Introduzione...
Tentiamo di riassumere le principali tematiche del libro. Prima parte delle nostre considerazioni critiche.
Introduzione...
Tentiamo di riassumere le principali tematiche del libro. Prima parte delle nostre considerazioni critiche.
ANDRE' GORZ: L’IMMATERIALE. CONOSCENZA, VALORE E CAPITALE
Tr.it.di Alfredo Salsano – Bollati Boringhiieri, 2003
Esistono oggi – rileva preliminarmente l’Autore – due capitalismi: “moderno” e “post-moderno”. L’uno, con ormai oltre due secoli di vita, si basa su “capitale fisso materiale”; l’altro, apparso assai più di recente, su un tipo di capitale che, allo stato ancora iniziale del relativo capitolo di scienza economica, viene designato usando vari aggettivi, tra cui l’A. sceglie quello – il più generico – di “immateriale”. Del tutto diverse anche le forme di lavoro rispettivamente comportate: nel primo caso si tratta di lavoro “astratto semplice”, misurabile in “unità di prodotto per unità di tempo”; nel secondo caso – su cui verte il libro in argomento - di lavoro “complesso”, difficile da misurare con qualunque metro numerico, perché legato essenzialmente ai “saperi” e alla “conoscenza”.
Assunto fondamentale del Gorz è che questi due ultimi termini - “saperi” e “conoscenza” – esprimono cose diverse, anche se reciprocamente (e diversamente) integrabili. " Il sapere – scrive l’A. – è innanzitutto una capacità pratica, un saper fare". Si tratti di abilità manuali, o di arti, o di sport o quant’altro, i saperi si apprendonoIl Gorz s’impegna a fondo su questa domanda. Cercheremo di seguire le linee essenziali del suo discorso anche se ci rendiamo conto che, specie avendo a che fare con un testo, per alcuni aspetti, molto innovativo (tale, innanzitutto, per il fatto stesso di esplorare e cercar d’interpretare processi tanto radicalmente nuovi quanto ormai almeno potenzialmente decisivi), sintetizzarlo nelle poche pagine consentite dalla logica del “web” significa inevitabilmente far torto all’Autore. Ce ne scusiamo in anticipo, adducendo a nostra giustificazione che le recensioni servono essenzialmente a invitare alla lettura di testi che lo meritano. L’invito, nel caso di specie, è rivolto in particolar modo a chi sente l’esigenza di ricostituire dalle fondamenta una sinistra in Italia, dato che scrittori come il Gorz e alcuni altri, tutto sommato ancora pioneristici, sebbene, riteniamo, non esenti da critiche su diversi punti anche di fondo – e per il Gorz cercheremo di esporre le nostre – fanno comunque luce su aspetti della realtà economico-sociale la cui ignoranza o insufficiente consapevolezza è tra le cause principali della scomparsa, non da oggi, di tale stessa sinistra.
Ricordiamo anzitutto che gli attuali inusitati sviluppi tecno-scientifici riguardano specialmente tre grandi campi, che troviamo riassunti come segue in una recente panoramica di Alessandro Ovi:----- * -----
Qui il discorso del Gorz tocca un punto chiave. Sta di fatto – osserva - che, di per sé, "non tutte le conoscenze si prestano a servire da mezzi di produzione", ma solo quelle che vi sono efficacemente strumentalizzabili "sin dall’inizio e per destinazione". Per il capitalismo, quindi, "non tutte le conoscenze si equivalgono", nel senso che esso, secondo la propria logica congenita, "seleziona e valorizza solo quelle la cui potenzialità strumentale è manifesta e prevedibile"(7). Vi sono dunque, da una parte, "le conoscenze-verità, conoscenze-bellezza, conoscenze-saggezza", dall’altra "le conoscenze strumentali suscettibili di essere capitalizzate"(8).
