“Globalizzazione e democrazia”: Jean-Paul Fitoussi dedica un denso capitolo del suo breve saggio su “La democrazia e il mercato” (Feltrinelli 2004) a questo argomento. L’economista francese vi evidenzia fra l’altro quello che egli stesso definisce come “un aspetto essenziale” della situazione odierna. “La tutela dei mercati, l’inasprirsi degli obblighi imposti ai governi nazionali, la riduzione delle loro pretese redistributive sono altrettanti elementi che concorrono a modificare il sistema di equità delle nostre società, mediante un ritorno ai principi puri [del mercato - NdR] e una distruzione progressiva del campo della democrazia”. Tutto ciò produce, sempre secondo Fitoussi, quello che “si è stabilito di chiamare ‘inefficacia della politica’. Il cambiamento del sistema di equità non deriva, infatti, da una decisione politica – nel qual caso corrisponderebbe al volere del cittadino – ma da una costrizione imposta alla democrazia dall’esterno. La legittimazione di tale obbligo sarebbe l’efficienza, ma essa determina il capovolgimento della normale gerarchia dei valori: innanzi tutto l’efficienza, e poi, in seconda istanza, come aspetto di molto minore importanza, la democrazia”.
Dal confronto con la prepotenza della globalizzazione, insomma, la democrazia come governo consapevole in nome del popolo, e in pari tempo come motore e garanzia dell’equità sociale, sembra uscire brutalmente ridimensionata. Se quella che era stata costruita nel ricco Occidente a partire dal secondo dopoguerra poteva definirsi una “democrazia di mercato”, è appunto questo fecondo connubio fra mercato e democrazia a venire spezzato dalla rivincita del mercato in chiave globale. Donde la conclusione di Fitoussi: “E’ la sensazione di dover sancire una scelta non voluta e non conveniente, a suscitare una così grande acrimonia contro la globalizzazione”.
Un’asfissia insuperabile, quella della democrazia, col suo contorno di protezione sociale e di “Stato del benessere”? Fitoussi, da economista, rilancia la palla alle organizzazioni internazionali, che a cavallo fra XX e XXI secolo si sono fatte zelanti portatrici delle esigenze del mercato, imponendo il cosiddetto Washington consensus (Fitoussi illustra con particolare chiarezza, in proposito, il dramma delle nuove democrazie strangolate in culla dai diktat del FMI). E conclude auspicando che quelle stesse istituzioni adottino “un atteggiamento meno dottrinale e più pragmatico”.
Una conclusione che, per la verità, non appare all’altezza di un’analisi puntuale e della situazione drammatica che ne emerge: di fronte alla possibile catastrofe della democrazia, possiamo davvero accontentarci di qualche iniezione di sano pragmatismo? Fitoussi, comunque, non è certo il solo, nel campo democratico, a soffrire di una discrasia fra l’analisi attenta della situazione e la debolezza dell’elaborazione per quanto concerne le prospettive. Forse non a caso i corifei delle “magnifiche sorti e progressive” del mercato globalizzato appaiono, al paragone, dotati di ben altra coerenza sistematica e robustezza pratica nel proporre. Quella che prospettano è infatti una “rivoluzione neoconservatrice” che ha dalla sua i generici ma potentissimi “spiriti animali” del capitalismo planetario, mentre i volonterosi tutori della democrazia appaiono come coloro che si attardano a difendere una costruzione frammentata in cento Stati nazionali ispirati a tanti modelli quante sono le loro realtà e le loro storie locali. Feudi e province radicati nel passato e fra loro divisi, dunque, contro un Impero tutto nuovo, che si espande per la propria forza economica, ma che all’occorrenza non esita a impugnare le armi.
Può essere, allora, che la prima radice di tale debolezza sia proprio nel fatto che alla violenza di una “proposta armata” non si sappia contrapporre, in sostanza, altro che la “difesa inerme” di qualcosa che trae la sua nobiltà dalla storia ma che, sottoposto alla critica brutale del “nuovo che avanza”, rischia di fare prima o poi la fine degli splendidi reperti di cui si occupa l’archeologia. Può essere, in altre parole, che coloro i quali, come Fitoussi, rifiutano di arrendersi tout court alle ragioni del mercato sacrificandogli quelle della democrazia, non si dimostrino in grado di trasformare la stessa democrazia, da oggetto degno semplicemente di conservazione, di strenua ma disperata difesa, in proposta all’altezza dei tempi: in prospettiva vincente perché essa stessa capace di una dimensione davvero “globale”.
