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E’ LECITO GIUDICARE GLI EVENTI STORICI?
(Da uno studio di Vittorio Tranquilli)

INTRODUZIONE

Negli aggiornamenti di giugno 2008 di questo sito web – e precisamente nell’articolo:"Rinunziare alla sinistra o ricostruirla dalle fondamenta" - abbiamo sostenuto la necessità, per una elaborazione teorica utile alla costituzione di una sinistra nel periodo attuale, di riprendere in linea di principio il termine rivoluzione, in quanto fondato su un giudizio negativo dell’assetto sociale vigente. Ciò presuppone ovviamente una risposta affermativa alla domanda se sia lecito, appunto, giudicare gli eventi e le situazioni storiche, dal punto di vista della loro rispondenza, o meno, alle esigenze e ai valori essenziali della vita umana.

Trascriviamo in proposito alcune pagine (441-444) del libro Il concetto di lavoro da Aristotele a Calvino (Ricciardi, Milano 1979), che raccoglie una serie di saggi scritti dal curatore di questo sito sulla “Rivista Trimestrale” e sui successivi “Quaderni”, in accordo e sotto la guida di Franco Rodano. In queste pagine si parla della liceità di giudicare eventi passati; crediamo però che quanto ivi è detto possa valere anche nei riguardi delle tendenze della storia presente, nei limiti di quanto si riesce a (e ci si sforza doverosamente di) capirne Poiché le due note contengono precisazioni e ulteriori spiegazioni di quanto sostenuto nel testo, le riportiamo intercalate ad esso anziché in fondo o a piè di pagina.

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[…] Sottoporre a valutazione di merito, che evidentemente può essere positiva ma anche negativa (sia pure, rispettivamente, con ogni debita riserva o concessione), il concreto corso imboccato dalla storia in questa o quella sua fase cruciale, può suonare stridente a moderne orecchie storicistiche: può insomma essere considerata – da chi sia abituato a ritenere che nei riguardi degli eventi passati ci si possa solo proporre di descrivere e d’intendere, di giustificare insomma, e non anche di giudicare – come un’indebita e assurda pretesa d’intentare processi alla storia.

Il punto è questo: che cosa significa avere della storia – e quindi di noi stessi, quali la storia ci ha formati, con il patrimonio ma anche con i problemi che ci ha lasciato in eredità – una consapevolezza realmente critica? Quale atteggiamento, cioè, bisogna assumere e da quali presupposti occorre muovere per poter aspirare a una simile consapevolezza?

E‘ noto, al riguardo, l’atteggiamento dello storicismo. Dopo l’analisi e le meditazioni del moderno storicismo italiano, è invalso l’uso di vedere la scaturigine filosofica della posizione storicistica nella formula vichiana dell’identità del verum con il factum. Ma mentre Vico – a nostro parere – intendeva sostenere semplicemente che il factum, ciò che di fatto è avvenuto per opera dell’uomo, è l’unico oggetto di conoscenza certa da parte dell’uomo stesso, lo storicismo perviene a uno sbocco ben diverso. In altre parole, e se vogliamo continuare a far uso della terminologia del Vico, dobbiamo allora dire che, precisamente, lo storicismo afferma – in definitiva ontologizzando la suddetta identità vichiana – che il factum è sempre verum (come il verum è sempre factum), muovendosi così nel senso che la storia data, la storia quale di fatto si è venuta e si viene svolgendo, è stata ed è la sola storia possibile. Con ragione questo atteggiamento è stato tacciato di conservatorismo: esso obbliga invero l’analisi storiografica a limitarsi sempre, per principio, a riconoscere e a giustificare il passato e il presente, senza quindi offrire – nonché armi adeguate – il minimo appiglio teoretico a un tipo di riflessione che nasca dall’esigenza di soggettivi interventi diretti a modificazioni rivoluzionarie.

