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Premessa...

Siamo alla sesta e ultima puntata della nostra trascrizione dello studio di Giuliana Gioggi su Qualunquismo e ceto medio. Quanto segue è ripreso dal “Dibattito Politico” del 13 e del 20 febbraio 1956. Riguarda la parabola discendente del movimento dell’ “Uomo Qualunque” e la sua ingloriosa fine.


Giuliana Gioggi:
L’ “UOMO QUALUNQUE” – VI

11- La parabola discendente

Guglielmo Giannini, in quel dicembre 1946, aveva intenzioni ben diverse da quella di menar le mani.
Sorpreso dal successo elettorale del 10 novembre, stupito e oltremodo lusingato – da vero parvenu della politica – del nuovo atteggiamento assunto ormai da tutti i partiti antifasisti nei suoi confronti, lungi dall’intendere che le altre forze politiche lo adoperavano quale semplice carta da giocare per vincere la loro partita, egli sempre più presume, fino a convincersene seriamente, che il Fronte dell’Uomo Qualunque ha ormai assunto un ruolo decisivo nella vita pubblica italiana.
I suoi già vaghi disegni politici si possono ormai precisare in alcuni obiettivi fondamentali: meritare, innanzitutto, una più salda stima presso i partiti antifascisti; presentare, con maggior chiarezza, il movimento qualunquista quale partito dei ceti medi; operare in modo da ottenere finalmente una formazione ministeriale capace di preparare l’avvento di un governo di “tecnici”.
La prima operazione che il leader qualunquista si accinge, allora, ad eseguire non può non essere quella di epurare il “Fronte” da quel nucleo non irrilevante di fascisti irriducibili, che vi era penetrato sull’ondata delle discriminazioni antifasciste del ’44 e del ’45.

Contro i fascisti

Preservare il qualunquismo, anche formalmente, da eventuali, ulteriori accuse di essere, in definitiva, un’organizzazione politica neofascista, diviene, in questa fase, l’obiettivo massimo di Guglielmo Giannini. Così, il 14 dicembre ’46, nel corso di un’assemblea dei rappresentanti delle unioni regionali, dei centri provinciali e del gruppo parlamentare, viene deciso di modificare il nome del movimento in quello di Fronte Liberale Democratico dell’Uomo Qualunque, onde il nome stesso indicasse la “natura antitotalitaria” del movimento.
La deliberazione – come venne dimostrato e chiarito quasi subito dagli avvenimenti – era di singolare importanza, e non solo nei confronti dei rapporti con il passato regime e con le sue derivazioni neofascistiche. In realtà, operando solennemente quell’opzione, il qualunquismo lasciava e abbandonava per sempre la sua originaria e indiscriminata indeterminatezza e non solo entrava a vele spiegate nella politica, ma diventava partito tra gli altri partiti. La scelta dell’antifascismo aveva soprattutto quest’ultimo significato, anche perché veniva compiuta sotto il segno di una determinata corrente, quella liberale e liberistica. In tal senso, ricollegandosi al passato e quasi rientrandovi, il qualunquismo veniva a perdere uno dei suoi aspetti essenziali: quello della novità; e cessava, quindi, di essere, in senso proprio, la formazione politica di un ceto medio desideroso di rompere con quanto gli ricordava decenni di subordinazione e di stasi.
Possiamo quindi datare la crisi del movimento di Giannini proprio da tale avvenimento: da allora non farà che sfaldarsi e dissolversi progressivamente, anche se la prima corrente a ribellarsi fu ovviamente l’ala fascista del Fronte.
La protesta aperta offrì il destro a Giannini di espellere Emilio Patrissi e i suoi seguaci fascistici.
E tuttavia nelle ragioni stesse del provvedimento disciplinare, quali vengono esposte, con estrema esplicitezza, dal leader qualunquista alla Giunta esecutiva, si può scorgere chiaramente che la battaglia impegnata non è soltanto quella con i neofascisti; una serie di posizioni e soprattutto di sentimenti, caratteristici della mentalità disgregata del ceto medio, vengono colpiti, e duramente, di fronte.
«Emilio Patrissi – così si esprime Giannini – eletto deputato, assunse un atteggiamento di netto contrasto con le direttive generali del Fronte. I giornali neofascisti, isteronazionalisti, legittimisti, incominciarono ad esaltarlo come il loro campione: talché si andò accreditando sempre più, e disgraziatamente senza che mai intervenisse una qualsiasi chiarificazione da parte di Patrissi, la voce che il qualunquismo contenesse neofascismo, isteronazionalismo e legittimismo, ai quali era ed è irriducibilmente contrario. Ma l’aspetto più singolare di questo equivoco politico è che effettivamente nel Fronte non esistono le conclamate aliquote neofasciste… poiché i seguaci di quelle tendenze si sono raggruppati intorno a giornali e movimenti ormai pubblicantisi e agenti alla luce del sole…».

