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Introduzione...

Nel riportare gli indici completi degli scritti di Franco Rodano sulla “Rivista Trimestrale” e sui “Quaderni della Rivista Trimestrale” (vedasi, in questo sito, la sezione ALLA RADICE DELLA CRISI), abbiamo sottolineato, nel nostro corsivo di premessa, l’opportunità di riprendere oggi - rielaborandoli e sviluppandoli nel quadro storico molto mutato - alcuni temi trattati attentamente in quei periodici sul rapporto tra capitalismo e democrazia e sui possibili sbocchi del riacutizzarsi, dagli anni Settanta, dell’incompatibilità di fondo tra l’una e l’altro. Vi abbiamo anche accennato, come particolarmente importanti, a una serie di saggi scritti da Franco Rodano nei QRT sotto il titolo comune “Alla radice della crisi”. Trascriviamo adesso il primo di questi saggi (n.55-56, luglio-ottobre 1978) riservandoci di far seguito con gli altri quattro.

Franco Rodano:
ALLA RADICE DELLA CRISI I
L’INCOMPATIBILITA’ TRA CAPITALISMO E DEMOCRAZIA

LI primi mesi di questo 1978, che sempre più si viene definendo come un anno cruciale, possono senza retorica esser definiti storici. In essi infatti, con l’entrata dei comunisti nella maggioranza di governo in uno dei paesi “a capitalismo maturo” (e di preciso in quello più peculiare, perché economicamente più debole, ma al tempo stesso politicamente più avanzato), si è sostanzialmente concluso il trentennio che è stato contraddistinto nell’Europa occidentale, dopo l’immediata fase post-bellica, dall’aprioristica e ideologica esclusione da ogni responsabilità governativa di quell’espressione della classe operaia che, mentre in vari paesi è cospicua e anzi, in Italia, maggioritaria, raccoglie le più vigorose tradizioni e alimenta le più ferme speranze rivoluzionarie del proletariato. Un determinante passaggio – pur se, dati alcuni suoi limiti, non si può ancora parlare di un vero e proprio “salto di qualità” – si è così verificato non solo, come è evidente, negli equilibri politici del nostro paese, ma di riflesso, anche se con ripercussioni assai meno immediate e vistose, in quelli che definiscono il “sistema interstatuale” dell’Occidente europeo.

Solo che a questo avvenimento, il quale, dal punto di vista della classe operaia e del generale interesse di un sempre più umano sviluppo della società, non può non essere considerato positivo, si è potuto brutalmente rispondere (approfittando delle insufficienze e degli attriti cui abbiamo prima accennato, distinguendo tra “passaggio” e “salto qualitativo”) con un contraccolpo che va senz’altro definito reazionario, poiché è evidentemente diretto contro l’importante risultato politico di cui si è appena parlato. Il drammatico, cruento sequestro dell’on. Moro – di uno dei leaders, appunto, che più hanno contribuito a sciogliere la questione, divenuta decisiva per le stesse sorti democratiche, della “pari dignità” del Partito comunista con tutte le altre formazioni politiche – non soltanto sancisce infatti una secca e tremenda impennata nella spirale dell’eversione terroristica, ma anche, per così dire, segnala come siano all’opera forze che mirano ormai a portare bruscamente il nostro assetto politico a una negativa destabilizzazione, ricacciando così la classe operaia, col venir meno della democrazia o comunque della sua pienezza, dalle posizioni tanto duramente conquistate. Siamo dunque in una fase quanto mai delicata e complessa della storia del nostro paese e dell’Europa occidentale: di quella parte del mondo, cioè, in cui – per usare un’espressione di Lenin – si trovano molti fra i “punti più alti” del capitalismo. E’ una fase, evidentemente, che si contraddistingue, a un tempo, per una vigorosa e pacata carica rivoluzionaria e per un disperato sforzo eversivo, cui, allo stato degli atti, la reazione affida le proprie carte e le proprie prospettive. E’, allora, una situazione di crisi, nuova e inconsueta per molti problemi “ignoti ad altre età”: approfondirne la natura, determinarne i caratteri di fondo, diviene quindi un compito improrogabile.

Tale situazione può esser definita, di preciso, come crisi irreversibile di quel peculiare rapporto fra democrazia e capitalismo, che ha fondato e continua a determinare l’assetto sociale entro cui ci siamo abituati a vivere. In realtà, i termini di un siffatto rapporto (che per deformazione ideologica o per assuefazione empiristica è stato sovente pensato come naturale e organico) sono invece, al fondo, intrinsecamente conflittuali. Di ciò, certo, il movimento operaio, strutturale antagonista del capitalismo, non ha ancora piena consapevolezza, anche se è divenuto ben conscio (almeno a partire dalla esperienza della lotta al fascismo) di essere, se non altro, il principale artefice e il decisivo sostegno dell’affermazione e dello sviluppo della democrazia. Assai meno nitida, dunque, è restata finora la nozione che il capitalismo, per natura sua, è inadeguato a costituire la struttura necessaria a fare, di una società statualmente garantita dalle istituzioni democratiche, un organismo stabilmente – direbbe Gramsci – “vertebrato”. Ma quando la democrazia – soprattutto, in Italia, alla fine degli anni sessanta – ha conseguito una maturità e un dispiegamento tali da assicurare piena libertà di movimento a tutti gli strati della società (e in primo luogo alla classe operaia), si è potuto e dovuto riconoscere, di fronte alla vera e propria esplosione corporativa del tessuto sociale (assolutamente non contenibile dal pur insuperato permanere della struttura capitalistica), che questa medesima struttura veniva a urtare – entrando in crisi – contro il limite invalicabile della sua incompatibilità di fondo con la democrazia stessa. E di riflesso – dato che la peculiare miscela di democrazia e capitalismo, resa possibile da circostanze storiche ben determinate, era ciò che fondava e definiva l’assetto più recente del mondo occidentale, e cioè la “società opulenta” – la democrazia, a sua volta, ha cominciato a oscillare, o meglio a svuotarsi, a restar sospesa su se medesima come mero quadro di diritti, a esser priva, insomma, di una struttura che le fosse omogenea, e anzi di ogni struttura vera e propria: essendo appunto tenute in scacco, dallo stesso dispiegarsi delle istituzioni democratiche, anche le regole e le funzioni “normali” di quella esistente, ossia di quella capitalistica.

In breve, da una parte ha tardato e tarda persistentemente la maturazione di una nuova struttura veramente omogenea alla democrazia; dall’altra, quella vecchia si è andata e si va abbarbicando, in modo sempre più parassitario, a ogni puntello ancora utilizzabile. Né è dunque un caso che siffatti fenomeni sian stati misurati e si misurino – come già si è accennato – nella sempre più vasta proliferazione di posizioni e atteggiamenti corporativi, vale a dire in preoccupanti processi che tendono a far seccamente e irrazionalisticamente prevalere la particolare condizione “privata” di “appartenenza a un gruppo” sulla comune condizione di “cittadino”. La crisi dell’assetto sociale in cui siamo abituati a vivere è dunque crisi (sebbene non nello stesso modo) di entrambi i termini che lo fondano e lo definiscono. Quella del capitalismo (vale a dire la sopravvenuta inabilità di quest’ultimo a funzionare secondo la propria logica interna) è determinata dalla crescita della d emocrazia oltre ogni limite di compatibilità (sempre, del resto, precaria e forzosa) con la particolare economia che ha costituito finora, innaturalmente, la sua struttura(1). A sua volta, la crisi attuale della democrazia, che si manifesta nel progressivo distaccarsi di questa da ogni forma razionale della vita concreta della società(2) , e che quindi si rivela anche in incipienti fenomeni di insofferenza popolare nei confronti delle “libertà democratiche”, deriva proprio dal persistere ormai cancrenoso della vecchia struttura, la quale si mantiene solo perché una struttura nuova, realmente omogenea al quadro democratico, tarda a subentrare.

Ora, dato il carattere del tutto peculiare e transeunte delle circostanze storiche che hanno consentito l’affermazione di un assetto sociale fondato sulla composizione del capitalismo con la democrazia in impetuoso sviluppo(3), vi è ragione di concludere che la crisi di un tale assetto – quello “opulento” – è davvero irreversibile. Essa sarebbe infatti meramente “congiunturale”, transitoria, solo se la struttura capitalistica, più o meno di per se stessa, fosse mai in grado di adeguarsi a sorreggere e a comprendere una democrazia così avanzata ed estesa come quella che storicamente ha ormai raggiunto la sua pienezza (ciò che tale struttura, appunto, ha dimostrato di non riuscire a fare ormai da più di un decennio); oppure se la democrazia, per così dire, spontaneamente e autonomamente si acconciasse a rientrar nei limiti che la struttura capitalistica richiede, laddove è intuitivo (anche a prescindere dalle ampie prove offerte dalla “strategia della tensione”, a livello non solo italiano ma europeo) che un tale ridimensionamento comporterebbe all’opposto una manovra, comunque mascherata, di carattere pesantemente autoritario. Per cercar di illustrare meglio il carattere irreversibile della crisi, ci sembra tuttavia opportuno esaminare partitamene il suo ripercuotersi su ciascuno dei due termini del rapporto di cui abbiamo detto. Cominciamo allora dal considerare la crisi che investe la struttura capitalistica, e che è poi quella più immediatamente e duramente avvertita dalle popolazioni interessate.