Ora, nemmeno la posizione di Marx, che pur fonda l’unico concetto di rivoluzione a tutt’ oggi disponibile, ci sembra esente da un sostanziale limite storicistico. Nel tentativo di “sciogliere l’enigma della storia”, cioè di tracciare – liquidando le precedenti posizioni di socialismo utopico e irrazionalistico – un criterio capace di fornire una spiegazione razionale del processo storico (onde al tempo medesimo configurare razionalmente, “scientificamente”, la prospettiva del superamento rivoluzionario di tale processo), Marx, sulle orme di Hegel, vede infatti la storia quale esplicazione di una legge posta come necessaria, e precisamente della dialettica, che in lui diviene dialettica tra le “forze produttive” e i “rapporti di produzione”. Certo, Marx supera in tal modo (come del resto ogni pensatore storicista) la posizione metafisicistica secondo cui lo svolgimento storico, per poter essere giudicato corretto, dovrebbe corrispondere a una qualche legge astrattamente etica; ma anch’egli può evitare le insipide presunzioni del moralismo solo enunciando una legge che giustifica lo svolgimento storico dato, poiché consente di affermare che esso, nelle sue grandi linee, non avrebbe potuto essere diverso da come è stato di fatto. E in realtà, i fondamentali aspetti distorti e disumani della storia data – l’alienazione, lo sfruttamento – sono riscattati in tal modo come momenti obbligati di quel processo dialettico che realizza alla fine, ma soltanto alla fine, l’epifania dell’uomo, la conquista da parte di questo della propria essenza, liquidando allora, ma soltanto allora, sfruttamento e alienazione.

Di qui l’ambiguità della posizione marxiana circa i tempi e i modi del salto rivoluzionario che il proletariato è chiamato a compiere concretamente. In effetti, Marx ha dato adito all’interpretazione letterale, propria della socialdemocrazia, secondo cui il proletariato dovrebbe attendere, per poter procedere alla finale stretta rivoluzionaria (al “rovesciamento della prassi”), che giunga a una non mai concretamente ben ravvisabile “maturazione compiuta” l’ultimo atto – quello capitalistico – del processo dialettico della storia. In vittoriosa polemica con tale pedissequa ma non infondata interpretazione, di cui nella Russia del 1917 si fecero rappresentati i menscevichi, si è affermata, come è ben noto, quella di Lenin, sulla quale si basa il movimento comunista mondiale, e secondo cui la classe proletaria deve invece farsi promotrice di un intervento teso a superare il capitalismo non appena se ne diano, in ciascun paese, le condizioni politiche (e quindi anche quelle di una certa crisi strutturale del capitalismo stesso); sicché lasciarsi sfuggire l’opportunità di un simile intervento risolutore significa in definitiva, per Lenin, abbandonare a se medesimo un processo capitalistico il quale, giunto ormai alle sue estreme contraddizioni “imperialistiche”, non può non coinvolgere l’intera umanità nella propria logica catastrofica.

Non presumiamo certo di stabilire qui i principi e i criteri secondo cui definire e risolvere il problema, indubbiamente reale, del giudizio sulla correttezza o meno dello sviluppo storico. Ci sia però consentito di affermare soltanto che la critica storiografica, per essere realmente tale, cioè realmente critica, deve ad ogni modo riconoscere la questione – oggi del tutto in ombra – dell’eventualità, se non altro, che nel concreto svolgimento della storia si annidino anche l’insufficienza e l’errore da parte degli uomini: la questione insomma che la storia sarebbe potuta andare diversamente da come è andata. In altre e più esatte parole, intendiamo dire che la critica storiografica non può e non deve escludere a priori la possibilità dell’esistenza, soprattutto in determinati momenti storici cruciali, di condizioni obiettive capaci di consentire soluzioni più adeguate di quelle effettivamente raggiunte; soluzioni che sono invece rimaste allo stato potenziale, allo stato di occasioni perdute, a causa di un’insufficiente consapevolezza, da parte degli uomini, delle predette condizioni obiettive e del modo di trarne profitto: ossia a causa di precise deficienze soggettive e culturali.

In realtà, una volta assunto un simile atteggiamento, la storia, assieme quindi alla situazione cui essa ha dato luogo nel presente, si presta a essere effettivamente giudicata: ed eventualmente, dunque, a essere oggetto di un intervento rivoluzionario finalmente uscito dalle secche e dai fatalismi dovuti a un qualsivoglia limite meccanicistico.

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