Certamente, tutto ciò richiederebbe in primo luogo una capacità effettiva di sottoporre a critica proprio la democrazia nella sua realizzazione storica: democrazia che nei fatti, di là da ogni proclamazione universalistica, ha avuto carattere strettamente nazionale ed è stata costruita in modi tali da poter funzionare solo entro i confini di ciascuna singola nazione. Colpisce, in proposito, la contraddizione diffusa tra la consapevolezza del carattere sostanzialmente non democratico delle istituzioni internazionali e la povertà – proprio sul terreno della democrazia – delle proposte volte a riformarle. Si provi a guardare con occhio disincantato a come viene posta la questione, ormai urgente, delle riforma delle Nazioni Unite.
Difficile sfuggire all’impressione di un livello delle proposte incapace di andar oltre il più banale bricolage. Di che cosa si discute, infatti? Si discute se (ipotesi A, caldeggiata dagli USA) aprire le porte del quintetto di vertice del Consiglio di Sicurezza ad alcuni altri membri permanenti, fra i quali il gigante indiano, quello brasiliano e i due maggiori componenti dell’Asse sconfitto nel 1945 (Germania e Giappone). Oppure se (ipotesi B, caldeggiata da numerosi paesi “minori”, fra i quali il nostro) istituire una “cintura” di membri semi-permanenti dello stesso Consiglio di sicurezza, dei quali farebbe parte anche l’Italia: esclusa invece dalla prima ipotesi che, se attuata, la relegherebbe a un rango decisamente secondario.
Ora, a parte la sorte dell’Italia come soggetto della politica internazionale (che ovviamente non può esserci indifferente) e a parte – fatto ancor più grave – lo sfumare dell’ipotesi, pur caldeggiata a parole da più d’uno, di un riconoscimento ufficiale dell’Unione Europea come uno dei soggetti decisivi dell’operatività dell’ONU riformata, la cosa che curiosamente viene meno notata è il carattere sostanzialmente conservatore di tutte le ipotesi di riforma attualmente in campo: ipotesi alle quali sarebbe fin troppo generoso applicare il celeberrimo motto del Gattopardo.
Perché almeno, per il Principe di Salina, si trattava di “cambiare tutto perché nulla cambiasse”, mentre le proposte in campo a proposito di Nazioni Unite non hanno in realtà contenuti di cambiamento degni di nota. Sempre che, ovviamente, non si finga di credere che cambiare i manici del coperchio significhi ipso facto cambiare anche la pentola. Ora, se il coperchio ha i manici usurati, questo è solo il difetto più superficiale: è l’intera pentola a richiedere un deciso intervento di ristrutturazione. Fuor di metafora, l’indice più chiaro che in realtà le ipotesi di riforma di cui si discute sono lontane dall’investire la sostanza del problema, che si tratta insomma di ipotesi di semplice maquillage, è individuabile appunto nel fatto che quelle ipotesi concentrano l’attenzione interamente sul Consiglio di Sicurezza, trascurando l’assetto complessivo dell’organizzazione. Il quale assetto ha avuto una sua precisa e determinante motivazione storica, ma proprio per questo – avendo ormai la storia del mondo (almeno dal 1989) voltato pagina rispetto a quella aperta dalla sconfitta dell’Asse sessant’anni or sono – ha ormai fatto il suo tempo. Ora, superare l’insostenibile leggerezza del bricolage è possibile solo comprendendo entrambi tali aspetti: la motivazione storica dell’assetto dell’ONU voluto da Roosevelt e le ragioni della sua attuale obsolescenza.
L’ONU, ideata e fermamente voluta dal massimo leader della coalizione vincitrice, non nacque affatto come un’organizzazione “democratica”: non può essere un caso se la parola “democrazia” è del tutto assente dal suo Statuto. Né tanto meno (come pure qualcuno, contro l’evidenza dei fatti, va sostenendo) quale alleanza dei paesi democratici contro le dittature. Basta a smentirlo la presenza dell’URSS di Stalin fra i suoi Stati fondatori, fra le potenze con diritto di veto, in posizione di sia pur contraddittoria partnership con gli USA. L’Organizzazione fu invece impostata, meno ideologicamente, come la cornice istituzionale dell’assetto postbellico: come l’alveo entro il quale disciplinare e indirizzare, a fini di garanzia durevole della pace e di promozione del comune sviluppo, le spinte gigantesche suscitate dall’esaurimento della plurisecolare egemonia europea. Esaurimento sancito dalla doppia catastrofe in cui, nell’arco di un trentennio, la crisi irrisolta di quell’egemonia aveva trascinato il mondo.
