L’ “Osservatore Romano”, che – come ognuno sa – non è l’organo della Santa Sede, ma solo un giornale cattolico molto importante in linea ufficiosa, ha clamorosamente abbandonato, in materia di legislazione sull’aborto, la sperimentata e umana dottrina del “minor male”. Una così brusca svolta sul terreno della teologia morale non può non stupire, non può anzi non lasciare interdetti; e tuttavia è indubbia. A un parlamentare democristiano che aveva concluso sulla necessità di definire, a proposito del tremendo problema in questione, una legge che fosse “la meno peggio possibile”, il foglio che si stampa oltre Tevere (ma che comunque non gode del crisma dell’ufficialità) ha infatti replicato immediatamente, e non sensa asprezza polemica, sottolineando come le Camere abbiano soltanto il dovere di difendere “la vita umana incipiente” e non possano assolutamente arrogarsi il diritto “di ‘regolamentare’ un crimine”.
Ora, che una simile impostazione, nella concreta congiuntura in cui ci troviamo a vivere, abbia precisamente il senso di una scelta di fatto omicida, e che dunque implichi, in maniera inevitabile, un catastrofico abbandono del principio del “minor male”, si può dedurlo, con logica rigorosa, persino dalle posizioni di un cattolico conservatore (davvero, in merito, “al di sopra di ogni sospetto”) come l’on.Andreotti. «Si fa un gran parlare – egli appunto ha osservato – delle interruzioni di maternità. Impegnati tentativi per una seria regolamentazione legislativa sono in corso al Parlamento anche per evitare (circostanza che sembra sfuggita ad alcuni) che attraverso il “referendum” si realizzi una delle due ipotesi seguenti: la cancellazione di ogni divieto, oppure il matenimento di una normativa apparentemente rigorosa, ma largamente violata nei modi più clandestini e irresponsabili». Non si potrebbe dir meglio. Il vero problema di fronte a cui, nella pratica, si trova oggi il legislatore, non è infatti quello (irrisolvibile nelle presenti condizioni sociali) di impedire l’aborto e di chiudergli ogni possibilità e ogni via; bensì è quello, assai più circoscritto, ma che può essere adeguatamente definito e risolto, di limitarne la portata mortifera, e dunque di liberare la donna dal letale pericolo della clandestinità, nonché dall’abominio delle speculazioni e della più sprovveduta e spregiudicata empiria.
In effetti, nel primo caso ci si può certo concedere il lusso, non so dire se più sadico o stolto, di condannar sulla carta quelle sventurate che una società disumana ha già costretto a una rinuncia buia, dolorosa e traumatica. Ma, al contempo, da un lato si deve assistere, con impassibilità sorniona o con stupida inconsapevolezza, all’eversivo scader delle leggi in vacue e ipocrite “grida”; dall’altro, ben lungi dal combattere a fondo il male o anche dal circoscriverlo, semplicemente lo si raddoppia e anzi lo si moltiplica: poiché al perdersi amaro di un nuovo germe di uomo si aggiunge il rischio non calcolabile – in quanto, nella clandestinità, immediato e incombente – della morte della madre, ossia di una “persona”: come tale in grado (non potenzialmente ma in atto) di contribuire a un positivo sviluppo delle strutture un cui si organizza l’umanità associata, e quindi al mutamento delle condizioni oggettive che oggi producono l’estendersi spaventoso del fenomeno dell’aborto. Nel secondo caso invece, soprattutto se concretamente si incarna nella legge (sempre migliorabile) che dal nostro Parlamento è stata ormai definita nei suoi princìpi essenziali e nelle sue grandi linee, non ci si limita certo a “regolamentare” le pratiche abortive: solo fermadosi alle più immediate apparenze si può infatti sostenerlo; nel concreto storico, si comincia, per contro a combatterle efficacemente. E in realtà, affermando – come appunto si pronunzia in sostanza la legge – che nel quadro di un’ampia casistica la donna decisa a interrompere la propria maternità non è perseguibile, e può quindi rivolgersi a pubbliche o autorizzate istituzioni sanitarie (le sole ammesse a compiti così ardui e, oggi, miseramente pietosi), si ottengono alcuni risultati di grande portata e soprattutto ci si decide a muoversi, una buona volta, verso determinati obiettivi di fondo.