Appare sempre più evidente che il capitalismo(4) non è più in grado di svolgere una funzione la quale ha pur costituito (come suggeriscono anche Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti) il suo vero titolo di legittimazione nel processo storico dato: di preciso, la funzione di garantire un progressivo allargamento dell’occupazione, in ciò consistendo l’unico (e comunque parziale) riscatto umano della riduzione del lavoro a capitale. In tutti i precedenti assetti del sistema sociale, in tutte le forme precedenti di ordinamento del lavoro, si davano inevitabilmente, infatti, situazioni di piena, strutturale e organica esclusione di vaste masse da qualunque partecipazione all’attività produttiva e quindi da qualunque titolo alla ripartizione del prodotto sociale. Ora, nella fase di crisi che stiamo attraversando, l’ordinamento capitalistico è giunto a contraddistinguersi per una strutturale incapacità di assorbire – quanto meno a sufficienza – nuove energie di lavoro. Tale caratteristica, che era già latente nella stessa normalità dell’assetto “opulento” (ossia finché il modo capitalistico di produzione, proprio per la sua coesistenza, aliquo modo, con una democrazia non ancora del tutto dispiegata, poteva continuar a manifestare una fittizia vitalità), è apparsa in forme evidenti e macroscopiche alla fine degli anni sessanta, proprio quando l’irruzione della crisi (determinata, in ultima e decisiva istanza, da un salto qualitativo nello sviluppo della democrazia) ha inceppato i meccanismo del capitalismo, dislocando i suoi precari equilibri. Almeno per quanto riguarda l’Italia, si può affermare incontrovertibilmente, dati alla mano, che il livello dell’occupazione, se prescindiamo dai posti di lavoro creati (direttamente o indirettamente) dallo Stato, è ormai sostanzialmente una costante, quali che siano le fasi attraversate dall’attività produttiva. Che ci si trovi, pur entro il quadro della crisi, in una fase di relativa “espansione” (necessariamente “drogata”), o che la congiuntura si presenti sotto il segno della “recessione”, l’occupazione non varia in modo significativo.

Ma da quale ragione consegue un simile fenomeno? Esso dipende, a ben vedere, da una causa essenziale che, a sua volta, rivela la presenza di quella che senza dubbio è una delle condizioni fondamentali (e verosimilmente quella materialmente primaria) per lo sviluppo di un aperto processo rivoluzionario. Mai come oggi, cioè, è stato così forte, nel determinare lo “stato del sistema”, il potere della classe operaia, anche se questo potere si realizza ancora, in modo dispiegato, soltanto in forma sindacale, e comunque meramente democratica. Infatti, nella fase di relativa “espansione”, il livello dell’occupazione non sale perché i nuovi (e comunque inadeguati) investimenti tendono ad assumere prevalentemente carattere intensivo, sono cioè determinati dall’obiettivo di aumentare la produttività della forza-lavoro già occupata. Ma questo risultato dipende proprio dall’elevato prezzo che il potere della classe operaia (esprimentesi a livello sindacale) è pervenuto a strappare per la forza-lavoro stessa. Nelle fasi, poi, di “ristagno”, la tendenza padronale a diminuire con l’attività produttiva anche l’occupazione (secondo la logica “tradizionale” del sistema), la tendenza, insomma, a creare classiche “armate di riserva”, col conseguente abbassamento del prezzo della forza-lavoro (condizione capitalisticamente necessaria per investimenti estensivi, e dunque per l’allargamento in prospettiva dell’occupazione), risulta sostanzialmente bloccata in virtù delle posizioni di difesa, quanto mai solide, che sempre quella particolare forma di potere proletario ha ormai assicurato alla mano d’opera occupata. Fin qui, dunque, si è sottolineato che l’ordinamento capitalistico non è più in grado (venendo meno, così, al suo titolo storico fondamentale) di allargare l’occupazione; e che tale sua incapacità deriva proprio dal dispiegarsi della democrazia, e quindi dall’inusitato potere conquistato (sia pure in forma ancora non piena, e cioè a livello meramente democratico e sindacale) dalla forza dialetticamente antagonistica al capitalismo, ossia dalla classe operaia. Ora, però, occorre mettere in evidenza un aspetto ulteriore, che ribadisce, nel quadro di una pienezza democratica, l’irreversibilità della crisi del capitalismo. Intendiamo parlare del carattere peculiare e anomalo che le alterne fasi del ciclo economico vanno ormai rivelando rispetto alla loro configurazione tradizionale.

Va cioè rilevato, innanzitutto, che nella situazione attuale la fase dell’”espansione” e della ripresa produttiva non si avvia spontaneamente (o, se ci riesce, ha comunque breve respiro) ma si determina soltanto se viene innescata da energici impulsi “endogeni”, se insomma viene “drogata”. Ma allora a essa si accompagna – poiché, appunto, la sostiene – un processo inflativo che assume rapidamente proporzioni preoccupanti: talmente preoccupanti (anche per le conseguenze sulla bilancia dei pagamenti) da rendere ben presto necessari interventi “restrittivi” al fine di determinare una decelerazione del processo inflativo stesso. Solo che la politica restrittiva non può essere spinta fino a un ridimensionamento veramente significativo – e tanto meno all’arresto – dell’inflazione: non può essere spinta a tale punto perché, onde raggiungere quell’obiettivo, dovrebbe dare luogo non già a un semplice “raffreddamento” ma a una vera e propria “depressione” dell’attività produttiva. La depressione, bonificando violentemente il terreno da tutte le posizioni aziendali inadeguate o “decotte”, si pone infatti, nella logica capitalistica, come la condizione stessa per preparare la ripresa del ciclo entro un quadro di sostanziale stabilità. Ma appunto, una simile depressione non può verificarsi perché il potere sindacale è in grado di opporsi a una tale “bonifica”, proprio in quanto il suo prezzo sarebbe un secco e intollerabile abbassamento dell’occupazione e del salario unitario. Perciò la decelerazione del processo inflativo non è mai tale da giungere a porre in essere la dura premessa di una stabile ripresa produttiva secondo i meccanismi capitalistici. Ed è chiaro, allora, che la manovra dello stop and go finisce sempre più per ridursi a un’operazione puramente congiunturale, incapace di incidere sui nodi di fondo. Per di più, i tempi di passaggio da una fase all’altra si fanno sempre più stretti; mentre l’inflazione (pur mutando pendolarmente di grado) resta un dato endemico, accompagnandosi con la sua azione corrosiva tanto alla ripresa quanto al ristagno.

Muovendo dai due ultimi fenomeni descritti, possiamo allora ribadire ulteriormente il nostro assunto, e cioè che la crisi del capitalismo, stante l’attuale livello di democrazia, è veramente irreversibile. Le peculiari caratteristiche oggi rivestite dalle fasi del “ciclo” economico, vengono infatti a spogliare il ciclo stesso di quella funzione che in passato, sia pure a costi sociali sempre più insopportabili, aveva potuto esercitare ai fini di una continua ripresa e quindi della crescita complessiva dell’accumulazione. La contrazione dei tempi e al tempo stesso l’ingigantimento delle oscillazioni del ciclo economico non consentono più di garantire una tendenza di fondo periodicamente ma decisamente espansiva, e dunque non permettono di prevedere alcun significativo assorbimento di quegli elevatissimi livelli di disoccupazione, che costituiscono ormai – come già si è detto – un aspetto strutturale e insuperabile del capitalismo. Ma da ciò, appunto, viene denunciata l’assoluta impossibilità, per l’ordinamento capitalistico, di recuperare, in presenza di un’effettiva democrazia, la funzione che ha costituito il suo titolo storico (quello che gli consentì di affermarsi sul mondo signorile e sulla propria stessa insopportabilità umana); sicché si può dire, in definitiva, che la permanenza di un simile ordinamento economico si pone oggi soprattutto come un ostacolo al progresso della vita associata. Naturalmente, poi, una tale situazione non può non ripercuotersi su entrambe le forze sociali decisive del sistema capitalistico, ossia sulle due classi che contraddistinguono fondamentalmente il mondo moderno. Da un lato, infatti, i capitalisti non sono in condizione di svolgere adeguatamente il loro storico ruolo di “funzionari”, di garanti del meccanismo di accumulazione; e in tanto continuano a sussistere, in quanto sempre più protetti da un elevato “grado di monopolio”. Dell’altro, gli operai non possono spingere a sufficienza nella difesa dei loro interessi immediati (e affermar sotto tale profilo la loro realtà di classe) senza intaccare il fondamento medesimo che nella situazione data permette quella difesa e quell’affermazione: per l’appunto, cioè, il capitale stesso. Viene meno, così, la consistenza dell’intiero tessuto sociale; che, d’altra parte, in tanto dà luogo a posizioni di vantaggio e di privilegio per determinati strati intermedi - i quali appunto lucrano sulla situazione economica descritta e sono in questo parassitari -, in quanto va decomponendosi come sistema articolatamente ordinato.