Dall’agitazione alla politica

In ogni caso bisognava ormai andare avanti sulla strada della formazione e dell’enucleazione di un partito politico vero e proprio, bisognava gettarsi nella politica, nelle sue manovre complesse e difficili, entro quegli intricati, storici rapporti di forza che caratterizzano la situazione italiana, e che sono sempre stati e rimangono un segreto da iniziati, sia per Giannini che per il medio ceto nel suo complesso.
Nella fase tra il dicembre ’46 ed il maggio ’47, Giannini non può più preoccuparsi soltanto di mantenere, nella misura del possibile, unito il suo movimento malgrado la secessione fascista; non può limitarsi ad intensificare l’opposizione al governo tripartito o a precisare il suo programma ideologico. Si tratta di ben altro; si tratta di passare dall’agitazione alla politica vera e propria.
Così l’attività del leader qualunquistico diviene, in quei mesi, intensissima. Egli appare quasi posseduto dalla convinzione che, se pure le difficoltà da superare permangono numerose e non certo lievi, quel periodo può decidere, e favorevolmente, le sorti del suo movimento politico.
Lo svolgersi degli avvenimenti dovette, del resto, far presumere a Giannini d’essere ormai prossimo ad afferrare saldamente, e sia pure insieme ad altri partiti, la verga del potere.
Invece, per la singolare contraddizione in cui, come si è detto, il qualunquismo si dibatteva, furono proprio le vicende politiche di quei mesi a preparare il declino definitivo del Fronte.
Maturarono, difatti, allora, le condizioni che sospinsero la Democrazia cristiana a superare gli scrupoli, le preoccupazioni, le perplessità, che l’avevano trattenuta dall’adottare la politica sollecitata dagli avversari del Tripartito.

Verso la rottura

Continuare per una via che era, sul piano dell’ordinamento giuridico, proprietario e della vita economica, di mera conservazione democratica e antifascista, non era in realtà più possibile. Lungo una simile strada non si poteva più governare il paese, e le questioni sociali e finanziarie che restavano insolute, apparivano, di giorno in giorno, più evidenti e si facevano più angosciose, velando di un’ombra fitta la grande opera politica e di edificazione costituzionale, che, malgrado tutto, veniva svolta dal Tripartito. La situazione economica (sempre più preoccupante per l’espandersi minaccioso del processo inflattivo) e la delicata situazione internazionale dell’Italia, la cui assemblea parlamentare era ormai alla vigilia della discussione sulla ratifica del trattato di pace, consentivano alle destre di reclamare, con accenti vigorosi, o comunque non privi di demagogica efficacia, un governo “omogeneo”, forte, capace di dar fiducia agli italiani e a quegli Stati e a quei popoli, che venivano già assumendo il nome di “occidentali”.
L’argomento che con più energia veniva adoperato, rimaneva però, senza dubbio, quella questione monetaria e finanziaria, che il processo inflattivo rendeva drammatica.
La stessa esclusione delle sinistre dal governo veniva essenzialmente richiesta e rappresentata quale mezzo sicuro per risolvere il problema dell’inflazione.
Una siffatta operazione politica – si sosteneva da parte degli avversari del Tripartito – avrebbe consigliato l’organizzazione sindacale unitaria e, in generale, la popolazione a maggior cautela nel sollecitare interventi intesi a soddisfare le esigenze sociali e del consumo, e nello stesso tempo avrebbe rassicurato i gruppi interessati al mantenersi dello stato tradizionale della proprietà, sì da convincerli e sospingerli, finalmente, a contribuire ad alleviare il governo dall’onere dell’attività di ricostruzione. Ora, solo l’incontro di ambedue queste circostanze avrebbe, così si sosteneva, favorito il rifluire dell’inflazione.
Ma tale argomentazione non poteva riuscir convincente per il partito cattolico; soprattutto non lo poteva condurre ad operare la svolta politica che gli veniva richiesta. A veder bene, anzi, forniva alla Democrazia cristiana un nuovo motivo di preoccupazione, che andava ad aggiungersi agli altri di cui già si è discorso.
L’indirizzo di politica economica, invero, suggerito dalle destre, avrebbe potuto essere utilmente posto in atto solo nell’assurda ipotesi di un totale ripristino dello Stato liberale. Ora, l’ingresso nella vita nazionale delle forze della democrazia non era ormai un fatto definitivo nella storia d’Italia e, di conseguenza, una politica economica di tipo classicamente conservatore, non era forse del tutto inattuabile? In ogni caso, non poteva certo essere adottata da un partito politico a larga base democratica.
Prigioniero di questa sorta di dilemma rimase a lungo l’on. De Gasperi, e prigioniero ne rimase il suo partito. Né il qualunquismo poteva fornire in tal senso alcun aiuto, sia perché le sue posizioni si confondevano e si dissolvevano politicamente con quelle, in generale, della destra, sia perché il suo liberismo tumultuoso e anarcoide non garantiva a sufficienza della serietà e della validità delle sue proclamazioni anti-inflazionistiche.

