GORBACIOV A LONDRA
(Eugenio Pagliari - n.4/gennaio 1985)
[…il 15 dicembre 1984] il nuovo responsabile del lavoro ideologico nel partito comunista sovietico (di fatto, per consuetudine, la carica più autorevole al vertice della politica sovietica dopo quella di Cernenko), Mikhail Gorbaciov, atterrava a Londra per una serie di importanti colloqui. E questa visita, per significativa ammissione, era stata sollecitata dal governo britannico. Per Gorbaciov si è trattato di un notevole successo personale, che sottolinea la crescente credibilità della sua immagine pubblica come capofila di una nuova generazione di quadri politici, sui quali incombe la responsabilità di stabilire un solido nesso tra l’eredità rivoluzionaria della seconda potenza mondiale e le sfide complesse dell’immediato futuro. A questo proposito, si deve ricordare che Gorbaciov aveva fatto ricorso a espressioni molto impegnative introducendo i lavori della Conferenza pansovietica sul “perfezionamento del socialismo sviluppato e il lavoro ideologico” ai primi di dicembre: «al processo di intensificazione dell’economia – egli ha affermato in quella sede, come riporta la “Novosti” – occorre dare un carattere autenticamente popolare, la stessa valenza politica che a suo tempo ebbe l’industrializzazione del Paese».
Le esigenze di profonda riforma implicitamente affermate non contraddicono, in queta visuale, l’accento posto sulla «propaganda delle conquiste storiche del socialismo reale» e sulla «crisi spirituale, ideale e morale» che accompagna, secondo le parole di Gorbaciov, lo «aggravamentodelle contraddizioni economiche, sociali e politiche» del capitalismo. Su questa linea appare abbastanza corente la ripresa e l’accentuazione dello sforzo, che aveva particolarmente caratterizzato l’iniziativa di Andropov, e che aveva ispirato le più recenti prese di posizione di Cernenko, rivolto a promuovere l’immagine dell’URSS come portatrice di stimoli concreti alla soluzione dei maggiori problemi mondiali, e a suscitare consenso entro un più vasto arco di forze in occidente. Da parte sovietica, insomma, si delinea una sorta di “offensiva del consenso” in relazione alla fase negoziale che si prospetta nei confronti dell’altra superpotenza. […]
LE ATTESE SU GORBACIOV
(Raffaele D’Agata – n.7/aprile 1985)
La scomparsa di Konstantin Ustinovic Cernenko e la rapidissima elezione di Mikhail Gorbaciov segnano oggettivamente una svolta storica. La generazione dei testimoni e dei protagonisti del periodo rivoluzionario ha portato a termine la propria opera. George Kennan descriveva così, nel 1979, il compito che essa si era prefisso: «si tratta di una leadership anziana, piena di esperienza, che di per sé non si lascia andare a follie o a politiche avventuristiche (…). Essa ha di fronte seri problemi interni, che costituiscono la sua maggiore preoccupazione. Guardando all’esterno, questa leadership vede più pericoli che opportunità invitanti (…). Teme e rispetta la potenza militare americana anche se tenta di controbilanciarla, e spera di evitare un conflitto con essa (…). Si considererebbe fortunata se (…) riuscisse a preservare la sua preminenza entro il settore comunista dello spettro politico mondiale, evitando una guerra vera e propria che, come essa chiaramente riconosce, sarebbe la rovina di tutte le parti coinvolte, essa stessa compresa, e finendo pacificamente i suoi giorni – così che i suoi membri passino alla storia come leaders costruttivi che contribuirono, molto più di Stalin o almeno più di Krusciov, all’accrescimento della gloria dell’Unione Sovietica e alla causa del comunismo nel mondo». Se questi erano gli obiettivi della generazione di Breznev, di Andropov e di Cernenko, si può dire che essa li ha raggiunti. Ha conservato uno specifico patrimonio che rappresenta una parte insostituibile del cammino finora compiuto dalla civiltà umana, e lo ha consegnato agli eredi nelle migliori condizioni possibili.
I “gerontocrati” erano dei vecchi che ammettevano di essre tali, e questo può essere considerato un merito. Il mito vitalistico della giovinezza, nella storia contemporanea, si trova molto spesso associato con tragici inganni e con catastrofi. I “gerontocrati” sono stati dei grandi – e in parte tragici – conservatori, in un mondo febbricitante. Ma sono stati i conservatori dei risultati di una rivoluzione mondiale, la cui spinta – sia pure attraverso il prezzo di enormi sofferenze – ha contribuito ad arricchire la condizione umana in tutti i continenti. Non è lecito appagarsi mai della conservazione, e tuttavia questa assume un valore quando le alternative date, o almeno quelle più forti e credibili, non muovono dai risultati raggiunti, ma dal proposito di disfarli. La formazione e la carriera politica di Gorbaciov appaiono come quelle di un giovane che è infine pervenuto all’età matura, e alla responsabilità di guidare il più vasto Paese del mondo, imparando dal passato e ascoltando i suggerimenti del presente. Il suo primo gesto importante sulla scena politica internazionale, nel giugno scorso, consistette nell’interrompere un vertice del Patto di Varsavia nella capitale bulgara, proponendo un minuto di silenzio alla notizia della scomparsa di Enrico Berlinguer, e un suo viaggio a Roma per rendere l’ultimo omaggio al capo del più grande partito comunista dell’Occidente.
Si riferisce che la sua ammirazione, di fronte all’imponente vastità della partecipazione popolare per quell’addio, fu meditata e sincera: i problemi posti dai comunisti italiani andavano affrontati. E nel suo recente discorso d’insediamento, l’unica citazione di Lenin da lui usata è stata questa: «la forza dello Stato è la coscienza delle masse». Le reazioni all’avvento di Gorbaciov sono state dominate largamente dalla nota della speranza. E’ un dato oggettivo, che può essere registrato senza entrare in approfondite discussioni circa il ruolo della personalità nella storia, e senza spirito cortigiano. Si sa che egli ha alcune idee nuove, e che i sovietici lo hanno scelto per guidare il loro Paese. Uno dei principali teorici del campo politico e ideologico ove si intende non avanzare sui risultati sin qui raggiunti nel cammino dei popoli, ma disfare innanzitutto questi risultati – cioè il signor Zbygniew Brzezinski – ha connesso ciò che si conosce di Gorbaciov con il fatto che i comunisti sovietici lo hanno scelto, e ne ha dedotto qualcosa come “tanto meglio, tanto peggio”: se il mondo sovietico si rinnova, è più difficile (se mai è stato facile) sperare crolli. Fate attenzione, egli dice quindi, alle offensive di pace, che sono una tentazione. Tra coloro che non gli hanno dato ascolto per il momento si colloca il “Financial Times”: «Si dice – vi si leggeva – che nei suoi ultimi tempi John F. Kennedy si sia domandato che cosa sarebbe accaduto se l’Unione Sovietica avsse mai un leader che facesse una campagna basata sul motto: “mettiamo in movimento questo Paese”. Questo accadeva più di vent’anni fa. Dopo la morte di tre presidenti sovietici in tre anni, il signor Gorbaciov può avere questa opportunità».
Il rischio di tali aspettative in Occidente non è naturalmente quello paventato da quanti pensano come Brzezinski. Ma piuttosto quello di presumere che l’Unione Sovietica possa mai fare contemporaneamente il meglio della propria parte e di quella che compete ad altri. Un parte consistente del ruolo dell’URSS, per la forza dei fatti, resta determinata da esigenze di conservazione. Ed è vero che le più clamorose novità che si sono manifestate sulla scena internazionale negli ultimi anni hanno avuto altri protagonisti: la Cina di Deng e l’America di Reagan. Ma la Cina ha potuto aprire il proprio sistema all’iniziativa privata, ai moventi individuali, e al capitale estero, in quanto per il momento non ha e non intende assumere responsabilità mondiali (e ritiene di poter sopportare il notevole grado di tensioni sociali interne che sembrano essere attualmente indotte dal mutamento). E l’America si può dedicare alla sua attuale miscela hollywoodiana di archeologia economico-sociale e di avvenirismo tecnologico proprio perché sceglie ormai di servirsi del suo potere mondiale in modo solo limitatamente responsabile.
Gorbaciov ha in questo momento molte buone ragioni per proporre «un serio miglioramento dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese», il cui governo ha già significativamente deluso molte aspettative in America e nel Sud-Est asiatico con il suo atteggiamento contenuto nei confronti del Vietnam, e che segnala in vari modi di cercare una via per sottrarsi all’abbraccio di Weinberger. E, usando il termine “riduzione” accanto a quello di “congelamento” circa il tema del controllo degli armamenti, si è dimostrato disposto a riprendere il filo dell’imbarazzante duttilità negoziale già manifestata da Andropov nelle ultime fasi della trattativa sugli “euromissili”, cui non casualmente fece seguito, come è noto, l’oscura provocazione del “Jumbo” sud-coreano. Ma non ha lasciato equivoci circa la determinazione dell’URSS di non rinunciare alla parità delle proprie forze rispetto a quelle dell’altra superpotenza. Se non vi fossero altre ragioni, la necessità di dotarsi comunque di “tutti i mezzi necessari” a questo fine esclude che l’URSS possa assumere il ruolo di trainare direttamente, nel prevedibile futuro, i mutamenti necessari nell’ordine mondiale, sia per quanto riguarda i drammatici problemi del rapporto tra il Nord e il Sud del pianeta, sia per quanto riguarda i nodi della crisi economica, spirituale e morale che investe l’Occidente.
Ha i suoi specifici problemi, che sono diversi e per certi aspetti minori da questo punto di vista, ma che a quanto sembra non vengono sottovalutati dalla nuova leadership; e sembra intenzionata a occuparsene. Il resto spetta alle forze democratiche dell’Occidente. Si direbbe che ognuno ha il compito di mettere in campo le novità di cui è specificamente capace. Durante la sua recente visita in Italia, che è stata largamente dedicata all’esame dei rapporti economici italo-sovietici, Andrej Gromyko ha avuto buon gioco nel presentare un quadro oggettivo che offre interessanti possibilità per la vita e il lavoro degli italiani nello sviluppo di questi rapporti, lasciando a noi il confronto con le difficoltà suscitate dal superdollaro alleato. Già qualche mese fa le competenti autorità sovietiche avevano mostrato di nutrire nel ruolo dello scudo europeo una fiducia maggiore di quella che i prudentissimi custodi della Bundesbank osano avere. Pochi giorni dopo l’elezione di Gorbaciov, e in seguito a trattative tecniche concordate durante la visita di Gromyko, è stato accettato di usare lo scudo come misura delle transazioni tra l’Italia e l’URSS. Se lo volesse, l’Europa comunitaria potrebbe avere una moneta internazionale cui gran parte del mondo sarebbe disposta a fare riferimento, come tramite di un diverso sviluppo dell’Europa e del resto del mondo. E se il dollaro cessasse di essere l’unica moneta internazionale effettiva, le guerre stellari cesserebbero di essere un rischio concretizzabile.
LE RADICI DI GORBACIOV
(Claudio De Vincenti – n.8/maggio 1985)
Per chiunque voglia cogliere la complessità delle scelte di politica economica e sociale con cui si dovranno misurare Mikhail Gorbaciov e l’intero gruppo dirigente sovietico, è condizione necessaria tener conto della reale situazione economica e sociale in cui si trova oggi l’URSS e del modo in cui essa viene letta all’interno. Non è questo l’approccio, purtroppo, di gran parte dei commenti che nel nostro Paese, come nel resto dell’occidente capitalistico, sono seguiti alla morte di Chernenko e all’elezione del nuovo segretario. E non solo di quelli che pregiudizialmente hanno escluso qualsiasi possibilità di cambiamento all’interno del sistema sovietico, ma anche di quanti hanno individuato i cambiamenti possibili, e di cui Gorbaciov sarebbe l’alfiere, in riforme economiche che introducano elementi di mercato e in una modifica, dalla classe operaia agli intellettuali, ai tecnici e ai managers, della base sociale privilegiata dal partito. Infatti, come ha osservato Rita di Leo (“Politica ed economia”, n.4), «qualsiasi novità nelle strutture politiche, nei rapporti sociali, nella gestione dell’economia, non immediatamente riconducibile alle nostre chiavi di lettura, non viene presa in considerazione, spesso nemmeno colta». Vediamo dunque con quale patrimonio di esperienze l’Unione Sovietica si trova oggi ad affrontare i problemi di una ripresa stabile e duratura dello sviluppo e di un arricchimento della sua qualità (che non sembrano ancora risolti nonostante i miglioramenti, richiamati in questo stesso numero nella rubrica congiunturale, fatti registrare negli ultimi due anni dopo la stagnazione dell’inizio del decennio).
Si è molto discusso in occidente del fallimento della riforma Kosyghin del 1965. Essa rispondeva a una maggiore consapevolezza della leadership sovietica circa la complessità del sistema economico costruito nella temperie staliniana e la necessità di articolarne le componenti, consapevolezza che si concretò in una stabilizzazione del ruolo dei ministeri e nel riconoscimento dell’impresa come anello indipendente del sistema nell’ambito di un più generale processo di legificazione e regolamentazione, da allora approvato anche in altri campi. Al tempo stesso quella riforma, con il ricorso a indicatori delle attività delle imprese mutuati in parte dal mercato (come la produzione venduta e il profitto), intendeva affrontare la questione del necessario passaggio dalla fase estensiva dello sviluppo, basata sulla mobilitazione della riserva di risorse a disposizione largamente sottoutilizzata, alla fase intensiva, basata su un uso migliore e più efficiente di risorse ormai pienamente impegnate. Ora, se dopo i primi successi i risultati ottenuti dall’impiego di quegli indicatori si rivelarono deludenti ed essi vennero ben presto soppiantati da un nuovo ricorso a indicatori più omogenei alla tradizione sovietica (produzione lorda, produttività del lavoro, ecc.), l’acquisizione di una più complessa articolazione del sistema e delle possibilità di impiego proficuo delle “leve economiche” entro una gestione pur sempre di tipo giuridico-amministrativo non andò perduta. Così, gli anni settanta appaiono caratterizzati da una sperimentazione e da un dibattito assai vivaci, che hanno visto insieme rafforzarsi il ricorso a strumenti di tipo amministrativo e l’obbligo, per limitarci ad un esempio, per le unioni industriali varate nel ’73 di rispettare il “calcolo economico” (chozrascet).
Una prima sintesi di queste esperienze è costituita dal decreto del luglio del ’79, dove il tentativo è stato quello di affinare la gestione giuridico-amministrativa attraverso un impiego opportuno delle “leve economiche”. Il fatto che il decreto abbia incontrato difficoltà di applicazione e che solo con l’ulteriore esperimento economico varato in cinque ministeri industriali nell’estate dell’83 si siano cominciate a elaborare le misure concrete per la sua attuazione, sta a indicare che il problema di una economia sovietica di tipo intensivo non è tuttora risolto, ma anche che la sperimentazione continua e che la situazione è in movimento. Sul piano sociale, poi, il processo di articolazione del sistema ha visto da un lato il tentativo, attraverso la diffusione del cosiddetto appalto di brigata, di cointeressare i lavoratori a una maggiore efficienza produttiva, rilanciando per questa via il tradizionale protagonismo operaio in fabbrica e, dall’altro, il rafforzamento dei soviety locali, attraverso la “pianificazione sociale”, in direzione di un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e di un riequilibrio tra realtà territoriali troppo diversificate. Questa scelta di una sorta di pianificazione popolare, secondo modalità tipicamente sovietiche, del momento della esecuzione delle direttrici politiche e di piano – che ha trovato un quadro di riferimento generale nella Costituzione del ’77 e un’ulteriore traduzione in pratica nella legge sui collettivi di lavoro del giugno 1983 – segnala che l’ipotesi di un rapporto privilegiato tra partito e intellettuali, tecnici, managers, in alternativa a quello tradizionale con la classe operaia – affacciatasi a metà anni sessanta insieme con la “riforma del profitto” e rapidamente accantonata – continua a non essere praticata dalla leadership sovietica.
E così come per le sperimentazioni condotte sul sistema di gestione dell’economia, anche per le linee seguite nel campo dei rapporti sociali, non appare credibile che alla loro elaborazione sia rimasto estraneo l’attuale segretario. Basti pensare al fatto che sia l’avvio dell’esperimento economico nei cinque ministeri industriali sia la legge sui collettivi di lavoro risalgono al periodo della segreteria Andropov. Certo anche per le relazioni sociali, come per la riforma del sistema economico, molti problemi restano aperti. E in primo luogo quello delle forme in cui realizzare un protagonismo operaio all’altezza della fase intensiva dello sviluppo e l’altro, d’altronde a questo connesso, del coinvolgimento in un rapporto costruttivo di una intellighencija tecnico-scientifica vanto del sistema perché essa stessa di estrazione proletaria. A queste considerazioni introduttive è giocoforza fermarci qui, rinviando a successive più articolate riflessioni il compito di entrare nel merito delle questioni aperte. Sta di fatto che l’evoluzione in corso nella realtà sociale ed economica sovietica appare ben lontana da quel “lungo sonno” con cui la vulgata, purtroppo diffusa in occidente, suole identificare il periodo brezneviano e gli ultimi anni di trapasso generazionale.
OLTRE LA “COESISTENZA”
(Michele Tortorici – n.9/giugno 1985)
Nel mese di ottobre dello scorso anno, nel momento in cui la diplomazia sovietica si muoveva nella direzione che avrebbe portato a Ginevra, lo stesso direttore della “Pravda” Viktor Afanasiev lasciava trapelare la notizia della conferma di Gobaciov al secondo posto nella gerarchia del PCUS. Si voleva in sostanza sottolineare che era già pronto l’erede di una linea politica, l’interprete di una strategia che poteva vantare una sostanziale continuità col passato e che altrettanta continuità avrebbe asssicurata per il futuro. D’altronde, all’interno di una continuità di fondo, le novità della politica estera dell’URSS, che pur vi sono, vanno ricercate nei toni, nei tempi, nei ritmi, nelle sottolineature della diplomazia e non certo nella spettacolarità di eventi clamorosi generalmente estranea a tutta la vita politica sovietica. Una prima novità (che costituisce l’avvio stesso della fase attuale), anch’essa non spettacolare ma gradualmente perseguita con un sottile e difficile lavoro diplomatico, ve individuata senza dubbio in quella disponibilità di Cernenko che ha condotto a Ginevra e che è stata forse l’opera politica maggiore della sua breve segreteria.
All’interno di tale linea di Cernenko si potevano individuare due filoni fondamentali: i rapporti USA-URSS venivano concepiti come il nodo cruciale e in certa misura esclusivo della vita dell’intero pianeta; i “quattro punti” esposti in una importante intervista al “Washington Post” (impegno americano – corrispondente a quello sovietico – al “non primo uso” delle armi nucleari; ratifica dei trattati del 1974 e del 1976 sugli esperimenti sotterranei nucleari; blocco dei programmi di “guerre stellari”; congelamento degli arsenali atomici) costituivano tutti insieme, senza vere priorità, il terreno della trattativa possibile così come l’oggetto della battaglia politica e diplomatica da condurre sui vari fronti del mondo. Questa linea è l’eredità che Gorbaciov ha raccolto, per un singolare destino, proprio alla vigilia dell’incontro del 12 marzo a Ginevra delle delegazioni sovietica e americana. Il giorno prima Gromyko, presentando la sua candidatura al Plenum del Comitato Centrale del PCUS aveva detto: «Egli afferra presto e bene il senso dei processi che si svolgono fuori del nostro Paese, nell’arena i nternazionale. Io stesso sono rimasto sovente sorpreso dalla sua capacità di afferrare presto e con esattezza il nocciolo della questione […]».
L’anziano ministro degli Esteri aveva ibnsomma subito presentato, con la sottolineatura della rapidità di analisi e di sintesi (preliminare a una rapidità di “giuste conclusioni”) un carattere fondamentale – e nuovo – di Gorbaciov. Di fatto, un vero e proprio cambiamento di ritmo ha caratterizzato questi primi mesi di politica estera del “giovane” segretario del PCUS. Vero è che Gorbaciov ha improntato a un tale diverso ritmo l’intero proprio lavoro, dall’interno del partito alla società, all’economia sovietica. Nel partito ha criticato il «ristagno nell’avvicendamento dei quadri» e ha reclamato «più coraggio nel far avanzare ai posti di responsabilità le donne e i giovani promettenti». Nell’economia ha chiesto «idee coraggiose», «creatività» per garantire il progresso, per «accelerare i ritmi dello […] sviluppo». Questa tendenza all’accelerazione, applicata al piano internazionale, ha consentito a Gorbaciov di togliere il tempo a Reagan (come ha riconosiuto la stampa statunitense), di riprendere l’iniziativa, di costringere in difesa sul piano diplomatico il pur dinamico presidente americano (per esempio, nel caso dell’incontro al vertice o in quello della moratoria unilaterale).
Eppure questa rapidità di analisi e di conclusioni e di fatti preannunziata da Gromyko sin dall’inizio e realizzata poi con una serie davvero inconsueta di iniziative, non è l’unico elemento originale di questi ultimi mesi. Non ci si vuol riferire qui all’importanza preponderante che ora viene attribuita alle “guerre stellari” ruspetto agli altri “punti” di Cernenko: questa importanza è andata emergendo dalle cose ben più che dalle intenzioni. Una sottolineatura davvero nuova Gorbaciov sembra piuttosto dare al tentativo, pur avviato da Cernenko, di attribuire all’Europa occidentale un ruolo diverso e più importante nello scacchiere internazionale. Rispondendo il 9 aprile a un redattore della “Pravda”, egli ha voluto chiarir bene che le relazioni con gli USA non hanno carattere esclusivo, pur se rappresentano comunque un «fattore estremamente importante», nella politica estera dell’URSS. «Noi – ha affermato Gorbaciov – non guardiamo al mondo solo attraverso il prisma di queste relazioni. Noi siamo consapevoli del peso degli altri Paesi nelle questione internazionali […]». Gli incontri di Gromyko a Vienna con Andreotti, Genscher, Dumas, Howe hanno peraltro fatto ben capire che quanto affermato nell’intervista alla “Pravda” non costituiva né una astratta petizione di principio né soltanto un riferimento rituale.
Ci si è interrogati se il messaggio inviato a Craxi prima del vertice dei Paesi industrializzati a Bonn fosse destinato soltanto al presidente del Consiglio italiano; l’invito rivoltogli a recarsi a Mosca prima della scadenza del semestre italiano di presidenza della CEE e le aperture nei confronti delle stesse isituzioni comunitarie emerse nel colloquio di Gorbaciov con il presidente del gruppo comunista del Parlamento europeo Gianni Cervetti, confermano invece una reale novità della politica sovietica nei confronti dell’Europa dei dieci. Se questa tendenza dovesse rivelare, come appare, un carattere decisivamente strategico e non riduttivamente tattico, l’Europa occidentale avrebbe nelle sue mani l’occasione per giocare un ruolo nuovo e autonomo all’interno di rapporti internazionali più complessi e articolati, tanto complessi e articolati quanto la situazione lo richiede. A patto, naturalmente, di rigenerarsi a sua volta, di accettare finalmente con convinzione e serenità il nuovo ordine mondiale che il risultato dell’ultima guerra ha determinato sottraendole il ruolo di esclusivo protagonista nell’arena i nternazionale. Proprio all’interno delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario della vittoria sembra di dover individuare per altro un ulteriore elemento di novità introdotto dal “giovane” segretario del PCUS, che mostra di aver ricavato dallo “spirito di Yalta”, dallo “spirito della vittoria”, qualcosa di piùdi un semplice rimpianto per una collaborazione presto rovesciatasi in un confronto che ha avuto ed ha in sé, connaturato, il rischio di assumere carattere militare.
La novità sta proprio nel fatto che in ogni occasione – celebrativa o no – Gorbaciov ha affermato come esigenza dell’oggi e come prospettiva del domani lo “spirito di cooperazione” sottolineando, appunto, il concetto di “cooperazione” e di “collaborazione” rispetto a quello tradizionale di “coesistenza”. Egli, insomma, non ha solo negato che nei rapporti USA-URSS vi sia «uno scontro fatale degli interessi nazionali»; ha invece affermato più volte che «una cooperazione sovietico-americana reciprocamente vantaggiosa è pienamente possibile», oggi. Persino nell’incontro tra i dirigenti di partito e di Stato dei Paesi del Patto di Varsavia, Gorbaciov ha voluto sottolineare questa attuale esigenza, richiamandosi all’insegnamento della guerra per riaffermare l’importanza dell’esempio «di collaborazione delle potenze della coalizione antifascista». Pochi giorni prima ai veterani sovietici aveva ricordato: «La nostra alleanza combattente, nata negli anni di guerra, ha dimostrato quale potenziale di cooperazione sia stato rivelato dalla lotta congiunta per la pace e un migliore futuro per l’umanità. La stretta di mano dei soldati sovietici e americani, incontratisi nella primavera del 1945 sull’Elba, è entrata dunque per sempre nella storia come simbolo di speranza e di amicizia». A noi pare decisivo che, mentre il segretario del PCUS trae questi insegnamenti e questi auspici dallo “spirito della vittoria”, l’Occidente ripensi e faccia di nuovo suo, per dare uno sbocco positivo ai germi di novità che sembrano schiudersi, lo “spirito di Roosevelt”, L’Occidente, tutto l’Occidente, cominciando magari, oggi, da questa sponda dell’Atlantico.
LE NOVITA’ DI GORBACIOV
(Claudio De Vincenti – n.9/giugno 1985)
Dai primi interventi del nuovo segretario del PCUS Mikhail Gorbaciov sulle tematiche economiche e sociali emergono già, nei loro lineamenti essenziali, alcune delle direttrici lungo le quali egli sembra intenzionato a muoversi. Tenendo conto in particolare del suo discorso all’incontro dell’8 aprile con i dirigenti di azienda e i capi delle squadre operaie e del rapporto al Plenum del Comitato centrale del 23 aprile, possiamo distinguere tra iniziative volte a migliorare i risultati economici dell’anno in corso – l’ultimo dell’XI piano quinquennale – e indicazioni di prospettiva da elaborare e avviare con la redazione del XII piano (1986-90) e con la discussione congressuale dei prossimi mesi. Sul consuntivo del primo trimestre ’86, «che non può essere ritenuto soddisfacente», hanno influito, oltre a fattori oggettivi, anche, e in misura considerevole, «la disorganizzazione, talvolta atteggiamenti indulgenti e persino irresponsabili». Occorre perciò accelerare i ritmi di realizzazione del piano, riducendo da subito sprechi e inefficienze, attraverso un rafforzamento dell’organizzazione e della disciplina affinchè «ciascuno lavori con coscienza al proprio posto»: «esistono non pochi esempi di come solo con il rafforzamento dell’ordine e della lotta contro l’indisciplina, con un buon ritmo di lavoro, nelle imprese aumenta molto più in fretta la produttività del lavoro e migliorano la qualità dei prodotti e i risultati ottenuti».
A questa esigenza ocorre perciò saldare una prospettiva di ampio respiro in cui trovino soluzione «le questioni inerenti al passaggio decisivo della produzione sui binari dell’intensificazione»: per questo occorrono «svolte rivoluzionarie». Si tratta di procedere lungo tre direttrici principali. In primo luogo, una politica di investimenti che punti a «riequipaggiare tutti i settori dell’economia nazionale sulla base delle recenti conquiste della scienza e della tecnica». Nel nuovo piano quinquennale occorrerà quindi mirare alla produzione di nuove generazioni di macchine che consentano di operare una consistente sostituzione di impianti invecchiati e tecnicamente obsoleti». In secondo luogo, «ci vogliono misure energiche ed immediate su tutto lo spettro dei problemi di gestione», sviluppando il principio centralistico della soluzione dei problemi strategici e al tempo stesso ampliando diritti e utonomia delle imprese, introducendovi «un vero calcolo economico» e aumentando su questa base «il senso di responsabilità e l’interessamento, sua del collettivo nel suo complesso che dei singoli lavoratori, verso i risultati finali del laoro». Tenendo conto dell’esperimento in corso dall’inizio del 1984 in cinque ministeri industriali, cui Gorbaciov si riallaccia proponendone decisamente lo sviluppo e l’estensione, l’indicazione che viene è quella da un lato di liberare i piani dal sovraccarico di indicatori per le unità produttive («illivello dei nostri quadri economici permette pienamente di risolvere molti problemi a livello locale») e dall’altro di imporre alle unità produttive il rispetto, nel perseguimento degli obiettivi di piano loro assegnati, del chozrascet (autofinanziamento).