Resta ora da discutere la crisi del secondo elemento di quel composto peculiare, e sostanzialmente effimero, che ha fondato e definito l’assetto “opulento”: rimane da analizzare, cioè, la crisi della democrazia. Prima di entrare nel merito, però, occorre innanzitutto che ci si soffermi su una posizione ben precisa, la quale finisce per configurarsi, nell’area della sinistra, quasi come un diffuso “senso comune”. A giudizio di chi condivide una tale posizione, non ci si troverebbe oggi di fronte a una vera e propria crisi della democrazia, poiché invece si dovrebbe tuttora affrontare e superare, semplicemente, la sua immaturità: una sua persistente debolezza, cioè, e insomma un suo non ancora adeguato dispiegamento. Ma è allora chiaro che, nella logica di un siffatto discorso, la crisi dell’altro termine del composto, ossia quella del capitalismo, lungi dal dipendere essenzialmente – come abbiamo fin qui sostenuto – dall’allargarsi e anzi dallo stesso culminare del processo democratico, deriverebbe essenzialmente (secondo una ripresa letterale e tardiva della concezione classica di matrice marxista) da “strutturali contraddizioni interne” del medesimo ordinamento capitalistico; sicché la crisi di quest’ultimo verrebbe oltretutto ad aprire, semmai, più ampie possibilità per un ulteriore sviluppo della democrazia, che cesserebbe appunto di essere ostacolata e limitata dall’esistenza di un capitalismo ancora vigoroso.

Ora, è evidente che entro una tale ottica, secondo cui si ritiene che il quadro democratico possa e debba continuar a venire allargato e approfondito, tutti i problemi si riducono precisamente a quello di promuovere un’operazione siffatta; mentre una crisi della democrazia potrebbe venir a determinarsi – così si reputa – proprio qualora essa non riuscisse a dispiegar pienamente le sue potenzialità, a causa dell’eventuale insufficienza dei partiti democratici a farsi carico in modo adeguato di un tale obiettivo. In breve, secondo la posizione che siamo venuti descrivendo le cose starebbero nei seguenti termini: il capitalismo è entrato in crisi per sue interne ragioni; di questa storica opportunità occorre approfittare sino in fondo, per condurre lo sviluppo della democrazia a compimento (poiché in ciò, appunto, si risolverebbe per intiero il problema di una “società a misura d’uomo”); e ove poi le forze politiche della sinistra, per errori di cedimento opportunistico o di avventurismo estremista, non sapessero battere i partiti conservatori, i quali ovviamente si opporrebbero a quel compiuto sviluppo, sarebbe in tal caso, e solo in tal caso, che la democrazia finirebbe per entrare in una crisi davvero involutiva. Ne consegue perciò che la crisi del quadro democratico, lungi dall’essere ormai in atto (e dal dipendere, di preciso, dal residuale permanere di una struttura capitalistica pur fatiscente, e più propriamente dal fatto che non si riesce ancora a risolvere il problema di avviare l’edificazione di una struttura nuova e superiore, adeguata appunto alla democrazia), potrebbe verificarsi soltanto a causa di un’insufficiente “qualità democratica” dei partiti della sinistra. A un discorso del genere, allora, non possiamo non provarci subito a rispondere, poiché esso evidentemente viene a costituire una precisa obiezione alle tesi che andiamo sostenendo e illustrando. Ma per rispondervi, dobbiamo prendere le cose con un certo respiro: innanzitutto riteniamo infatti necessario porci la questione di puntualizzare ciò che realmente deve intendersi per democrazia. E in realtà, solo in questo modo è possibile valutare e misurare, oltretutto, a qual punto di maturità e di dispiegamento del quadro democratico oggi ci troviamo.

A volersi esprimere con sufficiente rigore a mero livello di principio, il termine democrazia, in quanto questa sia assunta puramente in sé (e in quanto risolva in se medesima l’intiera dimensione politica), non designa altro che quella forma istituzionale per cui la piena possibilità di affermare, rivendicare e ottenere i propri diritti ha da essere illimitatamente garantita a ciascun essere umano in quanto tale, e dunque al di là e al di fuori di ogni titolo inerente a stati e funzioni delle figure sociali determinate, nelle quali il singolo normalmente si trova: quegli stati e quelle funzioni, precisamente, che costituiscono il tessuto della società civile e quindi del diritto positivo(5). Ma allora la pura democrazia si configura esattamente come la forma istituzionale in cui ogni singolo si presenta e si afferma solamente come cittadino, acquisendo però ciascuno, proprio per questo, una forza politica che assume e trascende il privato(6). Dunque la democrazia (che in quanto puramente tale – come già si desume da quanto sopra si è detto e come verrà meglio chiarito in seguito – presuppone un’antropologia per cui l’uomo viene concepito come libertà assoluta) non può non tendere a mettere in crisi tutte quelle configurazioni concrete cui la società civile dà necessariamente luogo per affermarsi, e che vengono a delimitare la soggettività dei singoli in modo negativo (perché questa viene vissuta appunto, individualisticamnte, come espressione di libertà totale) entro la cornice di figure sociali determinate(7). La democrazia – nel senso che si è prima precisato – si pone perciò come antitesi rispetto a ogni diritto positivo: ed essa allora, nella misura in cui riesce ad affermarsi nella storia, tende a incarnare universalmente quell’istanza di libertà del tutto incondizionata (e dunque di eguaglianza indistintamente completa) che era prima affidata alle formulazioni, inevitabilmente astratte, del diritto naturale. Non a caso – poiché le distinte figure sociali vengono negate dalla democrazia in quanto puramente tale – lungo il corso della storia (dalla primitive espressioni “comunistiche”, sorte sul terreno della rivoluzione cristiana, ai “fraticelli”, ai “levellers”, al giacobinismo di sinistra e alla “congiura degli eguali”, dalla Comune all’iniziale libertarismo sovietico e alla “rivoluzione culturale” cinese) pullulano gli esempi del soccombere della democrazia pura di fronte alla concreta e necessaria esigenza dell’affermarsi, quali che fossero, di una società civile e di un diritto positivo.

Se oggi questo non avviene più, se cioè rispetto al diritto positivo esistente (alla struttura capitalistica), l’antitesi della democrazia assunta meramente in sé si rivela efficace, è perché la dimensione democratica è stata riconosciuta dal proletariato, e si è quindi caricata di tutta la forza della classe operaia, la quale comunque – mentre, assumendola come una realtà propria, ne ha indubbiamente esaltato ed esacerbato la potenzialità dirompente e di per sé eversiva – potrà però liquidare del tutto, alla fine, l’erroneo limite anarchico intrinseco alla democrazia come tale; e infatti la classe operaia è appunto in grado, attraverso il suo pieno dispiegarsi, di portare a termine il processo che conduce al risolversi delle verità interne(8) al diritto naturale nelle formule di un diritto positivo finalmente non di alienazione(9). Ora, senza dubbio il capitalismo, fra quanti assetti positivi e concreti della società si sono mai dati fino a oggi, è il più compatto e il più razionale: insomma il più coerente(10). E se la democrazia (in quanto, giova ancora ripetere, assunta di per sé, nella sua purezza) è riuscita a rendere efficace la sua critica negatrice precisamente contro di esso (inceppandone e, al limite, bloccandone, come si è visto, i meccanismi e la logica), ciò porta a concludere che, per la sua crescita e per la sua estensione, la realtà puramente democratica ha sostanzialmente(11) raggiunto – appunto perché è stata fatta propria dal movimento operaio – un vero e proprio culmine; ma dunque anche il massimo della sua carica eversiva. Né – ci sembra – è dato di rifiutare questa nostra conclusione, a meno di spingersi all’assurdo di ritenere possibile un ulteriore processo di secco assorbimento del diritto positivo entro il diritto naturale, e dunque di giungere a sostenere la “cosa abbastanza allegra” che possa esistere una società priva di struttura(12).