La concorrenza di Saragat

Se, dunque, il Tripartito giunse alla rottura, il “merito” o la “colpa” non vanno al qualunquismo. Legato per molteplici ragioni alle condizioni stesse poste in atto dall’alleanza tra cattolici e comunisti, esso non era né poteva essere da tanto. Al massimo, in mano alle gerarchie ecclesiastiche, poteva venir giocato efficacemente come pungolo e come ricatto verso il partito cattolico; e però, a veder bene, la fine dell’esperimento tripartito, intervenendo di necessità indipendentemente da ogni diretto rapporto col qualunquismo, avrebbe segnato anche l’esaurimento delle fortune e della funzione politica di quest’ultimo.
Altri avvenimenti, dunque, intervennero a far superare gli indugi alla Democrazia cristiana. E precisamente la scissione del partito socialista, avvenuta nel gennaio del ’47, e le garanzie di aiuto economico date dal governo americano all’on. De Gasperi.
La scissione socialista, realizzata dall’on. Saragat, non solo quietava, nel partito cattolico, la preoccupazione di non poter contare, una volta abbandonata la formula del Tripartito, su una forza laica non dichiaratamente reazionaria da far valere in casi di eventuali, pesanti pretese della Curia romana; non solo veniva a fornire l’auspicata e indispensabile “copertura a sinistra”, ma, in concreto, rendeva anche meno temibile la sicura protesta, l’esasperata esigenza di rivincita della parte di popolo organizzata e diretta dai partiti di sinistra.
L’aiuto economico del governo americano, invece, rappresentava essenzialmente per la Democrazia cristiana la sicurezza di poter soddisfare, in una certa misura, attraverso un intervento esterno al sistema, le istanze sociali della popolazione, e di poter quindi adottare nel tempo stesso, senza soverchia preoccupazione, una politica economica di tipo liberale, classicamente e rigidamente deflattiva, e che consentisse perciò d’arginare l’inflazione escludendo il ricorso a misure di tipo rivoluzionario, e ricorrendo, invece, alla compressione dei consumi e al “ridimensionamento” dell’attività produttiva, soprattutto nel settore industriale.

12 – La fase conclusiva

Nel maggio del ’47, dopo la scissione saragattiana, l’onorevole De Gasperi era in grado di porre in atto quel grave gesto politico, profondamente lesivo, in prospettiva, dei reali interessi del paese, che fu la rottura del Tripartito.
E il 9 giugno del mese seguente, il leader cattolico, a nome di un governo composto di democratici cristiani e, in qualità di “tecnici”, dagli onorevoli Einaudi e Merzagora e dal prof. Del Vecchio, chiedeva la fiducia all’Assemblea costituente.
Il gioco si era dunque svolto al di sopra delle teste dei qualunquisti. Tutti gli elementi decisivi della complessa manovra ne prescindevano; e si andava ormai delineando una situazione, in cui il movimento di Giannini sempre meno avrebbe contato: la situazione che avrebbe avuto il suo sbocco naturale nel trionfo democristiano del 18 di aprile.
Rimaneva, tuttavia, nelle mani del fortunoso e fortunato pubblicista partenopeo un’ultima carta: al momento della rottura del Tripartito, di fronte al nuovo e malfermo governo De Gasperi, quando gli onorevoli Saragat e Pacciardi non potevano ancora assumere un’esplicita posizione di appoggio, l’atteggiamento del gruppo parlamentare del Fronte dell’Uomo Qualunque era decisivo.
Un eventuale suo voto contrario avrebbe provocato la crisi del governo. Bisognava, quindi, farsi pagare immediatamente il servizio e trarre tutti gli utili dalla favorevole e irripetibile situazione in cui ci si veniva a trovare.

