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Introduzione...

Nato nel 1949 a Ovalle (Cile), Luis Sepùlveda ha avuto – come è noto – una vita molto movimentata, non solo per spostamenti geografici (Valparaiso, Mosca, Bolivia, di nuovo Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Equador, Amazzonia, Nicaragua, Patagonia, Amburgo) ma anche per interessi e attività: dalla militanza politica alla letteratura, dal teatro al cinema, dalla guerriglia in Nicaragua alle prigioni di Pinochet alle navi di “Greenpeace”. Insomma uno di quei personaggi estremamente vitali, avventurosi, ribelli, insofferenti dell’ingiustizia, combattenti per il riscatto dell’uomo, espressi dall’America Latina alla stregua di tanti altri, da Garibaldi a Che Guevara. Riportiamo la relazione da lui svolta al “Primo Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della Natura. Responsabilità dei giornalisti” (Rapolano Terme, ottobre 2003). La relazione – che appare trascritta, a cura dell’associazione culturale “Greenaccord”, immediatamente come fu registrata – s’intitola “La responsabilità dell’uomo scrittore”. Scrittore, dunque, innanzitutto come e perché uomo: teso perciò – come si legge qui nelle ultime righe – a «levare molto in alto la bandiera della vita», volendo «vivere in piedi» e vaticinare «un futuro di uomini e di donne in piedi». Tra i racconti di Sepùlveda tradotti in italiano, la “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Ci sia permesso di notare che proprio questo racconto ha suggerito il logo e il nome della “Gabbianella” al Coordinamento di associazioni che si dedicano ad adozioni a distanza e progetti di sviluppo nelle regioni più disgraziate del pianeta. Tra di esse la ONLUS “A,B,C, solidarietà e pace”, per la quale il curatore di questo sito web si onora di lavorare.

LA RESPONSABILITA’ DELL’UOMO SCRITTORE

Noi scrittori siamo soliti riferirci agli avvenimenti del mondo e della società non dalla prospettiva dello studioso ma dalla prospettiva dell’azione. In un certo senso, tutte le nostre riflessioni si trasformano in azioni attraverso i nostri personaggi. Esse però si trasformano in azioni anche quando comprendiamo che al di sopra della nostra responsabilità di scrittori, al di sopra della nostra responsabilità come intellettuali, esiste prima di tutto una responsabilità in quanto uomini, in quanto esseri umani, in quanto parte della società civile, in quanto parte della società in generale. In questo senso, il mio legame con l’ambientalismo, con l’ecologia, anche se preferisco chiamarlo legame con alcune questioni che sono essenziali per la sopravvivenza della specie umana e della vita, provengono da una riflessione molto semplice, da una riflessione che non rivela alcuna saggezza esemplare, se non il fatto di essre stato semplicemente un ascoltatore molto attento alle esperienze e alle opinioni di persone più grandi e che avevano un rapporto molto sano con la vita. Molto tempo fa, quando vivevo con i “Suar” nella foresta amazzonica, ebbi la meravigliosa opportunità di condividere sette anni con quella gente straordinaria. Uno di loro mi insegnò un verità fondamentale e cioè che la vita è tremendamente fragile, che non c’è niente di più fragile della vita umana e che questo compendio di fragilità trasforma quindi l’esistenza in una bellissima sfida e che si tratta di arrivare fino alla fine di quella sfida senza però alterare la fragilità della vita; in altre parole, non viviamo per essere più forti ma per imparare a convivere con quella fragilità.. Allo stesso modo mi spiegava l’enorme fragilità di ciò che lo circondava. La foresta amazzonica è apparentemente molto forte, apparentemente invincibile, apparentemente illimitata, apparentemente eterna, ma la verità è che la sua sopravvivenza si regge su una fragilità enorme ed è proprio questa fragilità che rende possibile l’enorme biodiversità che permette la vita, sebbene fragile.