L’obiettivo è quello di rendere «economica» la gestione dell’economia assicurando una funzione dirigente, e non burocratica, della pianificazione e la responsabilizzazione delle imprese. Infine, occorre tradurre realmente in pratica la legge sui collettivi di lavoro (varata nel giugno 1983), che è diretta a «elevare il ruolo dei lavoratori nella gestione della produzione e la responsabilità dei dirigenti davanti al collettivo». Molti dirigenti credono ancora che «se si consigliano di meno e comandano soltanto, sarà più semplice e più breve il cammino verso l’obiettivo desiderato». Al contrario, «appoggiarsi al collettivo e creare in esso una situazione di amicizia e creatività è il modo principale per accelerare il progresso». In particolare occorre rafforzare il metodo delle «brigate di lavoro», che poossono prendere in appalto e gestire autonomamente, nel rispetto dei costi e dei tempi di esecuzione, fasi del processo produttivo. L’impostazione di politica economica del nuovo segretario del PCUS, quale abbiamo cercato ora di tratteggiare sulla base dei suoi più recenti interventi, contiene a nostro giudizio alcuni significativi elementi di novità entro un quadro di complessiva continuità con l’esperienza sovietica degli ultimi venti anni, su cui ci siamo soffermati nel numero precedente di questa rivista.
E’ in effetti dal momento in cui pianificatori, politici ed economisti hanno preso atto – alla fine degli anni sessanta – degli esiti deludenti della riforma Kosyghin del 1965, che vanno avanti una ricerca a una sperimentazione le quali, pur in modi e misure diverse, ruotano intorno a due punti decisivi: il sistema economico di tipo sovietico è dotato di una sua pripria logica di funzionamento basata principalmente su rapporti di tipo giuridico-amministrativo; la presenza di soggetti (imprese, lavoratori, ecc.) che non sono riducibili a meri esecutori passivi delle istruzioni di piano e ai quali viene ormai apertamente riconosciuta una autonomia nell’ambito del meccanismo di gestione, comporta da un lato l’esigenza di realizzare finalmente una effettiva capacità di direzione da parte delle autorità di piano e dall’altro di responsabilizzare a fondo gli anelli indipendenti del sistema. Il decreto del luglio ‘79 e l’esperimento in corso già si muovevano nella direzione di una gestione giuridico-amministrativa resa più incisiva da un uso adeguato delle “leve economiche” e del chozrascet. Nella stessa direzione poi si muove da tempo anche il metodo delle “brigate di lavoro”. Fin qui, dunque, una sostanziale continuità della linea di Gorbaciov rispetto all’esperienza sovietica di questi anni.
Ma, come si è detto, non mancano robuste novità nell’impostazione del nuovo segretario. E innanzitutto, la decisione – che ricorda immediatamente il breve periodo della segreteria Andropov – con cui viene effettuato il richiamo alla disciplina produttiva e all’organizzazione. Da questo punto di vista, la maggiore autonomia delle aziende, su cui Gorbaciov – ed è questo il secondo elemento di novità – pone l’accento con convinzione inusitata, non va intesa come un rilassamento della tensione richiesta alle unità produttive, ai loro dirigenti e ai collettivi di lavoro, ma semmai come ricerca di un rapporto più essenziale ed efficace tra autorità di piano e imprese. D’altra parte, una maggiore efficacia del sistema di gestione e un più accentuato impegno delle unità produttive di base è condizione perché la priorità ch sie intende dare a un ampio e rapido rinnovo degli impianti nel corso del XII piano quinquennale – terzo elemento di novità della linea espressa da Gorbaciov – possa essere perseguita nell’immediato senza penalizzare quel miglioramento dei livelli di consumo e delle condizioni di vita della popolazione cui essa è finalizzata nel più lungo periodo, e perché, quindi, «i cittadini sovietici avvertano già tra breve i cambiamenti verso il meglio». Queste indicazioni, insieme con l’enfasi posta sul ruolo del collettivo di lavoro e delle brigate, danno infine spessore alla quarta novità ravvisabile nella impostazione del nuovo segretario del PCUS e che già aveva trovato espressione nella linea perseguita da Andropov: una concezione della centralità operaia non come dato acquisito e semplicemente da difendere, ma come patrimonio da rilanciare in forme nuove e più dinamiche in quanto molla di un nuovo possibile sviluppo. Al collettivo di lavoro viene chiesto di impegnarsi in prima persona nella gestione dell’attività produttiva. La scommessa si gioca sulle capacità delle squadre operaie di trovare un terreno di incontro costruttivo con i dirigenti e tecnici nella gestione “economica” del processo produttivo.
Queste dunque le linee generali della leadership sovietica quali emergono dalle prime dichiarazioni del nuovo segretario. Sulle possibilità di una loro traduzione in pratica più o meno rapida e con risultati più o meno significaivi, pesa naturalmente l’incognita delle relazioni internazionali, con il rischio di una massiccia distrazione di risorse verso la produzione per la difesa. Ma pesa anche una questione di carattere interno, riguardante le capacità della linea tratteggiata di suscitare mobilitazione e consenso attivo nel più lungo periodo. Una gestione “economica” del processo produttivo, implicando la realizzazione e l’accettazione di un sistema di incentivi e di sanzioni all’interno delle unità e delle organizzazioni produttive, passa in realtà per due snodi essenziali: la proposta al Paese di obiettivi di sviluppo sociale trainanti, in grado cioè di dare coerenza, nella fase del “socialismo sviluppato”, ai comportamenti dei cittadini e dei lavoratori come seppe fare, nel periodo della formazione del sistema, l’obiettivo della “edificazione su basi economiche del socialismo”; l’acquisizione di una dimensione autonoma del sociale rispetto alla fabbrica, cui ancor oggi è demandata una funzione assai rilevante nel far fronte ai bisogni dei lavoratori in essi impegnati. Di tali ulteriori questioni la leadership sovietica sembra mostrare una maggiore consapevolezza rispetto ai problemi della gestione del meccanismo produttivo, se è vero che l’accento viene posto prevalentemente sull’efficienza, sulla crescita e sullo sviluppo quantitativo e qualitativo dei beni di consumo e dei servizi dati ( in sintesi sulla “intensificazione” della produzione), mentre la soluzione delle questioni sociali è vista prevalentemente come derivata dalla soluzione dei problemi economici. Non mancano peraltro anche qui ricerche e sperimentazioni che potenzialmente sembrano indicare strade nuove, in particolare qulle riassumibili nella esperienza della pianificazione sociale e nel ruolo crescente dei soviety locali. E’ probabile però che occorra ancora lavorare molto nelle direzioni indicate e, soprattutto, realizzare un vero e proprio salto teorico. Ed è anche ragionvole concludere che il movimento operaio occidentale farebbe bene a non ritenersi esonerato dal fornire il proprio contributo di elaborazione e di realizzazione autonoma di una propria via al cambiamento, profondamente diversa certo ma non necessariamente contrapposta rispetto alla tormentata e difficile esperienza del “socialismo finora realizzato”.
IL PCUS VERSO IL CONGRESSO
(Claudio De Vincenti – n.13/novembre 1985)
In attesa della pubblicazione dei tre documenti approvati dal Plenum del Comitato centrale del Partito comunista sovietico tenutosi il 15 ottobre e proposti al dibattito congressuale (la nuova edizione del programma del partito, le modifiche al suo statuto e gli orientamenti del prossimo piano quinquennale), non è inutile qualche considerazione sulla linea che nell’insieme è sembra emergere da quella riunione. Il fatto forse più emblematico a questo riguardo è fornito dalle indicazioni venute a propsito del nuovo programma, cui si stava lavorando già dagli ultimi anni della segreteria Breznev. Rispetto a quello varato al XXII congresso del PCUS sotto la direzione di Krusciov, si avvertono non poche significative novità. Agli obiettivi che venivano allora indicati al partito e al Paese, consistenti nella realizzazione del “comunismo negli anni ‘80” e nella competizione economica con l’Occidente segnata da venature consumistiche, la nuova versione del programma sostituisce un obiettivo insieme più realistico e più omogeneo alle cartteristiche di una economia come quella sovietica. Pur non rinunciando all’obiettivo di fondo del comunismo, il nuovo programma, nelle parole di Mikhail Gorbaciov, invita a impegnarsi nella fase attuale per la conquista di «una condizione qualitativamente nuova della società sovietica» da raggiungere grazie a una «accelerazione dello sviluppo economico e sociale del Paese»: si tratta di «assicurare ai cittadini sovietici una vita ricca di contenuto materiale e spirituale e socialmente dinamica in condizioni di pace» e di «mettere in luce con maggiore pienezza ed evidenza le possibilità e i vantaggi di quella civiltà di tipo storicamente nuovo incarnata dal sistema socialista»
Il periodo brezneviano, accantonando le fughe in avanti kruscioviane, ha visto un’ampia operazione di legificazione, articolazione e regolamentazione a livello statuale, eonomico e sociale. Essa peraltro si è sviluppata in assenza di una adeguata definizione di nuovi obiettivi trainanti per la società sovietica, omogenei a quella che già Breznev definiva come la fase, lunga e complessa, del “socialismo sviluppato”, e ha dovuto scontare una caduta della tensione ideale e politica. Non a caso sia Andropov che Gorbaciov hanno tanto insistito sulla tematica della disciplina e della responsabilità e sul ruolo mobilitante del partito. La nuova eddizione del programma cerca di fare un passo in avanti rispetto a questo primo recupero di impegno produttivo e civile e di fornire indicazioni di prospettiva in grado di suscitare stabilmente energie e insieme di dare coerenza ai comportamenti dei singoli. E cerca di far ciò in forme omogenee alle conquiste civili del periodo brezneviano, scartando quindi il ricorso a quelle forme di “febbre” politica e ideologica che avevano potuto dare risultati nel periodo staliniano ed erano fallite, a fronte di obiettivi irrealistici e contraddittori rispetto alle caratteristiche di fondo del sistema, nel periodo di Krusciov. Di qui, in particolare, l’accento posto sui valori peculiari del socialismo e sull’esigenza di svilupparli ulteriormente.
La competizione sul piano dei valori sembrerebbe inoltre il terreno principale del confronto con l’Occidente, così da superare le forzature kruscioviane, che nella competizione produttiva con i Paesi capitalistici si mostravano sostanzialmente incomprensive delle esigenze del Terzo Mondo, ma anche la interpretazione brezneviana della politica di coesistenza, certo ben più prudente e consapevole ma anche spesso troppo statica. Da questo punto di vista non appare giustificata la tesi, sostenuta da diversi commentatori occidentali, che il nesso tra politica estera e politica interna nella impostazione della nuova leadership sovietica vada individuato nel porre la scelta della distensione al servizio delle priorità di ordine interno. Un giudizio più articolato deve essere rinviato al momento in cui saranno disponibili i testi varati dal Plenum. Sarà soprattutto interessante verificare se l’indicazione generale fornita da Gorbaciov nel suo rapporto, trovi già traduzione concreta e incisiva nlle misure previste dal XII piano quinquennale nel campo della politica sociale (su cui il segretario ha molto insistito), nelle moodifiche del meccanismo economico e nel coinvolgimento attivo dei lavoratori e dei cittadini.
LA PROPOSTA
(editoriale – n.16/febbraio 1986)
Nel discorso televisivo di Gorbaciov del 4 gennaio 1986 è riconoscibile, come raramente è accaduto in modo altrettanto distinto, non tanto e non soltanto la voce del governo di una grande potenza, bensì principalmente la voce di un dirigente del movimento operaio e democratico, e precisamente di quella parte di esso su cui grava il tremendo fardello di reggere una delle massime potenze mondiali. In nome delle esigenze del movimento, sembra insomma che Gorbaciov osi oggi rischiare in parte alcuni dei tradizionali baluardi di quella potenza, costituiti da tattiche negoziali e da prudenze di specialisti e custodi del potere dello Stato. Ciò non era scontato: ogni astratta incomprensione del relativo valore che quelle dure prudenze avevano pure avuto, nel garantire un equilibrio di forze le cui alternative realistiche non si prospettavano certo migliori, porterebbe a sbagliare per difetto la misura del passo compiuto. La distruzione e il bando di tutti gli armamenti nucleari diventa dunque un programma politico concreto, e già sostenuto dalla scelta unilaterale di moratoria per i tiri sperimentali d’ogni genere, che i tecnici considerano un elemento essenziale in uno sforzo rivolto a tenere il ritmo della corsa al riarmo nucleare.
La ripulitura dell’Europa dalla selva di missili nucleari “di teatro” che ne minava l’esistenza, viene offerta in forme tali da non urtare nemmeno – a meno che qualche ombrosità preconcetta non faccia schermo alla chiarezza logica – le note suscettibilità di Londra e soprattutto di Parigi circa l’autonomia dei rispettivi apparati nazionali di deterrenza. Ma ciò diventa possibile, appunto, nel quadro di una proposta che mette in questione il concetto stesso di deterrenza, rispondendo in modo non tortuoso ma piano e diretto al diffuso sentimento pubblico che coglie gli aspetti di “immoralità” di tale concetto e delle sue applicazioni. La scelta è dunque posta tra la via tortuosa (e in effetti micidiale) dell’immenso spreco di risorse compiuto dal piano reaganiano di difesa spaziale, e l’altrettanto immenso recupero di mezzi di vita e di lavoro per tutti gli uomini, comportato dal disarmo totale e bilanciato in tempi medio-brevi.. Insomma, quella che fino a ieri operava in campo politico come un’utopia minoritaria (sebbene godesse indubbiamente già dell’appoggio di una maggioranza di coscienze tra la gente comune) diventa elemento pratico della politica estera di una delle massime potenze. Non meno di questo è accaduto. La crisi mondiale è insomma talmente matura che ormai, come raramente in passato, si presenta possibile un vasto dialogo tra un parito comunista al potere – quello che governa una delle massime potenze – e una quantità di partiti comunisti, socialisti e di forze democratiche e di pace, ovunque tali partiti e forze si trovino, e quali che siano le condizioni istituzionali e politico-sociali della loro candidatura al potere, o del loro esercizio del potere.
Sui problemi della pace e della sicurezza – questo è il punto – Gorbaciov non parla più il linguaggio un po’ asettico della diplomazia, ma parla esplicitamente il linguaggio del movimento. E’ un premio per i recenti sforzi di uomini come Brandt e Palme (preceduti, del resto, anche in forme più nette, da alcune intuizioni di Enrico Berlinguer), rivolti a dare concretezza all’utopia, o meglio a smascherare gli equivoci mortali della corrente idea di “realismo”. Non è un caso se contatti formali a livello di partito tra SPD e PCUS sui temi di un rapporto tra disarmo e sviluppo hanno luogo da qualche anno, e se la menzione di questo rapporto costituisce una delle principali novità – rispetto alle tradizionali posizioni sovietiche, che enfatizzavano il problema statico della sicurezza su quello dinamico del movimento e dello sviluppo – del discorso di Gorbaciov. Le connessioni profonde di problemi, menzionate da Gorbaciov quasi a titolo di conclusione circa le proposte che egli lancia, sono le stesse per cui si batte o dovrebbe battersi, o comunque dibatte, la sinistra occidentale: disarmo per lo sviluppo, soluzione del problema dei grandi debiti internazionali, diversa finalizzazione della gigantesca mole di risorse che il programma di militarizzazione dello spazio rischia di succhiare, allargando il baratro già aperto.
Si apre dunque una “finestra di dialogo” tra i comunisti sovietici e le diverse culture e fedi dell’umanità democratica, equiparabile a poche altre nel corso di questo secolo. La mente corre alla missione affidata da Lenin a Cicerin all’inizio degli anni Venti nell’Occidente europeo attanagliato nelle asfittiche reti delle “contraddizioni imperialistiche”, onde nutrire gli astratti ideali wilsioniani (già di fatto sconfitti) della “carne vitale” di cui non altri che Keynes aveva denunciato la mancanza. Ancora qualcosa di simile ebbe luogo, di fronte alla maturazione dell’ultimo frutto velenoso di quelle contraddizioni, il nazismo, negli anni in cui il partito diretto da Stalin, pur già ridotto nelle ferree asprezze della sua opera di consolidamento del nuovo Stato e della nuova società, mise in campo l’intelligenza e la passione cosmopolitiche di Maksim Litvinov nella ricerca di una sortita verso spazi più respirabili di convivenza, di cooperazione e di generale sicurezza. I prezzi puntualmente pagati dall’umanità a causa della chiusura di quelle “finestre”, sono ben noti. Ancora oggi, le infinite guerre “regionali” che devastano il Terzo Mondo sono riportabili alla chiusura della più ampia e promettente di tali “finestre” aperta in passato, quella cioè che fu conquistata durante la seconda guerra mondiale attraverso la comune resistenza alla barbarie hitleriana da parte dei popoli amanti della pace (sostenuta e stimolata da un’intesa politica di fondo tra il partito e lo Stato sovietici, da un lato, e la democrazia rooseveltiana dall’altro).
Se una differenza di fondo ora persiste tra l’iniziativa dei comunisti sovietici e le posizioni del movimento operaio e democratico dell’Occidente, essa sta nel diverso grado di rischio che gli uni e gli altri rispettivamente corrono nel compiere passi come quello appena compiuto da Gorbaciov. I primi, correndo rischi incomparabilmente maggiori, si sono mossi. Sta ora alle forze democratiche dell’Occidente mettere a frutto la rendita costituita dai minori rischi e dai minori vincoli, e dalle più articolate possibilità, di cui esse dispongono. Lo sviluppo si pone non soltanto come alternativa alle armi nucleari, ma anche come la sola alternativa radicale, e dunque realistica, al proliferare di conflitti regionali. Gorbaciov non dice questo, ma ne lascia intravedere la possibilità. Le leve di cui l’Unione Societica dispone in questo senso sono relativamente limitate. L’esperienza mostra che, almanaccando sottili bilanciamenti “geopolitici”, non si esce da una spirale di costante acutizzazione di quei conflitti, di cui non viene rimossa l’endogena materia incandescente. Occorre finalmente elaborare nuove ragioni di interesse comune per la stragrande maggioranza di gente semplice che ovunque nel mondo vorrebbe non solo vivere, ma progredire e conquistare dignità.
DOSSIER: L’ANNO DI GORBACIOV
(.n.16 / febbraio 1986)
I - INVITO ALL’OCCIDENTE
(Giaime Rodano, Michele Tortorici)
Da un anno Mikhail Gorbaciov dirige l’Unione Sovietiva: un anno, per dirla con Paietta a Mosca, che «di cambiamenti ne ha visti molti». E’ tempo per tentare una prima sintesi e per valutare come la nuova leadership si appresti ad affrontare i due nodi di sempre della peculiarissima storia dell’URSS: da una parte l’orizzonte ampio della “rivoluzione mondiale”, dall’altra le tappe mai semplici del “socialismo” nel proprio Paese. Chi ha a lungo sostenuto, fino a ieri, il carattere pietrificato dell’ “impero sovietico” si trova oggi in difficoltà a prendere atto di una fase della vita dell’URSS caratterizzata invece da importanti e significative novità. E d’altra parte, specularmente, chi oggi guarda solo a queste novità senza afferrarne il legame con il continuum dello sviluppo del processo rivoluzionario che ormai da sette decenni sta trasformando quell’immensa parte del pianeta che è l’Unione Sovietica, si nega la possibilità di comprendere appieno l’entità e la portata di questa fase nuova e di valutare al tempo medesimo in tutta la sua complessità il ruolo che oggi l’URSS svolge nel mondo, il senso profondo delle più recenti iniziative di Mikhail Gorbaciov e infine – last but not least – lo spirito stesso con cui il Partito Cumunista dell’Unione Sovietica si accinge a celebrare il suo XXVII Congresso. Non a caso proprio nella preparazione di questo Congresso i dirigenti sovietici stanno ponendo l’accento su entrambi questi aspetti: la continuità nella tradizione da una parte e il rinnovamento dall’altra, o meglio la capacità e la forza, che nella tradizione stessa affondano le loro radici, di produrre rispetto ad essa le necessarie “svolte”.
Questa sottolineatura è oggi a Mosca più insistita per il fatto che il Comitato Centrale del PCUS, su mandato del XXVI Congresso – svoltosi, come si ricorderà, cinque anni or sono -, ha elaborato il nuovo programma del partito, presentato con decisa evidenza, nelle parole stesse del suo segretario generale, come un programma, appunto, di “svolta”. E d’altro canto il semplice fatto che il prossimo Congresso dovrà approvare un nuovo programma, fa di questa assise un punto nodale della storia di un partito che, nel corso di quasi un secolo, di programmi se ne è dati soltanto quattro: comprendendo in essi quello elaborato all’inizio del ‘900 dal Partito operaio socialdemocratico e quest’ultimo che guarda espicitamente all’inizio del prossimo millennio. In questo periodo contraddistinto da due guerre mondiali e in cui la rottura rivoluzionaria del 1917 ha segnato una incancellabile demarcazione, la redazione di tali programmi è stata concepita come interpretazione dei cambiamenti del mondo intero e come elaborazione di obiettivi ultimi generalissimi, sua pure attraverso l’indicazione delle tappe intermedie e dei mezzi specifici per intervenire sulla realtà mondiale presa in esame, per raggiungere gli obiettivi delineati. I programmi sono dunque stati dei fari nel duplice senso della metafora: strumenti di guida e di orientamento per il cammino, ma ad un tempo segnali per illuminare di quel cammino l’ultima meta.
Questa prospettiva universale, questo sguardo prospettato nel futuro verso obiettivi di trasformazione epocale e insieme la ricerca di strumenti per realizzare tappe concrete in un cammino storicamente percorribile, sembrano porsi come due aspetti di fondo della storia dell’URSS significativamente scandita dalle dichiarazioni programmatiche del PCUS: da un lato l’orizzonte mondiale della rivoluzione, dall’altro le difficili tappe del socialismo da realizzare all’interno di un Paese soltanto o, successivamente, di una parte del mondo; da un lato l’obiettivo mai pretermesso del comunismo e il coerente rifiuto dell’ideologia illuministico-borghese della “esportazione” della rivoluzione e, dall’altro, l’appoggio concreto alle lotte di liberazione, alle lotte per il socialismo di altri popoli. Entro queste coordinate si può definire il significato stesso della linea di Lenin, sia per quella parte che si espresse nel duplice dimensionamento del programma del 1903 (un “minimo” e un “massimo” di obiettivi da raggiungere: l’abbatimento dello zarismo, la dittatura del proletariato per avviare la trasformazione socialista del Paese), sia – ancor più – per quella parte che si espresse tra il 1917 e il 1918 nella realizzazione pratica del processo rivoluzionario e, dopo, nella sua difesa.
Fu quest’ultima la linea delle Tesi di aprile e, in particolare dopo l’Ottobre, quella della “pace subito”, che si affermò contro coloro che ritenevano che la guerra potesse assumere una funzione di “esportazione” della rivoluzione appena realizzata ma non ancora definitivamente vittoriosa né compiuta. Qui sta, oltre che il risultato della grande lucidità di Lenin, anche uno dei punti di svolta della storia del nostro secolo. Con la pace prima e poi con la vittoria nei confronti della controrivoluzione bianca, il “ ‘17” viene salvato e si determina così, pur nelle difficoltà del cammino interno, la rottura, in una grande parte del pianeta, del mercato capitalistico, il porsi di una condizione nuova – via via sempre più stabile – della storia dell’umanità. Separazione, appunto, rottura: non il paradisiaco realizzarsi del comunismo mondiale, ma la strada tutta terrena e drammaticamente irta di difficoltà della trasformazione socialista in un solo Paese. E’ del tutto evidente che questo carattere originario della rivoluzione sovietica – questa condizione di separazione e di isolamento, necessaria alla sua realizzazione, ma di grave impedimento alla sua pienezza -, ha determinato anche una serie di caratteri successivi del socialismo realizzato in URSS. In primo luogo, un limite oggettivo sul quale qui di seguito ritorneremo: il fatto che il mondo non si è progressivamente trasformato anche nella sua parte capitalistica sviluppata, ma si è allora, ed è ancora oggi, diviso in due.
E’ vero che la parte nella quale il socialismo, nelle forme più varie – in quella “unità dialettica del molteplice” di cui ha recentemente parlato Gorbaciov – si è andato affermando in questi ultimi settant’anni, si è sempre accresciuta ed ha assunto via via un ruolo storicamente decisivo. E’ pure vero, tuttavia, che ciò non ha determinato un nuovo ordine mondiale, unitario pur nella diversità dei sistemi, ma due sviluppi separati e divergenti. In secondo luogo, quel carattere originario ha determinato una specifica duplicità della politica dell’URSS e degli obiettivi del PCUS: l’esigenza di “conservare” la rivoluzione e i suoi risultati intrecciata, e non sempre agevolmente connessa, con quella di portare avanti il processo rivoluzionario verso gli obiettivi ritenuti “finali”. Il programma del 1919, il primo dei bolscevichi al potere, contiene appunto queste due anime nel proporsi l’obiettivo della costruzione della società socialista. Ed entro queste coordinate deve essere letta anche la successiva politica di Lenin e poi di Stalin e la sostanza del relativo conflitto di quest’ultimo con Trotzky. E’ evidente che per Stalin il fallimento dei conati rivoluzionari in Occidente, l’oggettivo accerchiamento dello Stato sovietico e infine la stessa prospettiva del conflitto armato, resero drammatiche entrambe le esigenze: la prima si trasformò nella necessità di salvare la novità di un Paese ormai comunque peculiare; per quanto riguarda la seconda – il rapporto cioè con le prospettive della rivoluzione mondiale – si finì in qualche modo, e pour cause, per subordinarla alla prima.
PLo sviluppo a tappe forzate del Paese, imposto dai fatti, finiva per richiedere al movimento operaio interno e internazionale di vivere il processo rivoluzionario secondo le tappe e le scadenze condizionate dal consolidamento del “socialismo in un solo Paese”. Non è un caso tuttavia l’accento che, a partire dagli anni trenta, l’URSS pose con insistenza sulla “pace indivisibile”, quasi a indicare in essa la condizione dirimente della salvezza dello Stato sovietico, ma anche della ripresa di un processo di movimento nell’arena internazionale. E’ vero però anche che – se tutto ciò aveva comportato una drammatizzazione dei problemi, sino a indurre a soluzioni che avevano avuto il carattere della tragedia – lo svolgimento del secondo conflitto mondiale, il modo in cui le potenze ebbero a dislocarsi per fare fronte comune contro il nazismo e infine la vittoria pagata, in particolare dall’URSS, a così caro prezzo, posero oggettivamente le condizioni di un nuovo ordine mondiale. La grande capacità di Stalin, che trovò in Roosevelt un interlocutore di eccezionale lungimiranza, consistette nell’intravedere questa possibilità e nel lottare per realizzarla. Yalta fu appunto il tentativo comune di far uscire l’Unione Sovietica dalla sua separatezza, di determinare una nuova unità che, attraverso l’egemonia mondiale delle potenze antifasciste, consentisse un più libero svilupparsi e trasformarsi di entrambe le “parti” del mondo.
E’ noto che l’avvento della guerra fredda isterilì questo tentativo, rendendo statica quella condizione nuova che era emersa dalle rovine della guerra e ricacciando il mondo nella sua perniciosa divisione. Da quel momento l’obiettivo fondamentale della politica estera del PCUS non ha potuto non essere per un verso la difesa – statica, appunto – di Yalta e delle condizioni che essa aveva posto, e per un altro il ritorno allo “spirito” dinamico di Yalta. Obiettivo ben più difficile il secondo, perseguito difatti non sempre con la dovuta determinazione, ma assolutamente necessario, pur se richiedeva una complessa preparazione interna e internazionale. Sul piano interno ciò significava definire con sempre maggiore chiarezza gli obiettivi dello sviluppo e realizzare intanto quei concreti passi in avanti che garantissero il consenso generale intorno ad essi. Krusciov e il PCUS della seconda metà degli anni ’50 e della prima metà degli anni ’60 ritennero di poter percorrere questa strada individuando negli anni Ottanta il termine per la realizzazione del comunismo: il programma del 1961 (XXII Congresso) era animato da questo tipo di aspettativa, che numerosi fatti concreti non potevano ben presto non indicare come sostanzialmente ingannevole.
Da Breznev a Gorbaciov
Diversa fu l’azione di Breznev e del PCUS degli anni Settanta, con la quale appunto si rinunciava al dinamismo della leadership kruscioviana, oscillante fra l’utopismo della strategia e la spregiudicatezza un po’ avventurosa della tattica, e ci si attestava su una linea di oggettiva “conservazione”. Essa ha avuto il merito di salvaguardare i risultati della rivoluzione, di evitare il precipitare dei fatti e di creare all’interno un complessivo consenso popolare e una sostanziale stabilità del “sistema”. Ora, se questa stabilità e questo consenso hanno dato i loro frutti dal punto di vista politico proprio nel recente difficile periodo della successione brezneviana, il tempo ha reso evidente anche il prezzo che è stato pagato per ottenerli: quello di una certa corporativizzazione della classe operia e di uno scadimento burocratico dell’attività del partito. La forza di Mikhail Gorbaciov sembra essere proprio quella di non aver dimenticato nulla della lunga storia che lo ha preceduto, e che pure per gran parte non ha direttamente vissuto, e di aver tratto da essa uno slancio decisivo verso traguardi di grande portata, nutrito anche di un forte senso autocritico. Già nel suo discorso per la convocazione del XXVII Congresso, Gorbaciov ha indicato al proprio Paese obiettivi ambiziosi e proiettati fino al Duemila. E per questo ha chiesto alla classe operaia un nuovo stile di lavoro che non sarebbe adeguato esaurire nel termine di “efficienza”: «Ora non è più sufficiente – egli ha detto al Plenum del CC del PCUS del 23 aprile scorso, riferendosi ai quadri di partito – la semplice precisione nell’esaurire un compito, sebbene a volte manchi anche questa. Aumenta sempre più l’importanza di qualità come: competenza, senso del nuovo, spirito d’iniziativa, audacia e disponibilità ad assumersi responsabilità, capacità di porre un obiettivo e di realizzarlo fino in fondo, capacità di non perdere di vista il senso politico della gestione economica. E direi ancora: volontà di imparare a lavorare»(1).
