Torna alla sezione >>

Premessa...

In questa terza e ultima puntata è trascritta la parte del “Bignamini di storia contemporanea” riguardante le presidenze di Alessandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi.


Giaime Rodano:
“Bignamini” di storia contemporanea
L’ITALIA (E IL MONDO) NELL’ETA’ REPUBLICANA (1946-2006)
(terza puntata)

Alessandro Pertini
Presidente della Repubblica

(9 luglio 1978 - 23 giugno 1985)

Il principio della fine

Il settennato di Alessandro Pertini venne caratterizzato sulla scena internazionale dal tramonto di un’epoca: l’epoca del bipolarismo. Non fu certo un tragico “crepuscolo degli dei”; fu piuttosto una più modesta “cérimonie des adieux”, non priva peraltro di rimpianti e di rancori. In quegli anni si delineava difatti - in termini ormai irreversibili - la fine del disegno che aveva ispirato la grande alleanza di guerra tra Stati Uniti e Unione Sovietica: quello di prefigurare un nuovo governo mondiale, di cui le Nazioni Unite avrebbero dovuto essere al tempo stesso la sede propulsiva e lo strumento di garanzia.
È vero, le grandi speranze fiorite dopo la vittoria sul nazismo avevano subito ben presto la brusca gelata della guerra fredda. Né poi la coesistenza pacifica si era mai davvero tradotta - tranne rari momenti - in una costruttiva distensione. E tuttavia, sia pure a fatica, sia pure non senza contraddizioni anche drammatiche, il rapporto tra le due superpotenze aveva costituito per circa tre decenni il punto di riferimento imprescindibile dell’assetto internazionale. Ora invece, a cavallo degli anni Ottanta, si avviava il principio della fine di quella lunga e non del tutto immeritevole stagione.
Al mutamento di scena concorrevano diversi fattori. In primo luogo, si veniva nei punti alti dello sviluppo radicalmente trasformandosi il quadro sociale. Si entrava cioè nell’era della cosiddetta “mondializzazione”, contraddistinta da una libera circolazione di capitali, beni e servizi che non aveva precedenti nella storia. Il modo di lavorare cambiava profondamente la propria natura, veniva a perdere le sue caratteristiche tradizionali. La società civile si trovava a dover affrontare un passaggio non meno profondo di quello che nel 1700 aveva accompagnato il passaggio dall’economia agricola all’economia industriale. Il ruolo decisivo della rivoluzione informatica e della “robotizzazione” portava difatti a ridurre drasticamente gli spazi offerti a un utilizzo intensivo (e ripetitivo) della forza-lavoro umana, emarginava occupazioni e attività anche secolarmente consolidate, presupponeva nelle mansioni una duttilità nell’approccio e una flessibilità nei cambiamenti assolutamente ignote ad altre età.
A una metamorfosi così incisiva e traumatica della realtà produttiva dei “punti alti” dello sviluppo corrispondeva poi, sul piano socio-politico, la crisi del “compromesso keynesiano” tra le “pure” ragioni dell’economia e le “pratiche” ragioni della società. Era appunto il compromesso che - in buona parte dell’Occidente - aveva sollecitato per più di trent’anni tanto lo sviluppo produttivo quanto la crescita degli spazi democratici e il forte radicamento del “welfare state”. Crisi del modello fordista e ridimensionamento dello “stato sociale” andavano cioè di pari passo, mentre alle tradizionali pratiche dell’intervento dei governi nell’economia si sostituiva - in modi sempre più incisivi - il credo antitetico di un intransigente neoliberismo.
Questo processo vedeva alla sua guida due protagonisti del mondo atlantico. Da un lato dell’oceano, Ronald Reagan per due quadrienni (1980-1988) popolare e indiscusso presidente degli Stati Uniti; dall’altro Margaret Thatcher, per undici anni (1979-1990) autorevole e determinato premier della Gran Bretagna.
Reagan, presentatosi con un programma economico fondato su un pronunciato liberismo, adottò una politica estera di energico confronto sia verso l’Unione Sovietica (ben presto ribattezzata come l’“Impero del male”), sia verso i regimi islamici di Gheddafi in Libia e di Khomeini in Iran. Sul piano interno egli riuscì a rilanciare l’economia americana, che andò incontro tra il 1983 e il 1986 a un vero boom, favorito in primo luogo dai settori industriali legati all’elettronica e alle spese militari. Sul terreno internazionale, anche sulla spinta dell’ansia di rivincita che pervadeva l’opinione pubblica americana dopo la frustrazione del Vietnam, il Presidente USA ingaggiò con il regime sovietico - reso sempre più traballante dalla leadership gerontocratica dei pallidi epigoni di Breznev (Andropov prima, 1982-1984, e poi Chernienko, 1984-1985) un braccio di ferro. Di esso costituirono le carte vincenti l’avveniristico e costosissimo progetto dello SDI (uno scudo stellare elettronico in grado di neutralizzare qualsiasi minaccia nucleare) e il più concreto ed efficace dispiegamento nel vecchio Continente (e soprattutto in Germania) dei cosiddetti euromissili.
Per parte sua, Margaret Thatcher, riportati al governo i conservatori, aveva ben presto avviato una strategia che mirava a ridurre fortemente le consolidate pratiche assistenzialistiche dello “stato sociale”. Perno della politica interna della “lady di ferro” fu l’inflessibile fermezza nei confronti del sindacato. L’aspro confronto con i minatori inglesi costituì il decisivo terreno dello scontro, dal quale il potere delle Trade Unions uscì fortemente ridimensionato. Il prestigio internazionale del premier britannico venne poi ulteriormente rafforzato dall’ondata patriottica determinata dalla breve e vittoriosa guerra (1983) condotta contro l’Argentina per il possesso delle isole Falkland.
In questa fase, in cui il bipolarismo vedeva rapidamente incrinarsi i suoi margini egemonici, potevano affacciarsi sulla scena mondiale nuovi protagonisti, destinati a contare non poco negli avvenimenti degli anni successivi. È il caso, ad esempio, del Cancelliere tedesco Helmut Khol. Nel 1983 aveva ricondotto al governo i cristiano-democratici e si apprestava a essere per un lungo periodo il dominus della Germania occidentale. Egli non solo garantì la solida tenuta dell’economia, ma riuscì a sconfiggere definitivamente il sanguinoso terrorismo politico innescato dalla RAF (la Frazione dell’Armata Rossa).
È pure il caso del socialista François Mitterand che era divenuto nel 1981 il primo presidente socialista della Repubblica francese. Egli aveva dovuto ben presto rinunciare agli iniziali programmi di ampie nazionalizzazioni e di ambiziose riforme sociali per ripiegare su una politica economica che, con le sue misure restrittive, pagava il proprio tributo al revival delle dottrine liberiste. Il che non avrebbe comunque impedito al leader transalpino di mantenersi al potere per circa un decennio. Con il suo stile di governo (fondato su uno spregiudicato terzaforzismo e presto passato alla leggenda come quello di un moderno Machiavelli) egli riuscì a navigare abilmente tra le molteplici contraddizioni di un mondo in trasformazione, perseguendo per la Francia quel ruolo di grandeur che costituiva il retaggio più caratteristico della lunga esperienza del gollismo.
Ma la figura che soprattutto si preparava ad occupare la scena non era quella di un capo politico, bensì di una guida spirituale. Pochi mesi dopo l’elezione di Sandro Pertini, il 16 ottobre 1978 saliva difatti al soglio pontificio il polacco Karol Wojtila. Era dopo molti secoli un papa straniero, il cui regno era destinato a durare ben ventisette anni. Avremo modo nelle schede successive di ritornare sullo spessore religioso e politico della sua gestione della Chiesa e sul ruolo incisivo che egli svolse pure negli affari mondani. Ci limitiamo per ora a ricordare come la sua forte e giovanile personalità carismatica non tardò a imporsi, imprimendo all’intero mondo cattolico una vera e propria sferzata. Alla ricerca del dialogo - tanto insistita e generosa, quanto non di rado impotente - di Paolo VI, Giovanni Paolo II, sfuggito nel 1981 a un gravissimo e misterioso attentato, venne sostituendo una moderna riaffermazione del dictatus papae: la sua sarebbe stata una lunga battaglia su due fronti, indirizzata parimenti contro il comunismo sovietico e il capitalismo opulento. Ne considereremo più avanti le implicazioni e gli esiti. Ma la sua ascesa alla cattedra di Pietro segnalava già da subito che il mondo si apprestava a vivere un passaggio epocale.

