Premessa
Il testo che segue(1) ha un titolo e delle pretese senza dubbio sin troppo ambiziosi. Né a scusare l’autore può certo bastare lo scherzoso “occhiello” da cui il titolo è preceduto.
In effetti, provare a riassumere oltre mezzo secolo di storia (e quale storia!) ancora bruciante delle polemiche e delle passioni che ha suscitato e continua a suscitare sembra piuttosto un compito per il politico o per il giornalista; non certo per l’insegnante di storia. E tuttavia, se mi permetto di sottoporre queste pagine all’attenzione dei frequentatori di un corso SSIS [Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario – n.d.c.] di didattica della storia, una ragione forse c’è.
È difatti a ciascuno ben noto come gli allievi della scuola secondaria ignorino in gran parte gli avvenimenti a noi (e a loro) più vicini e vivano quasi con un senso di spaesamento (spaziale e temporale) il proprio tempo. Ed è ugualmente noto come nella concreta realtà della quotidianità scolastica molto di rado si giunga a insegnare, dibattere e far apprendere gli eventi della contemporaneità più stringente, nonostante gli attuali programmi di storia prevedano che nell’ultimo anno del curricolo venga affrontato proprio l’intero Novecento.
Certo, in tutto ciò pesa non poco il numero ridotto di ore di lezione su cui generalmente può contare l’insegnamento della storia. Come pure pesa l’atteggiamento tra il disincanto e il rifiuto con cui non di rado i giovani studenti si accostano a questa disciplina. Ma proprio per tali ragioni può forse essere non inutile l’esperimento che viene proposto in questo scritto. In esso ho infatti cercato di utilizzare quella categoria dei “nuclei fondanti” (corredata da tutta una serie di pur rapidi “zoom specifici”) sulla quale ci siamo insieme soffermati durante il corso SSIS.
Gli spartiacque che ho scelto per questa mia sintesi degli ultimi sessanta anni sono quelli dei settennati dei nostri Presidenti della Repubblica. Si tratta naturalmente di una tra le molte opzioni possibili. Ma essa ha comunque il vantaggio di delineare degli archi temporali non solo facilmente definibili, ma anche – come si vedrà – quasi sempre storicamente significativi. L’ambizione e la speranza sono quelle di fornire un “filo rosso” – certo parziale, certo discutibile ma forse non del tutto inutile – per cominciare a dipanare l’aggrovigliata matassa di vicende che ciascuno di noi ha in parte o in tutto direttamente vissuto.
(Prima puntata)
Enrico De Nicola
Presidente della Repubblica
(1° luglio 1946 - 11 maggio 1948)
Dall’alleanza alla contrapposizione
Nel breve spazio di un quarto di secolo l’Europa era stata teatro di due immani conflitti mondiali, il cui prezzo in vite umane non è neppure paragonabile a quello delle precedenti guerre della storia del pianeta. Nel 1945 la fine delle ostilità coincise però, a differenza che nel 1918, con un generale senso di orrore per la lotta sanguinosa appena conclusa e con l’aspirazione a una pace che consentisse un radicale rinnovamento dei rapporti tra i popoli. Furono un orrore e un’aspirazione determinati anche dal fatto che, penetrando nei territori occupati dalla Germania, gli eserciti alleati avevano scoperto via via i campi di sterminio tedeschi. In essi milioni e milioni di civili, quasi tutti ebrei, avevano trovato la morte.
Molti guardarono allora all’intesa di guerra come a una coalizione del bene contro il male. Molti sperarono allora in un mondo governato dai principi in nome dei quali quella coalizione aveva combattuto e vinto.
Ma le cose andarono altrimenti. A tre mesi dalla disfatta tedesca, il fungo atomico di Hiroshima (6 agosto 1945) costringeva alla resa anche il Giappone. In quella tragica esplosione bruciarono infatti anche molte delle speranze che avevano costituito il cemento ideale del fronte antinazista. Quel fungo costituiva - come subito colsero gli spiriti più acuti dell’epoca - un preciso e pesante avvertimento all’alleato sovietico da parte degli Stati Uniti guidati ormai - dopo l’improvvisa morte di Roosevelt - da Harry Truman.(2)
Questo avvertimento fu peraltro raccolto dall’Unione Sovietica, che a sua volta decise di avviare una politica di armamento nucleare. Le aspettative di collaborazione sfumavano così rapidamente nella logica della contrapposizione. Gli esiti della grande Conferenza di Jalta (4-11 febbraio 1945), nella quale Roosevelt e Stalin - isolando di fatto il leader britannico Winston Churchill - avevano cominciato a prefigurare le frontiere di un mondo nuovo, si irrigidivano quasi subito nelle logiche tradizionali della politica di potenza.