Il modo stesso in cui abbiamo risolto – come crediamo – la difficoltà che insorge, sul terreno di una ben determinata opinione corrente nell’area della sinistra, allorché si pone il problema della crisi della democrazia, a veder bene ci ha già condotti, quasi inavvertitamente, a enucleare le ragioni di fondo di tale crisi. Alcuni fenomeni particolarmente rilevanti e percepibili in maniera immediata e drammatica, che noi stessi abbiamo menzionato alcune pagine sopra – il distorto dissolversi della dimensione democratica in un moltiplicarsi di spinte corporative; le pressioni, da parte di strati non trascurabili della società, a trasformare i propri diritti in privilegi; gli stessi segni, per non dire le crescenti manifestazioni, di una qualche insofferenza popolare nei confronti delle istituzioni democratiche – risultano infatti, ora, ben più evidentemente collegati alla crisi generale della democrazia; a sua volta questa può essere finalmente spiegata, ci sembra, nella sua causa fondamentale.

In altre parole, se è vera la definizione di democrazia che abbiamo cercato di formulare nell’affrontar quell’ “opinione corrente”, il motivo determinante di quella crisi sta, di preciso, nel dispiegarsi non ostacolato né contenuto (e tanto meno di continuo trasceso) del limite erroneo che abbiamo visto essere implicito nella democrazia stessa. E invero tale limite non può non esplicitarsi sempre di più, man mano che la democrazia, perché fatta propria dal proletariato, viene ad avvicinarsi alla sua pienezza: naturalmente ove essa rimanga concepita e praticata puramente in sé (cioè come tale da risolvere in se medesima tutti gli altri aspetti della dimensione politica), ovvero anche come il fine stesso cui dovrebbe tendere la società umana, poiché ivi raggiungerebbe la sua compiutezza. In tale sua accezione, la democrazia assume infatti, quanto più si avvicina a essere piena, un andamento obiettivamente eversivo, sviluppando appunto il suo limite erroneo, e dunque – come cercheremo di dimostrare – un aspetto autodistruttivo che è al contempo disgregatore del tessuto sociale.

Di fatto, un simile aspetto, che la democrazia reca in sé, è rimasto contenuto nei secoli passati (lungo il cui corso, naturalmente, sono state comunque all’opera – come restano purtroppo ancora attive sulla scena mondiale – forze distruttive del processo democratico che non insorgevano dall’interno di questo, e avevano infatti diretta origine reazionaria) solo in quanto la democrazia medesima veniva oppugnata e compressa da strutture o assetti del sistema sociale che non erano in alcun modo omogenei a sostenere correttamente la sua pienezza, e che dunque potevano solo tollerarne, al massimo, un certo grado di esplicazione. Dapprima, infatti, l’assetto signorile, nella sua lunga fase di storica solidità, ha ridotto di continuo in modo massiccio la dimensione democratica, escludendo da essa la maggior parte dei viventi nella polis, come poi nella Repubblica romana e nello stesso Impero; e per certo tale riduzione fu solo parzialmente corretta e allargata nel sistema della res publica christiana, ove la pari dignità di tutti i “figli di Dio” (a parte l’impossibilità di comprendere gli “infedeli” in questa “fratellanza”) restò al livello di un modello etico, certo rilevante e persino in qualche modo cogente sul piano politico, m affatto incapace di trascendere sul serio la strutturalità della figura del signore. Né, trionfando finalmente la borghesia attraverso la sua rivoluzione e affermandosi le monarchie o le repubbliche costituzionali e liberali, la situazione è qualitativamente mutata: la struttura capitalistica ha infatti portato il personale politico a limitar profondamente la dimensione democratica, avvalendosi dapprima di vincoli censitari e poi di discriminazioni basate, via via, sul livello culturale, sul sesso e sull’età. E’ stato solo quando la democrazia si è combinata con la forza del movimento operaio (ossia quando questo ha assunto la democrazia come momento permanente della realtà politica) che la limitazione e la compressione della dimensione democratica hanno potuto progressivamente venir meno.

Ma come abbiamo visto, è appunto a partire da quel momento che la democrazia ha reagito sulla struttura capitalistica fino a metterla in crisi, fino a renderla insomma una struttura a sua volta limitata, cioè priva di coerenza e del tutto insufficiente. Solo che, proprio nel momento in cui la democrazia è venuta così raggiungendo la sua pienezza, ed è diventata infatti la forma stessa dello Stato, essa ha posto sì in crisi il suo ultimo, eterogeneo condizionamento strutturale (il capitalismo), ma, poiché ha continuato a esser concepita e vissuta come risolvente in sé l’intiera realtà politica, ha anche necessariamente portato al massimo il suo principiale aspetto anarchico e ha quindi cominciato ad autodistruggersi. Nell’atto medesimo, però, in cui si fa evidente l’aspetto erroneo della democrazia, più chiara risulta la sua decisiva “verità interna” (la tendenza, cioè, a liquidare ogni diritto positivo di alienazione e ogni figura sociale corrispondente), insieme con l’altra, ancor più nascosta e implicita, anche se consequenziale alla prima, che si esprime come l’esigenza di un diritto positivo non fissistico, ossia aperto alla storia, in cui perciò possano esser di continuo trasposte e risolte le istanze del “diritto naturale”. Non è dunque a caso che nell’atto medesimo in cui esplode la crisi della democrazia, se si spezza rivoluzionariamente il vecchio diritto positivo, si ha tuttavia da affrontare l’ulteriore problema rivoluzionario dell’edificazione di una struttura che sia veramente adeguata alla democrazia stessa, e cioè che ne mantenga la pienezza e insieme ne liquidi la dimensione anarchica(13).

Se è questa – come è a nostro avviso – la natura del problema fondamentale ormai aperto dalla crisi del “composto” di democrazia e capitalismo, si deve necessariamente concludere, allora, che stiamo vivendo una fase la quale può risultare ed essere avvertita unicamente come un periodo di dissoluzione e di anarchia solo se e nella misura in cui si sia incapaci di intenderla e di affrontarla nella sua profonda sostanza rivoluzionaria. In primo luogo, però, occorre precisare quest’ultimo concetto. Rivoluzionario, infatti, è stato anche (come chiaramente consegue da ciò che abbiamo fin qui sostenuto a più riprese) il periodo trentennale in cui la democrazia, assunta dal proletariato non più solo come fondamentale terreno di lotta, ma insieme, e soprattutto, come un momento permanente della politica, è progressivamente cresciuta; sicché, mentre ha posto nell’impossibilità di funzionare quel peculiare diritto positivo di alienazione che è la struttura capitalistica, ha finalmente investito di sé e a sé condotto lo Stato, che per ciò stesso, nonché poter o volere opporsi all’operazione proletaria della costruzione di una nuova struttura (di un nuovo diritto positivo tendenzialmente non alienato), la sostiene e la pretende. E in effetti, ove quell’operazione non riuscisse storicamente a realizzarsi, inevitabile diverrebbe il processo di dissolvimento della statualità democratica in anarchia, e quindi – onde non giungere a quella negazione completa dello Stato che coinciderebbe con l’impossibile venir meno di ogni forma stabile di assetto sociale – si farebbe necessario un violento contraccolpo reazionario.

Per sfuggire allora a uno sbocco siffatto, in cui cadrebbero insieme, perché divenuti ormai una cosa sola, la democrazia e, perciò, uno Stato omogeneo alla maturità raggiunta dall’insieme della vita sociale, va fortemente sottolineato, a nostro avviso, il concetto che la nuova fase rivoluzionaria – quella dell’edificazione sotto egemonia operaia della nuova struttura -, se si trova in un rapporto di necessaria continuità con quella precedente (poiché fuori del mantenimento della democrazia diviene, nonché impossibile, perfino inconcepibile), ne è tuttavia nettamente distinta e diversa. Ove infatti non ci si riuscisse a impadronire di un tale concetto, per cui appunto si possono vivere in modo distinto e unitario il momento della continuazione e quello della diversità, si ricadrebbe in un’idea la quale, nonché erronea in linea di principio, è anche divenuta, oramai, non più capace di operare storicamente in termini positivi: quell’idea, precisamente, per cui si identificavano in pratica “democrazia e socialismo”(14); di maniera che si affronterebbe (in modo drammaticamente inadeguato) l’attuale fase della rivoluzione con le categorie, i principi, la strategia e le tattiche comunque validi solo nel periodo precedente. E invero, se la sostanziale identificazione tra democrazia e socialismo (che è di fatto risultata, per pigrizia teorica, dalla grande scelta strategica e tattica del movimento operaio italiano nella prima fase della sua rivoluzione) ha potuto non costituire un ostacolo per almeno un ventennio, questo è perché, nelle generali condizioni storiche date, ha favorito quella piena assunzione della democrazia da parte del proletariato rivoluzionario, che è stata l’arma decisiva per l’attacco vittorioso alla vecchia struttura (al morente diritto positivo capitalistico) e a un tempo per l’edificazione di un nuovo Stato democraticamente aperto all’esigenza di una struttura superiore. Ma quell’identificazione costituisce invece, oramai, il vero e proprio nodo da chiarire e risolvere, se non si vuole appunto che la dimensione democratica si corrompa anarchicamente: è anche troppo evidente, infatti, che sino a quando una tale identificazione persista, non è assolutamente possibile dare spazio alla distinta, specifica, peculiare operazione tesa a realizzare, quale espressione organica – ma mediata e riflessa – della società, il nuovo diritto positivo.