Dopo aver compreso ciò che era tanto semplice, tanto radicato in un uomo di un’altra cultura, di un’altra esperienza, che per sopravvivere si relazionava in modo diverso con il giornaliero, con il quotidiano, mi permisi di aggiungere che se si accettava quella enorme fragilità della vita, si accettava anche di parlare della bellezza di quella stessa vita, pur comprendendo la sua fragilità e mi assunsi la missione di dire: «Se noi che siamo parte della vita veniamo al mondo, l’unica cosa che possiamo fare è lasciare questo mondo alle future generazioni nello stesso stato in cui lo abbiamo trovato e magari migliorato». Lasciarlo nello stesso stato in cui lo abbiamo trovato comporta un atteggiamento conformista molto legittimo, mentre cercare di trasmetterlo in uno stato migliore di come lo abbiamo trovato genera a mio modo di vedere un atteggiamento rivoluzionario: è il desiderio di cambiare qualcosa per migliorarla. Giunto a queste modeste conclusioni, cominciai ad analizzare ciò che facevo in quanto scrittore, in quanto intellettuale, e la verità era che la mia partecipazione attraverso la parola scritta, ora come novellista, ora come giornalista, non finiva col soddisfarmi. Mi mancava qualcosa.

Capivo che lo sforzo non si completava, che esso non corrispondeva alle mie intenzioni ma si fermava un po’ più indietro e le mie intenzioni andavano sempre molto oltre ciò che conseguivo attraverso le diverse pubblicazioni, i libri o i mezzi di stampa. Arrivò un momento in cui sia il desiderio di andare oltre, sia la mia responsabilità come scrittore o come intellettuale – parola, questa, con la quale comunque non simpatizzo molto – mi spinsero a unirmi all’azione costante e condivisi molti anni come membro dell’equipaggio delle navi di Greenpeace e da lì ancora oltre. Era come dire: «voglio sperimentare sulla mia pelle cosa significa prendere parte alla vita, trasformare, fare della vita una enorme bandiera»; e la verità è che l’unica volta che ho sentito un’emozione di fronte a una bandiera non è stato di fronte alla bandiera di nessun paese, ma di fronte alla bandiera col simbolo dell’arcobaleno, perché era veramente bello ascoltare il suono di quella bandiera al vento, vederla sventolare ad esempio a Yokohama mentre bloccava l’uscita della flotta baleniera giapponese; era molto emozionante vedere sulle nostre lance “Oyax” la bandiera dell’arcobaleno al vento mentre circondavamo una serie di barche di fronte a Jalifax per impedire che si bruciassero rifiuti tossici nel golfo di Vizcaya o quando impedivamo l’entrata dei residui nucleari in un qualche fiume dell’Europa dell’Est; era molto emozionante vedere quindi che quell’emblema della vita simboleggiava molto più che un semplice pezzo di stoffa colorata.

Era una scommessa molto rischiosa e sentivo che mi stava affidando anche quegli elementi che, più tardi, sarebbero diventati nuovi articoli di stampa e che questa volta, diversamente dalle altre, erano avallati da qualcosa ovvero dall’esperienza personale di aver condiviso ore molto dure in difesa di quella teoria che mi avrebbe permesso di affermare di credere che i miei figli vivranno in un mondo uguale a quello che io ho trovato o migliore, o molto migliore. Evidentemente gli articoli, la parola scritta moltiplicano col tempo il loro effetto e in qualche modo lo scrittore, il giornalista, l’intellettuale si trasformano necessariamente in portavoce della gente, sia perché essi stanno articolando le loro preoccupazioni da diverse parti del mondo, sia perché molte persone non hanno la stessa capacità di formulare con coerenza le proprie preoccupazioni e denunce. Pertanto lo scrittore, il giornalista, l’intellettuale si trasformano in portavoce, ma non in un portavoce etico, piuttosto in un portavoce caricato di una tremenda forza etica, perché se c’è qualcosa che essi non accettano assolutamente è il trattamento superficiale, il trattamento scandalistico. Non accettano cioè la sottomissione alla pseudo cultura della spettacolarità, alla quale cercano di abituarci oggi i mass media che sono nelle mani di pochissimi. Se c’è qualcosa che non ammette tutto questo, è il nostro accostamento ai problemi che affliggono, sembra, tutto il pianeta. Il tema è molto serio: come si può esemplificarlo tramite lo spettacolare? Il tema è troppo grave: come si può impoverirlo con una prestazione mediatica, nella quale è il tracciato di stampa ciò che realmente interessa, mentre il messaggio non ha la minima importanza?

