1 – Perché ci occupiamo dell’ “Uomo Qualunque” (n. 35/1955)
Il Fronte dell’Uomo Qualunque appartiene al passato politico italiano, e del movimento qualunquista non resta ormai che una fievole eco.
Ritrovare di questi tempi il giornale e in esso quel tono aggressivo, presuntuoso, da parvenu intraprendente, che interessò nel 1945 ben mezzo milione di lettori, richiama l’immagine di un qualche curioso di cose italiane che abbia voluto conservare una testimonianza di vita di un personaggio popolaresco, tipico di un certo periodo della nostra storia.
Il qualunquismo è difatti tra le cose peculiari all’Italia; e appunto in questa originalità si scorgono elementi non privi di interesse, tali comunque da giustificare, ci sembra, un lavoro volto ad accennare una spiegazione di questo singolare movimento, che trovò, in definitiva, gran parte della sua fortuna proprio nel negare la necessità dell’esercizio di quella attività stessa – la politica – che pur andava concretamente svolgendo.
L’equivoco fascista
Oggi, a distanza dal grande indimenticabile giorno in cui i tedeschi, in fuga, presero la via del nord, incalzati dall’armata americana e più ancora dall’odio degli italiani, e lasciarono Roma a salutare esultante l’ingresso della tanto attesa libertà politica, è possibile cercar d’intendere, senza essere trasportati dai sentimenti, le ragioni e il significato del rabbioso apoliticismo qualunquista. Ma ciò non era certo possibile nel dicembre 1944, quando si lessero nel primo numero del settimanale L’Uomo Qualunque parole dispregiatrici e calunniose sui partiti antifascisti e sulla Resistenza italiana.
La convinzione che quella pubblicazione altro non fosse se non un giornale fascista, fu generale. E oggi ancora sovente avviene di sentire così definire il qualunquismo, sebbene tale giudizio, a ben guardare, non risulti esatto.
La presenza di un’ala fascista nel “Fronte dell’Uomo Qualunque” è invero incontestabile.
La vivace avversione di Guglielmo Giannini alla politica in genere (e quindi, in concreto, a quella dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale) risuonò di certo tra i fascisti di base quale squillo di adunata; e non pochi tra questi credettero, una volta divenuti militanti del Fronte, di poter utilmente ripetere le azioni “punitive” contro sedi e uomini dei partiti democratici, in modo da poter indirizzare di nuovo in senso sovversivo quanti, a fine guerra, vivevano vita tribolata. Così, è facile presumere che qualche agrario non rassegnato, mal comprendendo le decisive novità politiche che rendevano il secondo dopoguerra diverso dal primo, abbia voluto, come in altri tempi, “aiutare” il movimento.
E’ un fatto, del resto, che tra i dirigenti qualunquisti ve ne furono alcuni che si fecero interpreti di quel moto fascistico.
Costoro, tuttavia, non riuscirono a influenzare in modo decisivo la politica del qualunquismo, che fu invece determinata da Guglielmo Giannini. E se per neofascismo si vuole intendere – come è giusto – la velleità di ripristinare, almeno in alcuni aspetti sostanziali, il vinto ordine delle cose, il dirigente del Fronte non può essere, certo, annoverato tra i cosiddetti nostalgici. Egli non volse mai con rimpianto lo sguardo al passato e del passato non postulò quindi mai un ritorno.
Le espressioni di Giannini favorevoli nell’apparenza al “regime”, vanno sempre viste nel quadro delle sue concezioni qualunquistiche, delle sue particolari concezioni ideologiche. Egli è disposto, infatti, nel suo scetticismo anarcoide e nel suo individualismo elementare, a trovare la stessa, e sempre esigua, quantità di pregi in ogni assetto sociale avvicendatosi dall’inizio della vita della comunità umana ad oggi: per concludere, però, che ogni ordinamento, quale che sia la sua forma, se ha la possibilità di vantare quel tanto di positivo che è, d’altra parte, genericamente proprio ad ogni cosa, ha tuttavia di peculiare il fatto di essere incorreggibilmente oppressivo. E quest’ultimo concetto si presenta sempre, nell’argomentazione di Giannini, quale clausola obbligata di ogni giudizio benevolo sulle diverse forme storiche di organizzazione della società.