La crisi della democrazia consociativa

Anche in Italia gli anni della presidenza di Sandro Pertini costituirono una sorta di significativo spartiacque. Alla crisi del bipolarismo delle due superpotenze mondiali corrispose difatti - con un pendant solo apparentemente singolare - il logoramento prima incipiente, poi via via più pronunciato delle due più forti compagini politiche della penisola: la Democrazia cristiana e il Partito comunista, le due forze appunto che, nella loro concordia discors, avevano dal governo e dall’opposizione sostanzialmente orientato per trent’anni le sorti del nostro paese. Ma la reciproca incapacità di DC e PCI a uscire sino in fondo dal proprio guscio identitario e dalle rispettive tentazioni integraliste apriva di fatto anche in Italia la via alla dissoluzione del quadro politico uscito dal dopoguerra. A differenza di quanto stava avvenendo a livello mondiale, non uno solo ma entrambi i protagonisti della scena si preparavano però ad abbandonare la ribalta.
Anche da noi, insomma, un’epoca si veniva chiudendo, in un clima reso particolarmente plumbeo da una congiuntura economica e finanziaria assai pesante(20) e dal perdurare dell’emergenza del terrorismo(21). Il processo non sarebbe stato brevissimo, si sarebbe prefigurato piuttosto come una lenta lisi che come una crisi traumatica, ma l’epilogo appariva già a metà degli anni Ottanta scritto nei fatti.
Se dovessimo sintetizzare la ragione di fondo che avrebbe portato alla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, l’indice andrebbe appuntato verso un fenomeno politico che prima isterilì e poi addirittura corruppe la vita politica del Paese. Quel fenomeno fu il “consociativismo”.
Abbiamo appena ricordato come la concordia discors di cui furono protagonisti Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti avesse contribuito non poco a consentire la crescita civile di una nazione uscita lacerata dalle esperienze del fascismo e della guerra. Il “nec tecum nec sine te vivere possum” aveva poi continuato a costituire la cifra neppure tanto segreta della strategia dei due maggiori partiti italiani ed era valsa non poco a garantire spazi di democrazia sempre più ampi. Ma con ciò i margini di quella politica si erano ormai consumati; la concordia discors aveva dato tutto quanto era storicamente possibile.
La maturità dei tempi e l’inedita complessità dei problemi avrebbe allora richiesto che Democristiani e Comunisti fossero in grado di incontrarsi in un generoso e audace progetto di rinnovamento delle istituzioni e della società italiane. Nonostante gli sforzi di Enrico Berlinguer e di Aldo Moro così non fu. Ma al tempo medesimo DC e PCI non furono neppure capaci di prefigurare il loro rapporto nei termini di una trasparente assunzione del ruolo di governo e di opposizione secondo il modello dell’alternanza tipico delle grandi democrazie occidentali. Restava è vero la concordia discors, ma oramai come una crisalide vuota. E la politica tendeva sempre di più di risolversi nel patteggiamento di vertice, nell’accordo di potere, nel mutuo scambio di convenienze, nella lottizzazione: appunto nel “consociativismo”.
Il governo di “solidarietà nazionale”, nato sull’onda dell’emozione suscitata dal rapimento di Aldo Moro, fu così una pallida immagine di quello che avrebbe potuto essere il “compromesso storico”, fu anzi del consociativismo la più compiuta epifania. Non può sorprendere che esso si sarebbe rivelato ben presto come una formula morta, capace ancora - interpretando un sentimento diffuso - di respingere la trattativa con le Brigate Rosse, ma non certo in grado di rispondere alle domande sempre più pressanti di un Paese tanto giustamente esigente quanto inevitabilmente frastornato. Combattere sino in fondo il terrorismo avrebbe difatti significato qualcosa di più che fare appello all’unità delle forze democratiche. Avrebbe cioè comportato la capacità di governare i problemi del tutto nuovi che poneva all’ordine del giorno una democrazia ormai largamente consolidata: pronta perciò ad aprirsi agli orizzonti di una società diversa, ma pure ad avvitarsi - se abbandonata a se medesima - nelle spirali dei suoi tanti corporativismi.
È quanto a suo modo colse, con una politica non priva di tratti spregiudicati ma lucidamente perseguita, il nuovo leader dei socialisti italiani Bettino Craxi. Divenuto segretario nel giugno del 1976, egli impresse al suo partito un nuovo corso al cui centro c’era sì la tattica della contrapposizione al PCI e della continua polemica con la DC, ma c’era pure una strategia che coglieva i segni dei tempi. Essa si fondava su un’idea forza: quella, appunto, che per il nostro paese fosse necessaria una inedita “democrazia governante”, capace di aggredire i molti nodi non sciolti della società italiana.
Utilizzando il ruolo determinante che il PSI poteva svolgere in qualsiasi soluzione di governo(22), egli rese il proprio partito arbitro del quadro politico del Paese. La formula politica di quegli anni fu il cosiddetto “pentapartito” formato da democristiani, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali. Non si trattava però di una riedizione allargata del vecchio centro-sinistra, bensì della camera di compensazione al cui interno si giocava la partita della leadership tra laici e cattolici. Attraverso una serie di passaggi la Democrazia Cristiana veniva progressivamente ridotta a essere un “esercito per generali stranieri” (prima nel 1981-1982 il repubblicano Spadolini, poi dal 1983 al 1987 lo stesso Craxi).
Il Partito comunista veniva invece ricondotto nelle trincee di un’opposizione “nobilmente conservatrice”, tanto ferma nella difesa degli assetti istituzionali, politici e sociali della “Prima Repubblica”, quanto sostanzialmente impotente nel prefigurare e condizionare un diverso avvenire(23). L’emozione seguita all’improvvisa morte sul palco di Padova di Enrico Berlinguer (11 giugno 1984), che privava il suo partito di una guida carismatica e prestigiosa, parve restituire per un attimo al PCI lo smalto perduto: i comunisti compivano alle elezioni europee di pochi giorni dopo il loro primo “sorpasso” dei democristiani. Ma era appunto un sussulto galvanico, che non avrebbe avuto seguito. Una folla imponente seguì i funerali di Berlinguer: durante le esequie in piazza S. Giovanni, Nilde Jotti, dal palco delle autorità, ringraziò pubblicamente Pertini, che aveva riaccompagnato a Roma col suo aereo personale il feretro del leader scomparso. Si scatenò un applauso immenso e commovente: parve certo il sigillo della straordinaria popolarità di cui il Presidente aveva goduto durante il suo intero mandato, ma pure il saluto a una storia - quella del più importante partito comunista dell’Occidente - che si avviava verso il proprio crepuscolo.

Francesco Cossiga
Presidente della Repubblica
(3 luglio 1985 - 28 aprile 1992)

L’occasione di un “nuovo inizio”