In primo luogo – ed è, nell’immediato, la cosa più importante – si tutela, per tutto ciò che è umanamente possibile, la vita della madre: si sottrae la donna, cioè, alle insidie e alle trappole abbiette, che, in questo nostro mondo di lupi, i più sordidi interessi privati tendono alla sua solitudine disperata, alla sua povertà, alla sua angoscia senza risposta di fronte al vicolo cieco del futuro. Ma, a veder bene, nel tempo medesimo si viene ad agire – in modo indiretto e dunque con la più rispettosa cautela – anche nel senso di scoraggiare ogni permissivo e facile ricorso all’aborto: Quest’ultimo infatti (checchè ne pensi l’estremismo femministico) è inevitabilmente vissuto come una dolorosa tragedia, che nasce nel silenzio e nell’oscurità del privato e che in esso vorrebbe consumarsi e rimanere sepolta. Infine (ma è proprio il caso di dirlo: “last but not least”), se soprattutto si lascia alla madre – secondo il pensiero dell’UDI e, poi, del Partito socialista – la responsabilità sostanziale e determinante della tremenda decisione, si viene di fatto ad erigere finalmente la donna nel ruolo di giudice di questa società, ancora troppo maschilisticamente violenta. Si squarcia insomma il velo delle ipocrisie, poiché si rovescian le parti: quella che era condannata, denuncia adesso con la sua pubblica scelta gli abnormi meccanismi oggettivi che tuttora la opprimono e, con essi, gli arroganti e presuntuosi custodi di un disordine costituito sull’ingiusta, obbligata pazienza dei poveri. Così, non è più la donna a esser resa responsabile dell’aborto, ma la società: e può allora sorgere, verisimilmente, un grande movimento di fondo, che trasformi quest’ultima dalle radici per renderla alfine accogliente al propagarsi della vita.
Per qual mai ragione, allora, i giornalisti dell’ “Osservatore Romano” (foglio meramente ufficioso, beninteso, degli ambienti vaticani) si oppongono in modo più o meno indiretto, e tuttavia chiarissimo, a quella seria e onesta legge sull’aborto che è da tempo in discussione alla Camera? Il fatto è che, simili in questo ai loro fratelli-nemici, i radicali, essi sono dei conseguenziari, da cui, come è noto, è assolutamente necessario guardarsi. Sono capaci soltanto, cioè, di enunciare i princìpi, non di viverli con pudore e modestia nelle dolorose contraddizioni dell’esistere quotidiano; tanto meno quindi di applicarli, con chiaroveggenza pietosa, come quel “filo rosso” che sappia dare una logica e fornire uno sbocco ai contrasti materiali e immediatamente insuperabili, alle oggettive aninomie, che produce e di cui si alimenta la storia. Poiché per essi, farisaicamente, “non il sabato è fatto per l’uomo ma l’uomo per il sabato”, è un loro convicimento irremovibile tanto più tranquillo quanto più incomprensivo, che la metafisica non possa né debba farsi duttile e piegarsi al servizio dell’uomo, per innervarne le fragilità, sostenerlo nelle sopraggiunte debolezze, rialzarlo nelle cadute troppo spesso incolpevoli. In tal modo, per restare nelle dimensioni e nelle categorie di quel “mondo cattolico” cui appartangono (questa volta ufficialmente) i giornalisti dell’ “Osservatore Romano”, l’astratto diritto liquiderebbe ogni possibilità di vero sviluppo teologico e deprimerebbe la pastorale; la Chiesa, lungi dall’imitare l’ “uomo di Samaria”, non saprebbe più chinarsi sulla bruciante ferita che la società capitalistica e “opulenta” ha inflitto alla donna proprio nel suo valore più peculiare e geloso; infine la carità cristiana si tramuterebbe in una giustizia menzognera e beffarda, poiché convinta, in modo blasfemo, di poter “scrutare le reni e i cuori”.
Di tutto questo, però, che cosa può importare a chi, come me, scrive da laico, e non ha quindi alcun titolo per preoccuparsi, qui, delle sorti della comunità ecclesiale? “Sutor ne ultra crepidam”: e davvero me ne sarei rimasto volentieri lontano da ogni intrusione in campi che non sono di mia pertinenza, se precisamente al centro della nostra Repubblica non esistesse un partito di cattolici (sia pur democratici) il cui peso politico resta quasi determinante. Ebbene, lo si è visto alla prova del divorzio, questo partito, e fu pesato, misurato e trovato mancante.