La novità del movimento di Guglielmo Giannini
Ma non solo sembra sia impossibile attribuire al dirigente del Fronte l’intenzione di aver voluto dar vita a un movimento di tipo fascista; pare si debba ritenere, altresì, che il qualunquismo, quale moto politico, sia un fatto del tutto nuovo nella nostra storia. Di più, come cercheremo di dimostrare meglio in seguito, esso è stato sollecitato e permesso proprio e soltanto dalla sconfitta di quelle forze sociali e politiche che avevano sostenuto il fascismo. Sono state, infatti le particolarità degli anni ’44–’45 a rendere possibile ai ceti medi italiani il tentativo di svincolarsi dalla condizione di gruppo sociale subalterno (vissuto necessariamente ai margini della vita nazionale), per assumere finalmente la fisionomia di un gruppo sociale indipendente e autonomo, in quanto liberatosi, se anche in modo effimero, dalla tradizionale soggezione alle forze politiche egemoni: ed è appunto su tale complesso fenomeno sociale che il Fronte dell’Uomo Qualunque ha essenzialmente poggiato.
Il ceto medio, del resto, e il qualunquismo, nel corso della loro storia, sono stati sempre strettamente congiunti: poiché se nuovo è quest’ultimo quale movimento politico, invece, quale mero atteggiamento psicologico ha, per così esprimersi, la stessa età dello Stato unitario italiano.
Le radici del qualunquismo, quale forma di costume, si possono rinvenire, invero, nel processo rivoluzionario che ha condotto all’unità nazionale: fu, in realtà, il particolare assetto sociale e politico con cui si concluse il periodo risorgimentale a ingenerare nel ceto medio quel suo tipico modo di pensare, o meglio di reagire sentimentalmente, che può dirsi “qualunquismo”, o “politicismo”, o “assenza di coscienza statuale”.
Ora però, a rendere possibile la trasformazione di questa forma di costume in forza politica, furono proprio le implicazioni positive di quel particolare movimento della storia italiana, che va dal 1944 al 1946.
Ci sembra, infatti, si debba escludere che, in sul finire del trasformismo depretisiano e durante gli esperimenti del Crispi e il grande tentativo conservatore di Giovanni Giolitti, il partito radicale, le correnti riformiste del movimento socialista e il partito repubblicano abbiano rappresentato realmente, o per meglio dire intieramente, il ceto medio, come gruppo sociale autonomo e distinto. Prevalente era, in quelle formazioni e correnti, l’esigenza di coordinare, nell’interesse del blocco politico-sociale dominante, le spinte degli strati sociali oppressi, in modo da garantire una maggiore stabilità ed un più largo e tranquillo respiro allo Stato unitario, quale era uscito dal Risorgimento: esse non potevano, quindi, che filtrare, deformandole e avvilendole, le insofferenze ribellistiche e i bisogni libertari del medio ceto italiano.
Gli stessi sporadici ed esangui tentativi di rivolta di questo gruppo sociale non sono registrabili quali fatti capaci di reale influenza politica. L’impossibilità per il ceto medio di darsi una propria, organica élite, destinò infatti necessariamente il malcontento, che pur v’era, della “piccola borghesia” ad esaurirsi o in quelle manifestazioni che Gramsci volle definire di individualismo italiano – e che forse comprendono persino, in alcuni loro aspetti, degenerazioni del tipo della camorra o della mafia – ovvero in episodi, rari, di scomposta irrequietezza politica.
A tal proposito ci sovviene, ad esempio, il radicale anarchismo di cui dettero esibizione a Roma, negli anni intorno al 1880, il “tribuno” Coccapellier e il “professor” Pietro Sbarbaro: individui, questi, che riscossero brevissimo e deteriore, ma indiscusso successo e che sembrano davvero il ritratto grottesco di Guglielmo Giannini, di cui siano stati accentuati esasperatamente i tratti.