Al tempo stesso il leader del PCUS ha chiesto che «alle assemblee dei comunisti si faccia il bilancio alla maniera leninista – senza false idealizzazioni, senza vuoti discorsi – di ciò che è stato fatto, si raccolga granello per granello l’esperienza positiva, si scoprano senza timore le insufficienze» e, insomma, si sia concreti nel «migliorare le cose»(2). Questo che abbiamo chiamato stile di lavoro, Gorbaciov lo ha chiesto non al partito soltanto, ma alla classe operaia e al Paese tutto, attivando per altro in vari modi un rapporto del partito con le masse, con il Paese reale, che sembra segnare una strada nuova di ricerca del consenso interno, priva delle insidie brezneviane, e anche un modo più alto d’intendere questo stesso consenso. Il significato complessivo di questa linea è quello, all’interno, di compiere lo sforzo massimo, nelle condizioni date, per salvaguardare i risultati di quella fase della storia cominciata con la Rivoluzione di Ottobre, ma anche per portarli al punto più alto possibile. D’altro canto, questa linea all’interno si lega con una politica estera in cui Gorbaciov sembra dare l’esempio di quelle qualità che chiede ai quadri del PCUS: «spirito d’iniziativa, audacia e disponibilità ad assumersi responsabilità». Nell’editoriale che apre questo fascicolo affrontiamo le più recenti proposte sul disarmo nucleare del leader sovietico; qui ci preme indicare i princìpi che ispirano queste proposte e più complessivamente l’attuale politica internazionale dell’URSS. Da un lato, vi è l’allargamento del quadro degli interlocutori: non più un privilegio assoluto accordato agli USA (che restano comunque l’interlocutore primario), ma un coinvolgimento sempre più diretto nel dialogo internazionale dell’Europa, della Cina, del Giappone e il rafforzamento dell’ampia rete di rapporti con il movimento dei non allineati e con il Terzo Mondo. Per altro verso, sembra potersi osservare una diretta attribuzione di responsabilità alle forze locali in alcune situazioni di conflitto (si possono interpretare così, ad esempio, i nuovi segnali in merito alla situazione afghana).
Dalla coesistenza alla collaborazione
Infine, non si può non sottolineare un sempre maggiore richiamo, diretto o indiretto, all’originario spirito di Yalta (e le celebrazioni del 1985 hanno fornito abbondanti occasioni in proposito), una correzione persino della stessa nozione di coesistenza pacifica attraverso l’appello al principio della “collaborazione”, della “cooperazione” tra sistemi politici e sociali diversi in vista di obiettivi di grande portata per l’intera umanità. Già nell’aprile scorso, commentando il 40° anniversario dell’incontro delle truppe sovietiche e americane sull’Elba, Gorbaciov aveva affermato che l’alleanza tra le forze della coalizione antihitleriana «nata negli anni della guerra, ha mostrato quale potenziale di collaborazione fa emergere la lotta congiunta per la pace e un avvenire migliore dell’umanità»(3). Ma in un’occasione forse ancora più significativa, nel Messaggio di capodanno al popolo americano, egli ha ricordato che la «comune aspirazione alla pace» dei popoli americano e sovietico «poggia su un passato, poggia cioè su un’esperienza storica di cooperazione che oggi è capace si ispirare il nostro lavoro congiunto in nome del futuro»(4). E’ a partire di qui che vorremmo trarre alcune conclusioni provvisorie in vista del prossimo XXVII Congresso del PCUS. La determinazione con la quale Mkhail Gorbaciov persegue il ritorno allo “spirito di Yalta” non trova precedenti in questi quarant’anni, anche per alcune vere e proprie novità di principio che l’attuale leader sovietico ha introdotto nella strategia tesa a perseguire questo obiettivo di fondo. Che cosa ciò significhi per l’URSS nell’era nucleare e delle guerre stellari e quali conseguenze porti con sé è del tutto chiaro e, in ogni caso, è stato ancor più chiarito dalle ultime proposte di disarmo avanzate dal Cremlino.
Ma ciò richiede una risposta conseguente anche da parte del mondo occidentale sviluppato: richiede un nuovo rooseveltismo da parte delle forze capitalistiche più avanzate, così come e soprattutto richiede un nuovo creativo impegno rivoluzionario da parte dei comunisti e delle forze progressiste dei Paesi sviluppati. Le precondizioni per una trasformazione rivoluzionaria dell’occidente sviluppato, poste come fatto oggettivo nel ’17 (e definitesi nella successiva storia dell’URSS e del mondo socialista), si congiungono oggi con l’aspirazione di molti a un nuovo ordine mondiale e con la necessità dell’occidente di cambiare i parametri del proprio sviluppo, in cui produttività del “sistema” (produzione di beni) e produzione di bene, non si identificano più in alcun modo, una volta esaurite le possibilità del “compromesso keynesiano” e ridotte in un cul de sac le esperienze neoliberistiche. Se la seconda fase del processo rivoluzionario della classe operaia sta esprimendo tutti i suoi frutti, si fa sempre più urgente l’avvio della terza fase di queste processo, che veda la luce nel mondo sviluppato e nelle forme ad esso appropriate, perché la seconda stessa possa trovare il suo pieno compimento e perché il mondo possa dialetticamentre superare il suo stesso modo di essere attuale. Di questo modo di essere fanno parte il rischio dell’olocausto nucleare e il concreto olocausto per fame di decine e decine di milioni di uomini. Guai se l’occidente sviluppato pensasse di potersi garantire un futuro rinchiudendosi nei suoi privilegi e perpetuando queste condizioni. La strada è diversa e i segnali provenienti da Mosca alla vigilia del Congresso possono aprire spiragli nuovi, spazi forse sino a qualche mese fa impensati. L’attenzione da dedicare alle prospettive che colà si definiscono, non potrà essere quindi soltanto formale, ma dovrà guardare alla sostanza di problemi dalla soluzione comune dei quali dipende ormai la qualità del destino dell’umanità di oggi.
N O T E
(1) M.Gorbaciov: L’URSS verso il Duemila- la pace e il socialismo, Teti, Milano 1986, p.21. Il volume, presentato dall’ambasciatore sovietico N.Lunkov il 15 gennaio scorso, contiene i più importanti discorsi e interventi del segretario generale del dall’aprile all’ottobre 1985.
(2) Ivi, p.19.
(3) Ivi, p.29
(4) Agenzia di stampa “Novosti”, 2 gennaio 1986.
II - LE COMPLESSE DOMANDE DI UNA SOCIETA’ ESIGENTE
(Claudio De Vincenti)
L’analisi di Rita Di Leo, nell’intervista che viene pubblicata in questo stesso dossier, pone in luce come la scelta di priorità operata da Michail Gorbaciov nel campo della politica eonomica e sociale – centrata sull’aumento in tempi rapidi dell’efficienza del sistema produttivo – da un lato risponda a una questione oggi decisiva per l’Unione Sovietica, dall’altro rischi di entrare in conflitto con importanti esigenze sociali che il sistema sovietico ha cercato tradizionalmente di salvaguardare e che, nel periodo brezneviano, hanno trovato una risposta attraverso una articolazione e regolamentazione del sistema economico, sociale e istituzionale del Paese. A nostro avviso, però, nell’accento posto dal nuovo segretario generale sul ruolo del partito si può cogliere un segnale di consapevolezza e una prima indicazione, ancora insufficiente e prevalentemente “metodologica”, della strada che si pensa di seguire per affrontarlo. Per chiarire il nostro punto di vista è utile prendere le mosse dallo “stato della nazione” al momento in cui Gorbaciov è divenuto segretario generale. Come si è osservato altre volte su queste colonne, la leadership brezneviana ha avuto il merito di condurre la società sovietica definitivamente fuori dell’emergenza in cui aveva fino ad allora vissuto: dalla tensione ideale e politica estrema del periodo staliniano sugli obiettivi della “edificazione economica del socialismo” e della difesa del Paese si è passati a un assestamento della società intorno a un progressivo miglioramento del tenore di vita; dal rapporto esclusivo partito-società a una articolazione di strutture statuali, economiche, sociali realmente operanti; dalla trasformazione della struttura economica e sociale del Paese al governo della società così formatasi.
Questa stabilità (ma non immobilismo) del periodo brezneviano ha consentito e sostenuto una maturazione della società, ma al tempo stesso ha finito per portare allo scoperto i limiti dell’assetto dato del sistema economico di tipo sovietico. La “verticalizzazione” del sistema, la mancanza di adeguati meccanismi di feed-back tra direttive di piano e risultati effettivamente raggiunti, i rapporti sociali a ciò sottostanti – e in particolare una centralità operaia in chiave egualitario-garantista – fanno sì che per ottenere risultati positivi sul terreno economico occorre che la politica svolga energicamente un ruolo trainante e mobilitante. La conquista di una normalità statuale e sociale di tipo sovietico, che ha caratterizzato il periodo brezneviano, non ha potuto evitare una caduta della tensione ideale e politica e ha finito perciò anche per penalizzare le “ragioni dell’economia”, quali si manifestano entro l’assetto dato del sistema sovietico (che le riforme e gli esperimenti brezneviani hanno nell’insieme articolato ma non modificato nelle relazioni fondamentali). Le difficoltà sono peraltro emerse solo sul finire degli anni Settanta, quando più chiara si è manifestata la tendenza a una flessione prolungata dei tassi di crescita, più vistosi i ritardi tecnologici, più significativi i fenomeni di allentamento della coesione sociale (caduta dell’impegno sul lavoro di strati non marginali di lavoratori, crisi della famiglia, difficoltà nel mondo giovanile). Il decreto economico del luglio 1979, l’accento posto da Andropov sui temi dell’organizzazione e della disciplina, l’avvio dell’esperimento economico in alcuni ministeri industriali volto a responsabilizzare i diversi “anelli” del sistema, possono essere letti tutti come segnali della nuova consapevolezza che si è fatta strada nella leadership politica.
Gorbaciov riprende queste tematiche e si spinge avanti, come si sottolinea nell’intervista, puntando su una politica degli investimenti che elevi il tasso di innovazione tecnologica e su una gestione del lavoro che introduca un sistema di incentivi e sanzioni più efficace dal punto di vista produttivo. E questo recupero delle “ragioni dell’economia” viene affidato, in modo molto sovietico, a una ripresa d’iniziativa del partito. Il ricorso stesso al partito, peraltro, proprio perché segnala un aproccio lontano da illusioni tecnocratiche ed economicistiche, implica che il rilancio dell’economia dovrà comunque misurarsi con le esigenze della società. Del resto, non mancano segnali che l’iniziativa del partito sembra diretta a sollecitare quelle forze, presenti in tutti gli strati che compongono la società sovietica, che più avvertono (anche se in modi spesso confusi) l’esigenza di un passaggio qualitativo nello sviluppo del Paese. L’indicazione che sembra venire dal nuovo gruppo dirigente del partito, è quindi quella di una ripresa del ruolo effettivo di guida del partito, nei confronti però di quella società più matura ed esigente ed entro quel quadro statuale più articolato, che sono l’eredità del periodo brezneviano. La partita si gioca allora innanzitutto sulla capacità del partito di proporre, in una situazione di normalità statuale e sociale, obiettivi trainanti per una società che non può più essere governata semplicemente innalzandone la “febbre” ideologica. Le innovazioni nel campo della politica estera, su cui ci si sofferma in altra parte di questo dossier, sembrano rispondere anche a questa esigenza. Più incerta è la situazione nel campo degli obiettivi interni, dove molti nodi decisivi sembrano tuttora irrisolti. Gorbaciov ha sottolineato più volte l’esigenza di assicurare da subito miglioramenti visibili nel tenore di vita della popolazione.
Ma sembra difficile – come del resto mostrano gli anni Settanta – che un semplice sviluppo quantitativo del tradizionale modello di consumi sovietico sia obiettivo sufficiente a realizzare quella coesione sociale e quella tensione all’efficienza di cui si avverte il bisogno. Né avrebbe senso imboccare una strada di tipo consumistico, che cerchi di riprodurre il modello occidentale: andrebbero perduti quei valori di uguaglianza e solidarietà che comunque costituiscono un punto di forza del sistema, senza contribuire a risolvere e anzi finendo con l’aggravare le questioni che in URSS si agitano oggi nel mondo delle donne e nell’universo giovanile; mentre la disomogeneità di un simile modello di consumi rispetto alle caratteristiche produttive dell’economia sovietica produrrebbe squilibri non facilmente controllabili tra domanda e offerta interne e nei conti con l’estero. Non a caso Gorbaciov ha parlato della necessità di puntare a una «condizione qualitativamente nuova della società sovietica», che realizzi «le possibilità e i vantaggi di quella civiltà di tipo storicamente nuovo incarnata dal sistema socialista». Restano peraltro ancora indeterminati i tratti essenziali delle condizioni di vita e di lavoro che dovrebbero caratterizzare questa nuova fase.
E se le questioni che a questo riguardo ci si troverà di fatto a dover affrontare sono in primo luogo quelle – che la stessa esperienza sovietica degli anni Settanta ha fatto emergere – connesse allo sviluppo, accanto allo Stato-produttore, dello Stato-amministratore che dia voce alle eigenze dei cittadini in quanto tali e non solo in quanto lavoratori, il passaggio da effettuare appare quanto mai difficile e impegnativo. Si tratta di riprendere l’esperienza di ampliamento delle funzioni e delle risorse dei soviet locali e degli altri organismi statali e sociali creati in questi anni, per portarla un salto di qualità che prospetti un nuovo ruolo dei servizi nella società sovietica, tale da farne punto di riferimento e tessuto connettivo dello sviluppo. Del resto, può essere questo il modo con cui dare nuova e più matura realizzazione alle istanze di uguaglianza e solidarietà, senza che di esse debba farsi ancora carico prevalente se non esclusivo, con effetti frenanti per l’efficienza produttiva, il mondo delle fabbriche. E’ probabile che ciò comporti peraltro nuove relazioni tra gli “anelli” del sistema economico e politico, nuove dislocazioni del potere tra i diversi organismi statuali e sociali, nuovi rapporti tra partito, Stato e società, nuovi modi di operare del sistema di tipo sovietico, di cui ancora non è possibile definire la qualità e la portata. La ripresa di iniziativa del partito sollecitata da Gorbaciov smuove le acque e, dunque, accelera i processi rendendo più ravvicinata l’esigenza, che non ha trovato ancora risposta adeguata, di delineare una nuova via di sviluppo del sistema di tipo sovietico.
III - DISCUTENDO LE SFIDE DEL “SOCIALISMO EFFICIENTE”
(Intervista a Rita di Leo)
Abbiamo chiesto a Rita di Leo, docente di economia dei Paesi socialisti all’Università Orientale di Napoli, di rispondere ad alcune nostre domande sulla strategia di Gorbaciov e sul suo rapporto con l’eredità brezneviana.
R. La linea di Gorbaciov mi sembra introdurre alcune novità rilevanti per quanto riguarda la politica estera e l’economia. Più difficile è il giudizio per quel che concerne la società. Va detto che negli ultimi anni di Breznev, l’URSS ha sofferto soprattutto per la situazione economica di “stallo” nell’industria, in agricoltura, nei servizi. Rispetto a ciò Gorbaciov porta avanti delle iniziative di rinnovamento che, per come si presentano oggi, vanno valutate positivamente.
D. Quali sono le cause delle difficoltà incontrate sul terreno economico?
R. Durante i due ultimi piani quinquennali, o meglio tra il 1976 e il 1982, si è avuta una caduta rilevante del tasso di crescita. Molte sono le cause: procurarsi materie prime è diventato difficile e costoso, vi è carenza di mano d’opera qualificata, la gestione economico-amministrativa risponde male alle esigenze dello sviluppo intensivo. Gli economisti sovietici, come per esempio Aganbeghjan, mettono in rilievo l’esistenza di due ostacoli principali al rinnovamento.
Il primo riguarda gli investimenti, che fino a oggi sono stati destinati in gran parte alla costruzione di sempre nuovi stabilimenti e nuovi cantieri, anziché essere utilizzati per ristrutturare l’apparato produttivo esistente. Non si è avuta cioè quella innovaione tecnologica che è drammaticamente necessaria e urgente in un Paese in cui l’industria è stata costruita negli anni Trenta e ricostruita negli anni Cinquanta. Il secondo ostacolo è costituito da una situazione molto difficile sul mercato del lavoro. Vi sono da una parte carenze di mano d’opera nelle zone industriali avanzate e, dall’altra, una sovrabbondanza e un sottoutilizo degli organici di fabbrica in altre.
D. In cosa consistono, a questo riguardo, le novità della linea del nuovo segretario del PCUS?
R. Gorbaciov sembra voler affrontare realmente questi due ostacoli. E’ positivo, pur se una valutazione complessiva sarà possibile solo fra qualche tempo, che egli punti a convogliare i nuovi investimenti verso le fabbriche già esistenti, per innalzarne la produttività e migliorare la qualità dei prodotti. In un Paese che ha sempre misurato le sue performances economiche in termini quantitativi, l’approccio “qualitativo” di Gorbaciov è coraggioso. Come pure va rilevato che invece di giocare la propria credibilità di leader “nuovo” puntando sulla produttività del lavoro attraverso campagne di mobilitazione e di “emulazione socialista”, egli ha deciso di puntare sulla produttiità del capitale, dell’apparato produttivo. Certo, già nei piani quinquennali precedenti c’era l’obiettivo del progresso tecnico, vi erano tutte le parole d’ordine di Gorbaciov. Però alle parole non seguivano decisioni politiche concrete. Quando Gorbaciov afferma che occorre orientare diversamente gli investimenti e getta in campo tutta la sua autorità di dirigente politico, questo fa sperare che tale necessità sia effettivamente vissuta come prioritaria. Per quel che concerne invece l’aspetto della gestione economico-amministrativa, mi sembra più tradizionale, puntando sostanzialmente a sviluppare gli esperimenti già avviati nel periodo brezneviano.
D. Ma una forte spinta all’innovazione tecnologica non determinerà una esuberanza di mano d’opera per le imprese e il rischio della disoccupazione?
R. Vi saranno senz’altro delle enormi conseguenze nella gestione del lavoro e certamente vi potrà essere della disoccupazione frizionale. Non vi potrà però essere una disoccupazione, non dico nei termini occidentali, ma nemmeno nei termini in cui vi era nell’URSS alla fine degli anni Venti, prima dell’avvio dell’industrializzazione accelerata. Il mercato del lavoro sovietico resta in ogni caso caratterizzato da una situazione di carenza e non di esuberanza complessiva di mano d’opera. Ciò non toglie che la ristrutturazione qualitativa nella gestione della forza-lavoro sarà molto difficile. Credo che in URSS siano ben consapevoli del problema.
D. Per ottenere che gli investimenti siano diretti alla sostituzione di impianti obsoleti, è sufficiente l’ “ordine” del partito o è necessario intervenire sui modi di funzionamento del sistema, sui rapporti tra i suoi diversi “anelli”?
R. Direi che l’ “ordine” del partito è sicuramente insufficiente a determinare l’accelerazione del progresso tecnico-scientifico. Breznev di ordini ne ha dati molti, ma non hanno avuto una influenza pratica. Se però, come pare dalle dichiarazioni di Gorbaciov, il partito come “grande imprenditore collettivo” approva, attraverso Gosplan e ministeri, solo i finanziamenti per gli investimenti finalizzati all’innovazione tecnologica e li scoraggia per quelli “estensivi”, allora l’ “ordine” del partito può avere un impatto reale. E questa svolta nell’orientamento degli investimenti mi sembra il necessario punto di partenza per arrivare in seguito anche a un rinnovamento nella gestione economico-amministrativa.
D. Le sembra credibile un’interpretazione molto diffusa delle novità di Gorbaciov in politica estera come di un tentativo di ricercare, su quel terreno, una certa tranquillità per potersi concentrare sulla politica interna?
R. A me sembra molto improbabile che Gorbaciov possa accettare un ridimensionamento della posizione internazionale del suo Paese: l’ URSS vule mantenere e anzi consolidare il ruolo di potenza mondiale appena conquistato. Tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Settanta c’è stata quella che chiamerei la “grande avventura” di sfondamento internazionale, specie nel Terzo mondo, che ha portato all’affermazione dell’URSS come grande potenza. Proprio in quegli anni viene sancita, con il Salt 1, la parità strategica con gli USA. Bisogna capire quel che ha significato ciò per un Paese che veniva dalle esperienze e dalla mentalità dell’ “accerchiamento capitalistico” e dalla Seconda guerra mondiale. In Gorbaciov è molto evidente e netto l’orgoglio di un Paese di ex contadini che ha conquistato la parità strategica con i Paesi capitalistici. Gorbaciov con le sue iniziative di politica estera vuole soprattutto legittimare agli occhi dell’uomo comune la posizione raggiunta dall’URSS. L’altra novità è l’accento posto sul rapporto con l’Europa, definita la “casa comune” per Russi ed Europei. Può darsi si tratti di un’impostazione tattica – legata alla contingenza delle trattative sulle armi nucleari – ma può anche essere qualcosa di più: Gorbaciov sembra “tornare” ad attribuire un ruolo non marginale all’Europa (come era tradizione della politica sovietica negli anni Trenta e Quaranta). In tale quadro le trattative per la riduzione degli armamenti assumono proporzioni non meramente propagandistiche proprio perché vengono da un Paese forte.
D. Veniamo alla “società”. In che senso si diceva all’inizio che un giudizio sulla linea di Gorbaciov per ciò che riguarda questo aspetto qppare più difficile?
R. Breznev, dopo i risultati deludenti della riforma economica degli anni Sessanta, aveva puntato più sulla riqualificazione dei rapporti Stato-partito-società che sul rinnovamento dell’economia. Peraltro, l’andamento economico veniva considerato abbastanza soddisfacente, in quanto aveva dato sia la parità strategica che una crescita mai raggiunta prima del tenore di vita. Si è sviluppato negli anni 1966-79 una sorta di Welfare State di tipo sovietico, in cui tutti hanno potuto avere qualcosa e per ognuno c’è stato un vantaggio, in un quadro che con una espressione invalsa in Occidente definirei di “neocorporatismo” informale. Solo alla fine degli anni Settanta sono apparse chiare alla leadership brezneviana le difficoltà dell’economia, ma non in misura tale da farle diventare prioritarie. Prima veniva la società. Da questo punto di vista durante il periodo di Breznev e, direi, fino a Cernenko, vi era un programma abbastanza chiaro: rivitalizzare dall’alto la società, darle degli istituti politico-statuali per una esistenza materiale concreta che prima non aveva, far funzionare una “gestione popolare” dell’amministrazione. E’ questo programma che ha portato alla costituzione del 1977, alla riforma della scuola, alla legge sui collettivi di lavoro del 1983 e a molte altre iniziative legislative e politiche. Precedentemente il cittadino sovietico vedeva il suo rapporto con il potere esclusivamente mediato dal partito, il quale, come si sa, veniva ad avere una molteplicità di funzioni non istituzionalizzate. Il modello di Stato che si era cominciato a costruire nel periodo brezneviano era un’organizzazione politica che spingeva il cittadino a farsi “amministratore di se stesso”. C’era molta utopia in questa sorta di modello rousseauviano, con l’accezione anche negativa che possiamo dare al termine.
D. Come si rapporta Gorbaciov a questo quadro?.
R. Nei suoi discorsi torna a primeggiare il ruolo del partito e ciò, se rientra nella tradizione sovietica per cui, nei momenti di crisi, si è fatto sempre appello al partito, apre anche il problema del rapporto con la società. Sarebbe preoccupante se venisse negata completamente la scelta politica brezneviana di dare spazio e autonomia alla società civile. D’altra parte non si può ignorare che la “gestione popolare”, quale si è realizzata negli anni Settanta in campo economico, si è risolta in un ostacolo all’innovazione tecnologica. Si presenta qui il problema dell’impatto sul rapporto tra partito e società, e in particolare tra partito e classe operaia, del progresso tecnico-scientifico e delle sue conseguenze sociali ed economiche. Sinora la resistenza passiva e attiva degli operai lo ha bloccato. La linea Gorbaciov sembra voler sfidare l’ostilità operaia affidando al partito la responsabilità dell’intensificazione dell’economia. Può essere utile sottolineare che il partito di cui Gorbaciov è segretario è un partito ormai “operaizzato” (la quota degli operai sui membri del partito è arrivata con Breznev al 45%). La scelta di puntare sul vecchio partito, e non sulla nuova “gestione popolare”, è certo il tentativo di responsabilizzare gli operai in quanto dirigenti politici. Staremo a vedere.
(a cura di Gianni Guerrieri)
CIO’ CHE PUO’ UNIRE
(editoriale – n.18 / aprile 1986)
I cambiamenti nell’approccio sovietico alla politica mondiale, introdotti dal ventisettesimo congresso del PCUS, sono di due ordini. Da un lato vi sono risposte nuove a problemi già da tempo considerati prioritari a Mosca, come quelli della sicurezza e del controllo degli armamenti; e queste, già prima della celebrazione del congresso, si erano evolute fino al livello del totale disarmo nucleare entro quindici anni. Dall’altro vi è la trattazione di problemi che in passato la politica sovietica non aveva espressamente considerato se non in modo incidentale e sommario. Stando alla relazione di Gorbaciov, bisogna cioè prevedere che nel prossimo futuro l’Unione Sovietica non si asterrà più dal manifestare opinioni e apporti specifici sui problemi inerenti al funzionamento e alla possibile sostituzione di meccanismi che attualmente regolano la vita economica internazionale. Così come l’affermazione della superiorità del “socialismo reale” cessa di costituire un puro assioma, per diventare qualcosa che la società sovietica è chiamata a provare nei fatti in ogni caso (e che nemmeno suona enfatizzata nel modo consueto, fino al punto di risultare sfumata nella laica negazione dell’esistenza di risposte esclusive e già date per i problemi dell’umanità contemporanea); allo stesso modo i problemi del mercato capitalistico mondiale - in essenza, l’acuto disordine che vi regna da almeno quindici anni – cessano di essere rapidamente liquidati come contraddizioni interne all’altro “campo”, inevitabili quanto estranee. Uno dei segnali dati dal ventisettesimo congresso, in altre parole, è che la condizione di separatezza del sistema sovietico viene quasi messa in gioco, sicchè lo stesso tradizionale concetto di coesistenza pacifica si presta ad essere oltrepassato in una ricerca di vera e propria cooperazione globale.
E’ la prima volta che ciò accade in modo così assertivo dopo il 1947, cioè dopo il rigetto sovietico del Piano Marshall. Allora, si trattò di una scelta costosa ma obbligata, dal momento che l’Occidente fece di tutto per prevenirne una diversa. Si tratta adesso di prevedere che cosa farà quello sfuggente direttorio a geometria variabile che di fatto presiede alla gestione o ai tentativi di gestione politica del mercato capitalistico internazionale (i “cinque” dell’Hotel Plaza, la supposta trojka dollaro-marco-yen, o il circolo dei “Sette Grandi” inventato da Giscard dopo il grande sconvolgimento del 1974 e da allora convocato ogni estate per contemplarne solennemente le cangianti sequele) di fronte all’offerta di qualcosa che, se non venisse ignorato, potrebbe figurare nell’agenda come un piano sovietico per l’instaurazione di un governo mondiale dell’economia. La menzione di un simile tema attira generalmente accuse di utopismo nel migliore dei casi, e di propagandismo nel peggiore. Ciò non toglie che forme di governo mondiale dell’economia sono sempre esistite di fatto nelle fasi storiche in cui il grado di stabilità e il ritmo di sviluppo hanno toccato livelli di punta, sebbene esse fossero solo limitatamente concordate e formalizzate. Prima del 1914 questa funzione fu esercitata a lungo dalla City di Londra, inizialmente in forma monarchica e poi in forma di primato entro un’oligarchia di centri politico-finanziari le cui crescenti rivalità reciproche finalmente esplosero in carastrofica anarchia.