Torno così all’inizio di questa conversazione: noi scrittori preferiamo raccontare le cose dal punto di vista della letteratura, perché essa ci consente di avvicinarci in modo del tutto particolare ai problemi che affrontiamo. Permettetemi di raccontare una piccola storia che, in questo senso, è emblematica. Dalla fine del mondo, dalla regione più australe della terra, dalla lontana Patagonia, mi arrivò una chiamata di SOS, di soccorso e mi sono documentato su ciò che stava succedendo. Cominciai a studiare quella regione, anche se è una regione che io già conoscevo molto. Feci tuttavia un ripasso di ciò che era quella regione e appresi che in una parte di essa - che per dimensioni è due volte l’Europa centrale e che possiede alcune caratteristiche molto speciali, ad esempio è la regione meno inquinata del pianeta, è la regione con la migliore salubrità dell’aria, possiede la terza riserva di acqua potabile del pianeta, vitale per la pesca – gli abitanti avevano sviluppato, in un modo molto coerente e molto responsabile, la seconda produzione mondiale del salmone; questo è, di fatto, uno dei pochi luoghi del pianeta in cui vanno ad accoppiarsi gli ultimi grandi cetacei. Inoltre è una regione abitata da 40-45.000 persone, che hanno avuto il coraggio di sviluppare un’eco-idea che, giustamente, chiamiamo un modello di economia che “si sostiene” ed “è sostenibile”. La chiamata di soccorso era dovuta al fatto che in quella regione si pensava di installare un complesso di tre centrali idroelettriche che avrebbero tagliato, mozzato violentemente l’accesso di tre fiumi al fiordo più grande del continente sud-americano. Queste tre centrali idroelettriche avrebbero prodotto energia sufficiente per una città delle dimensioni di Parigi.

Lì vivono solo 44.000 persone. Dunque ci furono le prime indagini per sapere cosa si sarebbe fatto con l’energia restante. Fu molto difficile rompere il guscio della disinformazione, fu complicato rompere questa segreta maschera di disinformazione costante per scoprire, alla fine, che dietro a tutto questo c’era un progetto di installazione di una fabbrica di alluminio. Il Cile non è un paese produttore di bauxite e per questo l’alluminio deve prenderlo da altri luoghi e ciò avrebbe richiesto la costruzione di un porto. Tuttavia, nonostante tutto questo, sarebbe ancora rimasta metà dell’energia e costò ancora di più rompere quel guscio di disinformazione per scoprire che essa sarebbe servita ad alimentare una centrale di smaltimento di residui nucleari alla frontiera tra Cile e Argentina. Naturalmente non potevamo fermarci alla pura denuncia, perché nonostante avessimo raccolto, con il gruppo che chiese la mia collaborazione, elementi abbastanza seri e credibili in merito a ciò che stava dietro a tutto questo, questi stessi elementi non avrebbero mantenuto l’attenzione del mondo per più di ventiquattr’ore. Sembrava cioè evidente che il peso economico di quella impresa, che mirava a costruire le centrali idroelettriche, la fabbrica di alluminio e la centrale di smaltimento di residui nucleari, avrebbe zittito le nostre voci dopo appena 24 ore.

Quindi io, come invitato, e quel gruppo di persone ci chiedemmo il da farsi, realizzando alla fine che la cosa primaria era conoscere meglio, noi per primi, la grandezza di quel problema per poi confrontarlo con le conoscenze di tutti quelli che avevano la medesima preoccupazione ed era, questo, un gruppo molto grande: dei 44.000 abitanti più della metà, infatti, avevano piena coscienza del problema. Occorreva dunque vedere se da quella coscienza collettiva si poteva tirar fuori un piano d’azione. Cominciammo intanto a preoccuparci di conoscere chi erano gli impresari che stavano dietro quel piano, che per il governo cileno significava un investimento enorme: 2700 milioni di dollari che, per un paese ad economia emergente come quella cilena, è un capitale enorme, è troppo denaro. Dopo aver rotto una maschera di silenzio, una cascata di silenzio imposto, e grazie all’appoggio di quella formidabile rete mondiale che già sta funzionando, che è la rete degli ecologisti, degli ambientalisti, della gente che è preoccupata per questo tipo di problemi, apprendemmo che l’impresa responsabile di certe iniziative aveva tutto un prontuario di delitti contro l’ambiente. Era un’impresa con domicilio postale in Canada e quello fiscale nelle isole Kaiman, chiamata “Noranda”, che aveva il divieto assoluto di lavorare negli Stati Uniti, in Canada e in Australia perché in questi tre paesi aveva in corso processi per crimini contro l’ambiente. E allora ci chiedemmo: «Perché dunque questa impresa può lavorare tranquillamente nella Patagonia, in Cile e in Argentina?».