Si apriva insomma la fase dei due “blocchi” schierati l’uno contro l’altro. Proprio Churchill avrebbe immediatamente tratto le conseguenze del mutamento di clima, annunciando nel celebre Discorso di Fulton (1946) che una “cortina di ferro” era di nuovo scesa a dividere l’Europa. Le grandi ideologie storiche - capitalista e comunista - tornavano dunque a contrapporsi sulla scena planetaria, ma con una capacità di presa ormai indubbiamente logorata.
Oggi è possibile sostenere che queste stesse ideologie erano uscite consunte proprio dalla loro stessa alleanza e dalla loro stessa vittoria contro il comune nemico nazista. A rendere possibile quella alleanza e quella vittoria era stata infatti l’oggettiva crisi delle loro “armature” pregiudiziali: la presa d’atto che né l’una né l’altra rappresentavano di per sé un’autonoma pienezza e - meno che mai - la soluzione definitiva ai problemi della storia.
Non bisogna dimenticare, per altro, che già da tempo quelle purezze e quelle appartenenze ideologiche erano state costrette dal concreto sviluppo della storia a fare più di un significativo compromesso al proprio interno. Così nel “campo orientale”, dopo i fallimentari tentativi nei primi anni Venti di esportare la soluzione “bolscevica”, già da lustri si era nei fatti ammainata la bandiera della “rivoluzione mondiale”. Così, nel “campo occidentale”, a partire dalla dura lezione del 1929, liberismo e liberalismo erano dovuti via via scendere a compromessi sempre più corposi con le istanze della democrazia.
Le pure ragioni dell’economia avevano dovuto cioè venire a patti con le ragioni di una società sempre più complessa ed esigente. Ciò anche in quanto le varie componenti del movimento operaio occidentale avevano visto progressivamente rafforzate la loro azione e la loro incidenza dalla robusta presenza internazionale dell’Unione Sovietica.
In sostanza, la vittoria sul nazismo non era riuscita a proseguirsi in una organica pace mondiale. Il pianeta non poteva tuttavia più essere configurato come se quella vittoria non ci fosse stata. Nei punti alti e decisivi dello sviluppo si rinnovava sì una contrapposizione tra i sistemi ideologici (e i relativi modelli politico-sociali). Questa, però, doveva in ogni caso rinunciare all’opzione della “guerra calda”, alla possibile distruzione dell’“altro”. Non a caso - e nonostante tutto - si veniva schiudendo, almeno in Europa, un lungo periodo di pace. Di pace armata sì, ma comunque di pace.
La nuova Italia
Anche in Italia, con la Liberazione, alla quale si era giunti dopo una lunga e aspra lotta, si era affermata un’esigenza di cambiamento. Questa era tanto più avvertita, quanto più forte era stata la compressione della libertà esercitata dal potere fascista nel corso della sua ventennale dittatura. Forze nuove, provate al fuoco della Resistenza, erano così divenute protagoniste di un processo di “ricostruzione” nel quale lo spirito di libertà si coniugava con l’impegno morale e civile, con l’entusiasmo e la speranza in un futuro migliore, con la riaffermazione di un più alto e compiuto ideale di democrazia.