Durante gli anni del mandato di Francesco Cossiga c’è una data che ha un fortissimo valore emblematico: il 9 novembre 1989. Quel giorno cadeva il muro di Berlino, uno dei simboli più dolorosamente pregnanti della “guerra fredda”. Al di là delle ripercussioni sul contesto tedesco (la Germania si sarebbe ben presto avviata verso la propria difficile riunificazione), quell’evento sembrò configurarsi quasi come una sorta di spartiacque epocale: non caso si parlò per esso di un “secondo Ottantanove”.
In effetti, nelle settimane febbricitanti che precedettero e seguirono l’avvenimento, un’esperienza quasi secolare giungeva al suo capolinea. Come la presa della Bastiglia venne vissuta quale metafora dell’avvio di una nuova era, così, due secoli dopo, la caduta e poi l’abbattimento della barriera berlinese parvero dischiudere le porte a un “nuovo inizio” nelle relazioni internazionali e negli equilibri istituzionali, politici e sociali del nostro pianeta.
La posta in gioco era davvero enorme. Si trattava di cogliere la straordinaria occasione offerta dalla storia per prefigurare tra Occidente e Oriente un nuovo spirito di aperta collaborazione, teso a rispondere positivamente agli inediti dilemmi e ai tanti nodi insoluti di un mondo divenuto sempre più interdipendente. Anche al “secondo Ottantanove” veniva insomma presentato un peculiare “carnet des doléances”(24). Ma le grandi speranze di quei giorni berlinesi si sarebbero tradotte in frutti concreti solo assai parzialmente.
Innanzitutto sarebbe ben presto sparita dalla scena una delle grandi personalità mondiali che aveva con maggiore sensibilità avvertito le urgenze poste dai tempi nuovi(25). Il generoso tentativo dell’ultimo leader sovietico, Mikhail Gorbaciov(26), di riformare - attraverso la perestrojka (rinnovamento) e la glasnost (trasparenza) - il grande coacervo di popoli uscito dalla rivoluzione del 1917 e di aprirlo a una prospettiva di vasta collaborazione globale, si infranse infatti di fronte a un duplice ostacolo.
È vero, sul versante internazionale, egli aveva potuto contare sul successo delle sue missioni all’estero(27), sul vasto favore conquistato presso l’opinione pubblica occidentale, sugli stessi importanti risultati in merito al controllo degli armamenti strategici scaturiti dai suoi summit con Reagan(28) e Bush senior(29). E tuttavia, Gorbaciov non trovò sulle due sponde dell’Atlantico la spalla che gli sarebbe stata indispensabile per provare a vincere la sua difficile scommessa. Le diffidenze consolidate attraverso lunghi decenni furono appena scalfite. L’Occidente incassò quanto poteva incassare, ma parve assistere alla crisi sovietica - aggravata da un’economia ormai quasi in stato comatoso - con malcelata soddisfazione: in ogni caso più come uno spettatore in platea che come uno degli attori interessati al positivo trascendimento di un mondo morente.
All’interno, Gorbaciov dovette invece scontrarsi con l’opposizione dei forti apparati conservatori annidati nel PCUS e con la stessa tiepidezza con cui la società civile russa accoglieva il nuovo corso. Tale opposizione culminò nel golpe dell’agosto 1991. Pur fallito di fronte alla reazione popolare guidata dal presidente della Repubblica russa Eltsin, le conseguenze del colpo di Stato dettero avvio sia alla rapida eclisse di Gorbaciov, sia alla precipitosa crisi e alla incontrollata disgregazione dell’Unione Sovietica. Certo, l’Occidente finì per offrire a Eltsin (come poi avrebbe offerto a Putin) il pieno sostegno che aveva negato a Gorbaciov: la Russia sarebbe stata finalmente ammessa nel gruppo dei G7, i grandi chiamati a governare gli equilibri politici, economici e finanziari del pianeta. Ma era ormai troppo tardi.
Di contro, si affermava il ruolo dominante dello storico partner (e competitore) dell’URSS, gli Stati Uniti d’America, senza però che questi riuscissero a governare con reale egemonia un mondo che appariva ben presto come liberato e sperduto al tempo stesso.
Così, la Jugoslavia si divise in diversi Stati e diventò, a partire dal 1991, il terreno di un conflitto di nazionalità che raggiunse livelli di spietata efferatezza(30). L’invasione del Kuwait compiuta nel 1991 dall’Iraq di Saddam Hussein provocò una risposta militare degli Stati Uniti sotto bandiera ONU. La rapida vittoria americana finì però col determinare un ulteriore vulnus di cui ancora oggi si pagano le tragiche conseguenze(31).
È vero, sul momento parve che almeno uno dei nodi da sempre intricati della questione d’oriente - quello del rapporto tra israeliani e palestinesi - potesse cominciare a essere sciolto. Nel settembre del 1993, grazie alla mediazione del nuovo presidente USA Clinton(32), Rabin e Arafat firmavano un accordo fondato sul reciproco riconoscimento e sull’avvio graduale dell’autogoverno palestinese. Ma esso fu subito messo a dura prova dagli integralismi delle rispettive nazioni: nel 1995 Rabin - divenuto anche premio Nobel per la pace - cadeva vittima di un attentatore della destra ebraica e si riapriva anche da parte palestinese la spirale del terrorismo estremista.
Ma pure altre parti del pianeta erano scosse da fibrillazioni e contrasti. È il caso dell’America latina, in cui la difficile stabilizzazione di giovani democrazie era messa a rischio dalle difficoltà finanziarie: prima fra tutte quella che nel 1991 sconvolse l’Argentina con forti ricadute anche all’esterno. I problemi del sottosviluppo, nonché essere alleviati, si aggravarono per una serie di guerre intestine: a cominciare da quella che nel 1994 portò al genocidio ruandese. Ma la loro mancata soluzione innescava ulteriormente la fuga verso le tentazioni integraliste, da quella dei Talebani in Afghanistan a quella del Fronte di salvezza islamico in Algeria. L’unico vero spiraglio di speranza finirono per rimanere pertanto gli accordi Klerk-Mandela, che portarono nel 1991 al definitivo superamento dell’apartheid nel Sud Africa.
Il vecchio Continente scelse per parte sua di accelerare il processo di allargamento e di unificazione della Comunità. La tappa saliente fu costituita nel 1992 dagli accordi di Maastricht: il loro taglio prevalentemente monetaristico avrebbe portato al successo dell’euro nel 2001, ma avrebbe pure inciso - come vedremo - sia sull’evoluzione delle diverse politiche nazionali, sia sulla difficile gestazione della carta costituzionale europea.
In sostanza, l’incipiente multipolarismo che seguì l’abbattimento del muro di Berlino produsse esiti quanto meno contraddittori. Quasi che gli Stati e i popoli variamente coinvolti faticassero a ritrovare una propria identità e un proprio ruolo; quasi come i figli un po’ smarriti di una coppia già autorevole e a suo modo protettiva, ma giunta poi a una separazione drastica e non consensuale.

Verso la “Seconda Repubblica”

Francesco Cossiga venne eletto Presidente della Repubblica al primo scrutinio e a grandissima maggioranza. Nel clima di quel periodo, corroso ormai dai segnali sempre più evidenti della crisi del sistema politico(33) che era stato costituito dalla Carta costituzionale del 1948, fu un risultato in qualche modo sorprendente. Un risultato che, peraltro, era destinato anche a rivelarsi paradossale. Quella elezione era difatti il tipico esito di una manovra consociativa tra DC e PCI, il cui collante politico era l’intenzione - neppure troppo celata - di contenere il crescente protagonismo craxiano. Ebbene proprio il diretto beneficiario di quell’accordo di stampo ormai invecchiato sarebbe poi stato colui che - nel suo partito e non solo in esso - avrebbe segnalato per primo come un’epoca storica fosse ormai finita e come la democrazia italiana potesse ritrovare slancio e linfa solo attraverso una radicale riforma degli assetti istituzionali del Paese.
Si trattava di un’analisi lucida, condotta da certo punto in poi con toni anche fortemente accesi, che infrangevano un lungo e consolidato galateo. Da qui il mito del “Cossiga picconatore”, un mito da cui il Presidente si fece anche un po’ trascinare. Ma al di là dei vari fantasmi che quelle “esternazioni” suscitarono nei Palazzi, nell’opinione pubblica e nello stesso immaginario popolare, si deve oggi riconoscere come le parole di Cossiga delineassero prospettive e scenari meritevoli di essere quanto meno attentamente meditati. Le tesi cossighiane trovarono in un messaggio al Parlamento(34) il proprio ordito più compiuto e al tempo stesso la più gelida delle fins de non recevoir.
È ormai quasi una vulgata storica che a cavallo degli anni Novanta la politica italiana sia stata caratterizzata essenzialmente dall’alleanza fortemente conflittuale tra due personalità entrambe forti e spigolose: quelle di Ciriaco De Mita e di Bettino Craxi. La metafora della “staffetta” fu non a caso uno dei tormentoni della “politica politicante” di quegli anni. Ma in realtà quella dialettica, che pure imperversava sui media e riempiva titoli e pagine dei giornali, apparteneva a un tempo ormai tramontato. Consumata era l’illusione demitiana di “rinnovare” la DC attraverso l’aggiornamento del popolarismo degasperiano. Altrettanto consunta era però l’ambizione egemonica di Craxi. Certo, il leader socialista si muoveva nel campo delle cose reali quando coglieva i segni della sofferenza delle istituzioni e postulava la necessità di una nuova “democrazia governante”. Egli la prefigurava tuttavia attraverso una rivincita terzaforzista dei socialisti sulle due grandi formazioni, la DC e il PCI appunto, che erano state gli architravi della “prima repubblica”. Avrebbe dovuto esserne lo strumento operativo un’auspicata “onda lunga” dei successi elettorali del PSI. Ma questa rimase appunto sul terreno degli auspici, consegnando Craxi a una infeconda guerriglia che, lungi dal favorire l’indispensabile rinnovamento istituzionale, finì per affogare il PSI nelle inchieste della magistratura e nella bufera di “tangentopoli”.
Certamente più nel cuore delle vere questioni all’ordine del giorno furono invece due leaders, assai diversi per formazione, carattere e visione politica, ma l’uno e l’altro fortemente appassionati e consapevoli dell’ineludibilità del cambiamento: Achille Occhetto e Mario Segni. Quegli anni di fine decennio segnarono non a caso la loro “ora più bella”.
Il primo, da segretario del PCI prima e del PDS poi(35), ebbe il merito storico di condurre con straordinario tempismo i comunisti italiani al di là dell’orizzonte della loro lunga vicenda, senza con ciò operarne un’abiura opportunistica e strumentale. Al contrario, con piglio gorbacioviano, egli prefigurò per il movimento operaio un “nuovo inizio” e una “terza fase”(36) quale base di un “rinnovamento della politica” tanto incisivo quanto indispensabile, sulla scena italiana come su quella internazionale.
Per parte sua, Mario Segni fu dal 1989 al 1991 il principale promotore della stagione referendaria che si concentrò sui temi della preferenza unica, dell’elezione diretta dei Sindaci, della riforma della legge elettorale in chiave maggioritaria. Una stagione destinata a segnare profondamente gli sviluppi degli anni Novanta. E tuttavia sia Occhetto, sia Segni - al di là degli errori che pure commisero - rimasero largamente incompresi: essi pure, come Cossiga, alla fine non furono “profeti in patria". Il che - lo vedremo nella prossima scheda - non sarebbe rimasto senza conseguenze.