E’ pur da riconoscere, tuttavia, che "ogni conoscenza, anche strumentale, cioè pratico-tecnica, contiene necessariamente un rapporto implicito con la conoscenza-verità e con la capacità di conoscere e di apprendere"(9). In effetti,----- * -----
Delle due l’una, quindi. O l’uomo riuscirà a riappropriarsi di sé uscendo dal capitalismo, o il capitalismo “post-moderno” porterà a una "civiltà post-umana"(12), vale a dire non più umana, perché al posto dell’uomo vi saranno altre cose che non avranno più bisogno di lui, anzi più nulla a che vedere con lui. Nel quarto e ultimo capitolo del libro in esame sono denunciati – sotto il titolo Verso una società post-moderna? - i principali aspetti del percorso che l’A. considera avviato in una simile direzione. In primo luogo, la distruzione dell’intelligenza umana. Essa è-----*-----
Autonomizzazione da che? Da qui in poi si ha, nel discorso del Gorz, una decisa svolta. La scienza tende ormai a far leva sulla forza straordinaria acquisita entro e grazie all’alleanza, volgendola verso l’aspirazione ad autonomizzarsi dallo stesso capitalismo. In tanto finora è stata sua alleata in quanto i loro fini rispettivi, sebbene diversi, avevano, e per il momento hanno ancora, molto in comune:Ma di una ricerca scientifica, o più precisamente “tecno-scientifica”, lasciata completamente a se stessa, l’umanità si può fidare? L’A. ha già risposto implicitamente a questa domanda quando – come da nostra citazione di poco fa – ha parlato di "potenza indeterminata della conoscenza teoretica". Ora, i soggetti tanto dell’accumulazione capitalistica quanto della ricerca tecno-scientifica restano pur sempre (anche se non è detto, aggiungerebbe il Gorz, per sempre) degli uomini, e sappiamo bene, per antica esperienza storica, che da qualunque dimensione dell’attività umana – economica, scientifica, politica, religiosa - se esclusivizzata a danno delle altre, non ci si può aspettare molto di buono.
Gli “animal spirits” del capitalismo sia “moderno” sia “post-moderno” – sete di denaro e di potere – erano e sono comunque sottoposti, quando più e quando meno, a una resistenza sociale e a una sia pur insufficiente regolazione politica. Ma chi potrà, se non regolare, almeno contenere quella sete di assoluto che – come sostenuto chiaramente e a nostro avviso giustamente dal Gorz – è il vero “animal spirit” di una tecno-scienza in mano a una "minuscola élite", unica detentrice, "forse", delle competenze necessarie per controllarla e orientarla? Il potere di questa élite di apprendisti stregoni sulla “massa” "sarà totale"(27) e durerà incontrastato fino a quando l’ “intelligenza artificiale” non avrà sostituito completamente l’intelligenza umana. Di più: fino a quando la “vita artificiale” non avrà sostituito completamente la vita umana, vale a dire non avrà ucciso l’uomo.-----*-----
A queste sconfortanti prospettive sono dedicati gli ultimi tre paragrafi del cap. 4 del libro in esame: Dall’intelligenza artificiale alla vita artificiale; Dall’obsolescenza del corpo alla fine del genere umano; Allotecnica e omeotecnica: una riforma della mente. In quest’ultimo paragrafo si legge fra l’altro:-----*-----
A questo punto il discorso del Gorz ci porta nuovamente di fronte a un possibile bivio. Potrebbe anche darsi che la tecno-scienza “emancipata dal capitalismo” faccia della sua potenza assoluta un uso diverso da quello, gravido di sbocchi catastrofici per l’uomo, che stanno facendo le “allotecniche”."L’avvento di una cultura omeotecnica è tuttavia ritardato, contrastato dall’”habitus della violenza nel rapporto con l’Essente in generale”, da quel che i sostenitori della Teoria critica chiamavano la ragione cognitivo-strumentale, dall’”alleanza delle altissime tecnologie e della bassa soggettività”" (p.94). “Le abitudini e i vincoli acquisiti nel corso di tutta un’era, consistenti nel dividere con la violenza dei rapporti complessi, non si dissolveranno dall’oggi al domani…" (p.97). Chi ha il potere ed esercita la violenza tenderà a ricorrere alle “abitudini allo- tecniche nel campo della omeotecnica” (p.95), in altri termini a trattare i geni come una materia prima e l’ingegneria “antropoplastica” a fini di dominio. Ci si può aspettare – aggiunge Peter Sloterdijk – “che questo habitus sia contestato dai suoi fallimenti” (p.98). Ma “ci si può anche chiedere se il pensiero omeotecnico – che si annunciava finora sotto i nomi di ecologia e scienza della complessità - sia dotato del potenziale che permetta di liberare un’etica di rapporti senza nemici e senza dominazione”"(36).