La prima fase della “ricostruzione” (1945-1948) fu contraddistinta dalla sostanziale collaborazione delle grandi forze che da tempo avevano sostituito nella rappresentanza del Paese quelle risorgimentali. Esse si riconoscevano ormai in tre partiti: la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti, il Partito socialista di unità proletaria di Pietro Nenni e di Giuseppe Saragat.(3)
Queste nuove forze avevano dimostrato la loro presa di massa in occasione delle prime elezioni politiche abbinate al referendum istituzionale (2 giugno 1946) che - a poco più di ottant’anni dall’unità - trasformava l’Italia in una Repubblica. Il frutto più alto della loro intesa fu l’elaborazione della nostra Carta costituzionale entrata in vigore il 1° gennaio 1948. In essa confluirono, oltre alle ispirazioni marxista e cattolica, anche i contributi della tradizione liberale, operanti sia attraverso la mediazione crociana, sia attraverso quella gobettiana che si esprimeva in particolare negli uomini del Partito d’Azione.
Intanto, i guasti e le rovine prodotti dalla guerra stavano a indicare come, parallelamente, occorreva por mano alla “ricostruzione” a partire soprattutto dall’economia: l’aggravamento della divaricazione tra il nord e il sud del Paese, la scarsità dei prodotti agricoli, il razionamento dei beni di prima necessità, la quasi totale rarefazione dei manufatti industriali, l’aumento incontrollato dei prezzi, se da una parte assimilavano l’Italia agli altri Paesi sconvolti dalla guerra, dall’altro rivelavano come da noi la situazione fosse tuttavia meno disperata se raffrontata, per esempio, a quella della Germania.
Già a partire dalla tarda primavera del 1945 (il 25 aprile le ultime truppe tedesche si erano ritirate al di là delle Alpi), nel nostro Paese si poté procedere a fare un inventario dei danni subiti. I settori più colpiti erano, oltre all’agricoltura, quello delle infrastrutture e quello dell’energia, legata ancora essenzialmente al carbone; meno grave era invece lo stato dell’industria e dei trasporti. Si imponeva in ogni caso l’ardua impresa di una complessiva “ricostruzione” del Paese.
Luigi Einaudi
Presidente della Repubblica
(11 maggio 1948 - 29 aprile 1955)
L’età della separazione
Quando Luigi Einaudi si insedia sul “colle più alto”, nella scena mondiale cominciano a spirare sempre più impetuosi i venti della “guerra fredda”. E durante l’arco dell’intero settennato il quadro internazionale resterà fortemente condizionato dall’aspro confronto tra il blocco occidentale e quello orientale.
La contrapposizione tra i due “imperi” raggiungerà particolari forme di asprezza. Sia pure in sedi locali e in qualche modo periferiche, si arrivò - come in occasione del conflitto di Corea - alla stessa guerra guerreggiata. E tuttavia la soglia della resa dei conti finale non solo non fu mai raggiunta, ma neppure venne mai presa in seria considerazione.
In tal senso, contava certo il duro dato oggettivo dell’equilibrio delle forze maturato alla soglia degli anni Cinquanta (la cosiddetta logica della “deterrenza”), ma c’era pure la consapevolezza - mai apertamente dichiarata e tuttavia operante - che si era fortemente attenuato - ad Ovest come ad Est - il valore egemonico e mobilitante delle tradizionali purezze e delle tradizionali appartenenze ideologiche. Un loro compiuto perseguimento avrebbe avuto esiti immediatamente catastrofici per tutti: non fu davvero casuale allora la “fortuna popolare” della battuta del grande fisico Albert Einstein sul “ritorno della clava” quale sola possibile arma di un’eventuale era postatomica.
In realtà, la grande alleanza antinazista era stata stretta tra ideologie in qualche misura dimidiate e in crisi. Il fatto stesso che essa era stata egemonizzata dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica segnalava, se non il tramonto, certo la crisi della vecchia Europa. A fronte dell’epifania e dell’esplosione del nazifascismo - e dopo vani tentativi di compromesso con esso - le potenze del capitalismo tradizionale o, come la Francia, si erano rapidamente dissolte o, come l’Inghilterra, si erano dovute attestare su una linea di resistenza tanto generosa, quanto a lungo andare disperata.
Certo, si potrebbe obiettare che la conclusione del secondo conflitto mondiale vedeva pur sempre quali veri vincitori i paesi leader del capitalismo e del socialismo planetari. Ma, come acutamente osservò Thomas Mann, i due “giovani giganti” incarnavano ormai un quadro di valori che non erano più propriamente quelli che avevano sino ad allora segnato la storia europea.