Oscar Luigi Scalfaro
Presidente della Repubblica
(28 maggio 1992 - 15 maggio 1999)

Verso il nuovo millennio

La dissoluzione dell’Unione Sovietica segnava di fatto la fine del “secolo breve” e l’inizio di una nuova storia. Oggi possiamo già dirlo: il mondo si trovò impreparato ad affrontare le inedite scadenze che essa veniva imponendo. Il sentimento di entusiastico sollievo con cui era stata salutata la caduta del muro di Berlino era destinato ben presto a trasformarsi in una sensazione di forte disagio, talora di vero e proprio smarrimento.
L’auspicato nuovo ordine mondiale non riusciva a decollare. Al contrario, con ritmi quasi incalzanti, le più diverse parti del pianeta vennero investite nel migliore dei casi da diffuse incertezze e da crescenti fibrillazioni, nel peggiore da scontri bellici cruenti e da vere e proprie tragedie umanitarie. Persino in Europa, dopo quasi mezzo secolo di pace, tornarono il rumore assordante delle armi, le distruzioni di illustri città e di celebri monumenti, persino l’indicibile orrore delle pulizie etniche: si riproduceva un clima che ricordava quello dei primi anni Quaranta; si rinnovavano angosce che parevano esorcizzate per sempre.
La Federazione Russa, sotto la guida di Boris Eltsin, cercò di ereditare almeno in parte il ruolo che era stato dell’URSS. Ma la grave crisi economica e una ricorrente instabilità politica non solo corrodevano la sua compagine interna, sconvolta dalle fughe centrifughe delle diverse repubbliche ex sovietiche, ma sminuivano pure il suo prestigio internazionale e la sua capacità di presa sugli affari del mondo. I tentativi di bruciare le tappe e di avviare - dopo decenni di rigida pianificazione - una strategia di liberalizzazioni e di apertura al mercato si tradussero in una stagione a dir poco caotica. La sofferenza dei molti travolti dalla distruzione dei tradizionali ammortizzatori dello Stato sociale si intrecciava in modo stridente con l’arricchimento rapinoso di pochi, la cui spregiudicatezza - spinta talora sino oltre i confini della malavita - pareva rinnovare i costi e le stesse tragedie dell’accumulazione primitiva del capitale.
La crisi dell’Unione Sovietica innescò a sua volta - con un effetto domino - quella dei suoi tradizionali “satelliti”. Le nazioni già strette nel Patto di Varsavia ritrovavano sì la propria indipendenza e la propria specifica identità nazionale, ma in un quadro politico rapidamente mutevole e spesso contraddittorio in cui al potere si alternavano - senza mai riuscire a radicarsi nei rispettivi paesi - le nuove formazioni liberali e i vecchi partiti comunisti, appena riverniciati nel nome e nei comportamenti(37).
Ma fu soprattutto nella ex Jugoslavia - dopo decenni di pacifica coesistenza (e persino di integrazione) - che il revival nazionalistico si avvitò in una guerra di etnie e di credi religiosi condotta senza esclusione di colpi, in cui la stessa dignità umana venne travolta da istinti spietati, talora addirittura animaleschi. L’intervento internazionale, ora sotto le bandiere dell’ONU, ora sotto quelle delle NATO cercò di alternare alla carota dell’interventismo umanitario e della mediazione politica(38) il bastone della repressione bellica(39). Il risultato alla fine raggiunto fu però quello di una pacificazione forzata dal peso delle armi e, come tale, a esse solo affidata: ancor oggi l’equilibrio della regione balcanica si presenta come un esito instabile, in cui il fuoco a fatica domato continua in realtà a covare sotto la cenere.
Se aspra, quasi caotica era la situazione in Russia e nelle province dell’ex impero sovietico, non si rivelò rosea - almeno agli inizi degli anni Novanta - nemmeno quella degli Stati Uniti, che pure erano diventati l’unica superpotenza mondiale. Nonostante il successo della guerra contro l’Iraq, una congiuntura economica divenuta particolarmente pesante finì per travolgere il presidente repubblicano Bush senior, che venne clamorosamente (e inaspettatamente) sconfitto nelle elezioni del novembre 1992 dal quasi sconosciuto governatore dell’Arkansas, il democratico Clinton. Questi sarebbe stato rieletto in modo quasi trionfale quattro anni dopo, ma la sua presidenza, nonostante la vigorosa ripresa dell’economia e i generosi tentativi di dare un senso progressivo al nuovo ruolo internazionale degli USA, non riuscì a essere mai davvero incisiva, rischiando paradossalmente di passare alla storia più per i vizi privati che per le pubbliche virtù del giovane leader americano. Tra le sue iniziative coronate da un almeno iniziale successo vanno certo ricordate le sue tenaci mediazioni tra Israele e Palestinesi, ma entrambi gli accordi raggiunti (il primo nel 1993, il secondo nel 2000) si rivelarono scritti sull’acqua, regolarmente travolti dalla recrudescenza del terrorismo e da spinte integralistiche sempre più esasperate.
In controtendenza si rivelarono invece gli sviluppi politici in Europa occidentale. Nel cuore del Vecchio Continente - sede per secoli dei nazionalismi più esasperati e dei conflitti più immani - si accentuò difatti la tendenza centripeta. I dodici paesi membri della Comunità(40) accentuarono difatti i ritmi del processo di unificazione: nel febbraio del 1992, nella città olandese di Maastricht, venne siglato un trattato che trasformava la CEE(41) in Unione Europea.
Il trattato prevedeva - a partire dal 1993 e in coincidenza con l’abbattimento di tutte le barriere che ancora ostacolavano la libera circolazione di capitali, beni e servizi in un mercato unico - una serie di interventi tesi ad armonizzare la legislazione in numerose materie, dalle forze armate alla giustizia, dalle politiche sociale alle strategie della formazione e dell’istruzione. Ma l’unico obiettivo che avrebbe avuto modo di concretarsi davvero fu quello dell’istituzione a partire dal 2000 di una moneta unica (l’euro) e di una Banca centrale europea.
Il cambiamento di sigla da CEE a UE non modificava dunque nella sostanza la cifra che aveva - fin dagli inizi della CECA(42) e del MEC(43) - contraddistinto il processo di integrazione: quella appunto di un peso determinante delle istanze dell’economia. Ma questo fatto era tutt’altro che indolore. Esso continuava difatti a dimidiare sostanzialmente le potenzialità di intervento dell’Europa nelle vicende complessive del pianeta e il suo stesso ruolo nei sempre più complessi e travagliati equilibri mondiali.

La fine della “prima Repubblica”