Giungemmo cioè a una delle caratteristiche del nostro tempo: una visione perversa dell’economia e dello sviluppo, che si esprime in quello che io definisco la massima perversione del capitalismo, cioè l’economia neo-liberale del mercato, che permette di collocare la società, le basi e il tetto della società, in termini metafisici, ovvero vita e morte, presente e passato, e di collocarlo come un altro fattore di mercato, come qualcosa che si compra e si vende. Questa visione perversa dell’economia, che dimentica evidentemente il fattore umano, per la quale anzi il fattore umano semplicemente non esiste, ha progettato una serie di meccanismi che per i paesi sottosviluppati apparentemente sono una grande tentazione: le compagnie possono investire senza fare studi sull’impatto ambientale, gli studi sull’impatto ambientale non sono cioè obbligatori, sono appena suggeriti, appena consigliati. Prendiamo il caso di un progetto come quello delle tre centrali idroelettriche, della fabbrica di alluminio, del porto e della centrale di smaltimento dei residui nucleari: aveva uno studio sull’impatto ambientale di due pagine e mezza.

Era l’affermazione, da parte dell’impresa, che tutto quello che si sarebbe fatto sarebbe stato lontano dal creare un danno ambientale, al contrario avrebbe migliorato la vita della regione, delle persone, ecc. Cominciammo a scoprire un’altra serie di cose che avevano a che vedere con quello che volevamo fare per affrontare tutto ciò. Scoprimmo ad esempio che in virtù di questa perversione dell’economia, la proprietà dell’acqua si è trasformata in una questione strategica. Un grande problema dell’umanità sappiamo che, a medio termine, sarà l’acqua. Essa talvolta arriva ad avere la stessa importanza che oggi hanno le fonti di energia come il petrolio e già si è iniziato a spartirsi la proprietà dell’acqua. Come? Generando leggi e norme su di essa in tutti quei paesi meno sviluppati, che permettono alle grandi imprese del primo mondo di trasformarsi in proprietari definitivi, e a vita, dell’acqua.

Nel caso di paesi che hanno la terza e più riserva di acqua potabile del mondo, che sono Cile e Argentina, sono multinazionali le proprietarie di quasi tutti i laghi, i fiumi, della riserva d’acqua, cioè, che appartiene al pianeta, che è proprietà planetaria, che è proprietà dell’umanità, e questo è stato ottenuto con la complicità evidente dei politici, attraverso la corruzione locale, ma più di tutto ciò obbedisce a un piano che relega gli interessi umani al secondo e terzo piano o semplicemente li dimentica. Bene, continuiamo con la catena dei fatti che andammo scoprendo e che ci permisero di agire. La cosa più bella era talvolta la decisione della gente, degli abitanti del posto che avevano progettato uno sviluppo che definivano semplicemente “che si sostiene” ma che, dopo la discussione, arrivammo a definire “sostenibile” ed era sostenibile anche a lungo termine.

Uno sviluppo basato giustamente sul recupero in quel territorio enorme di ciò che era andato perduto, sulla conservazione di ciò che esso possedeva e sulla produzione per moltiplicare certe ricchezze naturali pensando al futuro. E’ una delle poche regioni del mondo che esporta per esempio cibi sani, carne senza gli additivi a cui la grande industria ci ha abituati, carne senza ormoni e senza eccessivi antibiotici, mucche che non sono pazze, qualche verdura e soprattutto la grande ricchezza della pesca e dei frutti di mare. Faceva tutto parte di un criterio molto bello e quando lo confrontavamo con le altre regioni del mondo, anche alcuni economisti, che cominciavano a preoccuparsi del problema, videro che quella gente, tanto lontana, tanto isolata dal resto del mondo, aveva scoperto un modello abbastanza efficace di sostenere la propria economia. A quel punto avevamo raccolto una serie di informazioni e ci chiedemmo: «Che facciamo?». Io non sapevo se scrivere un libro o una serie di articoli e mi resi conto che, data l’epoca in cui stiamo vivendo, la cosa migliore che potevamo fare era raggiungere la maggior quantità di gente possibile attraverso l’immagine. Decisi pertanto di fare un documentario. Grazie alla collaborazione di un amico italiano raccogliemmo il denaro necessario per farlo e partimmo, ma quando arrivammo alla capitale del Cile, a Santiago, non avevo chiaro che cosa sarebbe stato questo documentario e come lo avrei fatto. Avevo chiaro che c’era molta gente che avrebbe collaborato con me, però non avevo per niente chiaro quale sarebbe stata la prima parola, perché è molto difficile preparare in termini coerenti una denuncia.