La rivoluzione sovietica vi reagì in modo tale da istituire un sistema separato di regole di sviluppo per quella parte dell’umanità che era materialmente e complessivamente disposta a riceverlo. Il problema di un governo mondiale dell’economia che fosse contrattualmente sancito, e politicamente controllabile sulla base di un vasto arco di esigenze in vari modi rappresentate, venne trattato dalla colizione vittoriosa nella seconda guerra mondiale, dalla cui esperienza e dal cui nome stava per nascere il sistema delle Nazioni Unite. Non altro che questo fu il contenuto della conferenza di Bretton Woods, da cui nacquero istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La rottura repentina della coalizione fece mancare l’apporto del mondo sovietico a quel processo e a quelle istituzioni. E le istituzioni che oggi portano tale nome svolgono un ruolo notevolmente diverso, e di gran lunga meno utile ai bisogni comuni dell’umanità, rispetto a quello che era previsto quando venivano progettate e fondate. Il ventisettesimo congresso del PCUS mette all’ordine del giorno, con altre parole, sostanzialmente la stessa proposta che svariati settori della sinistra occidentale hanno formulato negli anni recenti (sebbene con convinzione e coerenza limitate dove e quando hanno avuto leve governative e diplomatiche a loro disposizione): quella di una “nuova Bretton Woods”.
I neoliberisti, a quanto risulta, sono gli unici che si sono espressamente dichiarati contrari. Per chiunque non sia un neoliberista, chiarire meglio che cosa i sovietici sarebbero disposti a fare in questa direzione – e accertare che cosa, di tutto ciò che potrebbe e dovrebbe essere intrapreso qui, sarebbe di speciale interesse per loro – si prospetta come un’occupazione più ragionevole e seria che insistere continuamente per una suite all’Hotel Plaza o fare la coda nell’anticamera del generale Abrahamson onde ottenere commesse non troppo piccole e non troppo svantaggiose nel quadro della gigantesca bolla di sapone a orologeria denominata SDI [Strategic Defence Initiative, correntemente “Scudo Spaziale” – n.d.c.]. Si tratta, dopotutto, di un’occasione molto appropriata per andare a vedre e toccare (come qualunque sana gestione indubbiamente farebbe in via preliminare) il grado di concreta probabilità dei rischi che un così fantastico impiego di risorse verrebbe destinato a scongiurare.
Se l’Occidente deve continuare ad avere una gestione economica di fatto prebellica, bisogna prima avere chiaro per quale insanabile divergenza di scopi e di interessi l’altro apparato militare potrebbe credibilmente venire scagliato un giorno contro di noi.. Un attento scrutinio di tutti i casi verosimilmente probabili di conflitto non provocato con l’URSS potrebbe portare alla conclusione che una convivenza senza lo SDI è ampiamente possibile. Resterebbe la tesi deterministica secondo cui, poiché le conoscenze necessarie per fabbricare lo Scudo non sono estinguibili, qualche forma di equilibrio fondato sulla deterrenza nucleare (o su uno stadio di controllo delle armi tecnicamente più avanzato, come l’SDI pretende di essere) sarebbe comunque ineluttabile. Si tratta, per così dire, della “teoria del dittatore pazzo” e della “teoria della minoranza isterica”. Contro, si può argomentare che tutte le rendite di potere irresponsabile, e il più delle conseguenti guerre che hanno imperversato dopo il 1945, sono riconducibili a una mancanza di accordo circa i comuni valori, necessità e regole di fondo, entro la comunità internazionale. Non è ancora dimostrato che ciò sia ineluttabile; e un’occasione di verifica come quella data dal ventisettesimo congresso non dovrebbe avere la possibilità di essere trascurata senza spiegazioni più che adeguate.
IL METODO DI GORBACIOV
(Intervista alla sen. Giglia Tedesco – n. 18, aprile 1986)
La sen.Giglia Tedesco, vice-presidente del Senato e membro della Direzione del PCI, ha fatto parte della delegazione dei comunisti italiani invitata ad assistere ai lavori del XXVII congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Come quasi tutti gli osservatori di questo importante avvenimento, ne ha seguito e annotato i molti aspetti di significativa novità. La stampa italiana e occidentale, quasi indistintamente in tutte le sue tendenze, non ha potuto sottacere il manifestarsi di tali aspetti durante i giorni in cui il congresso di è svolto e in quelli immediatamente successivi. Ma un tale coinvolgimento dei commentatori e dei mezzi d’informazione in generale non è durato molto, con l’eccezione della stampa comunista. La prima questione che “il Nuovo Spettatore” ha posto alla sen.Tedesco riguarda proprio questo punto.
R. Viene quasi da pensare che vi sia stato un più o meno tacito richiamo all’ordine. Questo passaggio dalla vera e propria infatuazione per Gorbaciov, che ha accomunato un grande numero di commentatori peraltro spesso non molto ben disposti verso il mondo sovietico, al silenzio o comunque alla grigia marginalizzazione di proposte di dibattito politico internazionale che pure restano sul tappeto, e restano importanti, mi colpisce molto sfavorevolmente. Certo, almeno per quanto riguarda l’Italia, vi è una lunga tradizione di provincialismo circa le questioni di politica internazionale. Ma ho paura che non si tratti soltanto di questo. Le novità da Mosca sono novità imbarazzanti per molti, su questo non c’è dubbio. Fin dall’inizio, qualcuno si è distinto nello sforzo di negare che delle novità vi fossero (per esempio, i più conformisti tra gli opinion makers americani, e gli “esperti” ufficiosi del potere reaganiano). Siccome però una tale tesi è oggettivamente indifendibile (anche perché gli “esperti” indipendenti, in USA e altrove, non mancano), posso capire che in determinati ambienti si preferisca ora che di tutto ciò si discuta il meno possibile.
D. Torniamo allora a parlare di queste novità del ventisettesimo congresso. Il termine di raffronto, per molti commentatori, è stato il ventesimo. Ha senso l’analogia? O, comunque, un’analisi combinata di questi due momenti?
R. Le critiche alla precedente gestione del partito e dello Stato, nella relazione di Gorbaciov, in gran parte del dibattito e nella risoluzione finale di questo ventisettesimo congresso, non sono certo sfumate. Sono precise e chiare. Ma tra l’operazione effettuata dal ventesimo congresso e quella che si è delineata oggi esiste innanzitutto una profonda differenza di stile e di metodo, che è poi anche una differenza di sostanza politica. Per dire la cosa in termini molto semplici, Gorbaciov non ha pronunziato un giudizio storico sul passato, ma si è impegnato in un’accurata e severissima valutazione politica del presente della società sovietica e della sua posizione nel mondo, sottolineando prevalentemente l’indicazione di ciò che il partito, lo Stato e la società dovrebbero fare d’ora in poi. E’ una manifestazione di forza, o comunque una impostazione che rende particolarmente forte il nuovo gruppo dirigente. Il punto è che non si è trattato semplicemente, mi pare, di denunciare deviazioni più o meno gravi entro un quadro di riferimento culturale dato e indiscusso, ma di un’apertura d’orizzonte in cui la stessa cultura dei comunisti sovietici viene stimolata e messa in questione: laicamente, oserei dire.
D. E’ possibile già mettere in evidenza, specificando un poco, gli elementi di innovazione culturale introdotti dal ventisettesimo congresso?
R. In prima approssimazione, sottoporrei all’attenzione innanzitutto questi due punti, che mi sembrano i più evidenti. Per prima cosa, è stata messa in discussione una concezione tradizionale del nesso tra rapporti di produzione e crescita delle forze produttive in ciò che viene definito “socialismo sviluppato”. Gorbaciov ha detto chiaramente che non vi è nulla di scontato, nulla di automatico, nello svolgimento di questo rapporto (nel senso che, una volta definito il primo termine, con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione per esempio, la soluzione del secondo problema venga da sé a meno di carenze soggettive, deviazioni e così via). Questa è veramente una grossa novità, che intacca la tendenziale sclerosi di ciò che viene chiamato “marxismo-leninismo”. Qui ritorna il tema, da molti proposto, del paragone con il ventesimo congresso: io direi che quello fu un congresso ben più “dogmatico”, a suo modo. In secondo luogo, la parola “mercato” (più precisamente, con una specificazione: “mercato socialista”) è stata pronunciata per la prima volta da molti decenni in un congresso del PCUS. Non da Gorbaciov, che pure ha menzionato esigenze e indicazioni di metodo che ne sono più o meno l’equivalente, ma in un intervento peraltro molto autorevole: quello del responsabile del settore agro-industriale, ora coordinato da un comitato super-ministeriale di recentissima costituzione, che appare quindi come un’espressione organica del nuovo corso. Non mi sembrano cose da poco, tutt’altro.
D. Il problema del rapporto tra il sistema sovietico e la dimensione del mercato non si pone però soltanto all’interno del sistema, ma anche nel suo rapporto con il mondo esterno, con quel “mercato mondiale” di cui il mondo sovietico ha rappresentato finora, per così dire, la semplice “negazione per separazione secca” (non interagente). Non vi sono accenni di novità anche in questa direzione?
R. Certamente ve ne sono, e di molto importanti. Gorbaciov ha proposto una «conferenza mondiale sui problemi della sicurezza economica», ed è entrato nel merito di alcuni problemi specifici e gravi del mercato capitalistico contemporaneo, come quelli dell’indebitamento del Terzo Mondo, del rapporto tra sviluppo e ambiente naturale, dell’occupazione, e così via. In questo modo, di fatto, è stato stabilito un terreno di contenuti e problemi specifici comuni tra comunisti sovietici e sinistra occidentale (non è un caso che molti partiti socialisti e socialdemocratici sono stati presenti come invitati, e che Gorbaciov si è riferito ad essi come a «parte del movimento operaio», altra importante innovazione culturale anche questa). Io resto convinta che il lavoro più grosso e decisivo in questo campo competa appunto alla sinistra occidentale (e che questa sia anzi, oggi, la sua ragion d’essere e la sua condizione di significativa esistenza). Ma è importante che ad Est vi sia ora una disponibilità a considerare specificamente la rilevanza di questo terreno. Realisticamente, non credo che un’attiva cooperazione sovietica alla necessaria, radicale riforma del mercato mondiale e delle sue istituzioni (la “nuova Bretton Woods”, come taluni dicono) sia concepibile fino a quando i problemi di sicurezza militare saranno acuti e stringenti come attualmemte sono. Stando inoltre al rapporto di Ryzkov, che ha la responsabilità diretta e specifica del governo dello Stato, si delinea uno schema articolato in due tempi, durante il primo dei quali il problema prioritario viene definito in termini di recupero di produttività entro le condizioni tecnologiche date, cioè in una situazione di limitata interdipendenza rispetto a ciò che è esterno al “sistema”. Resta il fatto che il problema dell’interdipendenza è posto, e che in questa prospettiva si può quindi lavorare meglio qui in Occcidente.
D. Si può connettere a ciò l’appoggio particolarmente caloroso dato al nuovo corso sovietico da Fidel Castro nel suo saluto al congresso?
R. I problemi posti da Fidel Castro la scorsa estate con il suo discorso all’assemblea interparlamentare latino-americana e le lunghe interviste alla stampa messicana – quello del rapporto tra disarmo, soluzione della crisi debitoria internazionale e sviluppo coordinato tra Nord e Sud – sono stati puntualmente menzionati nell’analisi della situazione mondiale fatta da Gorbaciov. Un accenno vi era già nel discorso televisivo del 15 gennaio sul disarmo nucleare entro il Duemila, e questo accenno è diventato uno schema esplicito nel suo rapporto al congresso. Mi sembra di poter dire che Castro, tra i dirigenti maxisti del Terzo Mondo presenti al congresso, si sia rivelato il più omogeneo al clima di innovazione culturale che esso ha aperto. Egli ha rivendicato all’esperienza cubana una doppia appartenenza: tanto al campo socialista quanto al Terzo Mondo, i cui problemi di inserzione nel mercato mondiale, e il cui intetresse per il funzionamento e la revisione delle sue strutture, appare evidente.
D. Quale rapporto esiste, a suo avviso, tra queste nuove percezioni della situazione mondiale e le presenti scelte della politica estera sovietica?
R. Mi ha molto colpito, in particolare, una frase nell’intervento del ministro degli Esteri Shevarnadze: l’esigenza, da lui affermata in modo particolare, di «democratizzare la vita internazionale». E’ un antico e illustre proposito comune a tutte le forme di umanesimo internazionalista, anche di quelle, per così dire, “a-classiste”, o di radice borghese, accomunate da una critica alla politica di potenza o all’equilibrio di potenza. Ancora Shevarnadze ha proposto una definizione della sicurezza come concetto politico e non come concetto militare. Nessuno può ragionevolmente chiedere a una potenza mondiale di cessare di essere tale, essa sola tra quante ve ne sono, di propria volontà e unilateralmente. Ma la contraddizione tra l’esigenza etico-politica e la necessità di fatto è stata formulata da questo ventisettesimo congresso con una franchezza non trionfalistica, abbastanza inedita nella storia –per così dire – del costume bolscevico. Come quando Gorbaciov ha parlato della «ferita sanguinante» dell’Afghanistan, per fare un esempio. Comunque un certo grado di stimolo unilaterale a un processo di disarmo, nella politica sovietica, è stato recentemente tentato con la moratoria degli esperimenti nucleari sotterranei permessi dal trattato di Vienna, e tale tentativo viene mantenuto oltre la scadenza inizialmente indicata. Nella definizione dei rapporto con gli USA vi è stata come sempre fermezza su ciò che appare irrinunciabile (in estrema sintesi, il rifiuto della militarizzazione dello spazio e la denuncia delle pressioni verso il Nicaragua e altri Paesi del Terzo Mondo che hanno scelto una via di sviluppo indipendente), ma anche una grande prudenza nel mantenere aperte tutte le vie di dialogo considerate praticabili.
Mi ha colpito il fatto che Gorbaciov abbia preferito parlare di «circoli dell’estrema destra americana» - anziché semplicemente della “destra” –quasi a evitare il rischio di liquidare una parte assai vasta della società e del mondo politico degli Stati Uniti come un solido e compatto “centro del male”. La stessa discussione della “iniziativa di difesa strategica” cara a Reagan è stata svolta non nei termini di un pregiudiziale processo alle intenzioni, ma come la confutazione razionale di un’ipotesi («rendere obsolte le armi nucleari») sulla base di una presunta buona fede. Questo congresso ha usato anche espressioni inedite nel tono e nel significato, da venticinque anni, nei confronti della Cina. Nella risoluzione adottata (è da ricordare che non tutti i congressi del PCUS si sono conclusi in questa forma) viene menzionato «con soddisfazione» il miglioramento dei rapporto con «il grande vicino, la Cina socialista», sottolineando come i due popoli abbiano in comune «le due cose più care», vale a dire «il socialismo» (ancora una volta) e «la pace». Si ribadisce tuttavia che ciò «non deve avvenire a danno di Paesi terzi», e il riferimento al Vietnam è qui più che evidente.
D. I rapporti tra PCI e PCUS sono molto migliorati. Qual è a suo avviso il succo da trarre oggi dopo le polemiche degli anni passati, non solo tra i due partiti, ma entro il PCI ed entro la sua cosiddetta “area” di consenso?
R.- Penso che vi siano troppe reali e urgenti necessità nel presente e nell’immediato futuro, per attardarsi ora a rivangare tali questioni. Ci vorrebbe più tempo e più calma. Ora ciò che conta – come ho già detto – è che si sta formando un’area comune di impegno fra tutta la sinistra europea e il PCUS, non soltanto fra il PCI e il PCUS. Comunque, noi comunisti italiani abbiamo sempre le nostre fondamentali riserve, e ciò – come noi e i compagni sovietici ammettiamo – non è un puro dramma. Noi contiamo che sia qualcosa di fecondo.
D. Lei si riferisce, forse, al problema dei diritti individuali di libertà.
R. Lei ha ricordato una questione che io considero gravissima in sé, impossibile da ignorare. Non mi aspettavo che il ventisettesimo congresso risolvesse da un giorno all’altro anche questo problema, ma ho ragionevoli motivi di credere che si sia aperto un processo non privo di possibili e rilevanti conseguenze positive in tale direzione. Il congresso ha dato un fortissimo impulso allo sviluppo di un sistema di autonomie collettive nella società sovietica (il collettivo di lavoro e i comitati delle donne, il nuovo ruolo delineato per i soviet e per i sindacati). Concordo con Znadek Mlynar, che fu uno dei protagonisti della “primavera di Praga”, quando scrive su “Rinascita” che questa può essere una via non puramente “eversiva” per arrivare a stabilire su una base concreta nuove dimensioni delle libertà anche individuali, e che questa sia una strada obbligata a causa di tutto il peso della storia non soltanto sovietica ma anche semplicemente russa. Se le riforme gorbacioviane funzioneranno – e ciò dipende molto dal clima internazionale di cui i processi interni alla società sovietica potranno fruire – si arriverà necessariamente a un punto in cui sempre più vasti spazi di libertà anche individuali saranno non più “eversivi”, ma funzionali e necessari rispetto all’evoluzione del sistema.
D. Lei ha menzionato i comitati delle donne. Vi sono segni di movimento e mutamento culturale sul tema della contraddizione tra i sessi nella società sovietica?
R. I comitati delle donne eistevano alle origini della società sovietica e furono sciolti alla fine degli anni venti in base allo schema secondo cui, essenso mutati stabilmente i rapporti di produzione, la questione dell’emancipazione femminile, come contraddizione secondaria, non aveva più una rilevanza autonoma. La loro ricostituzione è un segno del mutamento rilevante nell’approccio culturale del PCUS, di cui parlavo all’inizio. Sentiremo parlare di queste nuove realtà. Una compagna, alla tribuna del congresso, ha detto tra molti applausi: «voglio vedere, quando questi comitati ci saranno, se sarà possibile ai compagni dire di no alle donne!». Non è che l’inizio, forse, di un processo che ha di fronte a sé ostacoli culturali stratificati nella società sovietica. Ma proprio per questo, è un segnale di cambiamento tanto più significativo.
LA “PERESTROJKA” E GLI SCRITTORI (Michele Tortorici, n.27/febbraio 1987)
Nei mesi passati si erano avute notizie e si erano letti brevi brani di un discorso tenuto dal segretario generale del PCUS, Mikhail Gorbaciov, ad un gruppo di scrittori sovietici il 19 giugno 1986, tra la conclusione del plenum del Comitato centrale e il congresso dell’Unione degli scrittori. Di recente il quotidiano “Paese Sera” ha pubblicato il testo integrale di questo discorso, ricavato dagli appunti presi da uno dei partecipanti all’incontro e definito seriamente attendibile da fonti autorevoli. Non si tratta di un discorso qualsiasi, poiché il capo del Cremlino vi delinea il senso delle lotte in atto nel PCUS e nella società sovietica, indicando anche la direzione che nei vari campi intende seguire per dare una prospettiva positiva al gigantesco sforzo riformatore in atto. «E’ partito – afferma Gorbaciov – un movimento molto profondo e molto importante. Ciò provoca e provocherà una lotta profonda e decisiva. Tra il popolo che vuole cambiamenti e la direzione si colloca una casta di funzionari, dell’apparato ministeriale e di partito. Questo strato non desidera che si producano cambiamenti che lo priverebbero di certi privilegi». Di fronte a questa situazione il leader sovietico enuncia la volontà di applicare due princìpi fondamentali: «non fuggire più di fronte ai problemi giunti a maturità da anni» anche se ciò può causare malcontenti come nel caso del problema dell’alcoolismo; «cominciare dal partito» per favorire correttamente la «mobilitazione del popolo» a vantaggio dei «grandi sforzi» e del «lavoro gigantesco» necessari per la riforma di un «sistema […] consolidato da anni».
Più ancora della devianza sociale, quello che preoccupa Gorbaciov è la resistenza del sistema stesso: «Molti sono coloro che fanno ostacolo: certo, gli ubriaconi, i ladri, i profittatori; ma in testa a tutti vengono i burocrati». Il discorso, con alcune significative accentuazioni e con una franchezza probabilmente inedita, ricalca il tema di fondo della radikalnaja reforma affrontato nella relazione e nella conslucione del XXVII Congresso del PCUS, ma – in più – sottolinea i problemi della lotta in corso additando concretamente le forze ostili al rinnovamento ed è poi nuovissimo per quanto riguarda i motivi per i quali esso è rivolto ad un gruppo di scrittori: Gorbaciov non chiede agli scrittori, come potrebbe sembrare da una battuta iniziale, di ispirarsi ai temi del nuovo corso. Certo, questo è possibile e probabilmente desiderabile («Ecco un bel soggetto pronto per un drammaturgo» esclama il segretario del PCUS a proposito dello scandaloso ostracismo decretato dai “burocrati” di partito contro un direttore di fabbrica coraggiosamente rinnovatore), ma non è affatto l’obiettivo di fondo, chè, altrimenti, non si tratterebbe che di una nuova versione del realismo socialista.
Gorbaciov va, in effetti, molto più avanti e mostra di voler attribuire agli scrittori – e, con loro, più in generale agli intellettuali – un ruolo decisivo in questa fase di ricostruzione del sistema: «Voi non potete immaginare – ha detto ai partecipanti all’incontro – a qual punto abbiamo bisogno di una forza d’urto come quella formata da voi scrittori». Egli chiede, in sostanza, all’intellighenzia del suo Paese di svolgere un ruolo nuovo e più aperto in una società come quella sovietica affamata di libri, curiosa delle novità della cultura e dell’arte, ma che ha dovuto talvolta soddisfare queste sue esigenze fuori dei canali istituzionali, negli incontri privati, nei libri ciclostilati e fatti circolare in forma, se non clandestina, almeno non ufficiale. L’attuale leader sovietico sembra in ciò voler voltare pagina e del resto gli avvenimenti dei sei mesi successivi al discorso che stiamo esaminando possono apparire come una conferma di questo atteggiamento. Gorbaciov chiede agli intellettuali di essere non gli alfieri o i propagandisti, ma la coscienza critica del nuovo corso, il punto di riferimento del potere stesso – del partito e dello Stato – per un confronto dialettico: «Dato che da noi non esiste opposizione – afferma -, come possiamo esercitare il controllo? Solo con l’aiuto della critica e dell’autocritica, e in primo luogo della trasparenza».
Coscienza critica, dunque. L’immagine di intellettuale che emerge da questo vero e proprio appello del segretario del PCUS si presenta al tempo stesso definita e problematica. Definita nei suoi lineamenti, problematica nel suo rapporto con la società: si tratta appunto di una società nella quale le forze e le esigenze che fermentano trovano in gran parte la loro espressione all’interno di una realtà complessa e per certi aspetti contraddittoria quale è quella del PCUS, partito unico, e dunque senza opposizione esterna, ma anche partito nel quale quelle forze e quelle esigenze si confrontano e, quando è il caso, si scontrano: partito, infine, all’interno del quale l’opposizione si manifesta oggi più spesso come resistenza che come alterità, piuttosto come ostacolo alla linea che come linea diversa. E si tratta di una società in cui rischia di diventare univoco, e perciò delicatissimo - e può anche essere perverso – il rapporto tra il partito e lo Stato, tra il partito e le realtà produttive.
E’ per dare vita nuova, nuovi termini di confronto ideale e nuove concrete unità di misura di efficienza a questi meccanismi che Gorbaciov chiede agli intellettuali di svolgere questa nuova funzione, di interpretare, cioè, nello specifico contesto del mondo sovietico, nell’eredità non rinnegata di una storia ormai settantennale, uo ruolo analogo – e di altrettanta importanza – a quello che nel peculiare contesto delle democrazie occidentali svolge l’opposizione politica organizzata come partito o partiti. A noi sembra di poter rapportare in certa misura questo ruolo a quello svolto dagli intellettuali progressisti negli Stati Uniti di Roosevelt o di Kennedy. Si può affermare, infatti, che negli Stati Uniti – alla rovescia rispetto all’URSS – proprio l’assenza della forma-partito (nel senso classico ed europeo del temine) ha determinato il costituirsi di un ceto politico che contiene globalmente al suo interno la complessità delle forze che quella società esprime, ma che non ha fuori di sé una vera opposizione politica organizzata; ed è vero anche che le fasi di rinnovamento segnate da quei due presidenti hanno trovato negli intellettuali progressisti (dai cineasti agli scrittori agli economisti) un supporto e un sostegno proprio per la coscienza critica che essi hanno costituito rispetto ai programmi politici e ai valori ad essi sottesi.
Gorbaciov ha chiamato quindi gli intellettuali dell’URSS a un compito storico all’interno del quale sembra doversi attribuire un significato meno riduttivo, rispetto a quello che è stato dato in Occidente, alla stessa revoca dell’esilio di Sakharov: né atto propagandistico, né ricerca strumentale di un’alleanza; piuttosto un segno della volontà di costruire un’unità nuova degli uomini di cultura e di scienza “senza regolamenti di conti” – che in questa fase potrebbero essere una tentazione e un rischio concreti – da nessuna parte. In questo senso va pure intesa la richiesta esplicita di Gorbaciov: «Con chi siete voi, uomini di cultura?». Richiesta che sembra essere volta non ad ottenere uno schieramento di corrente, ma una chiara adesione ai nuovi compiti affidati. Non è senza significato che un documento di così grande novità sia stato lasciato circolare in Occidente: esso reclama infatti un duplice uditorio, quello degli intellettuali sovietici, ma anche quello del mondo della cultura occidentale che non può assistere in silenzio, pilatescamente, a questo sforzo di rinnovamento, né può astenersi da uno sforzo analogo volto a creare di qua le condizioni di un pieno affermarsi e dispiegarsi di una funzione “forte” degli intellettuali, di una disponibilità di questi a spendersi per costruire il nuovo, a “investire” anch’essi “tutto sull’avvenire”, come ha detto Gorbaciov di se stesso.
In particolare gli intellettuali italiani, che sono stati già complessivamente restii a rispondere all’appello rivolto loro esattamente dodici anni fa da Berlinguer in un appassionato e lucido discorso all’Eliseo di Roma, costoro hanno fatto il vuoto intorno alle parole di Gorbaciov. Così come non hanno per lo più voluto collaborare a percorrere e a costruire quelle vie inesplorate che Berliguer additava, non sembrano voler prendere oggi l’iniziativa, non sembrano neppure interessati a un lavoro di elaborazione intorno ai valori e agli obiettivi ai quali ispirare una politica “riformatrice”, mentre lavorano molto alla definizione e alla diffusione di una cultura “riformistica” di gestione “moderna” dell’esistente. Il fatto è che per Gorbaciov non si tratta soltanto di avere di qua un uditorio attento e interessato: il mondo non può trasformarsi se non tutto insieme e gli intellettuali che hanno applaudito il ritorno di Sakharov a Mosca, con il loro silenzio di fronte all’appello di Gorbaciov, con il loro rifiuto di prendere atto dei compiti che li attendono, lavorano in realtà per isterilire il terreno stesso sul quale il leader sovietico ha ingaggiato la sua battaglia, per privarlo di quell’orizzonte internazionale di scambio nelle idee e di cooperazione nell’azione politica, che soli possono renderlo fertile e farlo fruttificare. Non per il rinnovamento dell’URSS soltanto, ma per l’avvenire di un’umanità che, divisa, rischia di preparare – anche attraverso l’elaborazione di valori culturali schiacciati sul quotidiano – la propria estinzione.
UNA RAGIONEVOLE UTOPIA
(Raffaele D’Agata – n.28/marzo 1987)
Il nuovo corso sovietico, nelle parole dei suoi stessi promotori, non si lascia più definire semplicemente come una riforma. Bisogna prendere atto che all’Est si sta svolgendo una rivoluzione, nel senso alto e maturo che questo termine deve avere, e può avere, dove il grado di sviluppo della società si presenta elaborato e complesso come è il caso dell’Unione Sovietica di oggi, sebbene in forme del tutto peculiari ad essa. Questa terza rivoluzione sovietica non ha ovviamente l’intensità drammatica della prima (e fondamentale) dell’Ottobre; e nemmeno quella contraddittoriamente tragica della seconda che dovette seguire un decennio più tardi. Tuttavia si può dire che essa ha in comune con la prima il grado (straordinariamente elevato) e il modo (particolarmente immediato) dell’incidenza sulla dinamica globale degli eventi umani. Se nel 1917 si trattò anche ed essenzialmente di una risposta a una catastrofe dell’assetto civile transnazionale, che era in atto sotto forma di universale ecatombe, oggi si tratta di un tentativo (o piuttosto di una sollecitazione energica e impegnativa) di rispondere a una strisciante catastrofe che fa pendere su tutti la minacciosa possibilità di un’ecatombe incomparabilmente e indicibilmente più grande.