" Il che – osserva il Gorz terminando questa parte del suo discorso col ritorno al netto pessimismo che caratterizza l’intero quarto capitolo del libro - è come riconoscere che il fallimento che Sloterdijk predice a lungo termine ai signori della violenza non comporterà di per sé la “riforma del pensiero, divenuta vitale”. Anzitutto, esso rischia di comportare l’avvento di mostri e la fine del genere umano. Chi dunque combatterà la necessaria “battaglia dello spirito”?"(37)
-----*-----
In realtà, la “battaglia dello spirito” si può combattere e si sta combattendo, secondo il Gorz, in ben altri termini e contesti che quelli dell’”omeotecnica”. E’ l’argomento del terzo capitolo – Verso una società dell’intelligenza? – che abbiamo, per così dire, scavalcato e sul quale dobbiamo adesso soffermarci, perché è qui che l’A., dopo aver individuato e definito la fondamentale contraddizione interna al capitalismo di oggi (al “capitalismo cognitivo”), esprime e motiva ogni sua vera speranza di “società alternativa”. Ma è pure qui - a nostro avviso - che il suo discorso presta il fianco a riserve critiche. Cerchiamo dunque di seguirne i passaggi nodali. Innanzitutto l’A. sostiene essere ormai chiara la necessità di ridefinire la ricchezza"(38) (è il titolo del primo paragrafo del capitolo ora in esame). Abbiamo citato in precedenza un brano (del secondo capitolo) in cui il Gorz distingue due modi di essere della conoscenza: essa è, o può essere, "fonte di ricchezza" ma anche "ricchezza in sé", e quindi, rispettivamente, "forza produttiva" ma anche "fonte di senso e fine a se stessa". Il primo termine della distinzione viene ripreso, in una prospettiva di superamento, poche pagine appresso: appunto nel capitolo e paragrafo di cui stiamo ora occupandoci, dove è specificato che oramai, nell’era attuale, "la produzione di ricchezza non è più quantificabile in termini di valore", perché "la principale forza produttiva", cioè appunto la conoscenza, "non è più una risorsa scarsa […], ma un insieme di saperi umani abbondanti, inesauribili, di cui l’uso e la condivisione accrescono la portata e la disponibilità"(39).Come altri Autori che si occupano dello stesso argomento con spirito sostanzialmente analogo(40), il Gorz si rifà ad alcune intuizioni di Marx nei Grundrisse, e particolarmente al concetto di “General Intellect”:
Il fatto è che il capitalismo “cognitivo”, per poter comunque funzionare come un capitalismo, si trova a dover risolvere il problema, logicamente insolubile, di "trasformare in valore (monetario) e far funzionare come capitale " un "valore per eccellenza non misurabile, non scambiabile"(46) sul mercato. Ma in realtà, la “razionalità economica” comportata dalla nuova era non è più quella capitalistica; è profondamente diversa, poiché "esige ormai che i criteri abituali del rendimento siano subordinati al criterio dello sviluppo umano"(47).
L’A. – come abbiamo cominciato a vedere – si richiama per certi aspetti a Marx. Ma in Marx soggetto, autore e attore del superamento del capitalismo, o più precisamente del suo definitivo “affossamento”, altri non è che la classe operaia ridotta a “capitale umano”, e lo è proprio, dialetticamente, in virtù di questa sua riduzione. E’ dunque alla classe operaia – unica classe, nella storia, a poter “liberarsi dalle proprie catene” sciogliendone a un tempo tutta l’umanità – che Marx attribuisce il compito di dar luogo a quel “rovesciamento della prassi” che riscatterà l’uomo dall’alienazione capitalistica.
Di questo nodo si può avere sentore già in alcuni altri passaggi delle ultime citazioni qui addotte. A p.58 – come abbiamo visto – l’A. dice che la “conoscenza” è la "principale forza produttiva" di “ricchezza” (umana). Quindi la ricchezza umana di cui parla l’A. deve pur sempre essere prodotta. Ma l’A. dice pure che la “conoscenza”, oltre ad essere "fonte di ricchezza", è anche "ricchezza in sé" . In definitiva, la “conoscenza” è ricchezza che produce se stessa, o meglio che riproduce e sviluppa se stessa. E infatti a p.62, commentando Marx e affermando il necessario superamento del “produttivismo”, sostiene che "lo sviluppo delle capacità e facoltà umane", cioè appunto della ricchezza umana, "è al tempo stesso il fine dell’attività [umana] e l’attività stessa: non c’è separazione tra il fine e il suo perseguimento sempre incompiuto". Mezzo e fine, dunque, s’identificano: mezzo = fine e fine = mezzo.