Si racconta che quando Emilio Zola scrisse “J’accuse”, la cosa più difficile fu per lui dare un titolo a quell’articolo e optò alla fine per quel “J’accuse” che era chiaro, inconfutabile, inattaccabile. Nelle favole antiche si dice sempre che per comprendere il bene devi anche comprendere le ragioni del mostro. Decisi allora di parlare innanzitutto con la persona che simboleggiava la parte più mostruosa del progetto: il gran ministro dell’economia del governo cileno. Il ministro dell’economia per fortuna era un mio conoscente, ci conoscevamo da quando eravamo bambini. Per qualche strana ragione della vita, esistono cambiamenti generazionali per cui molti di quelli che giocavano a calcio insieme o condividevano le prime fidanzate, ora uno è presidente, altri sono ministri, altri ancora sono scrittori. Alcuni di noi hanno conservato un’attitudine molto onesta di fronte al mondo e si sono mantenuti al margine. A quell’uomo, che si chiamava Sergio Rodriguez, dissi: «Esiste una regione al Sud del mondo, che è la più incontaminata, che possiede la terza riserva d’acqua del pianeta e che ha il banco di deposizione, di procreazione del merluzzo più importante del mondo, che è l’ultimo luogo dove si vanno a riprodurre i grandi cetacei, che è la seconda produttrice mondiale di salmone e che ha una serie di attributi e bellezze e valori enormi, e lì si pensa di installare una fabbrica di alluminio, tre centrali idroelettriche, una centrale di smaltimento di residui nucleari, ad opera di un’impresa che ha il suo domicilio postale in Canada e il suo domicilio fiscale nelle isole Kaiman e che per di più ha una fedina penale temibile: non possono lavorare in Canada, Stati Uniti e Australia perché lì hanno dei processi pendenti per crimini contro l’ambiente.

Che mi dici tu?» Il ministro ci pensò mezzo minuto e disse: «tu hai ragione, è così, ma l’economia possiede leggi proprie e le leggi dell’economia stanno in chiaro contrasto col tuo concetto di etica della società e per di più l’etica non è redditizia. Inoltre il tuo concetto etico è francamente sovversivo, e da ultimo: a che serve mantenere quella regione, con tutto quello che tu hai precisato, se lì non vive nessuno?». Io insistetti e gli dissi: «Scusa, lì vivono 44.000 persone». Mi disse: «Questo, in confronto con 2700 milioni di dollari, è meno di niente, di nessuno». Io gli dissi: «Posso chiederti di ripetere tutto quello che hai detto, però questa volta di fronte a una telecamera?» E lui rispose di si. Ponemmo di fronte a lui una telecamera e il ministro ripetè le stesse parole. Io gli dissi: «Va bene, grazie, ora me ne vado a fare un documentario». E me ne andai in Patagonia con la mia meravigliosa equipe di riprese, nei bar, nelle scuole, nelle case, nelle piazze. Accendevamo un televisore, collocavamo la videocassetta e dicevamo: «Guarda, il ministro dell’economia dice questo, qual è la tua opinione?». Le prime risposte erano destinate alla madre del ministro, che diventò molto popolare, dopo arrivava la riflessione ed era qualcosa di molto speciale, di molto bello: era gente che stava esercitando la sua libertà di espressione, stava sviluppando un progetto, oltre che di un futuro, di una società.

Quando tornai con tutto quel materiale, mi chiesi: «Ora, come lo elaboro? Come lo elaboro dal punto di vista della coerenza informativa ma anche della responsabilità etica? Perché cadere nella spettacolarità pura e semplice, vale a dire limitarsi a mostrare il discorso del ministro cileno dell’economia e la gente mentre ridicolizza il discorso del ministro dell’economia?». Ciò evidentemente avrebbe distrutto le intenzioni del lavoro. Tornai alla letteratura, cominciai a cavillare, a riflettere, cominciai a pensare a uno degli scrittori che amo di più, Salgari, perché fu lo scrittore della mia gioventù, e ricordai qualcosa. Ricordai che come preambolo a una delle avventure di Sandokan, la Tigre della Malesia, Salgari raccontava una cosa molto breve: diceva che, stando alla storia o a quello che egli conosceva della storia, e che più tardi gli permise di sviluppare il personaggio di Sandokan, un giorno Kan, re di Montpracem, fu invitato in Inghilterra per conoscere il paese, e ci andò con suo figlio, convinto della grande generosità degli inglesi. In realtà quello che c’era sotto era che volevano allontanarlo dall’isola di Montpracem, tenerlo prigioniero, obbligarlo ad abdicare e a fare di Montpracem un protettorato inglese per dominare militarmente e politicamente la regione nel secolo diciottesimo. Egli visse a Londra e il suo figlio Sando, uscendo di casa, conobbe l’altra realtà di Londra. Fu pieno di orrore nel vedere che quelli che erano stati tanto gentili, tanto generosi, tanto eleganti, permettevano che i loro figli lavorassero giornate di 18 e 20 ore nelle fabbriche londinesi.