In altre parole, la grande impostazione, teorica e pratica, di Togliatti, proprio perché ha dato storicamente il suo frutto, innovando profondamente la società e lo Stato, può e deve oggi essere depurata dai suoi rischi di cadute opportunistiche, legate precisamente a quello pseudo-concetto secondo cui democrazia e socialismo conciderebbero. Insomma, il vigore rivoluzionario dell’impostazione del leader comunista può (come deve) essere, per così esprimerci, prolungato e assunto, solo se viene trasposto in una linea criticamente innovatrice: anche il “togliattismo”, dunque, va interpretato non come dogma(15) ma come lezione, se appunto si vuol conservare la democrazia e completare – poiché tale è la condizione imprescindibile di un simile mantenimento – il processo rivoluzionario con l’edificazione progressiva della nuova struttura. Per precisare ulteriormente questo nostro discorso, si ha dunque da dire che per il proletariato, il quale ha ormai di fronte il compito improrogabile della costruzione di una nuova struttura omogenea alle conquiste democratiche, è diventata vitale e urgente la distinzione – entro un nesso unitario – fra il momento dinamico della dimensione politica (che oggi consiste nell’iniziativa del movimento operaio per enucleare il nuovo diritto positivo e quello statico, che oggi consiste nella conservazione, da parte della stessa classe operaia e delle sue espressioni organizzate, della democrazia giunta a forma statuale) vista come aspetto permanente, anche se non unico, della politicità(16).

Ma al raggiungimento della consapevolezza piena di una simile distinzione, e alla conseguente capacità di muoversi, in modo sino in fondo adeguato, secondo un tale decisivo criterio, si oppongono due ostacoli: l’uno connesso – come in parte abbiamo già visto – all’esperienza passata del movimento operaio, l’altro derivante dalla novità stessa del compito che la classe operaia deve assolvere nella seconda fase della sua rivoluzione. Infatti è anche troppo evidente, in primo luogo, che l’aver ieri sostanzialmente identificato – come appena si è detto – la democrazia con il medesimo assetto strutturale in cui la classe operaia avrebbe concluso la propria rivoluzione, non può non rendere difficoltosa, oggi, la piena conquista, a livello di teoria e di prassi, della distinzione tra “democrazia e socialismo”, e cioè, sviluppando questa formula in modo finalmente non ideologico, tra il mantenimento della compiuta correttezza del momento statico della politica e la rigorosa esplicazione del suo momento dinamico, o ancora, fra conservazione (della democrazia) e iniziativa (rivoluzionaria nella democrazia). E’ dunque del tutto chiaro che, fino a quando le cose rimarranno in questi termini, la condizione decisiva per procedere speditamente nella seconda fase non può ancora far parte, almeno in modo sufficiente, del patrimonio teorico del proletariato rivoluzionario. Il problema è reso ancora più arduo da ciò che costituisce appunto il secondo ostacolo, ossia dal fatto che la classe operaia, pur avendo sostanzialmente dato già vita al proprio Stato (e infatti a un primo sistema di potere che ha messo più o meno incisivamente in scacco il capitalismo nei “punti più alti”), ha però tuttora davanti a sé un compito rivoluzionario, che ovviamente non può più formulare in termini classici, e cioè come “conquista del potere”. Effettivamente, perciò, il proletariato si trova in una situazione assolutamente nuova, non riconducibile direttamente alle formule sperimentate della propria dottrina; e ciò per due ragioni: perché appunto il potere, in definitiva, è già nelle sue mani senza che questo abbia immediatamente condotto all’edificazione di una nuova struttura, e perché si tratta ormai di far funzionare tale potere, di farlo agire, senza cadere però in alcun modo esclusivistico di esercitare una simile gestione, ma anzi conservando la democrazia ed esaltandola come forma permanente dello Stato.

Soffermiamoci ulteriormente, allora, su questi due ultimi punti, onde cogliere sino in fondo la situazione peculiarissima in cui oggi versa il proletariato che affronta lo sviluppo della sua rivoluzione nei paesi a capitalismo maturo. Sul primo non è più necessario spendere troppe parole, poiché già ne abbiamo più volte e a lungo discorso. Si deve infatti “gestire il potere”, si deve far sì che si dispieghi il momento “dinamico” della politica, poiché è solo in tal modo che è dato di costruire un nuovo diritto positivo: quella nuova struttura, appunto, che è indispensabile a neutralizzare la tensione anarchica immanente alla democrazia (senza con ciò comprimere quest’ultima), ma che può assolvere a una tale funzione soltanto se non si costituisca semplicemente nei termini di quella sorta di barriera che è valsa e vale a proteggere determinate società dalla presa del capitalismo (come è potuto accadere nei “punti più bassi”), e si affermi invece come il superamento reale del capitalismo stesso. Ma – e veniamo così al secondo aspetto, più specificamente politico, di cui sin qui quasi nulla direttamente si è detto – perché mai è unicamente conservando ed esaltando la forma democratica dello Stato, che, nei paesi capitalisticamente avanzati, si può e si deve “gestire il potere”, ossia si può e si deve dar spazio e slancio al momento “dinamico”? Perché insomma – venendo in tal modo ad affrontar di petto il problema – non si può prendere nei “punti più alti” quella strada esclusivistica e autoritaria che è già stata percorsa (non senza indiscutibili successi e anche, come vedremo, con un valore indirettamente generale) in quelli “più bassi”?

La ragione ne è, ci sembra, sufficientemente chiara: una forma esclusivistica di gestione del potere (in cui appunto Stato e partito finiscono per coincidere), in tanto è storicamente accettabile – ossia, malgrado i suoi alti costi umani, è capace di suscitare, anche largamente, il consenso – in quanto (e solo in quanto) è necessaria a garantire e proteggere una struttura, un diritto positivo, che, essendo solo tali da escludere determinate società dal capitalismo e non anche da trascenderlo qualitativamente in modo definitivo, hanno secondo ogni evidenza bisogno, per reggere alla pressione economica dell’avversario(17), di una precisa carica di “violenza” politica e statuale. Ora, proprio perché le cose stanno in questi termini, ne discende che la “gestione del potere”, il dispiegarsi del momento “dinamico” possono realizzarsi, nei “punti più alti”, solo nel quadro democratico. Infatti, nei paesi a capitalismo maturo, della cui storia quest’ultimo costituisce, sul terreno economico, un culmine(18) (rappresentando appunto, e non a caso, la ragione stessa della loro superiorità economica su ogni altra parte della terra), il problema non è evidentemente solo quello di sottrarsi a esso – poiché appunto nessuno, per dir così, può sottrarsi a se medesimo -, bensì di “sopprimerlo” (nel senso hegeliano) in una struttura comprensivamente superiore. Ma allora, se dar vita a una struttura che invece sia semplicemente in grado di far uscire una parte dell’umanità associata dalla morsa del capitalismo, ma non da trascenderlo (quella struttura, precisamente, che pretende e comporta un potere autoritario), è evidentemente, nei “punti più alti”, una mera impossibilità e, sul piano della teoria, una contraddizione in termini, un’illogicità immediatamente percepibile, si fa anche chiaro che in essi la democrazia è, per così esprimerci, il sigillo che si sta veramente costruendo un diritto positivo pienamente superatore; proprio mentre quest’ultimo, nel suo progressivo formarsi, è garanzia della permanenza, fuori da ogni disgregazione anarchica, del quadro democratico.