E proprio le inutili stravaganze di costume, le varie proteste individuali di taluni tra gli uomini, in certo modo, più dotati del ceto medio, la importanza politica dell’intiero gruppo sociale dovevano ingenerare, già nei primi mesi successivi all’avvento dello Stato unitario borghese, quella particolare forma di rivolta che si esprimeva acriticamente nella negazione della necessità della politica in quanto tale, poiché questa, dagli insofferenti, veniva ad essere senz’altro identificata con quella specifica delle forze egemoni dell’epoca.
Tale atteggiamento appare, del resto, con particolare evidenza, ove si vada a considerare quanto esteso sia stato il numero degli astenuti nelle competizioni elettorali precedenti il 1882: anche quando, cioè, il suffragio era ristretto ai ceti borghesi, nel senso più rigoroso della parola; ossia ai ceti che, presumibilmente, erano meno influenzati dalla dottrina cattolica e meno preoccupati, quindi, del “non expedit” della Santa Sede.
Il qualunquismo di ieri e quello moderno, quello appunto che propriamente è tale, hanno dunque in comune l’obiettiva base sociale; e però retaggio ideologico e soggettivo del passato è solo e certamente la diffidenza per la politica. Essa si ritrova ancor oggi in certi ambienti del nostro popolo; ma va detto in proposito che, indubbiamente, è chiaro sintomo di una prossima, completa scomparsa di tale atteggiamento, l’aver visto, nel 1944, l’apoliticismo stesso elevato, con singolare contraddizione, a bandiera di un movimento politico.
In tal senso, può ben dirsi che la corrente qualunquistica, mentre era irresistibilmente portata ad autodistruggersi nel suo stesso affermarsi, contribuiva però obiettivamente a liquidare nel nostro paese uno degli aspetti più negativi, una delle più infauste “eredità giacenti” del processo risorgimentale.
Avvicinandoci a una definizione del “ceto medio”
Parlare di ceto medio fa provare l’imbarazzo di essere fraintesi. Tanto si è detto, infatti, attorno ad essi, così molteplici e contrastanti sono apparsi i giudizi, e taluni così intrisi di sociologia e di economicismo, che, per evitare equivoci, diviene necessario esporre (sia pure con pochissime parole, ed in sede di un’analisi di carattere storiografico, che valga a tenerci lontani e a garantirci dalle banalità positivistiche) il nostro punto di vista sulla natura e sulle caratteristiche di gran parte del nostro popolo. Ciò consente, d’altra parte, di pervenire, ci sembra, a dei risultati che, mentre possono valere a individuare gli aspetti e gli elementi generici di questa formazione sociale, possono dare, al tempo stesso, contezza della sua specificità nazionale, e di quali siano stati i mutamenti che hanno permesso al ceto medio, negli anni immediatamente successivi alla sconfitta fascista, di farsi soggetto politico.
E’ necessario, allora, rapidamente accennare a quelle fra le situazioni e le posizioni politiche del nostro Risorgimento, che paiono avere prevalentemente concorso a dare fisionomia agli strati intermedi di quel sistema sociale , in cui si è venuto ordinando il popolo italiano.
Interessa così porre subito in rilievo la decisività del fatto cattolico nel determinare le peculiarità del movimento rivoluzionario della borghesia italiana.
Di fronte al costituirsi delle nazioni in pienezza di organismo politico e statuale, l’atteggiamento della Chiesa Romana, anche a costo di umiliare il pur necessario moto innovatore politico e civile, si configurò essenzialmente nella storica fatica di salvaguardare il proprio carattere di cattolica universalità, minacciato dal nuovo assetto che il mondo andava assumendo.
Questo ovunque; ma la politica della Curia influì in Italia in modo del tutto originale.
In Inghilterra, infatti, in Francia e nella stessa Germania, la Chiesa (per ragioni che non è certo qui il caso di ricordare) non poté impedire un pieno espandersi della ideologia e delle rivoluzioni borghesi in tutta la loro portata e la loro dimensione nazionali. Essa riuscì quindi ad ottenere soltanto la conservazione (e anche, in qualche modo, per la via traversa dell’oltramontanismo, il rafforzamento) della propria autorità su episcopati, che rimanevano ormai soggetti, sia di fatto, sia, in certi casi, in forma giuridicamente esplicita, alla nuova realtà statuale. Ma essa costrinse, invece, la rivoluzione italiana a prendere una via diversa dalla strada battuta dagli altri Stati europei.