Aveva visto quell’enorme sfruttamento umano che per un uomo dell’isola di Montpracem era inammissibile. Tanta sofferenza umana era inimmaginabile e quando ritornò e confessò tutto a suo padre, quello gli disse: «Per comprendere le ragioni degli inglesi dovremmo andare molto indietro nella storia, ma nessun uomo ha tempo per ritornare indietro nella storia». Il figlio replicò: «Quindi quello che dovremmo fare è contemplare il presente come se fosse passato e l’unico modo per comprendere il presente è comprendere la storia». Mi ricordai di ciò e cominciai a montare il documentario in base a quella riflessione: considerare il presente come qualcosa che è già passato da molto tempo. Questo mi permise di affacciarmi sul presente con tutto il rigore e con tutta la minuziosità. Alla fine credo che l’intento risultò profondamente etico. Il documentario fu presentato inizialmente in Europa. In primo luogo andammo al festival di Venezia, dove si vinse un premio, e in seguito in tutti i luoghi dove doveva essere presentato. Avevo inserito alcune proiezioni memorabili. Mi ricordo il “Rainbow Warrior” nel porto di S.Felù a Barcellona, che tornava indietro dopo aver intercettato una barca che portava legno di Liberia o che so io quale legno, vale a dire armi contro la gente che stava morendo per tale motivo Spiegate tutte le vele del “Rainbow Warrior”, vi si proiettò il documentario. Più che qualcosa di leggendario, di letterario, esso creava un effetto molto speciale e la storia arrivò fino alla Banca Mondiale, che decise di esigere dall’impresa “Noranda”, per poter portare avanti il suo progetto in Patagonia, uno studio serio e indipendente sull’impatto ambientale, realizzato cioè da una commissione di membri di tre università suggerite da loro. L’impresa decise alla fine di ritirare il progetto e non lo realizzeranno.

Vennero naturalmente gli attacchi del governo cileno e fui trasformato in una specie di traditore degli interessi nazionali perché avevo impedito un investimento di 2700 milioni di dollari; però la festa che si sollevò in Patagonia, quando si seppe che quel progetto criminale non si sarebbe realizzato, giustificò pienamente qualsiasi incomprensione, qualsiasi sacrificio. Non so se la mia proposta etica in quanto scrittore, intellettuale e giornalista, è chiara. Certo è che ho in mente qualcosa per me molto chiaro, ed è che come scrittore non sono soltanto la voce di me stesso, né soltanto la voce di quelli più vicini a me. Mi piaccia o no, sono la voce della mia epoca e la mia epoca è tremendamente contraddittoria, è tremendamente complessa. Se c’è qualcosa che caratterizza questa epoca, è una complessità moltiplicata. D’altra parte però, contemporaneamente, sono la voce di una generazione che ha cominciato a cogliere uno dei diritti fondamentali di tutte le persone, ovvero il diritto di godere della diversità e il dovere di difendere tale diversità.

Bene, volevo proprio riferirmi a questo: questo è il mio modo di vedere, è il mio modo di fare le cose e cerco, mi preoccupo e mi sforzo sempre, attraverso ciascuno dei miei lavori, di levare molto in alto la bandiera della vita. Levare molto in alto questa bandiera che parla del meraviglioso che è vivere, vivere in piedi però, del meraviglioso che è sognare, con un futuro però, un futuro di uomini e donne in piedi, del meraviglioso che è immaginare una nuova società, una società nella quale però conviviamo nel modo più armonioso possibile, con tutti gli elementi che integrano questo formidabile miracolo che è la vita. Perché evidentemente la vita è un miracolo! E’ un miracolo la vita microscopica e quella macroscopica. Il fatto di esistere, di per sé, ha leggi tanto curiose, tanto speciali. Meglio non soffermarsi, a volte, a riflettere su di esse. E qui, infine, parla solo lo scrittore, perché sono convinto che la vita è uno spazio che deve essere vissuto intensamente; negarsi di farlo è accettare un destino di tristezza e di mediocrità.

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