Un altro elemento comune tra la terza e la prima rivoluzione sovietica sta nella dialettica tra universalità del problema e specificità della risposta. Analogamente ad allora, si tratta cioè oggi di una risposta che da sola non copre tutte le fondamentali esigenze da soddisfare al fine di sciogliere i nodi critici incontrati dal progresso umano (tanto nei suoi picchi quanto nelle sue vastissime depressioni). E tuttavia – analogamente ad allora – ne sollecita una che abbia quei requisiti attraverso il necessario concorso di altre risposte particolari e distinte ma compatibili. Una certa consapevolezza di tale dialettica era già presente nel leninismo stesso, anche se alquanto offuscata nelle modalità del pensiero totalitario, e soprattutto negata e resa sterile nelle svariate miscele di estremismo e di conformismo (opportunistico o conservatore) che influenzarono in modo determinante la reazione all’Ottobre nel resto del mondo. Nel rapporto vivo (e quindi anche critico) che la terza rivoluzione sovietica mostra di intrattenere con l’eredità leninista di cui fruisce, tale consapevolezza appare più chiara e anzi quasi piena, anche perché nuove forme di pensiero (essenzialmente non totalitarie) sembrano orientarla. E sembra lecito connettere quest’ultimo aspetto alla considerazione che la terza rivoluzione non si sta certamente svolgendo in un “anello debole”, ovvero in un “punto basso” dello sviluppo civile.
Ciò che Gorbaciov ha chiamato «spirito rivoluzionario della ristrutturazione avviata» (uno spirito che, a dispetto di qualunque banale ideologia del disincanto, viene fatto coincidere con «il respiro vivo dell’Ottobre») sta nella riproposizione del socialismo come problema aperto in una fase alta, oltre che contraddittoria, dello sviluppo civile. Il partito comunista dell’URSS sembra oggi concepire se stesso come forza trasformatrice – per cominciare con ciò – del vasto Paese che governa; avendolo già trasformato, attraverso la prima e (soprattutto) la seconda rivoluzione, da semiperiferia depressa della civiltà industriale in una delle aree di massimo sviluppo delle forze produttive (e in una delle due prime potenze mondiali), esso sembra ora sentirsi nella piena facoltà di riprendere la proria ragione d’essere originaria come promotore di forme nuove e più ricche di esistenza sociale.
Una somiglianza con ciò che venne tentato venti anni or sono (cioè dopo il XX congresso del PCUS) è stata percepita da alcuni; ma si tratta di un accostamento molto schematico e superficiale. Il “disgelo” di allora consistette semplicemente in un urgente risarcimento della società per le ormai davvero intollerabili restrizioni materiali e spirituali che essa aveva pagato e ancora stava pagando nel processo della seconda rivoluzione; ma non poneva scopi generali veramente nuovi. La nozione auto-esaltativa di “socialismo realmente esistente” – prima ancora che nascesse il termine – sembra essersi sviluppata proprio in quel contesto, e per di più contrassegnata allora da un semplificato ottimismo ideologico che voleva riconoscervi addirittura l’anticamera del “comunismo”.
Poiché del resto l’urgenza di un risarcimento era allora enorme, si può supporre che la semplificazione ottimistica, e così anche la quasi esclusiva concentrazione dello sforzo critico sul passato anziché sul presente e sulla prospettiva, coprisse in qualche modo una difficoltà reale di dichiarare il socialismo come un problema ancora largamente aperto dopo tutto quello che i popoli sovietici avevano già pagato. Oggi, invece, questa difficoltà non viene elusa. In effetti, l’attuale nuovo corso si caratterizza essenzialmente per il suo approccio originale e critico al problema del socialismo, che viene riconosciuto aperto e maturo oggi proprio perché la storia sovietica ha determinato a suo modo le condizioni necessarie al fine di affrontarlo in maniera appropriata e piena, cioè a partire da un punto relativamente alto dello sviluppo civile. Se infatti l’Unione Sovietica di oggi si trova in una situazione meno avanzata di altre esistenti (particolarmente in Occidente) secondo svariati indici prevalentemente materiali, non vi si trova secondo tutti gli indici significativi di quel genere; mentre secondo qualche importante indice immateriale – come la diffusione della cultura e il radicamento di valori pacifici e solidaristici – le sue condizioni sono forse addirittura favorite. In ogni caso, per evitare qualunque equivoco, bisogna sottolineare che si tratta di una situazione contrassegnata da una marcata specificità.
Un nesso dialettico tra queste specificità da un lato, e dall’altro l’universalità del problema del socialismo come oggi si presenta, tuttavia esiste; ed è un nesso inestricabile. Il rivoluzionario sforzo di innovazione, che l’esperienza sovietica sta producendo, esprime una forte consapevolezza di questo dato fondamentale. In questo senso, i contenuti interni e l’appello internazionale, nel nuovo corso, non sono giustapposti né semplicemente strumentali gli uni all’altro; gli uni e l’altro sono invece logicamente interrelati nella concezione, più volte ripetuta con enfasi, dell’interdipendenza globale che contraddistingue il tempo in cui viviamo. Il capitolo della seconda rivoluzione è veramente chiuso, e con esso i residui a lungo persistenti della concezione del “socialismo in un Paese solo”, nei cui termini alquanto forzati le sue sfide dovettero essere vissute, e che dovette poi prolungarsi nella nozione di “campo socialista” come universo separato. E’ insomma la fine della mentalità isolazionistica sui generis che fino a ieri contraddistingueva il mondo sovietico, così da confinare la seconda potenza mondiale in un ruolo di interdizione di eventi e di processi piuttosto che di attiva interazione in vista di scopi. La parola d’ordine della “democrazia senza aggettivi”, lanciata nell’ultimo plenum del comitato centrale del PCUS, integra insomma l’esigenza di “democratizzazione della vita internazionale” affermata dal XXVII congresso.
La prima affermazione sembra intesa a qualificare la democrazia non come qualcosa da aggiungere al “socialismo”, ma come la forma necessaria di una politica rivoluzionaria avanzata e matura: non quindi una generica “liberalizzazione”, ma la ricerca di condizioni di continua verificabilità del rapporto tra scelte e bisogni, che ogni società determina secondo la sua storia e la sua fisionomia. E in questi termini, a parte le sue ben distinte determinazioni in diversi Paesi e in diversi tipi di società, il problema è comune. La seconda affermazione tocca un dato veramente essenziale e veramente universale del problema della democrazia oggi, come le rivelazioni e le ammissioni d’intenti venute alla ribalta nella vicenza dell’”Irangate” dimostrano in modo drammatico. Anche la “democrazia occidentale” ha bisogno di essere ripensata alla luce di un’esigenza di “democrazia senza aggettivi”. La tradizionale ragion di Stato, nell’èra nucleare, è un anacronismo tragicamente minaccioso, e in ogni caso la sua storica tensione dialettica con l’idea di democrazia è diventata immediata e semplice contraddizione. Risolvere tale contraddizione in favore della democrazia; liberare quindi i bisogni di vita della società dal peso dei residui arcaici del potere sovrano degli Stati e delle tumescenze parassitiche che essi occasionano e alimentano nel moderno tessuto civile (come è il caso oggi del rapporto tra guerre stellari e grandi affari): forse è in questi termini minimi ed essenziali che il problema rivoluzionario del nostro tempo si lascia definire. Con una trascurabilissima variazione testuale, un pensiero dell’ultimo Marx può essere qui ricordato come aspetto di continuità con la tradizione: «restringere la libertà degli Stati» (innanzitutto, ma non solo, di quelli nucleari).
UN SOLO MONDO
(Editoriale – n.36, dicembre 1897)
L’ultima fase preparatoria del vertice Di Washington del 7 dicembre aveva coinciso con rilevanti assestamenti entro i circoli decisionali più elevati di entrambe le massime potenze. Insieme con qualche analogia schematica, i due processi presentano però rilevanti asimmetrie. L’uscita di Weinberger non è che un’altra manifestazione del nebbioso crepuscolo di quella “rivoluzione reaganiana” che solo tre anni fa sembrava destinata a contrassegnare un’èra. E’ impossibile azzardare scomesse su ciò che ne uscirà fuori. Ma comunque è certo che l’America di oggi sta confusamente e riluttantemente azzerando svariati calcoli strategici che sembravano di lunga lena. E dunque questo vertice, collocato all’inizio dell’ultimo anno del mandato di Reagan, la trova in una condizione impressionantemente simile a quella in cui essa ospitò un altro vertice (con Krusciov) nell’ultimo anno del mandato di Eisenhower. La differenza è che allora si trattava certamente sì di un cul di sacco (cioè della constatata impraticabilità dell’ipotesi del roll back), ma per una politica in cui l’America si era calata abbastanza decisamente con i piedi e non proprio fino alla testa; e ciò coincideva allora con un semplice rallentamento congiunturale della spinta propulsiva della sua economia e della sua società, anziché, come ora accade, con una crisi strutturale e profonda del ruolo americano negli equilibri di fondo del potere mondiale. Nel prossimo futuro questa America dovrà essere, secondo le scelte che farà, o molto cocciuta o avventurosa, o molto innovativa, ovvero – per il breve tempo in cui lo potrà fare, come adesso – estremamente prudente almeno sul proscenio.
Solo pochi hanno invece sostenuto l’idea che Gorbaciov si stesse avvicinando all’appuntamento di Washington essendo idebolito dall’affare Eltzin; piuttosto, molti hanno concordato da vari punti d’osservazione politici e nazionali nel valutare che la fase di assestamento verosimilmente attraversata dall’URSS tra l’estate e l’autunno del 1987 si sia chiusa con un globale rafforzamento dell’attuale guida. Il bilancio non è spiacevole. Tanto i popoli dell’URSS – compresi gli impazienti che vi sono, come non è inspiegabile – quanto i suoi interlocutori costruttivi nel resto del mondo, hanno molto più bisogno al Cremlino di uno statista di successo che di un profeta inefficace. Naturalmente, una certa relazione con la sfera della profezia o dell’utopia non è mai stata estranea ai grandi riformatori. Ma nessuno di coloro che hanno impresso un segno permanente sulle cose è mai stato alieno da compromessi. Per fare un esempio, Franklin D. Roosevelt fu eletto quattro volte presidente degli Stati Uniti sulla base di una coalizione che comprendeva elettori bianchi meridionali ostili ai sindacati e ai diritti civili dei neri. Ma, proprio per aver vinto anche a quel prezzo, egli contribuì in modo determinante alla crescita di un’America in cui la rivoluzione dei diritti civili avrebbe presto avuto luogo con il favore di una coalizione per molti aspetti analoga alla sua, e intanto – soprattutto – alla drammatica formazione di un assetto del potere mondiale quasi certamente migliore di ogni alternativa allora realistica. La coalizione gorbacioviana che sembra ora prendere forma in URSS si presenta altrettanto vasta e variegata, ma proprio per questo essa appare in grado di resistere alle tensioni di una febbrile fase di trasformazione interna, come quella che si sta profilando.
La coalizione gorbacioviana è nata dalla dislocazione di strati che erano cresciuti di peso e di estensione proprio nel quadro dell’assetto socio-politico precedente, dalla rappresentanza di strati che ne erano sempre stati più o meno radicalmente insoddisfatti, e dall’emarginazione decisa di alcuni dei beneficiari del compromesso sociale brezneviano, il cui ruolo era ormai sempre più largamente percepito come parassitico. Tuttavia la complessità degli scambi di tolleranze reciproche, su cui l’equilibrio brezneviano si fondava, era e resta evidentemente troppo elevata e diffusa perché ulteriori e immediati tagli in quella direzione potessero essere fatti senza sottoporre la società a sollecitazioni per il momento intollerabili. Per quanto Gorbaciov possa amare il primo Lenin, è ancora e sempre troppo presto per chiamare la cuoca a dirigere il partito comunista dell’URSS. Questo essenziale strumento della sua politica dovrà ora restare piuttosto largamente in mano a piloti esperti, vale a dire a gente non troppo immediatamente nuova, e almeno non tale a tutti i livelli. Il tempo saprà dire se questo rafforzamento della coalizione gorbacioviana stia proprio creando le condizioni perché vi sia domani un maggior numero di cuoche chiamate a contare e a decidere. Gorbaciov continua ad avere il consenso della sua coalizione nel proposito di passare dalla stagnazione al movimento, e dalla democrazia carismatico-amministrativa alla democrazia politica e apertamente responsabile. Ha bisogno di tempo e di gradualità perché la gente trovi il gusto di muoversi, e perché il movimento non finisca per degenerare in caos.
Soprattutto, però, la rivoluzione gorbacioviana ha bisogno di un contesto internazionale profondamente diverso da quello attuale. Poiché lo sa bene, esso ha dato impulsi molto forti e spesso determinanti onde innescare un processo di modificazione di tale contesto. E questo terzo vertice sovietico-americano in meno di due anni è un risultato di ciò, pur essendo anche facilitato dal bisogno di pausa che la politica americana sembra avere dopo la vertiginosa ebbrezza degli anni passati. Il grosso guaio è che questa rivoluzione continua a trovare nel mondo più ammiratori passivi, ovvero spettatori esigenti, che emulatori costruttivi. Invece c’è più da fare che da guardare e commentare. Presto, anzi prestissimo, si dovrà sapere precisamente cosa fare davanti a un’America oggettivamente in bilico tra il “nuovo realismo” proposto da Cuomo e le avventure del protezionismo e della geopolitica, così da aiutarla a scegliere il primo approccio. Bisognerà suggerire anche energicamente ai nuovi centri della ricchezza mondiale – particolarmente nel Pacifico, ma anche qui da noi in Europa – una funzione riconoscibile e accettabile, prima che l’idea di “proteggersi” da sé si faccia strada e vi si affermi. Soprattutto bisognerà semplicemente trovare posto per le drammatiche esigenze di sviluppo dei popoli meno fortunati, e ciò allora necessariamente nel quadro di una diversa concezione dello sviluppo. In breve, bisognerà concludere il secolo avendo imparato a vivere senza la Bomba, senza le relative sicurezze dell’equilibrio bipolare irrigidito, e in presenza – tra l’altro – di qualcosa come un rublo pienamente convertibile. Ciò significa che alla fine di questo secolo grande e terribile l’internazionalismo democratico e sociale può avere una seconda possibilità di fare ciò che non seppe nelle favorevoli condizioni per esso esistenti prima del 1914: un mondo unico, e un mondo per tutti.
A SUD DELLA “PERESTROJKA”
(Raffaele D’Agata, n..40/aprile 1988)
Abbiamo potuto osservare sui nostri teleschermi le immagini del movimento di massa determinato e pacifico che ha riempito le vie e le piazze di Erevan. Abbiamo visto le effigi di Gorbaciov inalberate dalla folla del tutto spontaneamente (in contrasto con la pubblica parsimonia nell’uso ufficiale dell’immagine del leader che in questi tre anni di perestrojka è andata subentrando alla precedente e tradizionale ridondanza). E soprattutto abbiamo potuto leggere un motto, caratterizzante il movimento, scritto in un cartello (in russo, non in armeno): “Karabah – ekzamen perestrojkj”, ovvero l’asserzione che i diritti civili di quello storico focolare della nazione armena, incluso nei confini repubblicani del vicino Adzerbajdzjan, erano considerati una misura di coerenza per quella stessa politica di radicale rinnovamento che in pari tempo riceveva l’espressione di un quasi plebiscitario sostegno da parte di una delle componenti nazionali dell’Unione Sovietica. Vi è stato poi il massacro di Sumgait, che la magistratura locale non ha esitato a definire come un vero e proprio pogrom. E in conseguenza di esso il movimento armeno, anche senza rompere la tregua politica concordata dai suoi rappresentanti a Mosca (una tregua che essi stessi hanno giustificato in termini di sostegno tattico alle esigenze del potere riformatore sostenuto dal movimento) ha politicamente riformulato i propri obiettivi: non si tratta cioè, esso afferma, di un contenzioso territoriale tra le due repubbliche dell’Unione, tale da richiedere una mediazione equidistante, ma di una generale questione di diritti civili.
E’ noto che la perestrojka ha degli avversari, non pochi e non di scarso peso. A questi viene largamente accreditata la possibilità di argomentare che la questione dei diritti civili in URSS è stata posta proprio dal potere riformatore oggi in carica, e che la situazione nel Paese (in particolare per quanto riguarda i rapporti tra le nazionalità, ma non soltanto in questo campo) appariva più tranquilla quando tale questione non era né ammessa come esistente né tanto meno promossa dal potere. Non se ne può immediatamente dedurre che ciò metta in pericolo l’attuale gruppo dirigente. Esso ha la realtà dei fatti della propria parte, e per il momento chiunque dubiti della saggezza della liberalizzazione in corso dovrebbe non solo avere delle convinzioni opinabili, ma soprattutto una buona dose di paranoia, per raccogliere la sfida a suo tempo formulata da Gorbaciov e quindi proporre un metodo di governo consistente nel “proibire tutto”. Nemmeno il sistema brezneviano di governo, del resto, seguiva precisamente un tale criterio. Anzi, proprio alcune sue molto specifiche forme di permissivismo, che avevano assicurato le condizioni di un certo grado di equilibrio per tutta una fase di relativo sviluppo della società sovietica, avevano finito per tradursi in fattori squilibranti. E’ cioè quasi assodato che qualunque ipotetica alternativa alla politica di Gorbaciov non potrebbe consistere in un ritorno al passato, di cui non esistono più le condizioni.
Già un anno fa la crisi del Kazachstan aveva messo in luce come la formazione di blocchi di consenso nelle aree di ceppo asiatico e musulmano avesse comportato, nell’assetto anteriore alla perestrojka, notevoli carenze in termini di garanzia del comune diritto, e come le misure dirette a rimuovere tali carenze avessero avuto tendenza a dislocare tali blocchi su posizioni di attivo dissenso nei confronti della nuova politica. Può essere forse eccessivo concludere che un movimento analogo, anche se ben più grave nelle sue manifestazioni, sia da riconoscere in ciò che è accaduto nel marzo del 1988 sulla sponda opposta del Mar Caspio, ovvero affermare semplicemente che la perestrojka abbia suscitato movimenti di reazione con carattere di massa nel 1987 ad Alma Ata e nel 1988 a Sumgait. L’elemento nazionale (e culturale-religioso) ha avuto un forte peso in entrambi i casi: allora, la nomina di un russo onesto alla testa del partito kazacho può essere stata percepita da molti essenzialmente o soltanto come la sgradita nomina di un russo; recentemente, per quanto si sa, i massacri di Sumgait non sono andati a cercare i compatrioti azeri che eventualmente fosseronoti per simpatie riformistiche, ma gli armeni in quanto tali indipendentemente da ciò che mai pensassero (come indipendentemente dall’età).
Ciò non toglie che gli attuali problemi dell’Unione Sovietica non sarebbero certo semplificati, bensì resi più seri, se gli inevitabili disagi di una fase di radicale trasformazione dovessero continuare ad essere percepiti dalla gente attraverso il filtro delle rispettive identità nazionali e religiose. L’attuazione dei programmi della perestrojka comporta un elevatissimo grado di mobilità, in termini di cambiamento di abitudini e largamente anche in termini di cambiamento di luogo di residenza, per moltissimi cittadini sovietici (siano essi slavi, asiatici o caucasici, e siano essi radicati in un ceppo culturale di origine cristiana ovvero musulmana). Il possibile sommarsi di fattori di temporaneo ma non certo istantaneo squilibrio sociale con frizioni di natura etnico-culturale costituisce un rischio e una sfida di notevole mole per la rivoluzione gorbacioviana. In essenza, questa si propone di immettere sempre più qualificanti elementi di responsabilità personale e sociale, e di costruttiva competizione, in sostituzione di strutture burocratiche di comando che largamente hanno finora predominato nella versione sovietica dell’attuazione dell’ideale egualitario. Ciò che ha reso necessario un tale sviluppo è stato il costo crescente di quelle strutture in termini di efficacia del sistema nel rispondere alle accresciute esigenze qualitative di una società sempre più complessa (di cui peraltro esse avevano in un primo tempo anche favorito la maturazione), così come in termini di contraddizione rispetto all’ideale egualitario stesso, tanto sul versante dei diritti civili quanto sul versante dell’equità. Il cambiamento, sebbene necessario, non andrà senza esigere dei costi in termini di differimento, e anche di temporaneo peggioramento relativo di situazioni personali e di gruppo, e ciò implica ovviamente possibilità di conflitto sociale.
Ci vorrà tempo per conoscere il grado in cui la nuova politica economica sovietica sarà riuscita nella rivoluzionaria scommessa di ricondurre il principio di responsabilità e il principio di competizione nella generale cornice dell’ideale egualitario. Tanto il problema quanto la risposta dipendono largamente anche da ciò che cambierà nel resto del mondo sviluppato, dove pure esiste una distinta esigenza di concorrere nella ricerca di idee e di esperienze in questa direzione. Ma anche rispetto allo specifico problema del possibile intreccio tra conflitto sociale e conflitto etnico-culturale, non possiamo sostenere che non si tratti di affari direttamente nostri. Il rapporto Nord-Sud è l’asse attorno al quale ruota la massa critica dei più drammatici problemi mondiali in questo scorcio di secolo. Per l’Unione Sovietica si tratta direttamente di una questione interna. Data la enorme estensione del Paese, il più vasto del pianeta, ciò non avviene in forma analogica o – per così dire – miniaturizzata, ma con molte delle caratteristiche proprie della dimensione mondiale del fenomeno. Gli aspetti più drammatici dello sviluppo ineguale (il contrasto tra opulenza e fame) non vi si riproducono, nel senso che in URSS il Nord è molto meno opulento e il Sud molto meno affamato. Ma vi è largamente presente un altro essenziale aspetto del contrasto Nord-Sud, cioè quello della difficile compatibilità tra civiltà e culture, che ovunque tende a tradursi anche in esplosioni di conflitto all’interno di ciò che comunemente si intende come “Sud”.
La “stagnazione” da cui l’Unione Sovietica sta uscendo poteva tenere addormentate queste possibili cause di conflitto. Nella situazione di movimento che il nuovo corso ha determinato, è comprensibile che i suoi problemi tendano ad assomigliare anche in ciò a quelli del resto del mondo. Per quanto riguarda l’Occidente, è vero solo parzialmente che il contrasto Nord-Sud costituisca un problema puramente esterno per i singoli Paesi che ne fanno parte, e per essi nel loro insieme. I fenomeni connessi con l’immigrazione ispanica negli Stati Uniti, più ancora di quelli connessi con l’immigrazione transmediterranea nella Comunità Europea, cominciano a porre importanti problemi, che sono certamente destinati a crescere. E l’interdipendenza ormai strettissima del mercato internazionale – legale e “illegale” – rende alquanto labile la stessa distinzione tra l’aspetto “interno” e quello “esterno” del rapporto del Nord con il Sud del pianeta. Nessuno dei problemi qui brevemente menzionati – e in particolare quello dei conflitti etnico-culturali e religiosi che ci stanno davanti – si presta ad essere risolto brevemente e una volta per tutte (ammesso che soluzioni del genere possano esservi mai nella storia umana). Ma è già un grande compito quello di lavorare a non peggiorarli e a non renderli disperatamente intrattabili. Al contrario, esiste un modo sicuro per renderli tali in tempi brevi, e consiste nel continuare a fingere che esista ancora un fondamentale ed essenziale contrasto tra Ovest ed Est. Vi sono già troppi problemi veri per intestardirsi ad aggiungerne uno finto.
RE-INVESTITURA PER GORBACIOV?
(Raffaele D’agata, n.41/maggio 1988)
Lo scenario che sembra prendere forma nel corso della preparazione della conferenza pansovietica del PCUS, fissata per la fine di giugno, non è quello della lacerazione drammatica, ma ciò non toglie che si sta sviluppando ormai un aperto confronto tra opzioni politiche generali reciprocamente alternative. L’implicita conferma dell’unità del gruppo dirigente uscito dal Plenum di aprile del 1985 e dal XXVII Congresso, offerta agli osservatori alla fine di questo aprile dopo insistenti rumori circa tale o tal altra “defenestrazione” o “caduta in disgrazia” nel vertice del partito, si presta molto ad essere compresa piuttosto come una tregua istituzionale che come un compromesso politico vero e proprio. Naturalmente è solo un’ipotesi, ma si può verisimilmente supporre che, se un’intesa è intervenuta tra Gorbaciov e Ligaciov dopo una fase di tensione abbastanza acuta, ciò sia avvenuto essenzialmente in base al comune riconoscimento dell’utilità di una cornice di “unità nazionale” fintanto che l’opposizione dell’apparato tradizionale alla rivoluzione gorbacioviana non abbia trovato canali fisiologici di espressione (e forse anche finchè il contesto internazionale non si sia meglio chiarito).
Comunque, dopo una quantità di arretramenti tattici, il Segretario generale sembra decisamente passato all’offensiva. L’ultimo segnale di compromesso dato ai suoi avversari nell’apparato tradizionale può essere riconosciuto – ma solo in parte – nella risposta ufficiale data alla fine di marzo alle richieste del movimento per i diritti civili dell’Armenia. Ma è da dire che il movimento stesso sembra aver compreso il senso e i limiti dell’arretramento, continuando a mantenere gli impegni di moderazione già presi nel suo diretto rapporto d’intesa con il vertice, anche dopo la decisione negativa circa i suoi programmi massimi (includenti un controvertibile problema di modifiche territoriali). Qualche mese fa l’apparato tradizionale aveva ricevuto da Gorbaciov almeno due importanti e impegnativi segnali di tregua. Uno fu il sacrificio di Boris Eltsin, probabilmente concesso dallo stesso Gorbaciov non troppo a malincuore data la scarsa tempestività e la non troppo brillante capacità di intuizione mostrate dall’alleato in quella fase. L’altro fu il discorso di Tallinn, dove con trasparente metafora Gorbaciov scelse di dire in pubblico che la “sua” rivoluzione culturale non avrebbe comportato iniziative e parole d’ordine come quella di “sparare sul quartier generale”.
Era evidentemente inteso che il vertice riformatore si aspettava un comportamento corrispondente da parte dei destinatari, i quali, nel quadro di un tacito accordo tra gentiluomini, avrebbero conseguentemente speso i propri argomenti in modo corretto, astenendosi dal profittare della tregua per sparare cartucce di potere. Questa aspettativa non è stata osservata, e l’ “orchestrata” campagna di riproduzioni dell’articolo ultraconservatore di “Sovetskaja Rossia” è stata evidentemente considerata come la goccia che fa traboccare il vaso. La risposta non è stata soltanto una controffensiva sul medesimo terreno, sulla stampa dichiaratamente gorbacioviana (guidata da “Moskovskie Novosti”, “Ogonek” e “Komsomol’skaja Pravda”) come su altri canali, fino a rivelare quasi la presumibile apertura di un fronte ulteriore per il controllo del conteso organo ufficiale del PCUS. Soprattutto, la risposta è stata data nel discorso di Tashkent, dove per la prima volta lo scontro politico è stato chiamato con il suo nome, e i destinatari sono stati, anche se non nominativamente, individuati.
Quali sono sostanzialmente gli schieramenti? Potrebbe essere seducente pensare a un’alleanza tra il vertice e la base popolare contro l’apparato tradizionale; sarebbe anche molto semplice e gradevole. Le cose sono invece, secondo ogni evidenza, molto più complicate, dal momento che tanto il vertice riformatore quanto l’apparato tradizionale possono a buon diritto vantare titoli di rappresentanza. Diversamente da Krusciov, Gorbaciov non promette ai cittadini sovietici poco meno del paradiso per domani o almeno per dopodomani: egli ha il coraggio di dire verità impopolari, stimolando le persone a domandarsi che cosa vi sia da fare per la società piuttosto che ciò che la società possa fare per loro. E poiché le cose non immediatamente gradevoli da fare sono oggi molte (non soltanto in Unione Sovietica, con la sola differenza rispetto a qui, a parte le ovvie diversità nel merito dei problemi, che l’attuale politica sovietica sa parlare di questo), è naturale che tra le reazioni vi sia anche una tendenza al formarsi di una coalizione delle inerzie in alto e in basso: da un lato le poche e grandi, il cui corrispettivo ha finito per consistere in forme di vero e proprio privilegio, e dall’altro le piccole e molte, il cui corrispettivo è consistito a lungo nella scarsa richiesta sociale di prestazione.
L’apparato tradizionale non ha ancora oltrepassato il livello di polemica che conferirebbe alla vicenda i pieni caratteri del dramma, ovvero mantiene prevalentemente sul piano dell’implicita allusione e del mormorio ogni vera e propria dichiarazione di “pericolo” per il “socialismo”. Lo fa con ragione. Il consenso passivo inerziale negli anni della stabilità brezneviana non esprimeva, secondo tutte le testimonianze, una netta prevalenza di attive e positive convinzioni “socialiste”; e l’apparato probabilmente sapeva e sa bene di abbellire molto le cose attribuendo una tale denominazione (peraltro non priva di una dignità guadagnata alla prova di sfide reali comunque superate e di risultati comunque conseguiti in una storia che da sé regala ben poco alle menti e ai cuori degli uomini) al sistema di consenso che si era formato. La formula della tarda età brezneviana era diventata più o meno “ad alcuni secondo i loro desideri, da quelli che ne hanno voglia secondo le loro capacità, e non precisamente a ciascuno secondo il suo lavoro, comunque l’essenziale minimo a tutti o quasi”. E’ possibile che segnali di pericolo dati a chi non si sente in grado di sviluppare le proprie capacità, a chi semplicemente non lo desidera, a chi realisticamente considera più imminenti svantaggi che semplici rischi nel lasciare il certo per l’incerto, possano avere anche qualcosa di ciò che si chiama un seguito popolare. La risposta non può essere la semplice riproposizione delle nobili e classiche bandiere marxiane nella loro integrità.