2- Il problema dell’universalismo ecclesiastico (n.36/1955)
L’eventuale prevalere in Italia, sede del Papato, di un moto rivoluzionario, che, per affermarsi e trionfare, si nutrisse essenzialmente dell’idea particolaristica della nazione, avrebbe, invero, minacciato alla sua sorgente stessa e alla sua radice, la cattolicità e, quindi, la vita medesima della Chiesa Romana. E questa di fatto, ove si tolga l’eccezione della non indicativa parentesi riformistica aperta, all’inizio del suo pontificato, da Pio IX, pose con decisa fermezza l’intiera sua organizzazione in un atteggiamento pregiudizialmente ostile a qualsiasi mutamento in senso liberale borghese, e quindi nazionale e unitario, della società italiana.
Certo, l’egemonia ideologica, mantenuta dalla Chiesa in larghe zone di questa società, consentiva una simile posizione di intransigenza e obbiettivamente impediva l’affermarsi di concezioni di tipo radicalmente illuministico e nazionale, e perciò giacobine, e di una politica, quindi, secondo il modello francese.
Ma non risiedeva in questo, a nostro parere, la reale forza di cui si materiava e alimentava la politica ecclesiastica.
Per quanto importante sia l’elemento della “riserva contadina”, così decisamente messo in luce da certa storiografia nella sua critica al partito moderato e cavourriano, sta di fatto che di fronte all’universalismo cattolico, che si manifestava, in Italia, in tutta la sua potenza e la sua assolutezza, quella dimensione nazionale, che in Inghilterra e in Francia aveva centuplicato le energie rivoluzionarie, finiva per essere, invece, in una qualche misura ed entro certi limiti, un serio coefficiente di debolezza e un impaccio per la rivoluzione italiana.
In realtà, la Chiesa avrebbe potuto essere politicamente battuta, in Italia, solo da chi avesse saputo contrapporre al suo universalismo un’altra concezione anch’essa universale.
Ciò, nei limiti invalicabili posti dalle forme, dalle dottrine e dalle possibilità borghesi, seppe appunto fare Cavour. E la superiorità incontestabile del partito moderato – la sua storica capacità di vittoriosa e quasi trionfale egemonia – consiste tutta nel fatto che operò e agì sospinto, essenzialmente, non dall’intenzione di fare dell’Italia un organismo nazionale, ma dal desiderio di attuare quei principi liberal-liberistici, che segnano il punto massimo di universalismo cui possa approdare la rivoluzione capitalistica.
A differenza che in Francia, dopo le tempeste del ’93 e del bonapartismo, l’interpretazione mediatrice ed equilibrata del liberalismo, di cui si alimentava il partito cavourriano, non è la conseguenza e il riverbero di un rilassarsi delle energie rivoluzionarie, di un ripiegamento in cui la maturità di un assetto sociale definitivamente consolidatosi si unisce e si confonde con la stanchezza e il disgusto per le grandi imprese. Ben al contrario, la politica del partito moderato rappresenta una ripresa e un ritorno dei motivi più generali e dei più decisivi valori di cui la borghesia, in quanto classe, è stata la portatrice specifica: dalla rigorosa scoperta dell’economia dei classici inglesi, da Smith a Ricardo, alla robusta impostazione antiassolutistica del costituzionalismo alla Montesquieu.
Motivi e valori che superano, per definizione, ogni limite e ogni contesto di tipo nazionale; e che valgono quindi sia ad innalzare di fronte alla cattolicità della Chiesa di Roma, una bandiera che non teme troppo il confronto sul piano dell’universalismo, sia a favorire un inserimento senza rotture della fragile e tarda rivoluzione italiana nell’ormai maturo e solidissimo assetto capitalistico europeo.
