La crisi politico-militare che sconvolge Haiti dallo scorso 5 febbraio, quando i ribelli del “Freedom and National Reconstruction Front” hanno preso il controllo di Gonaive, la quarta città di Haiti per importanza, situata a circa 105 km. dalla capitale Port-au-Prince, rischia di risolversi in un bagno di sangue. L’avanzata dei ribelli verso la capitale ha fatto definitivamente precipitare la situazione, determinando la divisione in due del Paese: le regioni centrali e settenrionali sono sotto il controllo delle forze ribelli; nelle regioni meridionali la formazione di milizie pro-governative, a fianco della polizia, ha reso le condizioni di sicurezza ancor più precarie e la generale situazione di disordine è sfociata in atti di saccheggio e vandalismi a danno di esercizi commerciali, edifici pubblici e abitazioni private. Anche nella capitale Port-au-Prince si sono registrate violenze e saccheggi, imputati alle milizie pro-governative. Sotto la pressione internazionale e la minaccia di un imminente attacco dei ribelli, il 29 febbraio il presidente Aristide ha dato le proprie dimissioni e ha abbandonato il Paese. Nella capitale, come nel resto del Paese, la situazione rimane estremamente tesa e gli imminenti sviluppi difficilmente prevedibili.
Rispondendo all’appello del presidente della Suprema Corte di Haiti, che ha assunto ad interim le funzioni di presidente della Repubblica, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità l’immediato invio di una forza multinazionale di pace, per un periodo di tre mesi: tra il 29 febbraio e il 1° marzo sono sbarcate nella capitale le prime truppe americane e francesi. Già prima degli ultimi rivolgimenti militari, il Paese affrontava una profonda crisi umanitaria, caratterizzata da grave e prolungato declino economico e da tensioni politico-sociali acuitesi subito dopo le elezioni presidenziali del 2000, che avevano condotto all’elezione dell’attuale presidente Bertrand Aristide e la cui validità era stata fortemente contestata dalle opposizioni. A fare le spese di anni di instabilità politica (durante il suo primo mandato presidenziale Aristide era stato deposto da un colpo di Stato militare e reinsediato solo dopo, grazie all’intervento, nel 1994, di truppe USA), di tensioni sociali continue e di una situazione economica disastrosa, sono le fasce più deboli della popolazione: dall’agosto 2002 la moneta nazionale si è deprezzata di oltre il 60%, i beni di largo consumo sono aumentati in alcuni casi del 140%, i prezzi dei derivati dal petrolio del 160% (dicembre 2002-marzo 2003) e l’inflazione è salita al 21%, la disoccupazione si attesta intorno al 70%. Tale quadro economico-sociale risulta ora addirittura aggravato dalla crisi militare che sta sconvolgendo il piccolo Paese caraibico, la cui popolazione, già prima degli ultimi rivolgimenti, versava in condizioni di estrema povertà e di abietta privazione.
I.Da “AYITI. UN POPOLO IN CERCA
DI UNA VERA PATRIA”
(J.A.Peschanski, corrispondente da Port-au-Prince per “Brasil de Fato”)
La situazione sociale, politica ed economica di Haiti è il caos. E’ molto lontana dallo slogan “Pace, amore e dialogo” che campeggia nei posters dai colori vivaci fatti affiggere dal governo lungo le strade della capitale. Ciò che la popolazione sa bene, e vive quotidianamente, è espresso dalle stesse, catastrofiche statistiche ufficiali: l’82% dei 7,66 milioni di haitiani vive al di sotto della soglia di povertà, il 52,9% è analfabeta, l’aspettativa media di vita è di appena 51,7 anni, 280.000 persone (il 5,6% del totale) sono siero-positive HIV-AIDS. In breve Haiti, detta un tempo “la perla dei Caraibi”, è il Paese più miserabile delle Americhe e uno dei più poveri del mondo. L’attuale governo del presidente Boniface Alexander e del primo ministro Gérard Latortue non è in grado di offrire alcuna valida alternativa a una simile situazione. Non ha un programma e non ha legittimità. Applica ricette neo-liberiste formulate da vari suoi esponenti, compreso lo stesso Latortue, già funzionario di alto grado al Fondo Monetario Internazionale per più di un decennio.
Tra i piani governativi figura la privatizzazione delle telecomunicazioni, delle forniture elettriche e idriche; sono già state adottate misure di politica commerciale in favore dei poteri economici più forti, con le tariffe doganali più basse dell’emisfero. Ne beneficiano grandi società transnazionali nelle loro esportazioni ad Haiti di ogni prodotto immaginabile. Ad aliquote fiscali paralizzanti per i meno abbienti, fanno riscontro altre più favorevoli per i ricchi […] Costruita per 150.000 abitanti, la capitale Port-au-Prince, con la sua popolazione attuale di quasi due milioni, è l’immagine perfetta della Haiti di oggi. Vi predomina una miseria spaventosa. Lo spazio urbano è occupato quasi per intero da bidonvilles. Costituite da ammassi di baracche in legno appoggiate l’una all’altra e sostenute l’una dall’altra, esse non hanno né principio né fine. Quanto al centro cittadino, sulle sue strade non pavimentate si vende di tutto: scarpe, spremute, quadri, giocattoli, manioca, libri e ogni altra cosa che si spera possa attirare clienti.