In realtà, quella che il Gorz prospetta, e verso cui è idealmente teso, più che un’altra economia (“primaria”, “esterna al sistema”), ci sembra essere una liquidazione dell’economia, una sua espunzione dal novero delle dimensioni della vita umana. E allora viene da chiedersi – facendo qualche passo logico ulteriore – se tale liquidazione e tale espunzione possano riguardare soltanto l’economia, o se il discorso del Gorz non a caso, come vedremo, dichiaratamente “anarco-comunista” non implichi, portato alle sue estreme conseguenze, l’abolizione di qualunque distinzione tra dimensioni determinate (specifiche, autonome sebbene integrate tra loro) della vita umana. Se non implichi insomma la figura – secondo noi davvero “mostruosa” – di un uomo unidimensionale, che è come dire “superato” e soppresso in quanto uomo, proprio secondo le fosche prospettive dell’”intelligenza artificiale”, anzi della “vita artificiale” (e di arrogante, rovinosa pretesa, in questa chiave, di assalto al divino) paventata, come abbiamo visto, nel quarto capitolo del libro.
-----*----- Infatti – si legge – è dal "movimento multiforme" di conflitto, culturale ma innanzitutto ed essenzialmente politico, che sta sperimentando concretamente "altri modi di vita e altri rapporti sociali negli interstizi [n. cors.] di una società in crisi", attaccando e delegittimando "il controllo che il capitale esercita sui corpi e sulle menti"(55), è da questo movimento reale che sorgeranno contemporaneamente, come le due facce di una stessa medaglia, un’ altra società e "una nuova concezione del mondo"(56). E’ la "comunità virtuale" dei nuovi contestatori e oppositori, informatici e informatizzati, del "potere di comando del capitale", quella che sta cominciando ad instaurare "rapporti sociali che abbozzano una negazione pratica [n. cors.] dei rapporti sociali capitalistici"(57). In definitiva, anzi, il Gorz identifica il movimento pratico effettivamente in atto con il programma, o meglio ancora risolve il secondo nel primo. Il movimento in corso – dichiara – " è una pratica, non un programma. La pratica è il programma. Lo scopo non è trascendente rispetto all’azione" (58) . Una dichiarazione, questa, che combacia perfettamente con l’identificazione generale e di principio tra "il fine dell’attività umana e l’attività stessa", sostenuta dal Gorz – come abbiamo visto – a p.62.
Sia chiaro, quindi: quella di cui bisogna sbarazzarsi non è soltanto l’etica capitalistica, ma è la stessa “etica del lavoro”, identificata con l’etica capitalistica. Quando il Gorz parla di nuovi "rapporti sociali che abbozzano una negazione pratica dei rapporti sociali capitalistici", vuole intendere una “società”, un’”economia” al di là e contro ogni categoria economico- sociale finora conosciuta: al di là non solo "del denaro e dello scambio", ma anche e innanzitutto "del lavoro"(63). In questa “società” e in questa “economia”, all’”etica del lavoro” , bollata in quanto tale come borghese, deve sostituirsi "una cultura del tempo libero"(64) ispirata all’"etica e all’estetica degli hackers"(65); un’etica di "cooperazione volontaria" in cui
Basandosi sull’analisi, anche statistica, condotta da Peter Glotz nel libro citato (e su altre, da lui ricordate, di Christopher Lasch, Robert Reich e Jeremy Rifkin), il Gorz rileva, nella strutturazione sociale corrispondente al “capitalismo cognitivo”, tre strati principali: 1) i "super-ricchi"; 2) i "nuovi professionisti", tra cui i "manipolatori di simboli (simbolic analysts) […] che gestiscono l’economia high tec dell’informazione", detti anche knowledge élite, ai quali vanno aggiunti i "membri delle professioni intellettuali" in genere; 3) il "neo-proletariato post-industriale"(77), detto anche “proletariato del numerico”. E’ importante notare che quest’ultimo strato, a differenza del vecchio “proletariato industriale”, comprende