Il tentativo del Cavour
Ma se solo l’opera cavourriana ebbe la capacità di superare inizialmente la difficoltà cattolica (cosicchè fu poi anche l’unica in grado di conseguire, obbiettivamente e mediatamente, il risultato di determinare, alla fine, il farsi degli Stati a popolazione italiana in organismo nazionale unitario), è altrettanto vero che, proprio e sempre per essa, la rivoluzione, nel nostro paese, dovette patire l’assenza di una forza di governo che assolvesse alla funzione profondamente e direttamente nazionale, e quindi largamente democratica, che i giacobini ebbero in Francia.
Gli uomini che, per intenderci, derivavano, come un Robespierre, la loro formazione culturale etico-politica dalla scuola roussoiana, o non ebbero influenza alcuna nel processo risorgimentale, o vennero, in ogni caso, respinti ai margini della zona decisiva del potere.
E infatti, al blocco giacobino-nazionale di governo, l’Italia sostituisce quell’unione borghese-aristocratica, espressa dal gruppo cavourriano, che prevalse su ogni altra corrente politica di intenzioni rivoluzionarie.
Lo Stato viene a edificarsi, così, secondo un nitido indirizzo liberal-liberistico, in cui appunto risiede tutto il suo peculiare e singolarissimo universalismo; e però, sotto il profilo specifico della società nazionale, non può non poggiare su basi notevolmente ristrette.
E’ chiaro, quindi, che al partito moderato si presenta la necessità della ricerca di un sostegno democratico; ed è evidente il significato, in tal senso, dello sforzo compiuto da Cavour per giungere, più che a un accordo di tipo tradizionale con il Papato, ad una vera e propria inserzione organica della Chiesa entro il quadro modernamente autonomistico di un sistema di generali libertà. Ma i tentativi di collegare direttamente, sulla base di un medesimo diritto comune, il nuovo Stato liberale e il mondo cattolico, al fine di superare l’insufficienza di cui si è discorso, non possono non fallire: e non tanto di fronte alla Curia, allora inevitabilmente in una posizione di intransigente difesa dello statu quo, quanto per la stessa inconciliabilità di fondo tra l’assetto borghese e il cattolicesimo.
Muore Camillo di Cavour, quasi spezzato dalla sua impresa gigantesca e necessariamente contraddittoria, e la politica italiana imbocca, così, una strada di sempre più stretta conservazione.
La rendita e l’esperimento conservatore
L’assetto sociale si configura, di conseguenza, in una concentrazione esasperata, anche geografica, delle forme moderne della produzione; concentrazione che, a sua volta, è causa di un massimo di permanenza e di diffusione delle forme economiche preborghesi.
Un insufficiente sviluppo produttivo deriva da questo assetto sociale, oppresso dal gravoso peso delle rendite.
Questa situazione strutturale contagia la nazione, la cui vita economica, culturale, politica risulta umiliata da un male, che come Cavour non poté vincere, allorché ne avvertì la presenza, così non seppero, nonché sanare, contenere un Cairoli o un De Pretis, quando vollero tentarne il supermento, sulla base dell’allargarsi trasformistico della gestione del potere a tutti i ceti e i gruppi sociali, che avevano in qualche modo partecipato, se non alla condotta, almeno al successo della rivoluzione risorgimentale.
Lo stesso Giolitti denuncerà chiaramente il limite del suo esperimento sostanzialmente riformistico, e, in pratica, risulterà battuto e liquidato, non appena si troverà di fronte alla dispiegata presenza dei due problemi, che, diversi fra loro, ma simili rispetto allo Stato liberale, il Risorgimento aveva lasciato in eredità: quello contadino-cattolico e quello, ancor più decisivo e urgente, proletario-marxista.
In realtà, la democrazia, in Italia, - e unicamente nel nostro paese – si andrà trasformando e si organizzerà in netta opposizione allo Stato borghese, allo Stato posto in essere dal partito moderato e cavourriano, e si verrà edificando su base cattolico-contadina e proletario-marxista.
