosi criteri filologici, divenendo, per quanto riguarda sorella Maria, spia illuminante della
personalità della scrivente, la cui finezza spirituale e il cui senso estetico si manifestano anche nella scelta delle immagini e delle citazioni che
ingentiliscono e personalizzano i fogli e i cartoncini dei suoi scritti. Un accurato corredo di note fornisce precise indicazioni su persone, eventi e
testi citati o menzionati nelle lettere. Nella corposa e articolata introduzione, infine, la Maraviglia inquadra con penetrante analisi critica e vivida
sensibilità (e, sia lecito aggiungere, con elegante scrittura) l’intero carteggio, e l’amicizia che esso esprime, nella storia dei due corrispondenti e del
loro tempo, delineando la loro fisionomia spirituale, cogliendo le affinità e le differenze delle loro personalità e dei loro percorsi, illuminando gli eventi
esteriori e le esperienze interiori che si riflettono nelle lettere, ricostruendo la ramificazione di relazioni e incontri personali che connotò e in parte
congiunse le loro vite, sullo sfondo delle vicende culturali, religiose e politiche di quegli anni.
E tendendo l’orecchio alle note profonde che si levano da questo straordinario colloquio di due anime grandi.
Il carteggio copre l’arco di un ventennio, dal 1939 al 1959: l’ultimo ventennio della vita di don Primo, e pressoché l’ultimo anche per sorella Maria, a lui sopravvissuta
di due anni. In realtà, un primo contatto epistolare era avvenuto già nel 1925, un anno prima che Maria e le sorelle salissero dalla loro provvisoria dimora presso
Poreta alla stabile residenza nell’impervio eremo sovrastante Campello; ma si era esaurito in un breve e circoscritto scambio tra due interlocutori che ancora non
si conoscevano personalmente, messi in rapporto da amicizie comuni. L’incontro diretto avviene nel marzo del 1939 a Firenze, in occasione di una predicazione di
Mazzolari in questa città; ed è, si direbbe riprendendo l’espressione montaliana, un immediato reciproco “riconoscimento”, inizio di una relazione amicale – o,
secondo le parole di Maria assunte a titolo del volume, di una “ineffabile fraternità” (lettera del 15 febbraio 1946, p. 189) – che li avrebbe accompagnati per
tutto il resto della loro esistenza. La cosa acquista un aspetto singolare se si pensa che, nonostante i reiterati inviti di Maria e i propositi di don Primo,
questi non riuscì mai a recarsi all’eremo, e quello di Firenze rimase l’unico incontro personale tra i due. Ciò non impedì che il loro rapporto e il loro colloquio
assumessero tratti di eccezionale trasparenza e intimità, e che si possa parlare di una costante “presenza” di don Primo nella vita e nella preghiera dell’eremo,
come Maria e le sorelle sono costantemente presenti a lui nel cuore e nella comunione liturgica.
Il legame con l’eremo si configura anzi per don Primo, dall’autunno del 1941, nella forma particolare dei “fratelli e sorelle non conviventi”: formula escogitata
da Maria per coloro che, pur non condividendo fisicamente la vita della comunità, mantengono con essa un vincolo d’affetto – “il vincolo religioso per eccellenza”,
secondo Maria (10 dicembre 1941, p. 124) – e di comunione spirituale, osservando per quanto è loro possibile nella propria condizione di vita alcune delle
“consuetudini disciplinate” dell’eremo. E poiché ai fratelli non conviventi Maria usa conferire nomi di tradizione francescana o in qualche modo simbolicamente
significativi, a don Primo assegna quello di Ignazio, in cui al ricordo del santo martire di Antiochia – “frumento di Dio” fatto “pane puro di Cristo” (come
si legge nella lettera dello stesso Ignazio ai Romani) – è associata l’allusione al fuoco (ignis); due metafore che ella sente consone all’animo del parroco
di Bozzolo: “Caro Fratello, caro Ignazio, voi che portate il fuoco, voi che divenite ogni giorno pane puro attraverso la vostra passione, come siete presente
nel piccolo chiostro, e come ci aiutate!” (5 ottobre 1942, p. 144; ma è soltanto una fra le molte citazioni possibili). La presenza di don Primo “nel piccolo
chiostro”, al pari di quella degli altri amici più cari, non è per Maria un sentimento vago e astratto, ma un senso di comunione che si fa quasi percezione
sensibile, grazie a cui essa riesce a intuire e condividere, al di là della distanza fisica, situazioni ed eventi della vita di lui, immedesimandosi con
particolare intensità negli struggimenti, nelle sofferenze e nelle amarezze che la scandiscono. E don Primo avverte un’uguale prossimità spirituale con Maria
e le sorelle: “Ignazio vi conferma che è sempre con voi nell’agape” (12 giugno 1949, p. 218; e anche in questo caso le citazioni potrebbero moltiplicarsi).