La maggior parte della popolazione, disoccupata, cerca infatti di sopravvivere con piccoli commerci e scambi, in crescita inarrestabile. Ma aumentano anche le attività criminali e ogni notte si sente sparare. Nelle colline intorno alla città non vi sono alberi: si cominciò a tagliarli durante la dittatura di Duvalier per mettere allo scoperto le bande di guerriglieri urbani e impedir loro di nascondersi sulle alture. Più di recente sono stati abbattuti da disoccupati, per ricavarne carbonella da vendere per pochi “gourdes” (la moneta nazionale, che vale circa tre “cents” americani). Ai piedi delle colline, la fogne sono tutte all’aperto. Per molte ore al giorno manca l’elettricità.
Ma sotto questo aspetto gli abitanti della capitale si considerano fortunati, poiché il resto del Paese, ad eccezione di pochi centri, è del tutto privo di corrente elettrica. Nelle città i rubinetti sono a secco; si adoperano le vasche per riporvi del cibo e spesso – peggio ancora – vi si producono infezioni. Se poi un po’ d’acqua arriva, è così contaminata che, come sperimentato dalla gente, può causare diarrea a distanza di poche ore. La scarsità di acqua potabile è una delle ragioni principali di malattie e di mortalità infantile, il cui tasso è del 74,38 per mille (contro il 30,66 registrato in Brasile). In questo quadro di catastrofe sociale, si vedono poche jeeps 4 x 4, ben lavate e meglio armate, con a bordo ufficiali e soldati delle Nazioni Unite. Sono principalmente brasiliani, che cercano di controllare il Paese dal giugno 2004. Questi veicoli si muovono come scarafaggi ubriachi: circolano senza posa sulle rotatorie, fermandosi ogni tanto qua e là per poi ripartire. Si vede che devono spendere i 25 milioni di dollari per carburante, stanziati in bilancio.
II. Da “MORTE DI UNA DEMOCRAZIA”
(“The Indipendent” 28 febbraio 2005)
I biscotti di fango venduti nei mercatini e ammucchiati sulle bancarelle lungo le vie delle zone più disperate di Port-au-Prince, vengono confezionati in un luogo della città chiamato Fort Dimanche. Qui – vicino a quello che era un carcere dove il dittatore François Duvalier, detto “Papa Doc”, rinchiudeva i prigionieri politici – alcune donne mescolano terra, acqua, un po’ di margarina e un pizzico di sale. A volte sbriciolano nella mistura una pasticca di dolcificante. Col tutto modellano dei dolci e li fanno seccare al sole dei Caraibi. Per tradizione, ad Haiti sono le prossime madri a mangiare questi dolci di fango, credendo contengano sostanze nutritive per il bambino che portano in grembo. Ma negli ultimi tempi si vendono in sempre maggior quantità a chiunque sia troppo povero per permettersi altre cose. «Quest’anno sto vendendo di più: la gente ha meno denaro da spendere» - dice Mafie, una giovane seduta dietro un mucchietto di dolci di fango color marrone chiaro al mercato Salamoun.
A modo loro questi biscotti – detti in lingua creola semplicemente “terra” – raccontano una storia più vasta. A un anno dalla partenza forzosa di Jean Bertrand Aristide, presidente di Haiti regolarmente eletto, il Paese che egli è stato costretto a lasciare dopo lunghe minacce delle autorità statunitensi, si trova in condizioni infernali. Vacillante, agonizzante, travagliato da divisioni e devastato, per di più, da un ciclone nello scorso mese di settembre, è in una situazione tale che molti cittadini, i quali avevano votato per l’ex prete aspettandosene riscatto e salvezza, sono adesso costretti a riempire la pancia con bocconi di fango odoranti sporcizia. La fame è solo uno dei molti problemi di Haiti. Da quando Aristide è stato messo su un aereo all’alba del 29 febbraio dell’anno scorso (destinazione la repubblica Centro Africana, poi il Sud Africa dove adesso vive da esule), i suoi sostenitori, membri del partito “Lavalas”, sono andati incontro a repressioni, violenze, carcere e morte […]
Attualmente la violenza, ad Haiti, è del tutto fuori controllo. Negli slums si combatte fra bande rivali con mandanti politici e spesso la polizia fa incursioni compiendo esecuzioni sommarie. Il risultato è ben visibile: cadaveri sulle strade, rosicchiati da cani e maiali finchè qualcuno viene a rimuoverli. Verso la fine dell’anno scorso, all’obitorio non refrigerato del maggior ospedale cittadino arrivavano tanti cadaveri, da dover essere accatastati in mucchi dove ben presto li divoravano gli insetti. Le autorità non permettevano ai giornalisti di recarsi sul posto, preoccupate della cattiva immagine che ne sarebbe loro derivata. Dal mese di settembre sono state uccise a Port-au-Prince, vittime di violenza politica, oltre 250 persone. “The Independent” ha accertato inoltre che nelle zone più povere della città stanno diffondendosi i rapimenti, molti dei quali con finalità politiche […] La violenza peggiore è concentrata, ad Haiti, negli slums dove è meglio non andare [testualmente: “no-go slums”], dai bei nomi ingannevoli come Cité Soleil, Bel Air e La Saline. In queste zone, tagliate fuori dal resto del mondo, bande rivali terrorizzano la popolazione. Funzionari di organismi internazionali per i diritti umani dichiarano che le azioni criminali commesse dalle bande pro-Lavalas sono pari a quelle delle bande di segno opposto.