A riprova di quanto fin qui si è detto, giova anche sottolineare che ove nei paesi capitalisticamente avanzati si procedesse nei modi in cui si è agito a livello dei “punti più bassi”, la questione nazionale si separerebbe da quella della trasformazione della società e anzi le si contrapporrebbe; sicché, su quest’ultimo terreno, lo sforzo rivoluzionario giungerebbe rapidamente a perdere adeguatezza di consensi. In effetti, quei paesi verrebbero meramente a rinunziare alla propria superiorità economica, e non a risolverla a vantaggio di tutti (dunque anche di se medesimi) in un generale salto qualitativo. Si può allora fare un’ultima – ma, riteniamo, cruciale – considerazione. E’ ben vero che perseguire, nei paesi capitalisticamente maturi, il completamento della rivoluzione proletaria (ossia l’affrontarne la “seconda fase”) secondo i modelli o anche, ecletticamente, secondo alcune delle categorie utilizzate nei “punti più bassi”(19), non potrebbe non condurre, in maniera inevitabile, a un fallimento e infatti, come si è visto, ci si proporrebbe un disegno immediatamente contraddittorio. Ma v’è da dire qualcosa di più. In realtà, un simile modo di procedere comporterebbe altresì la metodica e insuperabile vanificazione di quegli sforzi e conquiste, di quella resistenza, attraverso cui, nei “punti più bassi”, il proletariato ha contribuito e contribuisce in misura decisiva al processo mondiale di fuoruscita dal capitalismo, precisamente perché ne ha spezzato il generale dominio, pervenendo così a costituire e a mantenere le prime fondamentali basi materiali di quel complessivo processo.

In altre parole – e perciò si è dovuto parlare di vanificazione – questa sorta di “retroterra reale”, non trovando il suo naturale proseguimento, non potrebbe che rimanere arroccato su se stesso: lungi allora dall’esser ricompreso e liberato dai propri limiti attraverso il successo medesimo della rivoluzione mondiale, potrebbe soltanto cercar di continuare a sussistere, sotto la minaccia continua di un suo disgregarsi per la pressione capitalistica. Insomma, ove il proletariato non comprendesse e non affrontasse le novità della sua rivoluzione nei “punti più alti”; ove cioè non capisse quanto sia necessaria la distinzione, nell’unità, fra “democrazia e socialismo”, e non si ponesse quindi correttamente il problema della “seconda fase”, quello di “gestire il potere” (e di gestirlo nella democrazia), l’intiero corso rivoluzionario mondiale non solo risulterebbe, come oggi già in parte risulta, pericolosamente distorto, ma – poiché la “locale” rottura del ’17 non avrebbe trovato il suo corretto compimento su scala internazionale – rimarrebbe, alla fine, del tutto pregiudicato. Proprio la novità e la vastità di siffatte questioni possono – crediamo – risultare ragion sufficiente del ritardo politico che l’iniziativa operaia è tuttora costretta a scontare nei “punti più alti”, e cui del resto già abbiamo accennato parlando degli ostacoli che si oppongono a una sua sufficiente consapevolezza delle condizioni essenziali per una strategia rivoluzionaria effettivamente adeguata. E’ allora chiaro che è oggi aperta, per così dire, una sorta di rincorsa – dal cui esito non è retorico asserire che dipendono i destini del mondo – tra la capacità di colmare quel ritardo e un catastrofico precipitar della crisi.

In effetti, finché perduri una tale rincorsa fra i tempi in cui può consumarsi la definitiva disgregazione della democrazia e quelli della maturazione di un intervento politico positivo e finalmente risolutore da parte del proletariato, si apre per così esprimersi un vuoto, in cui le forze variamente legate alla vecchia struttura morente possono ricomporre un proprio articolato fronte unitario, e quindi sviluppare impetuosamente – come già in parte hanno sviluppato – una propria controffensiva. Certo, il fatto stesso che il proletariato abbia positivamente portato a termine la prima fase della sua rivoluzione nei “punti più alti”, e anzi cominci ad avvertire le strade e i modi per affrontare la seconda fase, consente che quel fronte venga di continuo destabilizzato al suo interno e che le sue singole forze tornino via via a trovare composizioni e alleanze con la classe operaia. Ma se il periodo che stiamo attraversando è dunque ancora fluido, e se in ogni caso va fatto ogni sforzo perché almeno rimanga tale il più a lungo possibile, sarebbe tuttavia un capitale errore illudersi di poter procedere all’indefinito in questo modo, e cioè senza saper riconoscere e quindi enucleare man mano, dai movimenti stessi di una società garantita dalle istituzioni di una democrazia dispiegata, le forme della nuova struttura e i processi per realizzarla. Soltanto così, infatti, si potranno trasformare positivamente quelle figure sociali e quelle forze che, allo stato delle cose, possono unicamente – e al massimo – oscillare tra alleanze non mai irreversibili e avversioni non mai definitivamente superate nei confronti del movimento operaio.

Va però detto, allora, che, proprio allo stato delle cose, le possibilità della controffensiva reazionaria rimangono quanto mai notevoli. Sarebbe cioè un capitale errore sottovalutarle per la considerazione che, essendosi ormai la democrazia dispiegata nella sua sostanziale pienezza, quella controffensiva non potrebbe non restare un fatto marginale ed episodico. In realtà – e le osservazioni svolte fin qui consentono di comprenderlo in maniera immediata – è precisamente l’ampiezza stessa del processo democratico, in quanto non ancora egemonicamente innervato, ad alimentare le possibilità e a definire i contenuti e le forme del tentativo reazionario. Siamo cioè di fronte all’eventualità di un singolare, paradossale rovesciamento dialettico. Quanto esiste, nella nostra società, di direttamente avverso all’ormai incipiente egemonia della classe operaia, o di insofferente rispetto a essa, può, a veder bene, utilizzare la più grande vittoria fino a oggi storicamente raggiunta dal proletariato occidentale, ossia la necessaria e feconda instaurazione di un pieno regime democratico, quale arma per sconfiggere e ricacciare indietro il proletariato stesso. Infatti, come abbiamo visto, la democrazia, ove non trovi riscontro in una nuova struttura, in un nuovo diritto positivo adeguati alla sua compiutezza (ove cioè non venga assunta dal movimento operaio come base e quadro della sua iniziativa rivoluzionaria per la trasformazione della società), è inevitabilmente destinata a decomporsi – come già sta cominciando ad accadere sotto i nostri occhi – in un tumultuoso e caotico democraticismo, che non può non esprimersi in spinte e controspinte corporative sempre più incomponibili.

Ora, un tale fenomeno, crescendo su se medesimo, e minacciando quindi in modo via via più diretto una finale disgregazione della stessa convivenza sociale, apre fatalmente la strada a un duro intervento, che potrebbe essere soltanto reazionario, per il ripristino di un ordine qualsivoglia. Alimentare questo democraticismo, renderlo sempre più divaricante e dissolvitore, costituisce dunque il primo contenuto della controffensiva reazionaria, e comporta allora, quale suo strumento principe, l’incattivirsi delle tensioni corporative e cioè il loro politicizzarsi nelle manifestazioni più immediatamente dirompenti dell’estremismo(20), sino al coronarsi di quest’ultimo nella gelida logica delle manovre terroristiche. Certo, se tutto questo può dislocare profondamente lo Stato democratico, e quindi corrompere la massima conquista storica del proletariato occidentale, non basta davvero per dar luogo a un ordine che garantisca una ripresa, di sufficiente respiro, del vecchio diritto positivo. Per un obiettivo siffatto, sarebbe indubbiamente necessaria anche una modificazione profonda degli equilibri internazionali e un secco arretramento, quindi, delle posizioni dell’Unione Sovietica. La controffensiva reazionaria, in altri termini, non può non contemplare la prospettiva bellica e la rivincita di tutte quelle forze che s’incontrarono nel patto di Monaco e furono battute nella seconda guerra mondiale. Né invero può venir negato che esse rimangono ancora attivamente operanti in tutti i paesi dell’Europa occidentale, e specialmente in Germania.

Si ponga allora l’ipotesi che un ritrovato tecnologico, come ad esempio la bomba al neutrone, venga a pareggiare – sul terreno degli armamenti non implicanti l’universale catastrofe atomica – il potenziale bellico della NATO rispetto a quello del patto di Varsavia. In tal caso la guerra diverrebbe nuovamente possibile senza comportare la fine dell’umanità; la politica insomma – per riprendere Clausewitz – sarebbe in grado di proseguire con altri mezzi a su un diverso piano. Ma a questo punto, le forze della controffensiva reazionaria – le sole, precisamente, interessate a uno sbocco bellico – potrebbero scatenarsi. Ed esse giungerebbero quindi a sostanziare la loro politica di un progetto di restaurazione a lungo periodo, mutando finalmente la sempre incerta provvisorietà del loro ordine reazionario nell’agghiacciante e immobilistica ferocia della piena stabilizzazione antioperaia. Certo, la descrizione di una tale controffensiva consente immediatamente d’intender quanto essa sia, per le forze che la promuovono, ardua e difficile. Ed è dunque evidente che molte, e anzi più numerose, sono ancora le carte in mano di quanti vogliono difendere la democrazia e si sforzano perciò di contenere la dinamica corrompitrice del democraticismo. L’impegno allora su un tale terreno diviene oggi il compito primo della classe operaia, che in tal senso non può non vedere nell’estremismo il suo più diretto e pericoloso avversario. Ma la battaglia in difesa della democrazia correrebbe inevitabilmente il rischio di scadere e snervarsi nelle approssimazioni di retroguardia dell’opportunismo, ove non si avvertisse che non basta opporsi alla controffensiva reazionaria, ma – se non si vuol essere battuti nel lungo periodo – occorre svellerne le stesse radici. Studiare a fondo le possibilità, gli strumenti, le idee di questa controffensiva, diviene allora compito urgente, poiché oltretutto è certamente la strada per meglio individuare gli indispensabili antidoti, e dunque per riconoscere, per incrementare e per costruire le forme della nuova struttura, che pur già affiorano nel muoversi stesso della nostra società, ancora democraticamente garantita. E’ quanto ci proveremo a fare, per quel che possiamo, proseguendo questa ricerca.