Dare secondo le proprie capacità può non essere tutto ciò che basta all’insieme, e anche ai singoli, se non si assicura alle capacità umane la possibilità di crescere; e una volta che queste siano cresciute, ricevere secondo il lavoro può suonare vuoto se l’equivalenza tra lavoro e capacità – a causa dell’evoluzione tecnica, dell’istruzione e dei modelli di vita – diventa in forse. La questione si complica molto più di quanto possa essere discusso qui se si arriva a parlare dei bisogni (e dei desideri). Per l’URSS e per il resto del mondo sviluppato, si può fare l’ipotesi, da svolgere in altra sede, che le drammatiche sfide del secondo millennio comportino un’idea di socialismo possibile e necessario nella forma di una consapevole organizzazione collettiva del principio di realtà, nel momento in cui il vecchio Freud trova nell’ambiente vitale in pericolo una sinistra conferma del risvolto distruttivo del puro principio di piacere. Nel giro di non molte settimane sapremo comunque se la perestrojka economica potrà superare la sua attuale magrezza di risultati nella vita quotidiana dei sovietici (la cui constatazione dovrebbe suonare meno deprimente a chi considera che anche i primi anni del New Deal produssero in fondo più entusiasmo che posti di lavoro), prendendo slancio attraverso una sinergia con una perestrojka politica di cui ora molto si parla in URSS.
L’ideologia stabilita in Occidente (la cui apparente “debolezza” è in realtà la mascheratura di una rigidità di fondo) farebbe bene a non pavoneggiarsi troppo, tuttavia, coltivando l’immagine di una pecorella pronta a ritornare all’ovile. Non basterebbe nemmeno una (teorica) volontà sovietica di ricucire la storica rottura del mercato mondiale, prodotta dal ’17, perché qualcosa di simile abbia luogo. Un mercato mondiale come norma funzionale che organizzi le interdipendenze massimizzando i benefici per tutti, è oggi da costruire: non vi è ciò che gli apologeti del ”capitalismo reale” affermano, cioè qualcosa di simile che sia soltanto da estendere. Abel Agambegian, l’economista riformatore cui viene riconosciuto un ruolo predominante nella squadra di specialisti consultata e ascoltata da Gorbaciov, non sembra avere troppa fretta di entrare nel Fondo Monetario e nella Banca Mondiale, finchè il potere di controllo del meccanismo internazionale di distribuzione del credito e delle risorse resta nelle presenti condizioni tragicamente malsane per due terzi dell’umanità e sostanzialmente insicure per il restante di essa. Se la perestrojka sovietica comporta prospettive non immediatamente gradevoli di mutamento di vita entro l’URSS, la necessaria perestrojka mondiale – che si impone in questa fine di secolo se vogliamo avere meno stragi endemiche e qualche prospettiva di sopravvivenza della specie in quello che viene – ne comporta altrettante, e molto verisimilmente di più. Specialmente per molti potenti.
Proseguono gli articoli del “Nuovo Spettatore Italiano” su Mikhail Gorbaciov, Mettiamo ora in rete quelli pubblicati nei fascicoli di giugno e di luglio-agosto 1988.
QUELLA NUOVA MITTELEUROPA
(Raffaele D’Agata, n.42/1988)
Il tono e il contenuto della presa di posizione ufficialmente manifestata dal governo sovietico nei confronti della situazione di acuta tensione vissuta dalla Polonia nei primi giorni dello scorso maggio, confermano che l’acqua passata sotto i ponti dal 1980 ad oggi non è stata semplicemente molta: è stata una vera e propria ondata di piena, anzi un’alluvione. E sembra essersi trattato di un’alluvione che, come quelle del Nilo in tempi lontani, trasformano un intero paesaggio civile. Si è costituito un ambiente fertile. Altro, naturalmente, è decidere se vi dovrà crescere una giungla oppure un’ordinata coltivazione che permetta alle popolazioni interessate (di cui indirettamente noi stessi facciamo parte) du fruire di buoni raccolti. La flemma del portavoce del ministero degli Esteri sovietico, Gennadi Gerassimov, di fronte alle domande sulla situazione polacca, sarebbe stata poco meno che inconcepibile otto anni or sono. Ma non è soltanto questione di tono. Anche l’allora ministro degli Esteri e attuale capo dello Stato, Andrej Gromiko, era ampiamente noto per la sua capacità di essere flemmatico nel tono e anche nella sostanza. Per non parlare dello stesso Stalin, in uno dei molti lati eterogenei della sua personalità. Ciò che è importante e nuovo sta nella sostanza del messaggio implicitamente comunicato nel dire che il corso seguito dalla Polonia è una scelta polacca che non distrae né distoglie l’Unione Sovietica dal seguire frattanto il proprio.
Vi sono naturalmente circostanze di fatto che hanno permesso di dare quella valutazione. E di queste la principale è senza dubbio che – malgrado l’infortunio occorso al Papa nell’evocare il tema della “sovranità” come facente parte delle poste attualmente in gioco nel suo Paese d’origine, tanto più sorprendente dopo le interessanti riflessioni sul tema dell’”interdipendenza” svolte nella sua ultima enciclica – il contemporaneo fermento della società polacca trova ormai in situazione inusitatamente minoritaria tutte le vecchie aspirazioni a un riallineamento internazionale della Polonia; e tale circostanza a sua volta dipende dalla scarsa credibilità che il tema della contrapposizione tra i blocchi in Europa sembra avere finalmente assunto nel profondo della coscienza comune di tutti gli europei durante gli ultimi anni. Ma vi è dell’altro, e di ancora più interessante. Da parte sovietica, l’approvazione per l’uso della forza pubblica nelle acciaierie di Nova Huta occupate dalle maestranze non è stata espressa dal vertice della politica, ma semplicemente dalla “Tass”, dalla televisione e dalla stampa: e i toni di questa approvazione sono stati piuttosto oggettivi e flemmatici.
Se ne può dedurre – come semplice supposizione, abbastanza verosimile – che dal punto di vista del vertice della politica sovietica il generale Jaruzelski non ha fatto male a muoversi in quel modo, ma non avrebbe necessariamente fatto male se avesse seguito un diverso comportamento. A suo favore sono state espresse – e in sedi non rigorosamente ufficiali – circostanziate ragioni di fatto e non qualche ferrea ragione di principio. Naturalmente, non tutte le verosimili ragioni di fatto sono state menzionate. Tra queste, la circostanza che il partito unico al potere in Polonia non ha nulla che assomigli al radicamento del PCUS nella società sovietica. Gorbaciov dispone di un’alternativa di riforma nel partito al potere mentre fronteggia i timori, le resistenze e l’opposizione della vecchia guardia; Jaruzelski forse no, o almeno non per il momento. E quindi il corso del suo tentativo di riforma non può avere lo stesso ritmo e lo stesso senso della perestrojka sovietica. Le parole di Gerassimov sembrano indicare come Mosca si limiti a comprendere che questi, dopotutto, sono fatti di Jaruzelski e della Polonia.
Ancora più importante è tuttavia ciò che il vertice della politica sovietica oggi nonn dice, mentre saremmo stati predisposti e abituati a sentirlo. Un’altra dizione praticamente scomparsa –dopo quella di “socialismo reale” – è quella di “forze antisocialiste”. La “Tass”, la televisione e la stampa hanno semplicemente parlato di “teppismo” e di “azioni illegali”: gli stessi termini che avrebbe potuto usare la signora Thatcher. Molta acqua è passata sotto i ponti della cultura politica dell’Est: il problema posto e concepito è oggi, abbastanza correttamente, quello della governabilità di una situazione di crisi, in cui il riferimento al “socialismo” appare possibile parlando del futuro piuttosto che del presente. Anche questo fonda peraltro la specificità del corso che la Polonia potrà seguire (come del resto, ciascuno con i suoi problemi e le sue caratteristiche, gli altri Paesi europei del Comecon) rispetto al corso dell’Unione Sovietica e alla situazione da cui essa muove. Nel caso di quest’ultima, si tratta della crisi di un sistema, del quale viene posto un problema di riforma che appare concepibile anche, se non esclusivamente, secondo cuoi autonomi fattori di tenuta e di auto-correzione (senza con ciò voler minimizzare gli elementi di rischio e di frizione che il nuovo corso coraggiosamente si propone di affrontare); nel caso del resto del Comecon, sembra più appropriato parlare di un sistema di crisi.
Vi sono a questo proposito svariati miti da sfatare. Il cosiddetto “blocco sovietico” in Europa centro-orientale non è stato né monolitico né omogeneo, dal punto di vista economico-sociale, nemmeno negli anni cinquanta. La sua evoluzione nelle fasi di distensione politico-strategica, e soprattutto negli anni settante, è stata marcatissima, differenziata nelle sue singole parti componenti, ma con almeno un elemento comune, e cioè il suo inserimento accentuato nella rete di connessione dell’economia mondiale (in modo fortemente contrastante con la condizione di relativo isolamento mantenuta finora dall’Unione Sovietica in seno a questa). Visti da questo specifico ma importante punto di vista, i problemi economico-sociali della Polonia (o della Romania), in quanto depurati dalle ben diverse condizioni politico-culturali e storiche in cui si manifestano, presentano somiglianze molto più nette con quelli dell’Uruguay (o, rispettivamente, del Perù) che con quelli dell’Unione Sovietica. Il nuovo segretario generale del POSU e il prossimo primo ministro magiaro, a parte le questioni politiche e istituzionali, potrebbero avere addirittura più specifici argomenti comuni su cui scambiarsi esperienze con Alfonsìn di quanti possano davvero interessare, nel merito, Gorbaciov. Tutti questi Paesi fanno parte del FMI e della Banca Mondiale così come oggi queste istituzioni si presentano, e sono trattati dalla finanza mondiale come un capitolo dell’esplosivo dossier del grosso e cattivo debito.
Queste considerazioni pongono tre ordini di problemi da impostare e da affrontare in modo del tutto nuovo nel prossimo futuro. Uno è il rapporto ottimale dei centri del sistema mondiale definito normalmente come “capitalista” con questa area anomala e solo parzialmente “periferica” che lo riguarda. Un altro è l’adattamento del sistema politico nei Paesi europei del Comecon alle forti sollecitazioni cui i loro assetti sociali sono sottoposti, e saranno sottoposti in modo crescente, così da garantire governabilità e transizione in termini che offrano spazio alla rinnovata affermazione di valori civili di cui la storia del loro movimento operaio è tuttavia ricca malgrado le asperità e i contraccolpi negativi del passato. Un terzo, e decisivo, è il peso di un fattore come la possibile fine dell’isolazionismo sovietico negli anni novanta sulla struttura del circuito mondiale delle risorse e del credito, tanto per quanto riguarda la nuova attualità del problema del “socialismo” come problema del futuro nella stessa URSS, quanto a proposito dell’utilizzazione dei legami di cooperazione in seno al Comecon nell’evoluzione di quest’area strutturalmente “grigia” nel cuore del continente europeo.
Il fatto che i problemi siano oggi questi, e non altri, rende conto della smentita, concretamente in atto, circa l’ipotesi di una ripetizione della spirale di ingovernabilità e repressione nel “blocco” sovietico, che a suo tempo seguì al cosiddetto “disgelo_” kruscioviano. L’analogia è inservibile anche per svariate altre ragioni. La politica sovietica di allora era ben lontana dalle novità culturali di cui la presente è invece espressione. Le idee di rivincita dell’Occidente europeo sui risultati della seconda guerra mondiale furono battute allora e non hanno molto spazio almeno nel clima di questi anni, sebbene non si possa pregiudicare il futuro altrimenti che con le scelte appropriate da fare adesso. Il vergine terreno alluvionale su cui ci troveremo nell’ultimo decennio di questo secolo è contemporaneamente fertile e paludoso, o comunque pieno d’insidie nell’opera di dissodamento. Se nessuno pretenderà di lavorarlo con missili, carri armati e vecchie idee, le mete possono essere ambiziose.
GLI STATI GENERALI DI MOSCA
(Raffaele D’Agata, n.43/1988)
Alla fine di giugno, con l’arrivo a Mosca dei cinquemila delegati scelti per prendere parte ai veri e propri “Stati Generali” convocati da Gorbaciov sotto il nome di Conferenza pansovietica del PCUS, era possibile fare il bilancio di una delle più intense e vive campagne elettorali in tutta la storia russa e generalmente in quella dei popoli sovietici. Alla luce dei risultati della Conferenza stessa, un tale bilancio acquisterà forse un maggiore significato. Il fatto stesso che una campagna si sia svolta, innanzitutto, è un evento. Esso sembra esprimere e confermare il clima di “tregua istituzionale” che ci era sembrato caratterizzare la composizione dell’acuta frizione manifestatasi al vertice del potere all’inizio di questa primavera, come si è potuto dedurre dall’andamento del Comitato centrale di aprile. L’opposizione dell’apparato tradizionale nei confronti del nuovo corso e della rivoluzione gorbacioviana è arrivata praticamente a un passo dall’aprire una questione di legittimità e dal sollevare il drammatico argomento del “socialismo” messo in pericolo. Ma non ha fatto quel passo.
Può darsi che se ne sia astenuta anche in cambio di concessioni (i risultati della Conferenza avranno dato frattanto ulteriori elementi di valutazione ponderata a questo proposito); ma è molto verosimile che sapesse anche di non poterlo credibilmente fare. Proprio perché dispone di un rilevante seguito di massa, l’opposizione conservatrice – almeno durante la campagna di opinione che ha preceduto la Conferenza – non avrebbe guadagnato nulla dal ricorso a un tal genere di schematismo, che avrebbe avuto senso funzionale soltanto in una lotta di tipo tradizionale all’interno di un’élite rivoluzionaria e in presenza di una più vasta popolazione i cui atteggiamenti fossero divisi tra la pura convinzione, la passività e la forzata sottomissione. E’ un fatto significativo che l’opposizione conservatrice alla perestrojka sovietica, se vuole parlare alla propria base, mostra di avvertire la necessità di un linguaggio più pratico e più duttile. Come è anche significativo che il tema del “socialismo” – in quanto problema e quadro di riferimento per il futuro, piuttosto che assioma o acquisizione scontata – ha caratterizzato fortemente la campagna elettorale sia da parte del potere riformatore sia da parte delle ali più radicali del suo blocco di consenso.
Per quanto riguarda il seguito di massa dell’opposizione conservatrice, è abbastanza evidente che non si tratta soltanto dei “burocrati”, ma di qualcosa che riguarda realtà popolari abbastanza estese. A questo livello, in generale, si può dire che un atteggiamento conservatore è sempre in qualche modo associato con uno stato di vantaggio e di soddisfazione. Nell’attuale caso sovietico, l’elemento del vantaggio non è sempre presente (non è detto, per esempio, che un ferroviere di Sverdlovsk goda sempre di un tenore di vita migliore rispetto a un intellettuale radicale di Mosca), e quello della soddisfazione è generalmente piuttosto dubbio (il problema della carenza dell’offerta rispetto al reddito e quello della densità abitativa riguardano attualmente quasi tutti). Ma le sicurezze dell’equilibrio sociale entrato in crisi, e che le riforme bandite dal nuovo corso promettono di scuotere in modo radicale e definitivo, possono suscitare riflessi di timore e di nostalgia, o comunque possono indurre a guardare con avversione a cambiamenti immediatamente non gradevoli. E’ stato osservato che i numerosi cittadini sovietici di orientamento conservatore percepiscono le carenze del sistema non meno dei riformisti e dei radicali. Semplicemente, i primi vorrebbero – secondo la poco compiacente diagnosi data dallo stesso Gorbaciov nell’intento di stimolare il suo seguito – «migliorare le cose senza cambiare nulla».
E ciò concorre a spiegare la prudenza verbale di coloro che al vertice della società politica si propongono di rappresentarli. In ogni modo, tutto ciò sottolinea che gli stessi conservatori sono forzati ad ammettere l’avvento di una prassi politica in cui il problema della rappresentanza e del rapporto con la soggettività sociale non può essere eluso. Se tutto questo è vero, l’evento della rivoluzione sovietica degli anni ottanta potrà forse essere ricordato puramente e semplicemente come la fine del totalitarismo. L’ala radicale del movimento riformatore, con le sue parole d’ordine espresse in comizi e manifestazioni (per esempio, “tutto il potere ai Soviet”), sembra riprendere un filo di ricerca e di creatività che si collega alla fase tra il 1917 e gli anni venti, avendo ora l’indiscutibile vantaggio di trovarsi in un punto dello sviluppo civile ed economico mondiale che non è certo tra i più “bassi”, e senza le tragiche sollecitazioni di un’anarchia di popoli e di eserciti come quella che allora la prima guerra mondiale aveva scatenato, senza rotta né timone, al di là della Vistola e del Danubio. Dopo più di tre quarti di secolo, il problema che oggi viene posto è quello di uscire da tutto ciò che, a livello di istituzioni e di economia, si è via via solidificato come provvisoria permanenza di un’emergenza e di una provvisorietà. La rivendicazione dello “stato di diritto” ha appunto questo significato.
I valori del 1917 in quanto tali non sono in discussione: essi hanno fondato l’Unione Sovietica e hanno fatto molta strada nel mondo, anche se non tutti coloro che ne fruiscono ne sono ormai consapevoli. In un linguaggio semplice e comune, essi sono traducibili nella nozione che gli spossessati hanno diritto a decidere dell’uso delle risorse a disposizione del lavoro umano, e che la guerra non è una risorsa. Sotto il secondo aspetto, il nuovo corso sovietico ha portato la politica internazionale a fare giganteschi passi in avanti nel corso degli ultimi anni, anche se le forze all’opera e le tendenze distruttive da invertire restano ancora a loro volta gigantesche. Sotto il primo aspetto, esso tende a sostituire strutture di protezione degli spossessati rispetto all’anarchia del mercato (che comunque non li hanno sempre difesi tutti, che talvolta sono state scelte sotto un’urgenza affannosa e sbrigativamente parziale, e che anche in relazione a ciò hanno avuto cosi di lacrime e sangue in un passato più lontano o di sacrificio e differimento in un passato più recente) con il progetto di usare e controllare l’energia vitale del mercato in un modo che non escluda e non mortifichi alcunché di umano: un progetto ambizioso ed alto, che proprio perciò chiama in causa l’insieme dei “punti alti”. Da questo punto di vista, la politica diventa ricerca, esperimento, e possibile errore. E richiede quindi meccanismi di autocorrezione non traumatica, ovvero “stato di diritto”.
L’impatto di questa svolta riallinea in qualche modo alla partenza le capacità, che essa stimola, di creare nuova storia. Qualcuno, per esempio, ha messo in relazione anche talune importanti vicende elettorali italiane degli ultimissimi tempi con la crisi, implicita in questa svolta, di ciò che la forza del senso comune – che sempre merita rispetto – ha ormai saldamente identificato come “comunismo”. E certamente in futuro non vi saranno parole magiche capaci di unire gli uomini mediante la forza della convinzione e dell’appartenenza a una denominazione. Le idee e i valori degni dell’uomo non sono prodotti dal mercato, ma devono saper stare sul mercato. Se non ne esistono, o non sanno starvi, il mercato farà da sé, i gruppi più abili detteranno scelte e modi di vita, e di fronte alle inevitabili asperità (un mercato “puro” e “trasparente” esiste infatti solo nei modelli matematici) ricorreranno alla forza: una tendenza che lo Stato di diritto può controllare solo fino a un certo limite, e che il diritto degli Stati non ha ancora sviluppato la minima capacità di impedire là dove l’incubo nucleare non opera.
Questi sono i temi impliciti nel dibattito e nella ricerca che coinvolge oggi ipopoli che sono direttamente figli ed eredi della più grande rivoluzione del nostro secolo, e che oggi prendono il mare aperto di una nuova rivoluzione, prevalentemente pacifica. Prevalentemente, giacchè quel vasto mondo riflette gran parte delle contraddizioni più generali del pianeta, e certamente affronta una grande e ambiziosa sfida dell’affidarsi alla garanzia del diritto – e non più della repressione e del controllo capillari – nel momento in cui si aprono le valvole del loro manifestarsi (specialmente per ciò che riguarda le sue interne questioni nazionali e religiose). Non possono essere lasciati soli a farlo: è un problema di tutti, è anzi oggi il problema di tutti. Nostro è il problema della pace; nostro sta diventando il problema delle etnie e delle culture; nostro è il problema di organizzare un flusso di beni, di servizi e di informazioni che arricchisca in ciascuno l’umanità e la natura anziché intorpidire o umiliare quella, e deformare o distruggere questa; e che funzioni. Rispetto alle nostre ultime campagne elettorali, quella che si è appena conclusa in URSS è stata forse meno spettacolare dal punto di vista del “gioco”, ma certo più ricca di contenuti. Può essere uno stimolo per la nostra del 1989.
IL “NUOVO PENSIERO”
(Vittorio Tranquilli, n.43/1988)
Le ultime tappe della politica sovietica hanno costretto a rivedere globalmente con attenzione l’impostazione teorica di Mikhail Gorbaciov ed hanno quindi posto di nuovo il suo libro Perestrojka al centro del dibattito politico sul “nuovo corso”. E’ per questo che, pur avendo già affrontato in queste colonne alcuni aspetti di quel volume, riteniamo necessario tornarci sopra per un esame complessivo della “teoria” gorbacioviana. Per quanto riguarda le stesse basi di tale “teoria”, va sottolineato innanzitutto che l’autore riafferma in modo inequivocabile la prospettiva del “socialismo”, la continuità di fondo col ’17, con Lenin e col successivo sviluppo sovietico, di cui la perestrojka intende promuovere un’ulteriore svolta rivoluzionaria. «Stiamo conducendo tutte le nostre riforme in armonia con la scelta socialista», dichiara Gorbaciov. «Stiamo cercando nel socialismo, e non fuori, la risposta a tutti gli interrogativi che ci si presentano» (p.40). E aggiunge senza mezzi termini: «E’ semplicemente impossibile convertire l’Unione Sovietica al capitalismo. Pensate: come potremmo ammettere che il 1917 fu un errore e che settant’anni della nostra vita, del nostro lavoro e delle nostre battaglie sono stati ugualmente un errore radicale?» (p.48).
Risulta invero con chiarezza, dalla lettura del libro, che non si sta affatto svolgendo nell’URSS una operazione di tipo revisionistico, come tale necessitata poi – lo dimostrò venti anni or sono quello che Gorbaciov chiama il “capriccioso soggettivismo” kruscioviano – a cercar compensazioni e riequilibri in traguardi tanto ideologisticamente esclusivi quanto astratti e velleitari. Siamo invece di fronte a un indirizzo che proprio dal collegarsi con tutta la precedente storia dell’URSS, dall’approfondirne il significato, dall’assumerne in termini critici ma costruttivi l’eredità, si prefigge di trarre la spinta verso mète più alte, verso una piena esplicitazione del «potenziale non ancora sfruttato» (p.74). In tal senso il tema della partecipazione e del consenso popolari, e insomma il tema della democrazia, e della sua leniniana “indivisibilità” dal socialismo, percorre l’intero libro: «Promuoveremo la democrazia nell’economia, nello Stato e nel Partito», afferma il leader sovietico, indicando nello sviluppo di essa la «fondamentale forza motrice della perestrojka» e la «garanzia principale della [sua] irreversibilità» (p.76).
La questione democratica peraltro non è posta dall’autore in termini generici né tanto meno accademici, ma in concreta funzione dei grandi problemi da affrontare. Così, sotto la formula riassuntiva «più socialismo, più democrazia» (p.41), egli indica come prioritari ed essenziali alcuni obiettivi ben determinati: un forte decentramento gestionale e dirigenziale in economia, poggiante sulla promozione dei «collettivi di lavoro» e capace di giungere fino a «democratizzare la pianificazione» (p.113), nonché a integrarla con un più largo «mercato socialista» (p.114); il rilancio dei Soviet, di cui occorre «restaurare completamente il ruolo […] quali organi del potere politico e fondamento della democrazia socialista» (p.114); lo «sviluppo della democrazia all’interno del Partito» (p.159) e la distinzione netta dei compiti di questo («generare le idee, organizzare e guidare», p.158) dalle incombenze dell’apparato economico e amministrativo. Comprensibilmente, questo salto di qualità sul terreno democratico è posto dall’autore in diretto legame con la grande importanza che egli attribuisce al “fattore umano”.
Poiché infatti il problema della democrazia è da lui iscritto non entro un quadro politicamente statico e di puro “garantismo”, bensì – come si è visto – in quello di un grande sforzo rinnovatore chiesto all’insieme della società sovietica, tale problema viene a rapportarglisi peculiarmente con l’esigenza di mobilitare fino in fondo il “potenziale morale” dell’URSS (p.93) e quindi, anzitutto, di condurre «una lotta per affermare la dignità dell’uomo, la sua elevazione e il suo onore» (p.98). In ultima analisi, la particolare accentuazione di questo aspetto risulta un modo alto di recepire la lezione leniniana sul ruolo centrale rivestito per il movimento operaio dal momento dell’intervento consapevole dell’uomo sul dato storico: se infatti tale intervento si concretizza politicamente nell’iniziativa del partito, questa, a sua volta, può godere dell’indispensabile consenso popolare solo se si collega con costante riconoscibilità a quella riaffermazione dell’uomo stesso, delle sue istanze e dei suoi valori, da cui muove e di cui si sostanzia ogni tensione realmente rivoluzionaria. Tanto più urgente diviene allora la necessità di superare i molteplici aspetti di “calcificazione” ideologica, di burocratismo, d’inefficienza e arroganza autoritaria, andatisi acuendo negli anni precedenti come portato e costo di quel blocco sociale che si era in pratica stabilito fra le aree di privilegio dell’apparato e lo scadimento corporativo della centralità operaia, e cui avevano continuato a lasciare spazio, ormai sempre più in termini di semplice conservazione, gli equilibri del periodo brezneviano.
E’ appunto la volontà di modificare decisamente un quadro siffatto che rende compiuta ragione dell’attacco mosso da Gorbaciov alla «pratica diffusa dell’egualitarismo» (p.127). «Su questo punto – dice l’autore richiamandosi a capitali principi marxisti – teniamo a essere molto chiari: il socialismo non ha nulla a che fare con il livellamento. Il socialismo non può assicurare condizioni di vita e di consumi in base al principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Sarà così sotto il comunismo. Il socialismo ha un criterio diverso per la distribuzione dei benefici sociali: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”» (p.128). Non a caso uno degli obiettivi principali della riforma gorbacioviana è di raggiungere un’autonoma capacità concorrenziale delle imprese e il diretto aggancio delle retribuzioni dei lavoratori ai risultati e ai profitti conseguiti dalle imprese stesse, da loro dirette. Effettivamente, dunque, l’operazione della perestrojka mira a incidere in profondità sulla vita economica e sociale dell’URSS. Essa deve fatalmente affrontare, perciò, dei grossi problemi interni. Sotto quest’ultimo profilo può essere paragonata, rovesciando i termini, alla strategia rooseveltiana, che dal suo canto tendeva a controllare e a contenere il predominio delle grandi concentrazioni capitalistiche, ponendone le risorse finanziarie e le capacità imprenditoriali al servizio di traguardi che ne trascendevano gli interessi immediati e di parte; ma certo non senza andare incontro, allora, a forti resistenze.
Per batterle, Roosevelt mirò a inserire gli USA in un processo mondiale di ripresa e di sviluppo, in distinta collaborazione con le altre realtà internazionali e in primo luogo con l’Unione Sovietica. Analogamente, al buon esito della perestrojka appare necessario – non solo per l’evidente e del resto dichiarata esigenza di destinare le risorse disponibili all’ammodernamento produttivo anziché agli armamenti, m anche per aver ragione, appunto, di un’opposizione interna facilmente intuibile – ricercare con successo il collegamento con un quadro mondiale che torni sulle vie della pace e della cooperazione, quindi in primo luogo con un’America che superi finalmente la chiusura ideologica anticomunista e le pretese unipolari. Hanno dunque tutt’altro che una funzione retorica le numerose pagine dedicate dall’autore a sottolineare il carattere unitario e indivisibile rivestito oramai dai maggiori problemi del mondo, «nostra patria comune» (p.203) e la conseguente “interdipendenza” fra tutti i popoli. Va però aggiunto subito che, a parte le ovvie ragioni e motivazioni di politica interna, il “nuovo pensiero” lanciato da Gorbaciov in tema di rapporti internazionali non solo ha senza dubbio una sua dimensione autonoma, una sua consistenza e una sua logica distinte, ma è organicamente collegabile a considerazioni riguardanti lo stesso significato più generale del ’17, lo stesso ruolo storico dell’URSS.