La politica, dunque, dei Cavour come dei Minghetti, dei Ricasoli come dei Farini e dello stesso Rattazzi (in definitiva comune perché fondata sul liberal-liberismo) se poté essa sola vincere l’opposizione della Chiesa romana alla fondazione dello Stato nazionale; se poté promuovere la trasformazione in senso borghese della società italiana (che fu dotata di un minimo di attrezzatura civile e di istituti indispensabili all’esercizio di una moderna attività economica, e che fu affrancata dalle più oppressive forme giuridiche e proprietarie di tipo feudale), non permise tuttavia una partecipazione nazionale, e quindi democratica, al moto rivoluzionario.
Qual meraviglia, allora, se la ricerca di un qualsivoglia equilibrio si fece, mano a mano, sempre più necessaria? Qual meraviglia se essa venne metodicamente tentata e perseguita in un senso di secca e immobile conservazione, fino a sboccare con lo stesso Giolitti prima – ma poi in forme ben più nette, esplicite e logicamente compiute con il fascismo – nel tentativo di costituire un fronte sulla base dei vari tipi di rendita?
Solo così, infatti, si poteva dar vita a uno schieramento che avesse in sé forza sufficiente a conservare lo Stato e a tollerare, o almeno a padroneggiare e comprimere in forme coatte, la democrazia, ormai politicamente e ostilmente presente nella società nazionale. Questo blocco politico-sociale, che accompagnerà lo Stato italiano fino al 1944, dovrà tra l’altro necessariamente alimentare un gruppo sociale retrivo, forte per numero, costituito in prevalenza dalle forme preborghesi di rendita, e in minor misura da alcune fra quelle borghesi, che, in definitiva, sono alle prime economicamente assimilabili.
Processo di formazione del ceto medio
Tale formazione sociale, condannata a un asfittico destino economico e politico, perché non organicamente legata agli aspetti vitali e ai momenti decisivi del processo di costruzione dello Stato risorgimentale, e perché priva della potenzialità statuale propria alle masse contadine e soprattutto al proletariato, è quella appunto che assume il nome di ceto medio italiano.
Così, attraverso la descrizione, ovviamente sommaria, di alcune particolarità del modo in cui s’è andato formando il nostro Stato unitario, siamo giunti, per naturale conseguenza, ad una riconferma di quella concezione del medio ceto, che può nascere, e in effetti discende, da un esame dell’evoluzione dell’assetto capitalistico della società, visto generalmente in sé e fuori da ogni peculiarità nazionale o, comunque, propriamente storica. In questa sede, infatti, gli strati intermedi appaiono, in linea essenziale, come il necessario residuato di forme proprietarie e produttive, che sono caratteristiche dell’assetto preborghese, e che la nuova classe rivoluzionaria non riesce a liquidare e a risolvere nel proprio contesto, perché è vano, in ultima analisi, il suo tentativo di ridurre a se medesima, a propria immagine e somiglianza, l’intiero sistema sociale. Ed essi si appalesano, altresì, in linea subordinata, come l’effetto evidente dell’inanità di un simile sforzo.
In realtà, nella misura in cui la classe capitalistica non perviene a ricondurre a se stessa, ai suoi modi, alle sue forme, l’intiera società, la borghesia medesima finisce inevitabilmente per decomporsi e per disunirsi.
Si restringe allora, e necessariamente, lo spazio del suo sviluppo ed essa può proseguire il suo cammino, può dispiegarsi fino in fondo nella sua evoluzione, solo attraverso delle punte, delle avanguardie, lasciando lungo il cammino, rinchiusi in forme tecnicamente e giuridicamente anacronistiche, elementi sempre più numerosi della sua stessa compagine.
Al processo generale di formazione del medio ceto, la storia italiana ha aggiunto di suo – e ne abbiamo visto le ragioni – un asfitticità più grave, un minimo di respiro democratico.
Perciò il nostro medio ceto si è trovato, di fatto, fino alla sconfitta del fascismo, a vivere semplicemente a ricasco della conservazione di forme arretrate e antidemocratiche della vita politica e sociale; e mentre, come è ovvio, ne ha sopportato il peso, nell’atto stesso se ne è alimentato.
(continua)