Degli “ascari” qualunque

Ma Guglielmo Giannini, con singolare e imperdonabile ingenuità, si limitò a vedere e a decantare, in quella combinazione governativa, il realizzarsi del suo proprio ideale. Non si trattava di un governo che si giovava dell’aiuto di “tecnici”? Non concludeva, forse, il periodo di quella che egli chiamava “la partitocrazia”? Soprattutto non si rivelava alfine chiaro che le sorti del governo erano parlamentarmente nelle mani del qualunquismo? E ciò non significava anche che, nella formazione del prossimo governo, al partito di Giannini sarebbe toccato in sorte un ruolo decisivo? L’on. De Gasperi ottenne, quindi, senza condizioni, il voto favorevole del gruppo parlamentare del Fronte.
Ma questo voto sembrò evocare l’antica maledizione che ha sempre pesato sul politicantismo e sul clientelismo meridionale. Giannini aveva un bell’intonare, di fronte all’esclusione delle sinistre dal governo, il peana del trionfo: il suo gruppo parlamentare, in conformità d’altro canto con la natura e le vocazioni profonde dei suoi componenti, aveva, infatti, assunto ormai la vecchia posizione degli ascari giolittiani, ricacciando così il ceto medio verso quella posizione subordinata, da cui tempestosamente era uscito attraverso il cataclisma della guerra.
Secondo la legge di quella contraddizione fondamentale che abbiamo cercato, in altre pagine, di definire, il qualunquismo si svuotava, dunque, di ogni senso politico, non appena poteva ritenere di aver raggiunto il suo principale obiettivo. Poco poteva importare, allora, che il leader qualunquista, accorgendosi finalmente della delicatezza della sua situazione, venisse meditando la sua rivincita e intendesse giocare fino in fondo tutte le sue carte. Poco poteva importare che il disegno fosse ormai ben definito nella sua mente, e che egli si proponesse di rovesciare il governo monocolore, non appena se ne fosse presentata l’occasione, per pretendere, quindi, una nuova combinazione costituita da democratici cristiani e da qualunquisti. Tali disegni non potevano ormai essere che delle velleità.

Un tradimento inevitabile

Il 2 ottobre, intervenendo nella discussione intorno alle mozioni sui risultati della politica generale del governo, il leader qualunquista pronunciò un discorso di opposizione; ma il gruppo parlamentare non intese seguire Giannini nella rischiosa politica che gli proponeva, ritenendo ben più vantaggioso limitarsi ad essere una semplice forza di sostegno del partito cattolico. E il voto favorevole del gruppo qualunquista al governo del 9 giugno evitò che si riaprisse la crisi.
La delusione di Giannini fu profonda. Era ormai consapevole che una occasione simile a quella che non era stata colta non avrebbe più potuto presentarsi. E la sua amarezza trapela da ogni parola dell’articolo che, a commento di quei fatti, scrisse il 5 novembre su L’Uomo Qualunque.
«…Benché fosse stato deciso d’accordo con Selvaggi – ricorda dunque Giannini – di votare contro il governo De Gasperi e benché tale accordo si fosse talmente precisato da stabilire persino quali nostri amici deputati avrebbero dovuto essere designati a far parte del nuovo governo che sarebbe risultato dalla crisi da noi provocata, una parte del gruppo parlamentare, manovrata da Selvaggi …votò contro la proposta di rovesciare il governo. Si vociferò, in quell’occasione, dei compensi avuti da Selvaggi; e anche se la voce non avesse avuto o non ha fondamento, il danno per l’onestà cristallina del nostro partito non fu meno grande…. Mi ricordo come siamo entrati nel Parlamento italiano, disprezzati da tutti, da tutti schivati come infetti avanzi di un passato, sul quale era stata pronunziata una condanna allora ritenuta irrevocabile. Avevamo contro tutta la Camera italiana, ivi compreso quell’ampio settore democristiano che allora filava il perfetto amore coi comunisti… Queta situazione è stata capovolta…voi non avete voluto né saputo vedere l’efficacia di una nuova politica che ha staccato il nostro partito da posizioni insostenibili…per portarlo su quella linea del ceto medio popolare giolittiano, che già condusse l’Italia ad altezze che oggi possiamo solo rimpiangere…».