N O T E

(1) E difatti, finché lo sviluppo della civiltà moderna ebbe luogo sulla base di una piena e indiscussa egemonia borghese, il rapporto fra capitalismo e democrazia, nella misura in cui esistette, si verificò sempre a svantaggio, e cioè a secca coartazione, della democrazia stessa. Per quanto riguarda le nazioni europee (e dunque prescindendo dal caso affatto peculiare della democrazia americana), basta solo pensare alle gravissime restrizioni al suffragio elettorale, che vennero via via superate – escludendo però ancora le donne – soltanto agli inizi di questo secolo, e dunque, non a caso, in coincidenza con una fase di impetuosa avanzata del movimento operaio, alla quale la borghesia, peraltro, non tardò a contrapporre la carta dell’avventura eversiva con la guerra delle “contraddizioni imperialistiche”. Notiamo anche che, in precedenza, l’espansione coloniale (con le connesse rivalità fra gli Stati europei più progrediti) aveva potuto giocare, appunto per tutta la seconda metà dell’Ottocento, un ruolo di diversione, in chiave di politica di potenza, nonché di contenimento e riassorbimento della spinta democratica delle masse. Soltanto dopo la lunga fase di convulsioni che – aperta dalla guerra delle “contraddizioni imperialistiche” – culminò nella sfida totale alla civiltà per opera dei fascismi, è stato possibile stabilire in Europa (per effetto di quella vera e propria rivoluzione che è stata la seconda guerra mondiale, e che tuttavia non ha potuto dare tutti i suoi frutti per il congelamento e il conseguente depotenziamento politico dell’assetto internazionale sancito a Yalta) il peculiare equilibrio tra capitalismo e democrazia che attualmente, per l’appunto, è entrato irreversibilmente in crisi. Certo, anche un equilibrio siffatto era “qualcosa di rivoluzionario”; ma nel senso – a veder bene – di una sorta di “rivoluzione passiva”; e ce lo dice il fatto che esso poteva sussistere solo in quanto protetto e puntellato da due decisivi fattori esterni (da un lato il finanziamento dello sviluppo europeo da parte dell’economia americana, dall’altro le inique ragioni di scambio dettate ai paesi produttori di materie prime) e da un ancor più decisivo fattore interno, il forte contenimento del costo del lavoro, reso possibile, oltreché dal freno che le vicende internazionali immediatamente successive alla fine della guerra avevano messo a una rapida avanzata del movimento operaio, dal fatto che, nel quadro di economie dissestate e contraddistinte dalla presenza di una massiccia “armata di riserva” , il proletariato rivoluzionario si faceva responsabilmente carico delle sorti della democrazia.
(2) Vediamo infatti che molti fra i diritti dei singoli e dei gruppi, garantiti dal quadro democratico, troppo spesso, non appena si abbia la forza di renderli realmente esigibili, tendono a trasformarsi in chiusi privilegi, ossia in corporative e squilibrate acquisizioni di rendita.
(3) Ci riferiamo ai tre “puntelli” di cui si fa cenno nella nota n. 1. Per una più distesa ed esauriente discussione su queste circostanze storiche, vedi, nel n. 46 di questa rivista, il saggio La proposta del “compromesso storico”, pp. 64 e segg.
(4) Per gli scopi di questo articolo il capitalismo può essere definito semplicemente come quel sistema la cui dimensione economica è caratterizzata dal fatto che il fine delle impres (la massimizzazione del reddito di impresa) diviene fine generale del sistema. Sarà facile riconoscere negli elementi di crisi del capitalismo descritti nelle pagine seguenti, fenomeni caratteristici del capitalismo italiano. Vogliamo però osservare che questa circostanza non riduce, al contrario di quanto si potrebbe pensare, il grado di generalità dell’analisi. Ci sembra infatti che dal punto di vista dello sviluppo della democrazia, e ancor più da quello della capacità di sopportare un tale sviluppo da parte delle strutture economiche capitalistiche, l’esperienza italiana è nettamente all’avanguardia. Quello italiano, insomma, non è un caso particolare ma un esempio. Come l’Inghilterra dei tempi di Marx e gli Stati Uniti analizzati da Sweezy, anche l’Italia degli anni ’70 può ripetere, rivolgendosi alle altre nazioni, l’antico adagio: “de te fabula narratur”.
(5) Ciò non vuol dire che, nel processo reale della vita democratica, non si dia garanzia di esigenze e di diritti specificamente connessi a questa o quella figura sociale. E in effetti, nel quadro democratico, l’operaio – per fare questo esempio – può affermare con forza i suoi specifici diritti (attraverso il sindacato), e si tratta appunto di diritti il cui titolo è connesso alla figura sociale dell’operaio medesimo. Tuttavia ciò è possibile all’operaio, nel modo tendenzialmente illimitato in cui (salvo l’esplodere della contraddizione rispetto alla struttura sociale data) è praticabile entro la dimensione democratica, in quanto egli è innanzitutto garantito come singolo e quindi – secondo quanto si precisa appunto subito appresso nel testo – come cittadino.
(6) Usiamo questo termine in senso marxiano: in quanto cioè il privato è figura sociale, e insomma momento distinto della divisione del lavoro.
(7) E’ bene sottolineare che, in effetti, la soggettività dei singoli, se fosse vissuta non come espressione di libertà assolutamente incondizionata, ma come manifestazione di distinti “carismi” o vocazioni, lungi dal venirne negativamente delimitata, verrebbe omogeneamente a incarnarsi in figure sociali determinate, le quali ovviamente, a loro volta, non sarebbero figure di alienazione.
(8) Parlando di “verità interne” al diritto naturale, intendiamo precisamente questo: che, nell’affermare i diritti dell’uomo entro un concetto assoluto (e quindi erroneo) di libertà e di eguaglianza, il diritto naturale – sia pure nel ruolo di necessità “disarmato” che è sempre stato il suo – è tuttavia venuto storicamente a difendere, contro diritti positivi e figure sociali di alienazione, quanto meno la tensione rivoluzionaria a uno status non alienato dell’uomo. Ma allora, in breve, le “verità interne” del diritto naturale non possono essere attuate che da un diritto positivo metodicamente sottratto al rischio del suo alienarsi.
(9) Ora, proprio rifacendosi agli esempi della rivoluzione sovietica e di quella cinese, da noi appena richiamati, potrebbe nascere un dubbio circa la nostra ultima affermazione. In quei casi, infatti, il proletariato – piuttosto che aprire il processo di fondazione di un corretto diritto positivo, omogeneo alla democrazia – si è limitato a “utilizzare” una forte spinta democratica per distruggere una struttura di alienazione; tuttavia, nel fondare a sua volta una struttura, risulta che anch’esso ha tuttora prodotto forme di contenimento e di compressione della democrazia. Ma a questo proposito si deve osservare che, per tutta una serie di complesse ragioni (riconducibili in ultima istanza ai massimi nodi teoretici del marxismo), non solo si è potuto, appunto attraverso la rivoluzione sovietica e quella cinese, rompere la vecchia struttura, il “vecchio sistema”, unicamente nei suoi “punti più bassi” (o addirittura ai suoi margini), ma, proprio per ciò, non in forme tali da avere una diretta significanza mondiale. In altri termini, il proletariato non è ancora riuscito a trascendere l’essenza stessa del capitalismo; è solo riuscito a sottrarre a esso alcune parti, sia pur vaste, della società mondiale, che dal capitalismo, quindi, risultano semplicemente separate; e una siffatta situazione di separatezza comporta in primo luogo un problema di difesa e di automantenimento, da cui nasce, per inevitabile corollario, un problema di contrazione della democrazia rispetto ai suoi connotati propriamente liberali. E’ ovvio allora che si presenta in forme del tutto diverse il nodo della rivoluzione proletaria nei “punti più alti”, dove senza dubbio la classe operaia può e deve utilizzare la democrazia per liquidare il capitalismo, ma allora non può pensare di sostituirlo semplicemente con una struttura che garantisca la permanenza della separazione da esso. E infatti – come è anche troppo chiaro – la rivoluzione proletaria, una volta raggiunto il successo nei “punti più alti”, non ha più di fronte a sé alcun residuale capitalismo cui sottrarsi e da cui difendersi. Certo, poiché - per dirla con Lenin – anche nei “punti più alti” il capitalismo ha uno “sviluppo ineguale”, può sempre sorgere la mistificante tentazione, nel proletariato di un paese relativamente meno maturo rispetto allo Stato capitalistico guida, che sia possibile sottrarsi all’egemonia di quest’ultimo mutuando modi e forme della rivoluzione dei “punti più bassi”; ma in tal caso si ricadrebbe appunto a questo livello, con costi insopportabili per l’insieme del paese, con il fallimento quindi della rivoluzione in esso localizzata e con la distorsione del generale processo rivoluzionario, poiché in un suo punto si qualificherebbe in modo seccamente negativo. La rivoluzione proletaria, pertanto, deve nei “punti più alti” trascendere sino in fondo il capitalismo, e dunque, liquidandolo, dar luogo contemporaneamente a una struttura, a un diritto positivo, capace di innervare la democrazia eliminandone metodicamente il solo aspetto anarchico: senza, cioè, comprimerla e amputarla. In tale prospettiva, la democrazia viene allora a configurarsi come lo stimolo continuo perché il nuovo diritto positivo non si cristallizzi e non divenga perciò, a sua volta, diritto positivo di alienazione.