Un altro concetto importante, nel discorso del Gorz, è la distinzione, all’interno della loro “alleanza”, fra "i più oppressi" e "i più consapevoli della propria e dell’altrui alienazione"(84). A questo proposito, prescindendo per un momento dalla già sottolineata impostazione anarco-comunista del Gorz, si potrebbero ricordare il concetto leniniano di “avanguardia” e quello gramsciano di “intellettuale organico”. Il Gorz parla invece – contentandosi, ci sembra, di un sociologismo alquanto debole - di un’”alleanza” (“orizzontale” e “a-centrata”, come si è appena visto) le cui diverse componenti sono da lui enumerate come segue:
> ----- * ----- A nostro avviso l’uscita dell’uomo dall’alienazione e la sua riappropriazione di sé nella “società comunista”, non sono viste da Marx come liquidazione o almeno limitazione del lavoro per far posto al non-lavoro, né quindi come passaggio dalla necessità del lavoro a una (signorile) libertà dal lavoro. Sono viste invece come passaggio dal lavoro necessitato, e perciò alienato, al lavoro libero, fermo restando che l’attività, l’operazione umana è essenzialmente quella dell’ “homo faber”, dell’uomo che si oggettiva, si estrinseca e si sviluppa essenzialmente come “pratica attività sensibile”, che è il tipico modo marxiano di definire il lavoro. O se si vuole, sono viste – per riprendere qui, precisandola però dal nostro punto di vista interpretativo, una formulazione marxiana sottolineata dal Gorz (88)– nel senso che il lavoro (la pratica attività sensibile tesa ad assimilare e ad umanizzare la natura) non è più il “mezzo” dell’esistenza dell’uomo ma è la sua stessa essenza.
Nel medesimo brano dei Grundrisse citato dal Gorz come fondamentale per una ridefinizione della ricchezza, Marx afferma – come si è visto – che questa consiste nella "estrinsecazione assoluta" delle doti creative dell’uomo. Nel brano immediatamente successivo, aggiunge che "in tale estrinsecazione l’uomo produce [n.cors.] la propria totalità", dando luogo a una "universale oggettivazione di sé". E il fatto che nella "economia politica borghese" avvenga il contrario, è espresso dicendo che < Ma il pensiero di Marx su questo punto nodale - compresa l’asserzione che il “tempo libero”, il “non-lavoro” si presenta come una liberazione soltanto quando l’uomo è in condizione alienata - appare espresso nel modo più chiaro in un brano successivo dei Grundrisse, dove egli polemizza con la concezione smithiana del lavoro:
A conforto del nostro punto di vista sul modo in cui va inteso il concetto marxiano del lavoro, si possono addurre numerose altre citazioni, molte delle quali dai Manoscritti. Ad esempio il brano seguente:
-----*----- Se togliamo al Gorz – come abbiamo cercato di dimostrare essere giusto – gli strumenti teorici che egli crede di poter ricavare da Marx, che cosa gli resta in mano? Gli restano “un’altra razionalità economica” priva di categorie e di fondamenti razionali, una goliardica “etica degli hackers”, il rassegnato ritrarsi di qualche “downshifter” dai gangli della vita economica realmente esistente; gli resta inoltre – cosa molto più importante ma sempre, a nostro avviso, insufficiente a costruire qualunque reale alternativa – la sacrosanta protesta degli innumerevoli movimenti “contro”, dentro e fuori dei Paesi “avanzati”, esprimentisi oggi, in modi “orizzontali” e “a-centrati”, sulle reti del “software libero”.
Pensiamo invece che la parte davvero interessante del libro sia appunto il quarto capitolo, e lo siano in special modo quelle pagine dove l’A. condanna – come si è visto – l’aspirazione, in alcuni degli attuali indirizzi di ricerca tecno-scientifica, alla “liberazione del pensiero dalla prigione del corpo”, alla tensione verso un assoluto “post-umano”, nel quadro di una visione antropologica fondata sull’insofferenza di ogni finitezza e limitatezza inerente alla naturalità del’uomo. E’ questo, a nostro avviso, un punto teorico veramente nodale, e va dato atto al Gorz di averlo evidenziato. L’argomento merita di essere approfondito con molta attenzione; ma ciò richiede uno spazio adeguato. In un prossimo aggiornamento di questo sito ci proveremo a dare, al riguardo, il contributo rientrante nelle nostre possibilità.
N O T E
(1). 27. Salvo diversa precisazione, i numeri di pagina indicati nelle note successive si riferiscono al libro del Gorz che stiamo esaminando.