In tale contesto – storico e ideale a un tempo – la promozione della democrazia era necessariamente destinata a restare in ombra rispetto alla priorità assoluta di un altro, più concreto e attuale obiettivo: offrire una garanzia istituzionale al più gigantesco fenomeno del trentennio postbellico, quello della decolonizzazione. A sostenere e incanalare pacificamente tale processo la struttura decisionale dell’ONU chiamava, obbligandoli all’unanimità, i principali paesi vincitori. Al tempo stesso la dimensione assembleare della nuova Organizzazione offriva a tutti i popoli, man mano che si venivano costituendo in Stati indipendenti, un seggio di uguale rappresentatività rispetto a quelli dei vecchi dominatori: l’Indonesia accanto all’Olanda, l’India al fianco della Gran Bretagna, il Senegal alla pari con la Francia.
In effetti, nell’arco di un trentennio quell’obiettivo fu sostanzialmente raggiunto. Il venir meno, per compimento, di quella missione originaria rende ormai insostenibile il vecchio modulo organizzativo delle Nazioni Unite: in primo luogo sul piano della rappresentanza. Come non vedere, infatti, che un consesso assembleare in cui il rappresentante del Togo o del Lussemburgo può esprimere un voto alla pari con il rappresentante dell’India o del Brasile mette il singolo cittadino di questi paesi giganteschi in una condizione di clamorosa inferiorità – in termini appunto di rappresentanza – rispetto al singolo cittadino del piccolo Stato africano e del minuscolo Granducato europeo? Per non parlare, ovviamente, di certi mini-Stati insulari delle Antille o del Pacifico. Insomma, la rappresentanza per Stati, significativa della pari dignità istituzionale raggiunta dalle ex-colonie, entra oggi in stridente contrasto con il primo principio di ogni democrazia: il voto capitario e uguale di ogni singolo cittadino.
Ma vi è di più: la rappresentanza per Stati significa di fatto una rappresentanza affidata sic et simpliciter ai governi. E ciò comporta il ribadimento di due ulteriori decurtazioni della stessa rappresentanza: decurtazioni che riguardano da un lato quelle nazioni che non sono costituite in Stati indipendenti (si pensi ai Curdi); dall’altro quelle minoranze che concorrono (se e in quanto sia loro consentito: si pensi alle donne alle quali, come in Arabia Saudita, è ancora negato il voto) ad animare la dialettica civile e politica all’interno dei singoli paesi, ma la cui voce non può farsi sentire oltre confine. Senza una riforma che ponga rimedio a questi vistosi limiti della rappresentanza, ogni discorso sulla “democratizzazione” degli assetti internazionali è destinato a restare a livello di chiacchiera, o tutt’al più di apprezzabile auspicio.
Senza affrontare questo nodo di problemi appare difficile, inoltre, porre in termini adeguati la stessa questione degli assetti “di governo” dell’istituzione mondiale per eccellenza: aggiungere quattro o più cavalieri alla “tavola rotonda” delle Nazioni Unite, senza affrontare il tema di una seria riforma del corpo di cui essi dovrebbero garantire la gestione, sarebbe un atto tutto interno a una logica oligarchica. Una logica che – come si è accennato – aveva un senso progressivo nelle intenzioni dei Padri Fondatori (a partire da Roosevelt), ma che oggi si ribalta inevitabilmente in una mera, forse impossibile e comunque miope e dannosa, scelta conservatrice.
Al tema della “democratizzazione” dell’ONU si collega infine, necessariamente, quello della sua “missione”: il tema del significato dell’esistenza stessa dell’organizzazione. Nelle intenzioni del suo primo promotore, l’ONU doveva servire a evitare il ritorno della guerra. Ed evitarlo in presenza del definitivo venir meno della manomissione coloniale europea sul mondo. A tal fine, occorreva che l’affacciarsi dei popoli al consesso mondiale avvenisse in condizioni di pari dignità. Il che significava sì, in primo luogo, un’uguale rappresentanza dei nuovi Stati indipendenti, ma anche un sostegno attivo allo sviluppo per dare un significato meno formalistico a quella parità. Ecco, ripensare oggi la “missione” dell’ONU dovrebbe significare porsi l’obiettivo di fare delle Nazioni Unite un organismo di rappresentanza del mondo attuale in tutte le sue variegate articolazioni nazionali, sociali, culturali; e uno strumento di “governo” del suo sviluppo in un’epoca – la nostra, non più quella di Roosevelt – cui il processo di globalizzazione, mentre impone i rischi più temibili, offre anche, però, le più inedite occasioni.
Roma, 29 marzo 2005