(10) E infatti, non a caso, il capitalismo è il solo assetto dell’umanità associata in cui il contrasto tra le forze sociali si pone in termini dialettici; sicché esso è contraddistinto da una massima possibilità oggettiva di far coincidere la sua fine con il suo superamento rivoluzionario, e non con la catastrofe di tutte le realtà sociali in lotta.
(11) Diciamo sostanzialmente, perché il realizzarsi storico della pienezza della democrazia pura coinciderebbe, sempre storicamente, con la completa disgregazione anarchica di ogni tessuto sociale, ma dunque con una situazione priva di senso umano e quindi catastrofica.
(12) Il ritenere, dunque, che esista una via puramente democratica alla fuoruscita dal capitalismo, e che quindi la democrazia non abbia da misurarsi con alcuna sua insufficienza interna e possa da sola trionfare della profonda crisi sociale in cui ci troviamo, implica una concezione precisa dell’essere umano, che ne escluda in linea di principio, o ne consideri alienata e contraddittoria, la determinazione, ossia la base stessa di qualsivoglia struttura. Parlare di ciò, evidentemente, porta a fare i conti con un grosso nodo problematico del marxismo, e cioè con la fondazione non ancora piena, in esso, della storicità dell’essere umano. Una simile fondazione, infatti, non può essere piena finché l’istanza fontale del diritto naturale – che vede l’essere umano come illimitata libertà in atto venga comunque ripresentata: finché, insomma, il proletariato – lungi dal proporsi di far incarnare, sia pure nel nuovo modo marxiano, una tale istanza – non si trovi invece in grado di perseguire sino in fondo e senza residue incertezze l’obiettivo di porre le basi di un diritto positivo metodicamente sottraibile al rischio del suo alienarsi, in conseguenza appunto di un’antropologia per cui l’essere umano venga alfine correttamente concepito con l’indefinito e indefinibile espandersi di un limite.
13) Non è questa la sede per provarci a dare delle indicazioni sulle grandi linee secondo cui dovrebbe essere avviato il processo di costruzione di tale struttura. Da alcuni anni, del resto, questa rivista sta conducendo – tra ripensamenti e autocritiche – uno sforzo in tal senso. Si vedano principalmente i seguenti saggi: Per uscire dalla crisi economica: una qualificata politica di riforme (n. 33-34, maggio 1972), Il nodo al pettine: i “germi di comunismo” (n. 43, primavera 1975), Il ruolo del consumatore collettivo (n. 46, inverno 1975-76), Occupazione, impresa, mobilità del lavoro (n. 50, marzo 1977), Le proposte sulla mobilità e la disoccupazione (n. 53, inverno 1977-78).
(14) Non senza ragione, del resto, l’erroneità di questa posizione è restata a lungo senza effetti negativi sulla politica del movimento operaio. Durante tutta la fase di cui si discorre, la sostanziale identificazione di “democrazia e socialismo” ha esplicato in effetti una sua verità interna: ha fornito una linea di resistenza teorica rispetto alle tentazioni estremistiche (il cui dispiegarsi sarebbe stato fatale per il movimento operaio) e ha reso più forte il proletariato nel compimento di quello che era allora il suo compito primario, cioè la lotta per la democrazia.
(15) Infatti, se così lo si accettasse, lo si fisserebbe nella sua “lettera”, ossia nelle formule datate in cui appunto non ha potuto non esprimersi in un’epoca determinata. E allora l’errore, perdendo ogni sua verità interna, verrebbe a corrodere completamente la validità del “togliattismo”.
(16) Questa duplice necessità cui deve far fronte il movimento operaio, è stata espressa all’on.le Berlinguer nella formula per cui il Partito comunista italiano è a un tempo “conservatore e rivoluzionario”.
(17) Potrebbe essere rilevata un’apparente contraddizione tra quanto abbiamo appena detto (che cioè le società fondate sulla struttura del cosiddetto “socialismo reale” abbiano da proteggersi rispetto a una pressione economica da parte del capitalismo), e la tesi, da cui abbiamo preso le mosse in questo saggio, secondo la quale il capitalismo è entrato in una crisi irreversibile. Ora, però, noi abbiamo sostenuto (e cercato di dimostrare) che il capitalismo è entrato in una crisi siffatta non essenzialmente in ragione delle proprie contraddizioni interne, ma in quanto, costituendo insieme con la democrazia uno dei termini del rapporto che fonda e definisce l’assetto opulento, è stato, dall’impetuoso sviluppo della democrazia stessa, messo alle corde. Ma ciò allora non esclude – come abbiamo già argomentato – che l’un termine (il capitalismo) possa riprendersi a spese dell’altro, e dunque a spese della democrazia, entro cui è contenuta la ragione reale della sua propria crisi: l’avanzata della classe operaia. In effetti, la democrazia, che – come pure abbiamo visto – si trova anch’essa in una crisi gravissima, può essere compressa in Occidente; la classe operaia occidentale, cioè, può essere ricacciata indietro. Solo che – ecco il punto – tra le condizioni di un simile arretramento, sta la possibilità che quelle parti del mondo, le quali si sono sottratte al capitalismo e si gestiscono secondo i primordiali interessi della classe operaia, cedano sul piano della loro resistenza in chiave autoritaria, si aprano così alla concorrenza capitalistica, e, disgregandosi perciò stesso nelle loro strutture, cessino di esercitare quell’opera politica di pressione e di riequilibrio internazionale, che è appunto garantita dalla loro attiva presenza nel mondo. In conclusione, la crisi irreversibile del capitalismo dipende da due grandi fenomeni: dinamicamente e decisivamente, dall’avanzata, in democrazia, della classe operaia occidentale; staticamente, ma quale essenziale supporto, dalla resistenza, nell’autoritarismo, della classe operaia orientale. Pertanto il capitalismo può risolvere la sua crisi sia comprimendo la democrazia (e l’avanzata della classe operaia occidentale), sia rompendo la “protezione” autoritaria e disgregando le faticose società dell’Oriente. Ma ci sembra di aver potuto stabilire in questa nota – e del resto cercheremo di dimostrarlo meglio in seguito – come le due condizioni di una possibile ripresa del capitalismo siano in stretta correlazione tra loro, sicché l’una finirebbe inevitabilmente per trascinare con sé l’altra, e viceversa.
(18) Che quindi può solo essere trasceso, e non semplicemente negato.
(19) Si veda ad esempio come, per tentar di sopperire alle indubbie insufficienze del mercato capitalistico, ancora ci si illuda di potere e dover ricorrere a forme di dirigismo, che evidentemente discendono dal modello pianificatorio cui ci si è affidati nei “punti più bassi” per sottrarsi al capitalismo stesso, e che invece, nei “punti più alti”, coesistendo – per così esprimersi – coi meccanismi capitalistici, non fanno che appesantirne l’andamento.
(20) Basti pensare, per rendersi conto di questo passaggio dal sociale” al “politico”, a un tipico slogan del cosiddetto “movimento” – “più salario e meno orario” – in cui evidentmente si abbandona il terreno della mera rivendicazione di categoria, per affermare un assetto sociale oggi storicamente impossibile, e dunque si giunge, consapevolmente o meno, a un esito anarchico.

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