Durante il settennato di Scalfaro abbiamo visto succedersi a Palazzo Chigi sei diversi Presidenti del Consiglio(44) e l’alternarsi in Parlamento di due maggioranze contrapposte. Ma non si verificò mai (né peraltro si sarebbe verificata nel settennato successivo) una soluzione di continuità costituzionale(45). Parlare di seconda Repubblica è allora giuridicamente improprio. Se tuttavia non ci si limita al mero terreno statutario, il discorso cambia decisamente.
In realtà, quando Oscar Luigi Scalfaro uscì dal Quirinale il sistema politico italiano era ormai diverso - e di molto - da quello che egli aveva trovato salendo sul colle più alto. Si era ripetuto, a parti rovesciate, il paradosso della vicenda di Francesco Cossiga. L’uomo che nel 1992 veniva eletto Presidente della Repubblica era uno dei pochi costituenti ancora in vita, uno degli ultimi “padri della patria” e aveva fatto della fedeltà assoluta alla nostra Carta del 1948 uno dei dogmi della propria lunga militanza parlamentare. Ebbene proprio quest’uomo finì per avere un ruolo certamente non secondario nel sostanziale mutamento della “costituzione materiale” del nostro Paese.
A tale riguardo, un altro 18 aprile venne a segnare - come già quello del 1948 - una data spartiacque. Quel giorno del 1993 si apriva una fase del tutto nuova della storia italiana: un referendum popolare imponeva il maggioritario al Senato e di lì a poco la normativa elettorale lo estendeva anche alla Camera dei deputati(46). Nei fatti era una vera e propria rivoluzione, che nel giro di pochi mesi avrebbe condotto alla fine del sistema dei partiti uscito dal dopoguerra, all’emergere di inediti soggetti politici e a un massiccio ricambio dell’intero personale dirigente.
Le cause di questa svolta non vanno però semplicemente ascritte al mutamento della legge elettorale. Né la svolta può essere attribuita al pur devastante fenomeno della cosiddetta “tangentopoli”, che pure diede una possente spallata al disfacimento degli uomini e dei partiti dell’età del consociativismo.
C’era in realtà anche una ragione più di fondo. Essa andava colta nel radicale mutamento del quadro internazionale e nel venir meno del suo più cogente dato di contesto: la divisione del mondo uscita dagli accordi di Jalta. Tra i vincoli che - in nome di quella divisione - avevano agito per quasi cinquant’anni nel nostro Paese c’erano il “fattore K” e la conseguente convenzione ad excludendum nei confronti dei comunisti italiani. Caduto il muro di Berlino anche quei vincoli diventavano rapidamente obsoleti. Ma al tempo stesso si rivelava ormai del tutto consunta anche la necessità di quella concordia discors tra DC e PCI che nel bene e nel male aveva costituito l’asse portante della democrazia italiana.
Al contrario si imponeva ormai la necessità di un incontro finalmente pieno tra le grandi forze popolari. Erano appunto le forze sociali e politiche che già si erano affermate dopo l’età risorgimentale ed erano divenute dopo l’esperienza del fascismo e della guerra le indiscusse protagoniste della nostra vita nazionale. Dopo il cruciale 1999, queste stesse forze continuavano ad avere negli eredi della Democrazia cristiana (il nuovo Partito popolare di Mino Martinazzoli e i Popolari per la riforma di Mario Segni) e del Partito comunista (il PDS di Achille Occhetto) il loro punto di riferimento(47). Ed erano ancora forze e partiti che, alleati tra loro, avrebbero potuto aspirare - tanto più con il nuovo sistema maggioritario - a un possibile successo elettorale.
Ma il “nuovo inizio” e la “terza fase” che con piglio gorbacioviano Occhetto veniva ormai da tempo sollecitando per sbloccare il “caso Italia” si scontrò sia con le resistenze all’interno del suo partito (sfociate nella significativa scissione di Rifondazione comunista), sia con l’incapacità di Mino Martinazzoli e di Segni di condurre i loro partiti di ispirazione cristiana a un’intesa con la pur variegata tradizione del movimento operaio.
In tal modo, nonostante le condizioni oggettive divenute favorevoli(48), quell’intesa, pur in qualche modo cercata, ancora una volta fallì. Matura ormai nelle cose, restava ancora non metabolizzata nelle coscienze.
Da una parte si ebbe l’implosione della DC in almeno quattro formazioni tra di loro in aspro contrasto(49). A ciò si aggiunse l’irrigidimento delle due numericamente più forti (appunto quelle di Martinazzoli e di Segni) in una testarda ambizione terzaforzistica che il maggioritario rendeva ormai del tutto astratta. Dall’altra ci fu il conseguente approdo dei democratici di sinistra (e dei partiti e dei movimenti a essi vicini) a una strategia di taglio laico-alternativista (il blocco dei “Progressisti”) da sempre minoritaria nella storia del nostro Paese.
Si produsse così una sorta di vuoto politico in cui si inserì con straordinario tempismo e immediato successo il partito fondato da un homo novus, l’imprenditore Silvio Berlusconi. Nelle elezioni politiche del marzo 1994 la duplice alleanza di Forza Italia con la Lega di Umberto Bossi al Nord e con l’Alleanza nazionale di Gianfranco Fini nel centro-sud consentì al centrodestra di arrivare alla direzione del Paese. Ma la precaria maggioranza e i dissidi interni della coalizione vincitrice costrinsero dopo solo sette mesi Berlusconi a dimettersi dalla carica di Presidente del Consiglio.
Subentrava un governo tecnico, fortemente voluto da Scalfaro e diretto da Lamberto Dini. Strada facendo l’esecutivo venne di fatto sostenuto per oltre un anno dallo schieramento di centrosinistra. Per diessini, popolari e le forze politiche a essi più omogenee la lezione delle cose non era stata del tutto inutile: nelle aule parlamentari cominciava a profilarsi quella capacità di incontro che era fino ad allora mancata nei partiti e nel Paese.
Il viaggio in pullman attraverso l’Italia di Romano Prodi acquistò in questo senso un significato evocativo: l’Ulivo cominciava a porre le sue radici. Sotto il suo simbolo per la prima volta - dopo la breve esperienza del Tripartito di mezzo secolo addietro - le forze politiche che direttamente si richiamavano alle lunghe e contrastate vicende del cattolicesimo democratico e del movimento operaio tornavano insieme alla guida dell’Italia(50).
Perdurava tuttavia l’eredità di annose contrapposizioni cui si aggiungevano più recenti rivalità e rinnovate ambizioni. Queste rimasero sotto la cenere fino a quando l’Ulivo riuscì ad avere - grazie anche all’azione del ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi - una mission in qualche modo mobilitante e comunque dalla forte valenza simbolica: la moteta unica, attraverso il rientro nei parametri di Maastricht e il conseguente ingresso a pieno titolo dell’Italia nell’Unione Europea. Ma proprio quelle contrapposizioni, quelle rivalità e quelle ambizioni, già in qualche misura emerse nella contraddittoria e alla fine fallimentare fase della cosiddetta “Bicamerale” sulle riforme istituzionali, portarono l’Ulivo a una condizione di progressivo logoramento, in cui tornarono a rifiorire pratiche e consuetudini del vecchio sistema dei partiti.
Fu una deriva cui non riuscì a rispondere il governo di Massimo D’Alema, il primo postcomunista a varcare le porte di Palazzo Chigi. Un evento in qualche modo storico, che pure lasciò quasi indifferente il popolo di sinistra. A un mese dalla scadenza del mandato presidenziale di Scalfaro, le elezioni europee del giugno 1999 segnarono per il centrosinistra un primo segnale d’allarme. Esso non fu raccolto. I due anni che seguirono furono così - come vedremo nella prossima scheda - la breve stagione di una sconfitta annunciata.

Carlo Azeglio Ciampi
Presidente della Repubblica
(13 maggio 1999 - 15 maggio 2006)

Dentro i “limina” dell’Impero

Una data - tragica ed emblematica al tempo stesso - ha segnato il debutto del terzo millennio e ne condiziona tuttora i difficili sviluppi. La mattina dell’11 settembre 2001 due aerei di linea americani carichi di passeggeri si abbattevano sulle due torri gemelle (Twin Towers) nel Worl Trade center di New York. Nel giro di poche ore le torri incendiate crollavano al suolo: fu un crollo che travolse migliaia di cittadini inermi, intenti solo alle loro occupazioni. A Washington un terzo aereo si schiantava sul Pentagono, il cuore del sistema militare degli Stati. Un quarto aereo infine precipitava dai cieli della Pennsylvania in circostanze rimaste non del tutto chiarite. Si trattava di una clamorosa impresa di terrorismo internazionale. Essa giungeva al culmine di uno stillicidio di attentati(51) - più o meno gravi, più o meno riusciti - nei confronti di obiettivi e interessi occidentali. Non fu difficile individuare il programmatore e il mandante del terribile atto. Egli stesso - con spregiudicato atto di sfida - se ne affermò orgogliosamente responsabile. Era il miliardario principe saudita Osama bin Laden, il laeder di una rete (Al Qaida) che faceva (e fa) della guerra santa contro “i nemici dell’Islam” (e in primo luogo contro “il demonio” degli Stati Uniti) la propria sanguinosa insegna di battaglia(52).
Il mondo intero assistette in diretta televisiva a quell’evento quasi incredibile: gli Stati Uniti, la prima e ormai indiscussa potenza mondiale, avevano subito per la prima volta nella loro storia un attacco micidiale nel loro territorio. Ma se in una gran parte del pianeta si guardò a quel dramma con sentimenti oscillanti tra l’angoscia e l’ansia di una immediata rivalsa, non si deve dimenticare che in milioni di persone tenute al di fuori dei limina dell’impero opulento, dalle bidonville di Gaza ai tanti luoghi abitati dai “disperati della terra” l’attentato alla torri gemelle suscitò reazioni di condivisione e addirittura di entusiasmo.
Era venuto meno, da poco più di dieci anni, l’aspro (ma pur sempre controllato) confronto tra l’Ovest del capitalismo maturo e l’Est del socialismo totalitario: un confronto anche ideologico certamente serrato, e tuttavia condotto sotto il segno della modernità e della laicità. Abbiamo visto, nelle schede precedenti, come così si fosse venuto a creare una sorta di vuoto che nè l’unipolarismo degli USA, né l’unione sostanzialmente solo economica dell’Europa erano riuscite a colmare. È in questo vuoto che veniva a esplodere un nuovo conflitto: quello a lungo latente tra Nord e Sud del mondo. Ma esplodeva stavolta sotto le forme di una ideologia antica: lo scontro di civiltà in cui acquisiva un ruolo di cruciale agitazione propagandistica la peculiare valenza religiosa dell’islamismo.
La reazione degli Stati Uniti (appena usciti da una contrastata e contestata vicenda elettorale(53)) non mancò. Gli USA - sorretti da un voto delle Nazioni Unite e da un buon numero di paesi alleati - si indirizzarono dapprima contro l’Afghanistan, in cui venne rapidamente spazzato il regime duramente integralistico dei talebani. Subito dopo l’attenzione venne orientata verso l’Irak di Saddam Hussein. Dopo una serie di vane trattative all’ONU e nonostante le armi di distruzione di massa di cui si sospettava l’esistenza negli arsenali del despota arabo non fossero mai venute alla luce, Bush, alla testa di una coalizione di “volenterosi” (tra cui spiccava il ruolo dell’Inghilterra di Blair e della Spagna di Aznar), dichiarò la guerra. A nulla valsero gli sforzi di mediazione e le resistenze all’intervento nelle quali, in Europa, si distinsero soprattutto Francia e Germania(54). Ma il rapido successo contro Saddam si rivelò tutt’altro che definitivo. L’intricato “imbroglio” irakeno (in cui ragioni economiche e geopolitiche si intrecciano micidialmente con questioni etniche e religiose) costituisce anzi uno dei nodi irrisolti che avvelenano la scena internazionale e non solo nello scacchiere da sempre cruciale del Medio Oriente(55).
Ci sia consentito a questo punto un richiamo alla storia di un ormai lontano passato, che sembra suggerire una sorta di parallelismo. Come tutti i parallelismi esso va preso naturalmente con la necessaria cautela, ma anche - la storia è pur sempre magistra vitae - come una fonte di possibili riflessioni.
Tanti e tanti secoli addietro in quel di Pollenzo e di Verona (402 d.C.) un barbaro romanizzato - il parens e magister utriusque militiae - Stilicone sbaragliava i Visigoti di Alarico. Ma era quest'ultimo poi - solo otto anni dopo - a mettere a sacco il caput mundi: forse solo l’attentato alle due torri di New York nel primo anno del terzo millennio dell'“era cristiana” può essere paragonato per impatto emotivo e significato simbolico a quella lontana, violenta profanazione. Nell'angoscia disperata e nello stremato stupore di molti, crollava un mondo destinato oramai solo a qualche galvanico revival: Aezio ai Campi Catalaunici bloccherà nel 451 d. C. (ma davvero per lo spazio di un mattino) Attila "flagello di Dio". Allora solo (o quasi) la meditazione tanto religiosamente visionaria quanto umanamente accorata di un pensatore (e di un santo) riuscì a prefigurare (e contribuì a preparare) la via di uscita da quello che si configurava come un mortale scontro di civiltà: uno scontro in cui a rimanere sconfitta fu quella indubbiamente più avanzata e matura, più ideologicamente aperta e flessibile, più tecnologicamente attrezzata. Gli Stilicone, gli Aezio sarebbero rimasti vaghe rimembranze di tanti futuri allievi dei Licei e di qualche illustre romanista; il De Civitate Dei di Agostino (così profondamente civis romanus e così profondamente africano) e la Consolatio philosophiae di Boezio (così “antico” romano e così “nuovo”) diventavano invece da subito il quadro teorico dalla cui “contaminazione” - attraverso i Regni romano-barbarici - sarebbe nata non senza lunga fatica e con non poco dolore l'Europa in cui oggi ci riconosciamo. È forse una lezione che in questi anni chiaroscurali di inizio millennio andrebbe meditata. Può porci difatti più di un interrogativo. Ci invita ad esempio a domandarci se alla gloria caduca dei moderni Stilicone e Aezio non sarebbe preferibile lo sforzo difficile (e paziente) di affrontare problemi ignoti ad altre età. O ancora: invece che allo scontro tra due civiltà certamente diverse non si dovrebbe guardare alla speranza di una loro graduale ma inevitabile integrazione? I nostri figli e i nostri nipoti non meriterebbero qualcosa di meglio del destino di distruggere o di essere distrutti?