Ora, per certi “cuor di leone” non c’è nemmeno bisogno dell’ufficialità episcopale (certo impropria, gelasianamente, sul terreno civile): basta un semplice giornale ufficioso come l’ “Osservatore Romano”. La storia dovrà quindi scrivere nei prossimi mesi che, per riassicurarsi un seggio alla Camera o al Senato, dei cristiani e dei democratici (o sedicenti tali) hanno potuto ribadire le catene cruente di migliaia di donne e, mascherandosi dietro una menzognera (perché oggi impossibile) difesa totale della “vita incipiente”, hanno oggettivamente colluso con i criminosi parassiti dell’aborto clandestino e hanno compiuto di fatto una scelta omicida?
LA MORALE DEL PAPA E’ ASTRATTA (“Paese Sera”, 9 gennaio 1979)
L’aperto e indiscriminato attacco contro la legge sull’aborto clandestino, bruscamente rinnovato, d’improvviso, da una parte dei cattolici italiani e – ciò che forse più conta – da personalità eminenti della gerarchia ecclesiastica, nonché, pur con accenti di sintomatica pacatezza e in modo sostanzialmente indiretto, dallo stesso pontefice, mi sembra venga a porre, oggettivamente, due problemi: morale (ma conseguente a una questione che direi quasi “esegetica”) il primo, schiettamente politico l’altro. In ambedue i casi, comunque, è difficile trattenersi dall’indignazione. Pare davvero impossibile che persone certamente non volgari e non ignare dell’arte sottile e chiarificatrice della “distinzione”; sostenute anzi da un corredo culturale apprezzabile (anche se, magari, spesso non eccelso); soprattutto, poi, educate e fatte sensibili dal commercio e dalla dimestichezza con i dubbi e i drammi, le angosce e, talvolta, le squarcianti tragedie della coscienza, siano, a quel che pare, del tutto incapaci di accorgersi che la legge votata dal Parlamento italiano, lungi dal configurarsi in qualche modo come “permissiva”, ossia ideologicamente propensa a valutare l’interruzione di gravidanza un diritto (non so bene se “civile” o “umano”), tendeva e tende invece, con concretezza misurata e consapevole, a contenere e se possibile a debellare – ma allora con lo sforzo di tutti – la piaga dell’aborto clandestino, troppe volte cruento, sempre offensivo, nella donna, della sua libera dignità di cittadina.
E’ appunto della sordida clandestinità del fenomeno che ci si rifiuta di prendere atto, come delle innominabili brutture di ogni genere (e specialmente delle prevaricanti speculazioni) che inevitabilmente ne conseguono: ecco il madornale errore di “esegesi” che parecchi cattolici compiono verso la legge oggi in vigore. Ma va allora detto altresì, se si vuol portare – come si deve – il discorso sino in fondo, che non di un abbaglio soltanto si tratta, bensì di una colpa di fariseismo e di durezza di cuore; anche se in molti risulta attenuata, e quasi impedita in sul nascere, da un’ “ignoranza invincibile”. In realtà, e nessuno è meglio istruito in proposito che i pazienti e mesti testimoni del confessionale, è da secoli e secoli che l’aborto miete le sue vittime. Ma esso è sempre stato, senza eccezione alcuna, appannaggio vergognoso e dolente della donna: proprio e soltanto della creatura, cioè, che per il naturale richiamo – il grido – della sua carne e del suo spirito materni (come per lo stesso trauma fisico e psichico che ne viene inevitabilmente a subire) più lo ha in orrore. L’aborto – ma soprattutto una diffusa tendenza a esso – è invece responsabilità innegabile, nel corso del tempo, dei singoli assetti sociali storicamente dati. Lo si voglia vedere o no, è tutta una società – la sua “tavola di valori”, i suoi preconcetti, le sue oppressioni e, in prima e oggettiva istanza, le sue materiali “strutture” – a opporsi, con tenace sordità, alla accettazione della vita.