(2) Ivi
(3) P. 29
(4) P. 78
(5) P. 30
(6) Le tecnologie emergenti – Luiss University Press, Roma 2006, p. 12
(7) p. 55
(8) ivi
(9) Ivi
(10) Ivi
(11) Ivi
(12) P. 75. E’ il titolo del quarto e ultimo capitolo.
(13) P. 75
(14) Ivi
(15) Ivi
(16) P. 78
(17) P. 79
(18) P.81
(19) P. 82
(20) Cfr. ad esempio Aldo Schiavone: Storia e destino – Einaudi 2007
(21) Cfr. ad esempio, Edoardo Bonicelli, Galeazzo Sciarretta. Verso l’immortalità – Cortina ed., Milano 2005
(22) P. 83
(23) Pp. 84-85
(24) P. 85
(25) Pp. 85-86
(26) P. 86
(27) P. 96
(28) P. 104
(29) Op. cit., p. 32
(30) Ivi, pp. 88 sgg.
(31) P. 105 (tra virgolette espressioni tratte dallo Sloterdijk, op. cit.)
(32) L’Humanité de l’humanité, Paris 2002, p. 243. Tr. It. L’identità umana, Cortina, Milano 2002.
(33) Pp. 105-106
(34) P. 106
(35) Ivi
(36) P. 107
(37) Ivi
(38) P. 58
(39) Ivi
(40) Oltre a quelli citati dal Gorz poco appresso, si possono vedere alcuni degli Autori di saggi compresi nella raccolta Capitalismo cognitivo, a cura di Carlo Vercellone, Manifestolibri 2006.
(41) P. 61
(42) Ivi. Il passo dei Grundrisse è nel vol. II, p. 142, della tr. It. di Enzo Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1970.
(43) P. 62
(44) P. 58
(45) Pp. 58-59
(46) P. 59
(47) P. 60<
(48) Ivi
(49) Organization apprenante et complexité – in “Trasversales” n. 002, estate 2002.
(50) P. 60
(51) P. 62
(52) P. 52
(53) Problemi economici del socialismo nell’URSS– Ed. Rinascita, 1952.
(54) P. 70
(55) Ivi
(56) Ivi (l’A. fa in nota un riferimento a Peter Glotz: Die beschleunigte Gesellschaft. Kulturkampfe im digitalen Kapitalismus, Munchen 1999.
(57) P. 67
(58) P. 69
(59) P. 63 (la citazione dal Méde è tratta da Qu’est-ce que la richesse? – Aubier, Paris 1999, p. 325)
(60) Ivi
(61) Ivi
(62) P. 66 (le citazioni del Glotz sono tratte dall’op. cit., p. 128
(63) P. 67 (espressioni tratte dall’intervista di J. Richards a Stefan Merten, in “Multitudes”, n. 8, marzo-aprile 2002)
(64) P. 68
(65) Ivi
(66) P. 67
(67) P. 68 (citazioni da Pekka Hirmamen: L’ étique hacker – Exils, Paris 2001)
(68) P. 68
(69) Ivi
(70) Die gesellschaftliche Bedeutung von Information und Kommunikationstechnik, Francoforte 2002
(71) The down of E-lance Economy, in “International Business Engineering”, Heidelberg 1999
(72) P. 68
(73) Ivi (l’espressione, precisa il Gorz, è di Richard Barbrook)
(74) P. 63 (citato da Patrik Viveret: L’humanité est elle un “bien pour elle-même ? in Transversales, n. 66, marzo 2001)
(75) P. 64
(76) P. 65 (citazione dal « Wall Street Journal » riportata da Jeremy Rifkin in La fine del lalvoro. Il declino
della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato –Tr. It. Baldini e Castoldi, Milano 1995)
(77) P. 65
(78) P. 66 (dal Glotz, op. cit. p. 128)
(79) P. 66
(80) Ivi
(81) Ivi
(82) P. 69
(83) Ivi
(84) P. 70
(85) Ivi
(86) Ivi
(87) P. 10
(88) P. 62
(89) Cfr. Le nouveau Monde industriel et sociétaire ecc, in Oeuvres complete, Paris 1848, VI, pp. 245-252.
(90) Ed. cit., P. 278
(91) Ed. cit., p. 410
(92) Manoscritti economico-filosofici del 1844 – tr. It. di Norberto Bobbio, Einaudi 1968, pp. 74-75
(93) Tr. it. di Ileana Pasqualoni, ed. Simonà e Savelli, 1968, p. 39