Un bipolarismo malato

Abbiamo già visto come la direzione del governo affidata a Massimo D’Alema, l’esponente più autorevole dei Democratici di sinistra (il nome che aveva sostituito quello di PDS coniato da Achille Occhetto) non rappresentasse quella novità in qualche modo epocale cui aveva alluso il pronubo della nuova leadership, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. In realtà il fatto stesso che a una compagine dell’Ulivo seguisse un gabinetto di centrosinistra (sia pure “senza trattino”, quasi a distinguerlo da quello degli anni ’60) era già di per sé alquanto sintomatico. All’idea di una lunga e multiforme “carovana”(56) si sostituiva un concreto ritorno alle pratiche tradizionali dei partiti, in un quadro che paradossalmente tornava a farsi ideologico proprio in un contesto di sostanziale “morte delle ideologie”.
Lo stesso confronto con il centrodestra - guidato da Silvio Berlusconi non solo con un’oggettiva forza di mezzi (a cominciare da quelli mediatici), ma pure con notevole fiuto politico e indiscutibili capacità tattiche - pareva difatti smarrire lo spessore anche aspro delle contrapposizioni tradizionali e tendeva al dunque a risolversi in un conflitto di sapore personale. Risuonavano ancora - da una parte e dall’altra - le antiche parole di giustizia e di libertà, ma la loro voce era come soffocata, ormai pallida eco di un richiamo a sistemi di valori ridotti quasi a vuota crisalide(57).
Venuta meno la mission dell’entrata in Europa, che aveva animata la breve stagione dell’Ulivo di Prodi, esaurita la spinta propulsiva della capacità di innovazione(58), riemergevano nella coalizione al governo rendite di posizione, microconflittualità, contrasti sempre meno latenti: atteggiamenti forse sopportabili quando si è all’opposizione, ma non tollerabili quando si è alla guida del Paese. Il centrosinistra ne sarebbe stato rapidamente travolto. Già le elezioni per il Parlamento europeo del giugno 1999 consegnarono al centrodestra - e in particolare a Silvio Berlusconi - un significativo successo in termini di voti e di immagine. Tanto più che, quasi in contemporanea, si aveva la clamorosa affermazione dell’outsider Guazzaloca nelle elezioni per il sindaco di Bologna, nell’immaginario comune la roccaforte “rossa” per eccellenza. Ma il tracollo del centrosinistra guidato da D’Alema si materializzò nell’aprile del 2000, alle elezioni regionali. L’ultimo anno della legislatura si rivelò una lenta agonia. L’approvazione, con un ristretto voto di maggioranza, di una riforma in senso federalistico del titolo V della Costituzione, si rivelò più il vano tentativo di guadagnare in extremis una sorta di neutralità della Lega di Bossi che l’atto coerente di una convinta strategia innovatrice. Né il governo presieduto da Giuliano Amato, né la pur generosa campagna elettorale condotta da Francesco Rutelli impedirono un esito ormai scontato persino nel senso comune di larga parte del Paese.
Il 31 maggio 2001 la Casa delle libertà otteneva un largo successo, più significativo peraltro sul piano della assegnazione dei seggi in Parlamento che su quello dei voti popolari espressi. Gli esecutivi presieduti da Silvio Berlusconi avrebbero governato per l’intera legislatura; il primo gabinetto anzi avrebbe battuto ogni record di durata nella storia dell’Italia repubblicana.
E tuttavia anche la maggioranza di centrodestra (che, anche questo era un record storico, poteva contare alla Camera su oltre cento parlamentari di vantaggio) non riuscì a onorare le speranze suscitate dal celebre “patto con gli italiani” del suo leader. Il liberalismo che ne costituiva sul piano delle dichiarazioni programmatiche, la cifra ideale non decollò quasi mai(59), frustrato non solo e non tanto dalla pur agguerrita opposizione dei sindacati e in specie della CGIL(60), quanto piuttosto da una attività legislativa spesso in affanno tra le cosiddette norme ad personam e le oscillanti derive populistiche in materia fiscale.
Quasi per una sorta di puntuale contrappasso, gli stessi eventi che avevano progressivamente logorato il centrosinistra vennero man mano appannando l’immagine e la presa del centrodestra. Fu così per diverse tornate di consultazioni amministrative parziali, per quelle europee del 2004 e infine per le elezioni regionali del 2005. Dopo una serie di ripetuti insuccessi, queste ultime si risolsero in un autentico tracollo per la compagine di governo. Ma il dato di fondo dell’insufficienza teorica e pratica di entrambi i fronti in campo - accentuato da un bipolarismo malato, minato in radice dalla sua stessa imperfezione - continuava nella sostanza a permanere.
Nelle politiche del 2006 la vittoria di strettissima misura dell’Ulivo, di nuovo diretto da Romano Prodi, venne certamente condizionata da una legge elettorale quanto meno discutibile(61) e da una campagna elettorale condotta con grande slancio e straordinaria efficacia propagandistica dal leader di Forza Italia. Ma contò non poco anche il fatto che l’Ulivo si presentò di fronte agli elettori come un cartello di forze politicamente disomogenee. Il loro coagulo, infatti, era costituito più dall’antiberlusconismo che da una effettiva coerenza programmatica. Era quindi quasi inevitabile quindi che, mentre spirava il settennato di Ciampi, l’avvenire della neonata XVI legislatura si presentasse incerto e la navigazione del governo Prodi a dir poco perigliosa.