L’arresto dell’inflazione

Ma a che cosa potevano servire recriminazioni, rimproveri, rimpianti? Il proposito di Giannini non poteva ormai non fallire, e il Fronte doveva necessariamente avviarsi a un rapido declino.
La nuova politica dell’on. De Gasperi consentiva difatti l’adozione delle misure economiche consigliate da Luigi Einaudi e sostanziate dal controllo sul credito; misure che, unite alla mutata situazione politica, potevano ottenere ben presto il rifluire dell’attività economica entro quegli argini che erano stati abbattuti dall’ondata democratica.
Si riduceva così lo spazio entro cui, dal 1944 e fino alla rottura del Tripartito, si era andata dispiegando la vita civile, economica, sociale e politica; e il ceto medio si vedeva quindi sfuggire progressivamente quelle condizioni, che gli avevano consentito, per la prima volta nella storia, di disporre di sé.
Quale forza allora poteva rimanere sul serio al qualunquismo, dal momento che cessava di essere omogeneo all’unica sua possibile base sociale? Un rapido declino, una silenziosa scomparsa dalla scena politica: questo era quanto poteva e doveva ancora toccargli in sorte. E nella mentalità subalterna, da fiancheggiatori e da ascari, dei Selvaggi e dei Russo Perez, c’era obiettivamente maggior sapienza politica che non nelle smodate speranze e nelle illusioni megalomani di Guglielmo Giannini.

Il reflusso del ceto medio

Dal 1947, dunque, e in breve tempo, i ceti medi sono stati risospinti ad assumere una posizione socialmente passiva; essa è tuttavia profondamente diversa dalla condizione di subalternità che fu loro propria fino alla sconfitta del fascismo. Si tratta, invero, di una passività che è ben lungi, oggi, dall’essere espressione di una sudditanza organica e permanente e che è ben lungi pertanto dal nascondere o dal contenere un atteggiamento ribellistico o sconsolato e dal permetterne quindi una futura esplosione. E’ piuttosto, a veder bene, uno stato d’attesa.
L’esperienza qualunquista, o meglio l’esperienza di vita autonoma del ceto medio, in ultima analisi e malgrado tutto, ha finito per non essere vana.
Resa possibile dall’avvento della democrazia, ha di certo, se non conquistato, certo accostato stabilmente il ceto medio a tale forma politica, dalla quale però esso attende ancora d’esser pienamente compreso.
E se il ripristino delle condizioni politico-sociali degli anni tra il 1944 e il 1947 è illusorio; se disperata è quindi l’ambizione di quella non estesa parte del ceto medio che forse è ancora ansiosa di veder sorgere una nuova formazione politica capace di divenire il suo partito in maniera esclusiva ed intiera, è certo invece che è del tutto possibile porre in essere condizioni che soddisfino l’esigenza, già implicitamente espressa dal ceto medio, di un rinnovamento profondo dello Stato italiano. Questa è una fondata speranza.
L’esclusione dei partiti di sinistra dal governo non ha certo prodotto un ritorno al potere del blocco borghese-aristocratico, anche se, a seguito di quell’operazione politica, la vita democratica si è andata impoverendo. Lo Stato sorto dalle rovine del liberalismo e del fascismo, ha pur sempre alla sua base, quali forze insostituibili, il proletariato e le masse contadine.

Possibile ripresa

La via che conduce al rinnovamento della società italiana non è, dunque, definitivamente sbarrata.
Gli ostacoli posti lungo quella strada non sono insuperabili, se pure a rimuoverli è necessaria una non lieve fatica, il cui prevalente onere, per decisione della storia, di certo ricade sule forze politiche che esprimono e che interpretano le istanze del proletariato.
E torna allora alla mente quanto, in altra pagina, ci è accaduto di dire: un profondo rinnovamento dei rapporti di proprietà sarebbe stato possibile in quegli anni di rivoluzione politica, qualora si fosse stabilita una piena alleanza tra le forze cattoliche e quelle marxiste.
V’è allora da supporre che alle correnti politiche interessate, dal vertice alla base, alla rivoluzione, spetti, oggi più di ieri, un compito primario e fondamentale. Spetti cioè di trarre tutte le conseguenze dal fatto che l’esistenza di un grande partito cattolico (il quale trova forza soprattutto dal suo atteggiarsi a corporazione posta a vigile difesa dei sentimenti religiosi) rivela la presenza nella gente italiana di esigenze non solo religiose, ma, in generale, spirituali, che da nessuno forse sono state finora pienamente intese, sebbene siano altrettanto irreprimibili di quanto lo sia l’aspirazione ad una vita sociale libera e degna. E nell’intendere politicamente quelle esigenze sta, con ogni probabilità, il significato reale di quella che comunemente viene chiamata «l’alleanza tra le forze cattoliche e le forse di ispirazione marxista».

FINE

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