Su questo piano ci sembra fondato osservare che il vero coronamento della rivoluzione di ottobre, l’attualizzazione compiuta delle prospettive dischiuse, per l’URSS e per il mondo, dalla rottura del sistema capitalistico operata nel ’17 in una sua regione periferica, non stanno solo né tanto – anche se porsi tale obiettivo è ovviamente del tutto logico e necessario per i dirigenti sovietici – nell’enucleare sino in fondo le potenzialità interne del “socialismo”, cioè appunto del separato e contrapposto sistema sociale costruito in Russia e poi in altri Paesi. A nostro giudizio, quel coronamento e quell’attualizzazione sono da ravvisare soprattutto in una ripresa mondiale, volta oramai a superare realmente il capitalismo nel suo insieme e come tale, investendone dunque in primo luogo i “punti più alti”. Ed è precisamente in questa direzione che riteniamo sia da ricercare il significato di fondo sotteso al “nuovo pensiero”.
In effetti, mediante l’attiva e certo imprescindibile partecipazione a quel nuovo trend mondiale di pace e di sviluppo, in un clima di sostanziale ripresa dello spirito di Yalta, cui è dedicata la seconda parte del libro in esame, l’Unione Sovietica potrà finalmente cominciar a uscire dallo stretto ancoraggio alla strategia del “socialismo in un solo Stato”, e comunque da un sostanziale arroccamento difensivo, causa non ultima dei fenomeni di stati e d’involuzione interna ora denunciati. Ma ciò che soprattutto importa, potrà uscirne in termini positivi per sé e per tutti, perché nel quadro di un generale processo tendente in ultima analisi ad avviare a soluzione il grande e ormai maturo problema del passaggio dalla “seconda” alla “terza” fase della rivoluzione proletaria mondiale.
Seguono: una nota redazionale e un articolo di Raffaele D’Agata, pubblicati rispettivamente nei fascicoli di ottobre e dicembre 1988 del “Nuovo Spettatore italiano”
IL NUOVO PCUS
(Nota redazionale)
L’impressione che ha fornito di sé gran parte della stampa italiana nell’analisi degli eventi storicamente tanto rilevanti verificatisi al vertice del PCUS, è che al mondo sovietico e all’azione di Mikhail Gorbaciov sia stato rivolto uno sguardo sostenuto sì da informazione doviziosa (fin troppo), ma non sufficientemente disposto ad allargarsi oltre i limiti un po’ angusti delle strette vicende di partito – e sia pure di un partito così decisivo e, finora, Stato, come quello comunista sovietico. Il titolo che uno dei maggiori quotidiani italiani ha dedicato ai mutamenti che hanno ridisegnato i vertici del PCUS, Zar della ”Perestrojka”, valga per tutti gli altri titoli e per le altre osservazioni che sono state fatte in proposito: si è visto più l’aspetto del trionfo personale del leader sovietico e del “pugno di ferro” con il quale ha assicurato la fedeltà del partito alla sua linea politica, che non la prospettiva che tale linea ha guadagnato e i gradini che ha salito verso i suoi obiettivi più alti. Eppure la Perestrojka è un disegno in cui la tattica dell’oggi è troppo strettamente intrecciata con la strategia del domani, la dimensione interna è troppo condizionata da quella planetaria, perché si possa darne un giudizio globale tenendo conto soltanto del suo minor terreno di azione. L’intento politico di Gorbaciov si è ormai pienamente manifestato come quello di imprimere una svolta alla storia.
Il leader sovietico è stato il primo e, finora, il più lucido a cogliere le necessità di un intervento “soggettivo” che, introducendosi nel “naturale” sviluppo della storia ne governasse, per gli aspetti decisivi, l’attuale cambiamento di fase. Egli non ha mai nascosto ed ha anzi sottolineato che tale intervento è una “forzatura” dei fatti, può solo essere il frutto di una lotta affrontata – anzitutto sul piano più vicino, quello interno – e vinta con energia; ma ha anche costretto tutti a riflettere sulle conseguenze di cui sarebbe gravido un insuccesso di questa lotta o anche solo un ritardo nell’ affermazione di quel principio della interdipendenza che egli ritiene ormai debba essere alla base dei futuri rapporti mondiali. Può sembrare strano, ma la risposta più piena al suo drammatico reclamare la necessità di un tale disegno gli è venuta non dalla vicina Europa, cui pure egli con tanta attenzione si è rivolto, ma dagli Stati Uniti di Reagan. I due grandi hanno in certa misura dovuto imporre al proprio interno la via nuova dei rapporti mondiali (chi non ricorda le difficoltà per la ratifica americana del trattato per la riduzione degli euromissili?), ma quella via si è affermata perché il mondo sembra non avere altra alternativa, ed anzi sembra già aprirsi il problema di un ritardo per quanto riguarda la possibilità di affrontare, dopo quello della pace, le altre grandi questioni messe sul tappeto da Gorbaciov, quelle in particolare relative all’ambiente e al rapporto Nord-Sud. In questa urgenza, nell’urgenza di dare a questa “fase” il compito di essere levatrice del mondo nuovo – e di strapparle la possibilità di determinare la distruzione di quello vecchio – sta quella “forzatura” che ha incrinato a suo tempo i rapporti tra Reagan e il Congresso e che oggi ha spinto Gorbaciov a incidere col bisturi il corpo del PCUS.
LA NUOVA FRONTIERA DEL DUEMILA
(di Raffaele D’Agata)
Molti storici pensano fondatamente che il ventesimo secolo cominciò in realtà con gli anni novanta del secolo scorso, considerando che a partire da allora, nell’insieme dei paesi avanzati, si determinarono due fatti quanto mai significativi: in primo luogo si venne a formare una massa critica di innovazioni tale da determinare un certo spaesamento nelle generazioni già adulte e mature dell’epoca (dimostrato anche dai risultati catastrofici del rendimento complessivo del ceto politico dominante nei due decenni seguenti); in secondo luogo si generò quella che potremmo chiamare una certa dimestichezza, da parte di svariate generazioni successive (fino a quelle mature e attive nei tardi anni settanta da poco trascorsi) con schemi di lettura del mondo che alcune linee di fondo del paesaggio storico, comparse per l’appunto allora, avevano suggerito e impresso nel senso comune per ragioni di adattamento. E’ verosimile che, alle soglie degli anni novanta del Novecento, stia casualmente accadendo qualcosa di simile. Può esservi qualcosa di oscuramente mitico nell’importanza che l’idea di “Duemila” tende ad assumere nell’immaginario collettivo. Ma, se vogliamo dovutamente enfatizzare il bisogno di nuove idee e di nuove politiche – un bisogno che riguarda veramente tutti – nei tempi che stiamo vivendo, anche attraverso il linguaggio spesso stranamente appropriato ed efficace dei simboli, possiamo ben dire che siamo già ormai nel Duemila. Siamo cioè entrati in un’epoca che non può essere umanamente vissuta (colmando, per usare le parole di un antico poeta, “il bisogno che urge dai duri fatti”) se continueremo a impiegare idee utili per viverne un’altra, ovvero quella che – sebbene da pochissimo tempo – ci sta alle spalle.
La contrapposizione tra Est e Ovest, “socialismo” e “capitalismo”, era l’esito finale della storia del ventesimo secolo. Si può ragionevolmente escludere fin d’ora che questo schema forte e pervasivo possa essere di qualche utilità per vivere, tanto singolarmente quanto soprattutto – per ciò che qui interessa - collettivamente e politicamente, nel Duemila. E nel Duemila, appunto, di fatto già viviamo. La rivoluzione attualmente in corso in Unione Sovietica (cioè senza dubbio uno dei fatti più importanti della nuova epoca in cui stiamo entrando, e uno di quelli che maggiormente concorrono a fondarla come nuova) è dunque assolutamente illeggibile alla luce di quello schema contrappositivo. E’ un “dopo” rispetto ad essa. Può darsi che infine non si trovino parole migliori per raccontarla, ma è pressoché certo che in tal caso il significato di entrambe sarà notevolmente cambiato. Dal punto di vista degli esiti sanzionati dall’ultima sessione del Soviet Supremo (veramente ultima anche per ciò che riguarda la composizione e il ruolo istituzionale di questo organismo, che d’ora in poi muteranno), la Perestrojka si presenta semplicemente come una rivoluzione democratica, leggibile in quanto tale attraverso categorie (ed esigenze) interne alla storia “russa” e ad essa proprie, e non soltanto alla storia sovietica.
Se gli eventi vengono cioè filtrati attraverso queste categorie, la fondazione dello “Stato di diritto” vi appare come una novità assoluta e una discontinuità rispetto a un’esperienza secolare. Questo punto di vista non può essere trascurato se non al prezzo di travisare completamente il processo in corso. Ma allo stesso modo esso verrebbe travisato in ogni interpretazione che non tenesse conto di tutte le altre facce. L’Unione Sovietica ha potuto permettersi un rivoluzionario mutamento costituzionale, ovvero nuove forme di legittimazione del potere e di controllo del suo esercizio, a pochi giorni di distanza dall’enfatico pronunciamento di una prospettiva indipendentista da parte di una delle Repubbliche in cui si articola la sua struttura federativa e in presenza di una situazione molto simile a quella di una guerra civile tra altre due di esse e comunque tra le nazionalità che le popolano (trovandovisi rispettivamente in maggioranza e in minoranza). E’ uno scenario più volte rappresentato dalla sovietologia catastrofica degli anni settanta, alla Carrère d’Encausse. Non si sono però realizzate, né sembrano in corso di realizzarsi, le conseguenze annesse a tali scenari da quelle scuole di pensiero.
Come gli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta, l’Unione Sovietica di oggi si è trovata a dover affrontare contemporaneamente lo smaltimento di una guerra esterna poco popolare e non vincibile (anche se molto meno insensata di quella del Vietnam, nei limiti in cui una guerra può essere sensata nel mondo di oggi), violente e diffuse tensioni etniche, culturali e razziali, e un duro scontro intorno a una proposta di rinnovamento generale della politica (sorretta da un’ondata intellettuale e generazionale). Quest’ultimo genere di fenomeno uscì sconfitto negli Stati Uniti di allora: la Convenzione democratica di Chicago, svoltasi dopo un ennesimo delitto politico “indecifrabile” che soppresse la potenziale guida del rinnovamento, sanzionò il suicidio politico di quel partito (ovvero l’origine del suo attuale stato di mummificazione) in una città posta in stato d’assedio. In circostanze altrettanto tese e drammatiche (eppure non drammatizzate) la new politics passa invece ora a Mosca facendosi strada nelle istituzioni. Quale genere di ideali sono quelli della new politics, o quale aggettivo meglio si attaglia loro?
Sono essi essenzialmente “democratici”, “liberali”, “liberaldemocratici” o “socialisti”? Sappiamo solo con certezza che, nella loro versione sovietica vincente e operante da qualche anno – almeno per quanto riguarda i numerosi effetti esterni al mondo sovietico che qui possiamo apprezzare – essi si sono tradotti in acquisizioni di notevole rilievo: una storica inversione nella dinamica della corsa alle armi, una crisi culturale dell’idea di “nemico”, una profonda erosione – anche se ancora scarsamente sfruttata in Occidente – delle idee-forza su cui è stato costruito un consenso maggioritario circa le scelte strategiche di gruppi di potere che influenzano il presente assetto delle società avanzate (per esempio l’idea di “sicurezza”, ma non soltanto). In questo senso e in questa versione, esse hanno finora bene e diligentemente operato circa “il bisogno che urge nei duri fatti”. Ci si può domandare se il massimo di onesta diligenza a questo proposito non si ottenga per caso lasciando agli storici del futuro il compito di trovare l’aggettivo migliore per qualificare in essenza di che cosa si sia trattato. E’ ovvio che siamo in presenza non di un lieto fine (ammesso che una fine lieta o triste sia mai pensabile, o che sia utile cercare di pensarla) ma solo della provata credibilità di un metodo.
La guerra civile afgana non è finita, così come non è finito il coinvolgimento dell’armata rossa nelle sue vicende: e la stessa guerra civile armeno-atzera, alla frontiera dell’islam sovietico, presenta più di un’inquietante connessione con le sue poste. La questione nazionale, già intrecciata con una questione religiosa e di compatibilità tra culture, forma anche in questo caso, come sempre, complicati e instabili intrecci con la sostanza dei problemi politici e sociali. Di fatto, vi è più omogeneità immediata tra la cultura della Perestrojka e la cultura nazionale armena, che tra quella e la cultura nazionale atzera (una certa disomogeneità immediata, invero, esiste in generale tra più di un aspetto della cultura della Perestrojka e taluni elementi di fondo della ‘umma islamica tradizionale, di cui buona parte dei popoli dell’URSS sono una componente). La coalizione gorbacioviana può teoricamente riconoscere in alcuni gruppi nazionali altrettante aree di forza, ma non può farlo praticamente oltre un certo limite senza rischiare una rottura drammatica e difficilmente componibile della stessa unità dello Stato. Alla luce di questo dilemma, il dramma del Caucaso appare veramente nodale, e non solo per l’URSS. La costruzione di uno “Stato di diritto” (sulla base di un diritto democraticamente avanzato, inglobante ineludibili vincoli ed esigenze riferibili all’idea di “socialismo”) avviene sotto l’urgenza di stabilire un diritto comune le cui regole siano leggibili e introiettabili da specificità culturali e religiose anche molto lontane. Ma questo è appunto lo stesso problema che oggi si pone drammaticamente in Afghanistan, e in generale in Medio Oriente. L’estensione dell’URSS e la complessità degli elementi sociali e culturali che la formano, la rendono quasi una riproduzione su scala solo di poco ridotta – grosso modo da uno a sei – del mondo contemporaneo. Ecco perché i suoi problemi interessano tutti non da spettatori ma, in qualche modo, da partecipi.
NIENTE ORAMAI E' SCONTATO
(di Raffaele D'Agata)
La decisione sovietica di compiere significativi passi di disarmo unilaterale, annunciata da Gorbaciov dalla tribuna delle Nazioni Unite il 7 dicembre 1988, introduce una fortissima accelerazione nel già intenso ritmo di radicali innovazioni di cui siamo oggi testimoni e partecipi. Appena ieri, il concetto di disarmo unilaterale appariva in effetti ineluttabilmente relegato nel bagaglio politico di quelle che il senso comune medio etichettava come frange attive e tuttavia marginali della pur vasta opinione pacifista. Ora, il senso comune non accetta mai di buon grado le smentite che gli vengano proposte dai fatti: tanto più che esso non costituisce un fenomeno naturale e spontaneo, e meno ancora – a quanto oggi si può dire – un fenomeno razionale. Esso si forma per opera di un’interazione di fattori senza dubbio complessa, di cui tuttavia una dose molto rilevante è costituita da stratificazioni di potere nel campo della comunicazione e del sapere decisionale (un problema, questo, che la democrazia sembra ancora lontana dal risolvere in qualunque parte del mondo). Non a caso il termine e il concetto di disarmo unilaterale sono stati taciuti sistematicamente a proposito di quanto il presidente sovietico ha annunciato; e il contenuto delle misure sovietiche è stato prevalentemente descritto in un modo che, senza esplicitamente deformarlo, tuttavia può servire a celarlo in parte. Uno strumento efficace a questo fine è stato costituito dall’adozione di cifre percentuali (“Gorbaciov annuncia la riduzione del 10 per cento delle forze militari sovietiche”) anziché di cifre assolute.
Queste ultime, in effetti, potevano anche suonare sconvenientemente eccessive e dunque poco realistiche, pur essendo vere: 500.000 uomini in meno sotto le armi, 10.000 in meno proprio dei famosi carri armati (questo tratto caratteristico ed essenziale della “immagine del nemico”), 8.500 sistemi di artiglieria in meno e 8.000 aerei da combattimento in meno nel territorio della parte europea dell’URSS e in quello dei suoi alleati europei. E, in aggiunta, il ritiro di 6 divisioni e di 2 brigate d’assolto aerotrasportate, con 50.000 uomini e 5.000 carri, dai territori della RDT, dalla Cecoslovacchia e dall’Ungheria. La più innocua cifra percentuale prevalentemente riportata è dedotta in effetti dalla cifra assoluta di cinque milioni, cui ammonta il totale presente del personale militare sovietico censito dall’Istituto internazionale di studi strategici (IISS) di Londra. Lo stesso istituto disaggrega però questa cifra tra personale genericamente militarizzato (nelle ferrovie, nelle infrastrutture e negli impianti di difesa civile) ed effettivi portatori d’arma, in relazione al cui numero la cifra percentuale della riduzione annunciata dal presidente sovietico sale quasi al quindici per cento. Disaggregando ulteriormente a partire dalle cifre assolute, si arriva anche a concludere che l’URSS sta facendo a meno di un quinto dei suoi carri armati. Sull’altro piatto della bilancia, si possono mettere naturalmente anche fattori di obsolescenza di una parte consistente delle forze blindate, e in generale la relativa perdita di credibilità operativa di questo strumento (in termini di sperimentata vulnerabilità in battaglia), che i cultori della macabra scienza di cui si occupa l’IISS (e le altre istituzioni analoghe nel mondo) hanno concordemente riconosciuto.
Si deve tuttavia osservare che, per gli scettici di professione, questo argomento può essere a doppio taglio, in quanto suscettibile di gettare ombre di ragionevole dubbio circa l’evidenza della superiorità convenzionale del Patto di Varsavia in Europa, anche prima che queste misure unilaterali di riduzione, unite a una dichiarata disponibilità sovietica ad accogliere l’argomento negli imminenti negoziati di Vienna, venissero incontro alle affermate preoccupazioni della NATO. Se questi sono i fatti, se ne deve dedurre che non esiste più niente di automatico e di scontato, alle soglie degli anni novanta, né nelle scelte di politica estera e di sicurezza di questa Repubblica né tanto meno in quelle che durante il prossimo decennio (e soprattutto dopo il mitico 1992) dovranno pur essere effettuate in qualche modo dall’entità sopranazionale che essa dovrebbe concorrere a formare, e per la cui fondamentale istanza di legittimazione democratica voteremo questa estate. Le novità, riassuntivamente, suonano più o meno in questi termini: l’URSS si sta ritirando militarmente dall’Europa centrale; non esprime obiezioni alla concreta prospettiva che un’evoluzione dell’assetto politico dell’Ungheria e della Polonia – certo con ritmi e gradi di prevedibile asperità che si annunciano diversi – porti tali paesi ad assumere un crescente numero di tratti comuni con vicini come l’Austria e qualche paese a Nord del Baltico (anzi, semmai, mostra di non gradire affatto le vistose resistenze del presente regime di Praga nei confronti di possibili sviluppi analoghi in Cecoslovacchia); né sembra considerare alcun possibile mutamento dello statuto interno e internazionale della Jugoslavia, oggi in piena convulsione, come ragione sufficiente di una ipotetica prova di forza in Europa (come pure largamente si riteneva in più di un “gioco di guerra” molto di moda grossomodo un decennio addietro). Questo insieme di dati suscita una quantità di osservazioni attualissime. Vorremmo qui menzionare due soli problemi connessi, sia pure soltanto nelle loro gradi linee, salvo ritornarvi successivamente.
Il primo problema riguarda l’opportunità e forse la necessità di un nesso tra il problema sociale e generazionale, correttamente individuato dai comunisti italiani nell’attuale organizzazione del “servizio militare” in questo paese, da un lato con il concetto di “minima ragionevole sufficienza” delle forze armate (promosso da tempo dalla rivoluzione gorbacioviana, e reso ulteriormente credibile dalle citate misure quasi sconfinanti nell’ “utopia” del disarmo unilaterale), e dall’altro con la ricerca di un comune programma di governo sopranazionale dell’Europa comunitaria. In breve: la “minima ragionevole sufficienza” comporta un grado elevato di professionalità da parte di personale non esteso numericamente e tuttavia democraticamente formato e responsabile; così come comporta scelte d’investimento di risorse in questo campo che siano commisurate a rischi realistici in relazione alle complesse realtà del mondo del Duemila (le quali verosimilmente avranno pochi tratti in comune con quelle dell’epoca delle due guerre mondiali e della guerra fredda, specialmente se tutti lo vorremo fino in fondo). Nello stesso tempo, quel concetto richiede modi affatto nuovi di educazione del cittadino alla difesa attiva dei diritti e delle scelte comuni, ovvero all’esercizio pratico del diritto di resistenza.
Entriamo in un’epoca di de-ideologizzazione dei rapporti internazionali, ovvero assistiamo alla rottura di quella spuria identificazione tra Stati e valori (o sistemi di valori) che aveva lungamente nuociuto soprattutto alla vitalità e allo sviluppo di questi ultimi. Vi è una scuola di pensiero (di cui Henry Kissinger è uno dei maestri) che preconizza da ciò una restaurazione del sistema degli Stati come alternarsi di combinazioni, di equilibri e di conflitti, fondati sull’interesse; e di cui l’antico Stato-potenza resti l’elemento base. Come quasi tutte le restaurazioni, questa sarebbe possibile solo come qualcosa di molto ibrido e spurio: in realtà, in quanto strumento del vecchio pensiero e di vecchi interessi, i passi indietro ipotizzati possono portare verso abissi imprevedibili. Nella realtà interdipendente del mondo del Duemila, e data la vulnerabilità – ben conosciuta dalle pratiche terroristiche e dalle varie strategie della destabilizzazione – di svariati aspetti della vita civile, è più sensato predisporsi a una dialettica tra violenza e diritto molto meno elementare, anche se non per questo idilliaca.
La politica di sicurezza, se nessuna cattiva volontà interverrà ad alterare il processo, dovrebbe consistere sempre meno nella difesa delle entità quasi sovrumane che fin qui hanno avuto il nome di “Stati” e sempre più nel presidio a vari livelli di sistemi di leggi e di valori comunemente scelti, con un livello superiore (quello della comunità internazionale) crescentemente organizzato e incidente. Un secondo ordine di problemi che merita almeno un cenno riguarda la gestione del possibile vuoto di sistema che i processi di evoluzione in corso nell’Europa centrale può determinare nel prossimo futuro. Questi sarebbero del tutto diversi a seconda che una questione nazionale tedesca riemerga a no come un fattore politico attuale, e in tal caso a seconda che ciò avvenga in forme razionali o meno. Le caratteristiche del potere sopranazionale che i popoli della CEE dovrebbero concorrere a fondare, e la forma più o meno nuova di Stato e di politica che ne potrà risultare, sembrano da individuare come variabili decisive in tale evoluzione futura.
LA PERESTROJKA E IL CONSUMATORE
(di Claudio De Vincenti)
Guardando ai dati ufficiali circa l’andamento dei principali indicatori economici nei primi tre anni di “perestrojka”, vi sono ragioni di preoccupazione, ma non di allarme. Il prodotto materiale netto (reddito nazionale prodotto nella terminologia sovietica, ma equivalente al valore aggiunto dei settori che producono beni materiali – industria e agricoltura – e dei servizi alle imprese – trasporto merci, per esempio – con esclusione dei servizi alla popolazione) ha fatto registrare nel triennio 1986-88 un incremento medio annuo del 3,6% in termini reali. Si tratta di una crescita inferiore a quella pianificata (4,9%) ma non disprezzabile, tanto più che nell’ultimo anno si è assistito a una accelerazione (4,4%). Il mancato conseguimento degli obiettivi di piano è da addebitarsi al settore agricolo, mentre l’industria è cresciuta al tasso pianificato (4,2%). Né sembra esservi stata una penalizzazione dell’industria produttrice di beni di consumo: la produzione di beni di consumo popolare (al netto della produzione di alcoolici) è aumentata nel triennio al ritmo del 5,0% annuo e le vendite al minuto al 5,45; ancora, i servizi a pagamento per la popolazione, un settore tradizionalmente arretrato in URSS, hanno fatto registrare una vera e propria impennata, con un numero medio annuo dell’11,2% (e a sua volta la costruzione di alloggi è aumentata del 7,9% annuo nel 1986-87, ultimi dati disponibili).
Al massimo si può evidenziare come, mentre per gli investimenti fondamentali la produzione ha sopravanzato leggermente gli obiettivi del piano, per le vendite al minuto la loro realizzazione è stata mancata, sia pure di poco. In conclusione, per quanto le statistiche ufficiali possano parzialmente sovrastimare la crescita reale a causa di una sottostima dell’inflazione, le performances dell’economia sovietica nei primi tre anni dall’avvio della “perestrojka” non sembrano negative. Mera apparenza, dunque, i problemi segnalati dalla stampa? Certamente no, ma le loro cause non sono riconducibili a un puro e semplice slowdown produttivo. Naturalmente, una certa influenza frenante sulla crescita del tenore di vita della popolazione dovrebbe averla esercitata l’andamento insoddisfacente del settore agricolo, tanto più in una situazione in cui le possibilità di acquisti all’estero appaiono limitate a causa della pressione cui la bilancia dei pagamenti è sottoposta dalle necessarie importazioni di macchinari e dall’andamento ancora riflessivo dei prezzi dei prodotti energetici esportati. Crediamo peraltro che l’accentuarsi della carenza di beni relativamente alla domanda sia riconducibile anche ad altre decisive determinanti.
Il fatto è, per cominciare, che mentre gli obiettivi di produzione fissati dal piano per i generi di largo consumo sono stati mancati, seppur di poco, i limiti stabiliti per la crescita dei salari e dei cosiddetti pagamenti dai fondi sociali di consumo (trasferimenti alle famiglie) sono stati disattesi in maniera significativa: il fondo salari complessivo è aumentato del 4,4% nel triennio 1986-88 contro il 3,2% pianificato; il salario medio del 4,5 contro il 2,4% pianificato; la paga media dei kolchoziani del 5,1 contro il 4,5%. Colpisce inoltre il fatto che questa dinamica delle retribuzioni si sia realizzata pur in presenza di un’azione di razionalizzazione della politica creditizia, che ha portato a una contrazione dei crediti bancari a breve nei confronti delle imprese. E’ probabile quindi che la creazione di moneta necessaria a sostenere la crescita delle retribuzioni sia passata attraverso il disavanzo del bilancio statale, della cui rilevanza quantitativa si parla ormai apertamente da parte dei responsabili di politica economica e degli economisti sovietici. Nei limiti in cui i prezzi dei generi di largo consumo sul mercato ufficiale non hanno fatto registrare aumenti significativi, l’aumento delle retribuzioni monetarie ha determinato, come in passato, una crescita delle capacità di acquisto della popolazione superiore all’aumento della disponibilità di beni di consumo e quindi un aumento delle scorte monetarie in eccesso presso le famiglie. Ne è derivato un allargamento del divario tra domanda pagante e offerta di beni sui mercati ufficiali.
E’ anzi probabile che negli ultimi mesi la situazione sia stata aggravata da una modifica nelle aspettative delle famiglie, che le ha spinte ad anticipare per quanto possibile gli acquisti, con l’effetto di sguarnire vistosamente i negozi. Infatti in questa fase di avvio del processo di riforma economica e di dibattito aperto sulle sue prospettive, si è accentuata l’incertezza circa le intenzioni delle autorità: le famiglie possono così essere state indotte a scontare l’eventualità di un futuro aumento dei prezzi, volto a riequilibrare il mercato ufficiale dei beni di consumo. Non a caso, nella sua recente visita in Ucraina, Gorbaciov ha sentito il bisogno di escludere aumenti dei prezzi dei generi di largo consumo per i prossimi due o tre anni, mostrando piuttosto di puntare a un aumento della produzione. Sembra questa, del resto, la strada imboccata nell’88, con un incremento degli obiettivi di piano per le imprese produttrici di beni di consumo. Si tratta peraltro di una linea di breve periodo: essa nell’immediato può anche ottenere dei risultati (le vendite al minuto sono cresciute del 7,1% nell’88), insufficienti comunque a riassorbire l’eccesso di domanda esistente (come mostra l’aggravarsi della situazione nello stesso anno appena trascorso); ma non modifica i meccanismi di funzionamento del sistema (anzi rischia di ridurre i margini di autonomia delle imprese e quindi di andare in una direzione opposta a quella perseguita dalle misure di riforma di questi anni) e non garantisce un miglioramento della situazione in prospettiva.
In conclusione, il peggioramento della situazione sui mercati di consumo, che può aggravare i problemi di consenso sociale connessi a una riforma radicale quale quella prefigurata da Mikhail Gorbaciov, è la conseguenza di un problema irrisolto di eccesso di domanda monetaria che si trascina da molti anni e che prima o poi richiede di essere affrontato. Il fatto che i prezzi siano tenuti sotto controllo con strumenti amministrativi, e che dunque l’eccesso di domanda non si trasformi in inflazione aperta, non significa che anche per l’Unione Sovietica non si presenti oggi un rilevante problema di stabilizzazione economica. Del resto, l’eccesso di domanda monetaria sui mercati ufficiali ha conseguenze economiche e sociali negative non solo di tipo “congiunturale”, quali quelle ora evidenziate, ma anche su un piano di carattere, per così dire, “strutturale”. In primo luogo, la presenza di una pressione continua di domanda rafforza la situazione di “mercato del venditore” tipica dell’economia sovietica («il diktat del produttore sull’utilizzatore», come si è espresso lo stesso Gorbaciov), con effetti negativi sulla qualità dei prodotti. Inoltre, implica una differenziazione dei prezzi crescente tra mercati controllati e mercati liberi (come i mercati kolchoziani), ingigantendo i guadagni di quanti vi operano.