N O T E

(20) nel 1975 il prodotto interno lordo era sceso del 3,8%, mentre in tutti gli anni successivi il tasso di inflazione - tra i più alti delle economie occidentali - si attestava stabilmente sulle “due cifre” e incideva gravemente sulla crescita del debito pubblico.
(21) gli eventi più gravi di quegli anni vanno ricordate sul versante dell’estremismo “di destra” l’attentato alla stazione di Bologna (agosto 1980) che provocò più di ottanta vittime e su quello delle Brigate Rosse e di altri gruppi terroristici “di sinistra” (Prima Linea, Nap ecc.) un lungo stillicidio di assassini e di rapimenti: dal gennaio 1979 al dicembre 1984 la scia di sangue e di ricatti fu quasi ininterrotta. Caddero tra i tanti il sindacalista genovese Guido Rossa, il giudice milanese Emilio Alessandrini, il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura Vittorio Bachelet, il colonnello dei carabinieri Vincenzo Varisco; vennero rapiti il giudice D’Urso, l’uomo politico campano Cirillo, il generale americano Dozier.
(22) Era la cosiddetta “rendita di posizione” di Ghino di Tacco, lo pseudonimo con cui il segretario socialista amava firmare i suoi graffianti corsivi sull’Avanti!.
(23) Emblematici furono in tal senso prima il fallimento dello sciopero alla Fiat di Mirafiori (settembre 1980), poi la sconfitta nel referendum indetto sulla “scala mobile” degli stipendi e dei salari (11 giugno 1985).
(24) L’elenco dei temi aperti sarebbe lungo. E rimane attuale anche oggi, dopo quasi vent’anni. Ricordiamone almeno qualcuno: il divario crescente tra il Nord e il Sud del pianeta con la questione potenzialmente esplosiva di milioni di esclusi alle frontiere del mondo opulento; il revival sempre più aggressivo di forme di integralismo religioso; la contrapposizione tra le esigenze della crescita e quelle della salvezza stessa dell’ambiente, con i non semplici vincoli di uno “sviluppo sostenibile; gli ardui problemi connessi ora alla denatalità, ora invece all’esplosione demografica; la cruciale questione di un rapporto tra i sessi non più in grado di tollerare la gabbia di antiche convenzioni. E ancora le “nuove povertà” e l’individualismo di massa, il soffocamento delle speranze giovanili e il dramma della droga, la corporativizzazione crescente e il dilagare della violenza diffusa, la concentrazione dei poteri e la conseguente sofferenza della democrazia pure là dove essa è più forte e radicata.
(25) Un’altra fu indubbiamente, anche se con un taglio diverso, fu quella di Giovanni Paolo II, consapevole anch’egli che un’era era giunta alle proprie colonne d’Ercole. Papa Wojtila tese però a interpretare la fase nuova in termini diversi da Gorbaciov. In quest’ultimo viveva pur sempre la convinzione di avere alle spalle una storia fatta sì di dolori e di sangue, ma pure di conquiste. E che dunque, da “manovali della speranza”, si potevano affrontare le prospettive del terzo millennio con un’azione che restasse ancora orientata a riconoscibili valori umani. Nel pontefice invece la consapevolezza della morte delle ideologie e della fine del “comunismo realizzato” finì per tradursi in un messaggio - potentemente amplificato dalla sua personalità carismatica - di taglio se non integralistico, certamente pessimistico: solo una renovatio in Cristo avrebbe potuto colmare quello che ai suoi occhi si era venuto rivelando - a Est ma pure a Ovest - come un mero deserto ideale.
(26) Egli era diventato Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) nel marzo del 1985.
(27) Storico è rimasto l’incontro del 1° dicembre 1989 con papa Giovanni Paolo II.
(28) A Ginevra nel novembre del 1985, a Reykjavik nell’ottobre del 1986, a Washington nel 1987.
(29) A Malta nel dicembre 1989 e ancora a Washington nel giugno 1990.
(30) Un accordo, peraltro molto precario, fu raggiunto solo nel 1995. Ma da lì a qualche il problema era destinato a tornare di tragica attualità.
(31) E questo nonostante la moderazione con cui Bush padre pose fine al conflitto, salvaguardando - anche per pressione sovietica - la continuità del governo di Saddam.
(32) Il democratico Bill Clinton - semisconosciuto governatore dell’Arkansas - aveva vinto a sorpresa le elezioni del novembre 1992, favorito anche dalla strisciante crisi congiunturale degli USA. Proprio il rilancio dell’economia e un certo protagonismo in politica estera furono tra i fattori che gli garantiranno nel 1996 la rielezione.
(33) Tra i più significativi vanno ricordati non solo le crescenti sofferenze politiche ed elettorali della DC e del PCI, ma pure l’emergere di formazioni politiche nuove, estranee al circuito tradizionale della storia repubblicana. Fu il caso appunto di un partito ambientalista come i Verdi e, soprattutto, di un movimento come la Lega Nord. Questa avrebbe fatto della sua aspra (e persino talora esagitata) polemica contro il centralismo statale, la fiscalità e la corruzione politica lo strumento del proprio con forte radicamento regionale e dei suoi significativi successi elettorali.
(34) Venne inviato alle Camere il 26 giugno 1991. Il tema chiave del messaggio era appunto quello dell’urgenza di superare la “democrazia bloccata” attraverso un’Assemblea Costituente chiamata a delineare un nuovo patto nazionale da porre a fondamento di istituzioni democratiche e repubblicane radicalmente rinnovate. Ma già in precedenza Cossiga si era espresso in merito con una certa chiarezza. Prima durante un viaggio di Stato in Inghilterra del febbraio 1990, poi sempre nello stesso anno in un discorso tenuto all’Ansaldo di Milano di fronte allo stato maggiore dei tre sindacati confederali per la celebrazione del 1° maggio. In entrambe le occasioni, il Presidente Cossiga aveva parlato della classe operaia come “classe a vocazione generale” e aveva indicato nell’89 il termine post quem poteva riaprirsi in termini nuovi il gioco democratico. In proposito egli invitava a chiudere una volta per tutte l’era della guerra fredda e delle contrapposizioni identitarie e sollecitava le forze politiche italiane a compiere un salto di qualità sul terreno dei propri rapporti “ponendo mano a un autentico e sincero sforzo di revisione degli strumenti istituzionali”. Al tempo stesso Cossiga alludeva esplicitamente alla necessità che anche il maggior partito della sinistra italiana (il PDS, già PCI) venisse coinvolto in responsabilità di governo. L’esplosione del “caso Gladio” era però destinato da lì a poco a interrompere il dialogo così avviato, determinando nel Paese un clima di nuove contrapposizioni. Cossiga, chiamato direttamente in causa, restava politicamente isolato e dava inizio così, scavalcando i partiti e richiamandosi direttamente al popolo, alla propria contrastata esperienza di “picconatore”.
(35) La sua azione politica fu scandita attraverso tre Congressi nazionali: il primi due (marzo 1989 e marzo 1990) ancora del Partito comunista, il terzo (febbraio 1991) di fondazione del Partito democratico della sinistra.
(36) Al di là, cioè, sia della prospettiva socialdemocratica, sia di quella sovietica.
(37) In un caso, quello della Cecoslovacchia, si giunse a una separazione indolore: il 1° gennaio 1993 essa si divise in Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca. La separazione avvenne cioè consensualmente. Ma essa costituiva pur sempre il sintomo di quella tendenza a far rivivere le peculiarità di nazione, di razza, di religione in chiave di esasperato nazionalismo. Altrove - dalla Bosnia, al Medio Oriente al Ruanda - il ritorno al passato (anche il più lontano) avrebbe provocato in quegli stessi anni immani tragedie. In altri casi, invece, come in Bielorussia e la stessa Ucraina, si imposero direttamente - con governi dai tratti fortemente dittatoriali e populistici - leaders che continuavano a richiamarsi all’esperienza sovietica. In altri infine - come la Cecenia - il nazionalismo centrifugo fu contrasto con la forza innescando una sequela di sanguinosi attentati, massicci interventi militari, repressioni di ferocità inaudita di cui ancor oggi non si vede la fine.
(38) Il 21 novembre 1995 venne siglato a Dayton negli Stati Uniti un accordo di pace tra Serbia, Croazia e Bosnia musulmana che si sarebbe però rivelato di assai difficile attuazione.
(39) Fallite le trattative di Parigi sulla questione dell’autonomia del Kosovo, la NATO (ma preponderante fu il ruolo svolto dagli Stati Uniti) condusse dal marzo al giugno 1999 una campagna aerea contro la Serbia di Milosevic, bombardandone ripetutamente la capitale e le infrastrutture militari e civili.
(40) Già nel 1995 divennero quindici dopo l’adesione di Austria, Svezia e Finlandia.
(41) La Comunità Economica Europea. Nacque il 1° gennaio 1958 con l'entrata in vigore dei Trattati di Roma firmati da sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) il 25 marzo dell’anno precedente.
(42) La Comunità europea del carbone e dell'acciaio. Fu creata col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 su iniziativa dei francesi Jean Monnet e di Robert Schuman (il cosiddetto Piano Schuman o dichiarazione del 9 maggio 1950). L’obiettivo era quello di mettere in comune le produzioni di quelle due materie prime - allora decisamente strategiche - in sei paesi europei: Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Il trattato di Parigi fu il diretto precursore del Trattato di Roma ricordato nella nota predente.
(43) Mercato Comune Europeo. Entrato in vigore il 1° gennaio 1958, durò per dodici anni sino al 31 dicembre 1969.
(44) Giuliano Amato (28 giugno 1992-28 aprile 1993) in un esecutivo formato ancora da forze politiche (DC, PSI, PSDI e PLI) della tradizione repubblicana; Carlo Azeglio Ciampi (28 aprile 1993-10 maggio 1994) alla guida di un cosiddetto “governo del Presidente”; Silvio Berlusconi (10 maggio 1994-17 gennaio 1995) capo di un gabinetto espressione del Polo delle Libertà e del Polo del Buon Governo; Lamberto Dini (17 gennaio 1995-17 gennaio 1996) con un esecutivo tecnico; Romano Prodi (17 maggio 1996-21 ottobre 1998) alla testa di un governo dell’Ulivo; Massimo D’Alema (21 ottobre 1998-22 dicembre 1999), primo postcomunista a diventare Presidente del Consiglio in un governo in cui il sostegno di una formazione creata da Francesco Cossiga (l’Unione Democratica della Repubblica) surrogava quello venuto meno di Rifondazione comunista.