Proprio per dare sensibile concretezza a questa reciproca presenza, Maria fornisce all’amico dettagliate descrizioni della vita giornaliera dell’eremo, degli
ambienti e dei tempi in cui si svolge, della natura che lo circonda, e desidera situare allo stesso modo in precisi contorni la vita dell’amico.
Don Primo diventa così “il parroco dell’Eremo” (“nostro parroco, nostro fratello e testimone di Cristo per sempre”, 8 luglio 1954, p. 310): Maria affida sé e le
sorelle alla sua preghiera, al suo “Altare”, invoca costantemente la sua benedizione e il suo “perdono”; l’eremo, d’altro canto, è per lui la “cara dolcissima
famiglia” (17 settembre 1943, p. 171) in cui il suo cuore stanco e sofferente trova riposo e ispirazione, e di cui a sua volta non cessa di implorare la benedizione,
o “la più cara porzione della [sua] parrocchia terrena, e la porta di quella celeste” (8 settembre 1954, p. 319).
Accanto a don Primo, un posto privilegiato nel cuore di Maria e della comunità eremitica hanno la mamma Grazia e la sorella Giuseppina, con le quali si stabilisce
una sorta di vera familiarità affettiva. Ma nella sfera dell’amicizia che lega Bozzolo a Campello respirano tante altre presenze: di vicini e di lontani, di vivi e
di defunti – o meglio, secondo l’espressione cara all’eremita, “andati avanti” – da cui l’uno e l’altra hanno ricevuto e ricevono, o a cui essi offrono, illuminazione
e sostegno, accoglienza e affetto. Tanti nomi si potrebbero citare a questo proposito, ricorrenti nelle lettere, a cominciare da quelli dei più stretti familiari e
del gruppo di amiche gravitanti intorno all’eremo; basti, oltre a questi, ricordarne alcuni. Innanzi tutto fra Ginepro, cioè Ernesto Buonaiuti, l’amico e ispiratore a
cui Maria è indefettibilmente devota, in vita e in morte; e Brizio Casciola, il prete umbro che l’ha sostenuta e guidata nella ricerca della sua esperienza eremitica;
e poi i giovani preti e religiosi che frequentano l’eremo o intrecciano l’amicizia di Maria con quella di don Primo, e dei quali l’una e l’altro seguono con profonda
sollecitudine l’itinerario spirituale; come il servita Giovanni Vannucci, sulla cui maturazione umana e religiosa Maria veglia con materna trepidazione e consolazione,
o don Michele Do, il rettore di St.-Jacques d’Ayas in cui Maria riconosce fin dal primo incontro “una perla di giovane prete, […] aperto, studioso, evangelico”
(13 dicembre 1951, p. 277s), o David Maria Turoldo, e altri ancora.
Con particolare e dolorosa apprensione sono seguiti gli sviluppi della grave crisi spirituale di Giuseppe Del Bo, Sante Pignagnoli e Ferdinando Tartaglia, i
tre giovani preti incontrati da Mazzolari al Collegio Lombardo ed entrati poi in contatto personale o epistolare anche con Maria nel loro inquieto percorso.
In tutti questi casi, colpisce la capacità di Maria di leggere a fondo nelle anime, con una chiarezza e dirittura di sguardo che s’accompagna, senza venirne offuscata,
alla vibrante sensibilità e alla generosa empatia, così come in don Primo la larghezza del cuore s’accorda alla solidità del giudizio. Limpidezza e franchezza di
pensiero e di parola, d’altronde, connotano l’atteggiamento di Maria nei confronti dello stesso don Primo, verso il quale la sua devozione è sconfinata,
ma al quale in qualche occasione non esita ad esprimere il proprio dispiacere e la propria disapprovazione per taluni suoi pronunciamenti.