In terzo luogo, fa da base allo sviluppo della “seconda economia”, ossia di mercati informali, che aggiungono fattori di disuguaglianza sociale tipici di un mercato privo di qualsiasi forma di regolazione a quelli propri del sistema amministrativo di distribuzione dei generi di consumo (differenziazioni di fatto tra aziende e zone del Paese più o meno fornite). Infine, vi sono danni non trascurabili sul terreno morale e quindi della tenuta stessa della società sovietica. Ma vi è di più. La stessa azione di riforma, volta ad ampliare il ruolo del mercato nell’allocazione delle risorse e a sviluppare nuove “leve” di governo del sistema economico, può incontrare serie difficoltà, che finirebbero per frenarne il cammino, ove il problema dell’eccesso di domanda non venga affrontato. Basti pensare agli effetti negativi sull’efficienza allocativa e sull’equità sociale connessi al manifestarsi apertamente del potere di mercato delle grandi imprese o alle difficoltà di governo della distribuzione del reddito, che si vanno già manifestando, derivanti dall’operare delle imprese individuali e delle cooperative di nuova formazione su un mercato in cui i margini di guadagno appaiono elevatissimi. Dal punto di vista macroeconomico, incombe il rischio di innescare un processo inflazionistico difficilmente controllabile (come mostra del resto l’esperienza di altri Paesi socialisti).
Le difficoltà che vanno oggi manifestandosi in URSS, dunque, sono la spia di una questione di fondo con cui il processo di riforma non può non misurarsi, il problema cioè dei modi e dei tempi di una politica di stabilizzazione adatta al contesto sovietico. D’altra parte, questa non può esaurirsi nel riassorbimento una tantum dell’eccesso di moneta esistente, ma deve affrontare alla radice i meccanismi che lo generano e in particolare i comportamenti dei diversi anelli del sistema – organismi di gestione, imprese, lavoratori – che portano a una politica monetaria accomodante e a un crescente disavanzo del bilancio statale. Ma questo significa realizzare un processo di riforma radicale del meccanismo economico sovietico. In altri termini, se la riforma richiede che il problema della stabilizzazione venga da subito affrontato, quest’ultimo non può essere considerato come un mero problema di breve periodo.
Del resto, riforma e stabilizzazione si tengono a vicenda non solo dal punto di vista economico, ma anche sul terreno politico. I costi sociali inevitabilmente connessi con una politica di stabilizzazione risulterebbero difficilmente accettabili ove non vi fossero segnali percepibili di mutamento in atto del rapporto tra economia e bisogni sociali. Dal punto di vista del consenso interno, si tratta di realizzare insieme, e dunque anche graduare nel tempo, misure di stabilizzazione e misure di riforma così interconnesse da far percepire le prime come un investimento dal ritorno già visibile e significativo.
Seguono tre articoli pubblicati, i primi due, sul fascicolo di aprile-maggio e il terzo su quello di giugno-luglio 1989 del “Nuovo Spettatore Italiano”. Qui si concluse l’ esperienza di quel mensile, voce attenta e intelligente nel dibattito politico dell’epoca. Mancavano pochi mesi alla caduta del muro di Berlino e due anni alla fine dell’Unione Sovietica. Finirono anche, così, le speranze – delle quali, come i frequentatori di questo sito hanno potuto vedere, il NSI fu un impegnato interprete - in una autonoma, graduale, liberatoria apertura dell’URSS alla democrazia e al mercato. Ci sono fondati motivi per pensare che se il tentativo di Gorbaciov fosse riuscito, le cose del mondo, oggi, andrebbero meglio, ragioni della democrazia ed equilibrio del mercato internazionale comprese. Molteplici sono le responsabilità del fallimento: ricadono non solo sul kissingeriano unipolarismo imperialistico degli USA, ma anche sulla subalterna miopia dell’Europa, che non seppe capire quel tentativo e non lo aiutò.
DEMOCRAZIA OLTRE I LIMITI
di Raffale D’Agata
La fine della guerra fredda e l’accentuata de-ideologizzazione delle relazioni internazionali che ne costituisce a un tempo il fondamento e la conseguenza più pervasiva, lasciano aperto il cruciale problema della governabilità democratica delle interdipendenze mondiali. Cessata la spaccatura netta della civiltà mondiale avanzata, quale si era esplicitamente cristallizzata intorno all’anno 1947 in una speculare polarità contraddistinta dalla formula “noi-loro”, riprende cioè il filo della stessa grande questione politica che non a caso era stata impostata con il delinearsi dell’esito militare della seconda guerra mondiale, ed era quindi restata in sospeso. Il problema dell’interdipendenza ha in effetti una storia piuttosto lunga e tormentata, il cui punto di partenza si può individuare nella concretizzazione delle condizioni economiche e scientifiche dell’utopia democratica proclamata dalle rivoluzioni americana e francese, oltre un secolo dopo di esse. Fu appunto al culmine della seconda guerra mondiale che la democrazia si affermò come tema unificante di uno dei fronti di quella che aveva assunto ormai largamente l’aspetto di una guerra civile. Ciò dipese allora dalla presenza di un credibile e creduto progetto politico mirante a dare un fondamento positivo e un carattere esigibile al “diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità” da parte di ogni persona in quanto tale.
A Franklin D. Roosevelt spetta la gloria di essere stato il primo uomo di governo che abbia lavorato consapevolmente e praticamente in vista di questo problema e di questo scopo. A Mikhail S. Gorbaciov si può riconoscere il merito prezioso di avere restituito all’umanità l’attualità e la rilevanza pratica del dibattito e del lavoro intorno ad essi. Alcuni mostrano di temere nella de-ideologizzazione in corso un qualche rischio di rassegnazione “realistica” all’andamento spontaneo delle cose, ovvero a forme più o meno larvate di fatalismo acritico: quelle, per intendersi, che sfuggono agli indubbi pericoli insiti nella fretta di individuare il bene e la verità e averli in tasca, portando però le cose nel pantano dove la ricerca del meglio possibile si ferma per comodità alla prima osteria. Essi dovrebbero trovare ampia rassicurazione nella forte attualità dell’utopia che la rivoluzione gorbacioviana impone ed afferma.
E’ probabile che ci vorrà un numero imprecisato ma consistente di decenni perché qualcuno possa elaborare concetti sistematici adatti a descrivere i mutamenti che si profilano in questa soglia del ventunesimo secolo. Di certo sappiamo che negli anni settanta di questo secolo una situazione di crisi e di stagnazione si era impadronita, in base a processi e fattori del tutto diversi ma non del tutto incomunicanti, tanto nel sistema che orgogliosamente definiva se stesso come “il socialismo realizzato”, quanto nel sistema che ancor più orgogliosamente tendeva – come fa tuttora – a rivendicare a sé il titolo esclusivo di “economia di mercato” (che è quanto dire l’Economia e basta: il corso naturale delle attività umane, secondo realtà e ragione). Il secondo reagì per primo alla stagnazione, e i risultati non sono mancati. Innanzitutto, le linee di fondo dello schema seguito per l’uscita dalla crisi di stagnazione del capitalismo mondiale negli anni settanta e ottanta, sono descritte tra l’altro ed essenzialmente in un testo che ha per titolo “Rapporto sui limiti della democrazia”.
Poi, la sostanza dei processi intervenuti in questa fuoruscita si misura oggi in un immane trasferimento di risorse, di reddito e di potere, che ha messo ogni forma di produzione e di lavoro al servizio del denaro e il denaro al servizio e a misura di chi prevalentemente lo detiene e lo maneggia, anziché l’inverso, che sarebbe sensato e razionale secondo ogni buon manuale di economia. (La conseguenza di ciò, per inciso, è che centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo vanno quotidianamente immolando la propria umanità stessa, anzi le proprie stesse possibilità di animale sopravvivenza, sull’altare di un idolo costituito da immani cifre di denaro finto per esistente). All’Est lo sforzo di fuoruscita dalla crisi di “stagnazione” specifica e peculiare a quel sistema si è manifestato assai più tardi (all’incirca con un decennio di scarto), e naturalmente ciò comporta – come ogni ritardo – prezzi ben precisi. Un importante elemento di contrasto è però costituito dal fatto che il senso politico dell’operazione, in questo caso, è dato da testi, parole d’ordine e fatti concreti il cui tema unificante è costituito dalla democrazia, dal suo sviluppo e dalla sua espansione. Il senso di ciò non sta soltanto nell’esigenza di rispondere alle carenze particolarmente acute che il sistema sovietico presentava da questo punto di vista.
L’universale popolarità della rivoluzione gorbacioviana, che penetra trasversalmente le mentalità culturali e politiche tradizionali senza aprire in seno ad esse immediati conflitti di fedeltà (verosimilmente anche in ragione della relativa obsolescenza di tutti gli apparati concettuali consolidati) appare piuttosto riferibile all’universalità del nocciolo duro del problema che essa investe, al di là delle sue variegate determinazioni. La questione, in effetti, non si riduce all’aspetto tecnico-giuridico: in particolare, la stessa polemica sul monopartitismo (che nel medio periodo non appare in questione in URSS, mentre soluzioni del tutto diverse vengono frattanto elaborate senza traumi in altri luoghi di quello che ha ormai cessato di voler essere un “sistema” coerente ed esclusivo) risulta abbandonata dalla maggior parte degli “opinion makers” occidentali come incapace di mordere e di convincere. Dopotutto, esistono sistemi politici fondati su un pluripartitismo in gran parte apparente (e il caso degli USA, per molti versi, può anche essere interpretato alla luce di un tale schema), alcuni dei quali (è ancora il caso degli USA) non cessano per questo di meritare l’attributo di democratici, nel senso più largo e minimale del termine. Dopo le recenti elezioni del Congresso dei deputati del popolo – specularmene – il sistema politico sovietico, la cui evoluzione va assumendo sotto i nostri occhi un ritmo non meno vertiginoso che pacifico, sembra avviato provvisoriamente (ma abbastanza stabilmente) verso l’esito di un monopartitismo apparente, le cui potenzialità democratiche (senza con ciò dover costituire alcun modello normativo) sono forse ancora da misurare. Ovviamente la democrazia non è lo scopo di se stessa, esattamente come non lo è da parte sua (o, almeno, non dovrebbe) il denaro, per esempio.
Provenendo da una tradizione politica tutt’altro che chiara su questo punto, e agendo per modificarla, Gorbaciov afferma la nozione che i buoni scopi devono essere perseguiti con il verificato consenso dei più, salvo situazioni eccezionali che non possono surrettiziamente trasformarsi in normalità senza gravissimi danni. Se la democrazia funziona, cioè, il rischio di un’investitura democratica mal consigliata risulta minore – in quanto tempestivamente correggibile – rispetto al rischio di una investitura carismatica assunta da chi non abbia carisma o, avendolo, la mantenga più a lungo di quanto si estenda ogni ragionevole probabilità umana di non sbagliare di grosso. In ciò Gorbaciov è facilitato da almeno tre fattori: la particolare evidenza del problema della democrazia in URSS, l’effettivo possesso del carisma, e un insieme di idee su ciò che è necessario e giusto fare (maturate all’interno di una tradizione politica il cui asserito fallimento è smentito dal fatto che egli stesso ne proviene).
Abbiamo dunque all’attivo la posizione del problema del governo democratico delle interdipendenze mondiali e circa metà della sua soluzione. Un’altra quota consistente della soluzione (al netto di una grandezza indefinibile e mai definitivamente scontata, la cui instabile determinazione resta l’incessante farsi dell’uomo) dovrà uscire dalla nostra opera in questa parte del mondo, come altrove da quella di altri. La difficoltà, entro la rete sistemica di cui questo paese è parte integrante, è che il citato “Rapporto sui limiti della democrazia” è stato molto ben sviluppato, cosicché la sovranità popolare, in paesi come il nostro, si trova in un processo che tendenzialmente la colloca in una posizione in qualche modo paragonabile a quella del re d’Inghilterra alla fine del diciassettesimo secolo: devotamente onorata e tutt’altro che sgradevole, così da potersi consolare della propria crescente ininfluenza. Tuttavia la coscienza ecologica in sviluppo, le inquietudini fiscali, i ripensamenti suscitati dalla frequenza e dall’entità degli scandali “strutturali” come l’affare Recruit e l’affare Pechiney, il possibile ripetersi di scricchiolii borsistici ammonitori, nonché soprattutto la vitalità dello spirito che sa ancora indignarsi per la rapina ai danni dei poveri su cui si fonda il nostro discutibile benessere, sono indizio che il gioco non è chiuso. Il carisma di oracoli della Mano Invisibile, rivendicato dagli imperi finanziari che effettivamente ci governano, può non aver bisogno di un nuovo Grande Crollo per essere sottoposto a un suo scrutinio meno distratto.
UNA VIA SOVIETICA AL MERCATO?
di Claudio De Vincenti
In un nostro precedente intervento sul “Nuovo Spettatore” abbiamo cercato di chiarire come in URSS si presenti oggi un rilevante problema di stabilizzazione economica, che condiziona pesantemente le prospettive della riforma economica gorbacioviana. Al tempo stesso abbiamo argomentato come una politica di stabilizzazione all’altezza dei problemi sul tappeto non possa essere impostata solo in un’ottica “congiunturale”, ma richieda il contestuale avvio a soluzione dei problemi “strutturali”, ossia una riforma radicale del meccanismo economico. Del resto, una modifica nella capacità del sistema di rispondere ai bisogni della popolazione costituisce anche la condizione perché vi sia un effettivo consenso sociale verso una simile politica. In questa nota ci proponiamo di esaminare le principali alternative disponibili in tema di stabilizzazione, per valutarne la rispondenza al criterio enunciato. La prima, consistente in un aumento del livello generale dei prezzi che riequilibri il mercato, è senz’altro quella maggiormente presa in considerazione oggi dagli economisti sovietici. Va notato peraltro che il problema della stabilizzazione non viene quasi mai affrontato da loro in quanto tale – chè anzi a nostro giudizio vi è al riguardo una certa sottovalutazione – ma per via indiretta, come sottoprodotto della soluzione di altri problemi ormai maturi.
Così, per esempio, gli economisti che propongono una politica di aumento dei prezzi al dettaglio non la pongono in relazione con l’esigenza di eliminare l’eccesso di domanda interna, ma con la necessità di un riassetto dei prezzi relativi e con la riforma salariale. In particolare, appaiono ingiustificatamente bassi i prezzi dei generi alimentari e quelli dei servizi abitativi, mentre sono troppo alti quelli dei beni di consumo industriali. Naturalmente la revisione dei prezzi relativi di per sé non risponde al problema di ridurre l’eccesso generalizzato di domanda monetaria, ma nel dibattito corrente essa si accompagna a un innalzamento del livello generale dei prezzi al dettaglio attraverso la soppressione dei prezzi politici sui prodotti alimentari. Quest’ultima misura a sua volta non sembra motivata tanto dall’esigenza di riequilibrare il mercato, quanto dalla necessità di reperire risorse per la riforma salariale.
Circa l’incidenza di queste misure – aumento del livello generale dei prezzi attraverso la soppressione dei prezzi politici, accompagnato da un parallelo aumento dei salari – con riferimento al problema della stabilizzazione, si può osservare quanto segue. Innanzitutto, pur andando nella direzione di un riequilibrio del mercato grazie alla riduzione del valore reale delle scorte monetarie detenute dalla popolazione, i provvedimenti in questione possono risultare insufficienti allo scopo, non essendo commisurati direttamente all’eccesso di domanda esistente. In secondo luogo, le misure in questione lasciano intatto quel divario tra redditi monetari correnti e valore dell’offerta di beni di consumo, che da anni alimenta l’eccesso di scorte monetarie. A fini di stabilizzazione, dunque, occorrerebbe elaborare una politica di aumento del livello dei prezzi – ovviamente correlata con una revisione dei prezzi relativi – per un verso commisurata al problema di riassorbire l’eccesso di domanda monetaria esistente e per altro verso, grazie a un riadeguamento dei redditi monetari correnti all’offerta di beni di consumo, adatta a evitare che quell’eccesso si riproduca.
Ma una simile politica di stabilizzazione ha due difetti principali, ove venga considerata con riferimento al problema di rendere percepibile il nesso tra stabilizzazione e riforme. In primo luogo, essa si presenta come una pura e semplice operazione di adeguamento della capacità di acquisto della popolazione alla disponibilità di beni di consumo esistente. Sorgerebbero perciò difficoltà rilevanti sul terreno del consenso sociale, tanto più alla luce delle promesse della perestrojka. Non solo, ma dato l’avanzamento ancora limitato delle misure di riforma e il permanere tuttora di gran parte dei meccanismi tradizionali di funzionamento dell’economia sovietica, appare altamente probabile che una simile politica finisca per determinare una rincorsa delle retribuzioni e per attivare così una spirale prezzi-salari difficilmente controllabile. Inoltre, tanto i problemi di consenso quanto il rischio inflazionistico risulterebbero con ogni probabilità aggravati dall’impatto distributivo di un aumento dei prezzi non compensato da un aumento delle retribuzioni: fermi restando i redditi nominali e le scorte monetarie della popolazione, l’aumento dei prezzi ha effetti regressivi, dato che costringe le famiglie a riduzioni di consumo tanto più consistenti quanto è minore la loro dotazione di scorte monetarie; l’impatto regressivo sarebbe inoltre accennato dalla soppressione dei prezzi politici. Non è un caso, insomma, che diversi economisti paventino il rischio di un processo inflazionistico difficilmente controllabile e che la leadership politica abbia finora escluso aumenti del livello generale dei prezzi.
Naturalmente una riconversione della moneta, che rastrelli le scorte monetarie in eccesso, non andrebbe incontro a simili critiche: non attiverebbe una spirale prezzi-salari né avrebbe effetti distributivi di tipo regressivo. Anzi, equivalendo a una sorta di imposta straordinaria sul patrimonio, si presterebbe a una politica distributiva mirata grazie alla possibilità di ricorrere a tassi progressivi di riconversione. Resta peraltro il fatto che anche una simile politica non farebbe che riadeguare il potere di acquisto in mano alla popolazione alla disponibilità di beni esistente, senza una connessione visibile con una prospettiva di miglioramento del tenore di vita a breve termine. I costi in termini di consenso resterebbero elevati, tanto più che comunque per evitare il riprodursi immediato dell’eccesso di domanda monetaria, occorrerebbe ridurre, attraverso la riconversione della moneta, anche i redditi nominali – e non solo di stock accumulati – in rapporto al valore dell’offerta di beni. Al tempo stesso i benefici economici appaiono al momento attuale, in cui ancora la riforma non sembra aver delineato un quadro nuovo di comportamenti e di meccanismi allocativi, limitati al breve periodo: in assenza di una modifica radicale dei meccanismi di funzionamento dell’economia, non si può non mettere nel conto il riprodursi in prospettiva di nuovi squilibri tra domanda e offerta.
Infine, una simile misura appare poco coerente con una riforma che intenda dare spazio alle attività produttive individuali e cooperative, ossia all’estrinsecarsi di una imprenditorialità diffusa nella società sovietica: la confisca delle scorte di moneta accumulate (non necessariamente in forma illecita) dalle famiglie, per un verso appare come una misura punitiva nei confronti dell’iniziativa individuale e per altro verso rastrella risorse che potrebbero essere utilizzate dai privati per l’avviamento delle nuove attività. Le riserve critiche che abbiamo portato nei confronti delle diverse politiche di stabilizzazione presenti nel dibattito corrente non implicano, naturalmente, che quelle stesse politiche non contengano alcun tratto condivisibile e non forniscano alcuna risposta ai problemi pressanti e decisivi che travagliano la società sovietica. Così, non vi è dubbio che sia il riequilibrio dei prezzi relativi sia il superamento della politica di prezzi sovvenzionati costituiscano dei passaggi necessari per migliorare il funzionamento dell’economia. Così, a sua volta, la riconversione monetaria risponderebbe all’esigenza di riequilibrare le scorte monetarie e sarebbe coerente con l’avvio di una impostazione fiscale progressiva sulle famiglie.
E’ doveroso chiedersi allora se non si possa elaborare una strategia di stabilizzazione che ricomprenda i tratti essenziali delle linee discusse e sia al tempo stesso una strategia di riforma del meccanismo economico sovietico e di risposta alle domande della popolazione. Un contributo significativo in questa direzione ci sembra la proposta elaborata di recente da Ed Hewett, Wassily Leontief e Jan Mladek nell’ambito dei lavori della “International Task Force on Foreign Economic Relations”, una struttura di supporto teorico che opera in accordo con gli economisti dell’Accademia delle Scienze sovietica. L’obiettivo della proposta consiste nell’avviare una transizione verso un’economia di mercato, integrata nell’economia internazionale, ma ispirata ai principi essenziali del socialismo. Il meccanismo per realizzare una simile transizione in forme che consentano un adeguato controllo da parte delle autorità sulle sue conseguenze economiche e sociali è incentrato sull’introduzione, inizialmente su scala limitata da allargare via via che si ritengano mature le condizioni, di un “settore aperto” che affianchi il “settore tradizionale” e agisca da collegamento con il mercato internazionale e da «testa di ponte dalla quale i comportamenti di mercato possano diffondersi nel resto dell’economia». In estrema sintesi la linea proposta da Hewett, Leontief e Mladek può essere presentata nei termini seguenti:
La filosofia sottesa alla proposta consiste nel costruire un meccanismo di transizione tale da garantire continuamente alle autorità di politica economica un adeguato controllo macro e microeconomico dei processi avviati. Innanzitutto, la strategia delineata consente di affrontare gradualmente ma con effetti immediati il problema della stabilizzazione; il livello del tasso di cambio tra vecchi e nuovi rubli può assicurare il drenaggio della domanda monetaria in eccesso che si rivolgerebbe al settore aperto, così da equilibrare sul mercato libero domanda e offerta di beni; resterebbe un eccesso di domanda sul mercato controllato, ma le famiglie avrebbero la possibilità di tradurlo in acquisti dal settore aperto; si ridurrebbe di conseguenza lo spazio di mercato per la seconda economia come anche le rendite di posizione oggi disponibili per le iniziative private di tipo individuale o cooperativo. Né appare irrilevante, per un riequilibrio del mercato interno, la revisione dei prezzi relativi e il loro allineamento nel settore tradizionale con quelli vigenti nel settore aperto. In secondo luogo, mantenendo i prezzi politici su alcuni generi di largo consumo prodotti dal settore tradizionale e drenando l’eccesso di domanda monetaria attraverso il cambio tra vecchi e nuovi rubli previsto per gli scambi tra i due settori, la manovra non avrebbe gli effetti regressivi sulla distribuzione del reddito propri di un aumento indiscriminato dei prezzi nel settore tradizionale; da questo punto di vista essa si avvicina di più alla riconversione della moneta.
Peraltro, gli effetti sul tenore di vita delle famiglie non sarebbero negativi, come nel caso di una riconversione della moneta o anche di un aumento dei prezzi amministrati. La manovra non consisterebbe infatti in un mero adeguamento delle capacità di acquisto alla disponibilità data di beni sui mercati ufficiali: la creazione del settore aperto consente un aumento dell’offerta interna di beni sui mercati ufficiali, sebbene a prezzi più elevati, e probabilmente un suo elevamento qualitativo. In sintesi, la presenza del settore aperto operante in base al “rublo valutario” avrebbe effetti stabilizzatori simili a quelli di una manovra combinata di riconversione della moneta e di aumento dell’offerta di beni. I risultati in termini di stabilizzazione sarebbero più graduali nel tempo – giungendo a compimento solo una volta superati i prezzi politici e la stessa distinzione dell’economia in due settori – ma più certi, data la connessione stretta tra stabilizzazione e riforma del meccanismo economico nonché (questione decisiva dal punto di vista del consenso sociale) tra stabilizzazione e prospettive di miglioramento del tenore di vita della popolazione. Inoltre, la presenza di un settore aperto operante in base a relazioni di mercato ed esposto, seppure con i diaframmi che la prudenza consiglia, alla concorrenza internazionale, consente di avviare l’apertura graduale dell’economia sovietica e di innescare un meccanismo di concorrenza tra le imprese, che via via può modificare anche i comportamenti delle imprese del settore tradizionale.
Infine, rileva la gradualità del processo di transizione e la sua controllabilità da parte delle autorità, che risulta assicurata tanto dalla discrezionalità circa l’ampiezza del settore aperto e il suo ampliamento nel tempo, quanto dagli strumenti di regolazione dei rapporti tra i due settori, a cominciare dal tasso di cambio tra vecchi e nuovi rubli. Quella gradualità è condizione decisiva per garantire la possibilità, importantissima nella fase attuale di ricerca del percorso di riforma necessario per l’economia sovietica, di procedere per “prove ed errori”, di gestire perciò in modo flessibile le sperimentazioni di volta in volta ritenute necessarie. In altri termini, gradualità e controllo appaiono a noi come caratteristiche chiave della strategia che stiamo discutendo, giacchè al di là dell’esigenza giusta di ampliare il ruolo del mercato e di superare i vizi della pianificazione amministrativa, restano ancora da definire gli strumenti per governare il mercato in modo da far valere le priorità del piano, le scelte pubbliche e gli interessi generali, ovvero, da un altro punto di vista, resta ancora da definire che tipo di mercato e quali rapporti economici e sociali si vogliono costruire. In questo senso, l’obiettivo da cui la proposta di Hewett, Leontief e Mladek procede – avviare cioè la transizione a un’economia di mercato coerente con i principi del socialismo – resta ancora da esplorare e chiarire. Il merito della strategia che viene da loro suggerita, sta a nostro giudizio principalmente nell’aver indicato una strada da subito percorribile e in grado di garantire la governabilità di un processo lungo e complesso di sperimentazione.
IL GRANDE TRAVAGLIO
di Raffaele D’agata
I confini tra politica interna e internazionale (specialmente in senso paneuropeo) sono stati attraversati più volte nella frenetica iniziativa del presidente Mikhail S. Gorbaciov tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 1989. In questo vi è una logica: anche la politica “interna” dell’URSS è una questione che investe rapporti tra “nazioni”, e perfino tra civiltà e culture: tra Repubbliche Baltiche e Russia, Russia e Armenia, Armenia e Azerbaigian, retaggio cristiano e islam, eccetera. Una delle novità della rivoluzione ora in corso in URSS è che questo aspetto latente diventa aperto (si può aggiungere che lo è diventato appena in tempo per offrire una valvola di sfogo alle molte ed acute tensioni interetniche accumulate durante decenni di precedente evoluzione di quel mondo). Comunque, tra lo storico abbraccio con il popolo della Germania occidentale all’inizio di giugno e il discorso davanti all’assemblea del Consiglio d’Europa il 6 luglio, l’idea di una “casa comune europea” è diventata più precisa, più pratica e meno ambigua dal punto di vista di svariati interlocutori interessati.
Con la Dichiarazione di Bonn, URSS e RFT hanno fatto qualcosa di molto nuovo: hanno veramente posto fine alle radici di un’inimicizia e hanno definito un’area vasta e impegnativa di obiettivi comuni, senza correlativamente né sconvolgere impegni precedenti né stringere un patto alternativo ed esclusivo. Ovvero: la fine del dopoguerra è cominciata, la guerra fredda è finita, ma lo scongelamento dei blocchi esistenti sarà un processo affidato alla saggezza e alla natura e non a improvvisi colpi di vanga. In particolare la Germania di Bonn non agirà da sola, ma come stimolo a quella parte del mondo che essa concorre a formare in modo essenziale. Culla dell’idea moderna di Stato-nazione – alla quale anche gli Stati plurinazionali evoluti, federali e non, sono stati sospinti ad adattarsi come a modello “naturale”, andando in tal modo incontro ad acuti fenomeni di instabilità – l’Europa “casa comune” del Duemila potrebbe emergere come il modello e l’artefice dell’ormai maturo seppellimento di questa forma di organizzazione politica.
Gorbaciov ha parlato a Strasburgo come presidente di uno Stato recentemente riconosciuto come “osservatore speciale” del Consiglio d’Europa, insieme con la Polonia e l’Ungheria. E’ noto che quest’ultima medita un passo in più – certo non per l’immediato domani – che la porti a seguire la vicina Austria entro la CEE. Quando il vice-capo del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del PCUS, Graciov, ha parlato a Parigi (vedi “L’Unità” del 5 luglio scorso) di un eventuale e separato ingresso delle Repubbliche baltiche, dell’Ucraina eccetera, nel Consiglio d’Europa, è stato sostanzialmente evocato un principio di “sussidiarietà” tra diversi anelli e livelli del potere e del diritto. Dei tre anelli della “casa comune” che si vanno forse delineando – Unione Europea, URSS, Consiglio d’Europa – è ipotizzabile che i primi due saranno ancora piuttosto simili al tradizionale Stato sovrano per un tempo indeterminato. Ma si aprono tempi veramente nuovi.