(45) Del tipo, ad esempio, di quelle che consentono di contare nella storia della Francia moderna ben cinque repubbliche.
(46) Il 4 agosto 1993 venivano approvate due leggi che introducevano un sistema prevalentemente maggioritario per l’elezione dei due rami del Parlamento. Aggirando tuttavia in parte la volontà che si era espressa nel referendum del 18 aprile, la nuova disciplina - presto passata nella vulgata dei media con l’epiteto non certo benevolo di Mattarellum dal nome del deputato relatore - prevedeva sì un sistema maggioritario a turno unico in collegi uninominali, ma solo per il 75% dei voti della Camera dei deputati. Residuava in tal modo una significativa quota proporzionale per la quale i cittadini venivano chiamati a esprimersi con una seconda scheda che riportava i simboli dei diversi partiti, i cui candidati venivano eletti secondo il tradizionale scrutinio di lista. I successivi tentativi referendari di instaurare un maggioritario puro sarebbero falliti per il mancato raggiungimento del quorum del 50% dei votanti: per un soffio il 18 aprile 1999, più nettamente nel maggio dell’anno successivo.
(47) Il Partito socialista, che pure aveva anch’esso costituito una componente essenziale della tradizione operaia del nostro paese, rimase invece travolto più di ogni altra formazione politica dalla vicenda di “tangentopoli”. I socialisti pagarono certo la spregiudicatezza “rampante” di alcuni loro esponenti. Ma forse - e soprattutto - contò il repentino tramonto del mondo di Jalta. La caduta del muro di Berlino venne nei fatti a rendere sempre meno incisiva la strategia di Bettino Craxi, che si era fondata sulla duplice conflittualità verso i democristiani e verso i postcomunisti. Consunto ormai il “fattore K”, la spinta propulsiva dell’iniziativa craxiana non poteva non esaurirsi in uno dei suoi cardini fondamentali, rendendo via via meno rilevante il peso politico dei socialisti. Fallimentare si rivelò peraltro il tentativo di riacquistarlo attraverso una concorrenza a sinistra. La “svolta della Bolognina” di Occhetto tolse difatti spazio anche in questa direzione. La tempesta di “tangentopoli” colse così i socialisti in una posizione di forte debolezza che finirono per scontare a caro prezzo.
(48) E certamente assai più favorevoli di quelle esistenti alla vigilia dell’assassinio di Aldo Moro.
(49) Esse erano appunto il Partito popolare di Mino Martinazzoli e i Popolari per la Riforma di Mario Segni (presentatesi poi unite alle elezioni del 1994 con la sigla Patto per l’Italia), nonché – numericamente più modeste e schierate esplicitamente sul versante del centro - il Centro cristiano democratico (CCD) di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella e i Cristiani democratici uniti (CDU) di Rocco Bottiglione. Negli anni seguenti le quattro formazioni - specie le ultime due - sarebbero andate incontro a diversi rimescolamenti, contraddistinti da temporanee aggregazioni, nuove miniscissioni, mutamenti di sigle e di collocazione politica.
(50) Le elezioni politiche del 21 aprile 1996 diedero tuttavia all’Ulivo una risicata maggioranza al Senato, mentre alla Camera decisivo era il sostegno esterno di Rifondazione comunista. Una condizione questa che, coniugata alle fibrillazioni interne ai partiti di governo, avrebbe reso difficile la navigazione del governo Prodi, sino alla sua caduta nell’ottobre del 1998.
(51) Già nel 1993 le due torri gemelle erano state colpite con auto imbottite di tritolo. Sempre la mano di Al Qaida si nascondeva dietro altri due cruenti attentati che nel 1998 avevano colpito le ambasciate statunitensi in Kenia e in Uganda. Ma non mancarono - né sarebbero mancati atri obiettivi: furono colpiti la Somalia, il Libano, lo Yemen, più volte l’Indonesia e l’Egitto. Ma anche l’Europa era destinata a essere duramente colpita: con gli attentati ai treni di Madrid dell’11 marzo 2004 e alla metropolitana di Londra il 7 luglio 2005.
(52) Non va dimenticato peraltro che dal 1979 Osama - sorretto allora, pare, anche da aiuti dei servizi segreti americani - era stato uno dei protagonisti della resistenza dei Mujadhein afgani impegnati nella guerriglia contro l’invasione sovietica. Proprio in Afghanistan Bin Laden avrebbe posto le basi della sua organizzazione terroristica e in Afghanistan egli sarebbe ancor oggi nascosto.
(53) Nel novembre del 2000 George W. Bush aveva vinto di strettissima misura il confronto col candidato democratico Al Gore. Pur avendo ottenuto circa 500.000 voti in meno del suo rivale, Bush si affermò - la cosa accadeva per la prima volta dal 1888 - grazie ai mandati dei cosiddetti grandi elettori. Uno di questi, quello divenuto decisivo dello stato della Florida, rimase in bilico fino all’ultimo e, dopo un serie di riconteggi e di ricorsi, venne assegnato a Bush per circa 600 voti. Questi risultarono, così, determinanti in una platea di oltre 110 milioni di elettori. Quattro anni dopo, tuttavia, Bush ottenne facilmente il suo secondo mandato: l’emozione delle due torri, l‘intervento contro i talebani in Afghanistan e (almeno inizialmente) quello in Irak, nonché la buona tenuta dell’economia gli garantirono un facile successo sul pallido competitore John Forbes Kerry. Ma già nelle successive elezioni di mezzo termine (novembre 2006) Bush - come vedremo più avanti - avrebbe cominciato a scontare sul piano della popolarità personale e del risultato elettorale il suo impantanamento nello scacchiere irakeno.
(54) Una divisione tra le nazioni del vecchio continente che ha influito non solo nel rapporto - diventato immediatamente difficile - con gli Stati Uniti, ma che ha pure contribuito a rendere più lento il processo di ulteriore unificazione dell’Europa. È vero, il 29 ottobre 2004, nella stessa sala romana in cui nell’ormai lontano 1957 i sei paesi fondatori firmarono il trattato che istituiva la CEE, venne siglato da ventisei nazioni (destinate presto a salire a trentadue) il trattato che adottava una Costituzione comune per l’Europa. E tuttavia, l’itinerario di ratifica è poi proceduto con difficoltà. Queste, già accentuate dall’atteggiamento dilatorio dell’Inghilterra, sono culminate nel no espresso in occasione dei rispettivi referendum popolari dall’Olanda (1° giugno 2005) e soprattutto dalla Francia (25 maggio 2005). Un incidente di percorso piuttosto grave, che lascia ancor oggi la prospettiva dell’unificazione politica in un situazione di stallo paralizzante.
(55) In questa zona del mondo negli anni seguiti al 2000 la situazione, già precaria, si è venuta ancor più aggravando. Una terribile campagna di attentati kamikaze lanciata dall’estremismo palestinese innescava una sempre più accentuata spirale di ritorsioni politiche, economiche e militari. La scomparsa del leader storico palestinese Yaser Arafat (novembre 2004) e il successivo impedimento per una malattia irreversibile del premier israeliano Ariel Sharon (gennaio 2006), che pure avevano in qualche modo e variamente tentato alcuni coraggiosi gesti distensivi, ha finito per portare all’acme i rispettivi intransigentismi. Nell’Autorità nazionale palestinese le elezioni politiche avrebbero condotto al potere la corrente estremistica di Hamas (gennaio 2006). Israele avrebbe senza reale successo tentato di colpire in Libano i gruppi radicali sciiti degli Hezbollah (luglio 2006).
(56) È l’espressione cui aveva ricorso l’ex segretario del PDS Occhetto per prefigurare lo schieramento ampio e variegato che avrebbe dovuto costituire un “grande Ulivo”. Esso sarebbe dovuto nascere da un passo indietro dei partiti chiamati a comporlo e dalla cessione da parte loro di “quote di sovranità” in cambio di un più stringente e fecondo rapporto con la “società civile”.
(57) Non è forse un caso che uno dei pochi momenti in cui il personale politico di governo e di opposizione fu in grado di trascendere le grettezze di una contrapposizione strillata nelle formule, ma di fatto povera nei contenuti, fu quello con cui - attraverso un accordo bipartisan e al primo scrutinio - nel maggio del 1999 veniva eletto al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi: una figura limpida, di grande prestigio, protagonista del successo dell’entrata dell’Italia in Europa. Come non è un caso se Ciampi, un uomo estraneo alle logiche dei partiti, sarebbe poi stato un Presidente della Repubblica impeccabile, amato dalla grande maggioranza degli italiani, che vi identificarono per un settennio il simbolo stesso di un modo diverso di intendere l’esercizio del potere.
(58) Sintomatica fu in tal senso la sostituzione nel governo Amato di due ministri - Rosy Bindi e Luigi Berlinguer - che erano stati i promotori di due importanti riforme di sistema nella sanità e nell’istruzione. Al di là della volontà e degli stessi comportamenti dei loro successori - due tecnici di prestigio quali Umberto Veronesi e Tullio De Mauro - il fatto venne avvertito come un sostanziale passo indietro.
(59) Va ricordata almeno l’approvazione della cosiddetta “legge Biagi”, che mirava a rendere più flessibile il mercato del lavoro, specie sul terreno dell’occupazione giovanile. La legge - fonte tuttora di polemiche - prendeva il nome dal giuslavorista Marco Biagi, assassinato nel marzo del 2003 dalle Brigate Rosse che già avevano ucciso nel maggio del 1999 Massimo D’Antona, anch’egli giurista del lavoro
(60) Forte fu ad esempio lo scontro sul tentativo di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Esso culminò a Roma il 23 marzo 2002 in una delle più imponenti manifestazioni di massa della storia repubblicana.
(61) Essa era stata approvata alla fine della legislatura con i voti del solo centrodestra. Singolare pastiche di proporzionale e di maggioritario, rendeva assai probabile (come poi puntualmente si verificò) una forte differenza nella distribuzione dei seggi al Senato della Repubblica e alla Camera dei deputati.

Torna alla sezione >>