Per convincersene non sono necessarie troppo ardue indagini critiche: basta guardarsi intorno e constatare come siano affastellatamente costruite le città; tirate su speculativamente le case; tragicamente carenti i servizi di base; uccisi, sacrificati al saggio d’interesse, alberi e animali; disperso, emarginato, sepolto tutto ciò che parla direttamente della natura; braccata infine, spietatamente perseguita la coppia umana dalle esigenze, pur storicamente ineludibili, di una vita senza qualità, senza tregue, senza prospettive. E’ in questo intreccio di superbie signorili e di avidità capitalistiche, di appetiti corporativi e di abbandoni parassitari, di menzogne di politici e di cinismi di intellettuali, di ruvidezze proletarie e di moralistiche astrattezze di preti, di consacrate prevaricazioni maschili e di muti, legittimati, “dovuti” cedimenti femminili, che sta la ragione – ogni ragione – della pronunciata tendenza abortiva delle società umane. Ma di tutto questo la donna, con il suo dolore solitario, disprezzato e senza speranza, ha costituito fino a ieri l’alibi perfetto: nelle tende dell’accampamento si è potuto respirare senz’affanno (e si è persino fatta la voce grossa contro l’aborto “in sé”, osando chiamare Dio in testimonio) semplicemente perché esisteva un capro espiatorio che, nell’indifferenza dei più, o nelle sottaciute e dissimulate condanne degli altri, poteva clandestinamente deporre la “propria” colpa fuori del recinto.
Precisamente di una simile, squallida, generalissima (e conveniente) omertà maschile, la legge sull’aborto clandestino, malgrado alcune sue mende, fa decisa giustizia. Per la prima volta la società è, in modo esplicito e diretto, chiamata in causa, mentre nella donna, finalmente non più sola, la vittima ricopre della sua sventura la colpevole. Dopo secoli di ipocrisia e di servaggio, comincia una buona volta – lo si può ben dire – un nuovo cammino in cui l’umanità associata è progressivamente sospinta a fare i conti con le proprie antiche storture anche su questo terreno, che sino a ieri appariva giusto lasciare al triplice segreto privato dell’alcova, del prete, del medico o della “mammana”. Ma, di conseguenza, anche la bruta tranquillità del branco dei maschi è rimasta turbata e – si teme – per sempre. Si vuol forse dire, con questo, che un riflesso di tale risentimento incivile e selvaggio può venire distinto nella protesta che, in questi giorni, hanno sollevato numerosi cattolici e alcuni vescovi, sia pur pungolati da un cardinale come il Benelli, uso da tempo ad agitare le bandiere del più logoro integralismo? Non me la sentirei certo di escluderlo del tutto. E però non sta davvero qui l’essenza della residua opposizione cattolica. Essa è ben più grave e pericolosa, poiché, nei migliori, è scevra di preoccupazioni mondane ed è portatrice, sia pure in modo astratto, di alcuni rispettabili valori.
Quando papa Wojtyla, esprimendosi con ben maggiore finezza dei suoi confratelli, sostiene che divorzio e aborto non favoriscono la felicità degli uomini, né la saldezza della società, solo degli sprovveduti radicali possono tentar di smentirlo. Anche noi laici siamo persuasi che il divorzio non è un ideale e che è semplicemente un rimedio. Ma vorremmo impedirlo? Così, sono convinto che l’aborto, lungi dall’essere appetito come un diritto, è una tragedia per la donna ed è per la società un terribile scacco. Vogliamo allora renderli più tremendi e rischiosi? Tali sono le questioni concrete. La classica morale di papa Wojtyla, pur ricca di verità e di valori, è invece astratta: applica i suoi concetti in un vuoto di scuola. Gran parte dell’etica cattolica è ancora di tal tipo: e sta in questo, a mio avviso, la causa ultima della residua opposizione alla legge sull’aborto clandestino. Lastricata com’è di buone intenzioni, stia dunque attenta all’inferno: predicando una degna morale, ma scambiando i bersagli, potrebbe finir semplicemente per coprire le manovre di un cardinal Benelli e di un vescovo come mons. Angelini; o magari il disegno di Marco Pannella di contrapporre – ecco il punto politico – una parte della cattolicità italiana al grosso delle forze laiche della democrazia.