Il capitalismo americano - cresciuto non tra i lacci e i laccioli del “variopinto mondo feudale” ma nelle vaste praterie della “Frontiera” - aveva finito per approdare con il new deal rooseveltiano alla necessità di un robusto compromesso tra le ragioni dell’economia e le esigenze della democrazia. Il comunismo sovietico aveva per parte sua messa molta acqua nel vino della purezza del marxismo e del leninismo. Rinunciando all’idea stessa della “rivoluzione mondiale”, si era da tempo attestato sul singolare revisionismo del “socialismo in un solo Paese”: una posizione ideologicamente impura quanto strategicamente prudente.
Stando così le cose, l’egemonia degli USA e dell’URSS nella guerra antinazista aveva finito per esprimere - magari solo in nuce - la virtualità di una matura e organica fuoruscita dall’involucro delle purezze dogmatiche di un secolo e mezzo di storia. Ed era stata proprio quella incipiente virtualità che aveva suscitato le energie morali in grado di battere, insieme alle forze militari, il “nuovo ordine” hitleriano. Un “ordine”, questo, che aveva preteso di affermarsi negando sì i limiti di quelle grandi ideologie, ma liquidando anche le loro straordinarie ragioni storiche e le loro indiscutibili “verità interne”: le quali consistevano nel tentativo - “presuntuoso” ma generoso - di dar concretezza storica rispettivamente ai fondamenti ideali della “libertà” e a quelli dell’“uguaglianza”.
Sta di fatto però che la persistenza tenace di quei limiti (la convinzione, specularmente rovesciata, che “libertà” e “uguaglianza” possono al massimo compromettersi, mai però pienamente e armoniosamente coniugarsi tra di loro) aveva poi impedito che la comune vittoria potesse proseguire nella gestione comune dell’umanità associata. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, invece di essere la possibile culla di un autentico “governo mondiale”, assumeva ben presto e sempre più spesso un ruolo di mera facciata e di mera cassa di risonanza di un confronto di potenze armate fino ai denti.
Aspetti salienti e ricorrenti dell’età della separazione sono stati così la “guerra fredda”, le “guerre calde locali” per interposta persona, ma anche la consapevole rinuncia ad andare oltre il limite. Ci si avvertiva insomma come avversari, come diversi, come “separati in casa”, ma ogni resa dei conti definitiva veniva di fatto e pour cause sempre rinviata. Venivano così affidate responsabilità sempre più pesanti alle generazioni a venire ma, pur nel “confronto” di diversità avvertite come “inconciliabili”, si garantiva la pace - e sia pure una pace armata - alle generazioni presenti. Non a caso, quando il settennato di Luigi Einaudi arriva a conclusione siamo ormai alla vigilia dell’“indimenticabile 56”. L’invasione dell’Ungheria e la tragica repressione del suo popolo insorto, il fallimento dell’intervento anglo-francese nel canale di Suez, il rapporto segreto con cui Krusciov avvia la “destalinizzazione” costituiranno - come vedremo - l’incandescente crogiuolo in cui si consuma l’era della separazione e si dischiude una nuova età storica: quella del confronto e della “coesistenza pacifica”.
La stagione del centrismo
L’insorgere della “guerra fredda” determinò nel nostro Paese l’esaurimento dell’alleanza antifascista. In tale contesto si ebbero prima la rottura del governo “tripartito” e poi, con le cruciali elezioni politiche del 18 aprile 1948, il formarsi di quelli che potremmo anche in questo caso chiamare due “blocchi”: il blocco di maggioranza guidato dalla Democrazia cristiana e il “fronte” dell’opposizione egemonizzato dal Partito comunista. E tuttavia, anche in questo caso, il contrasto di fondo non escludeva una sostanziale concordia discors.
In altre parole, la durezza dello scontro non mise mai in discussione in entrambe le parti i fondamentali principi della libertà riconquistata dopo la caduta del fascismo. Una opzione che - al di là dell’asprezza dei contrasti - finirà per contribuire non poco, per oltre un ventennio, all’articolato processo di crescita democratica dell’Italia. In questo senso decisive risultarono le scelte degli illuminati leaders dei due schieramenti contrapposti.
Da un lato, Alcide De Gasperi, pur potendo contare su una Democrazia cristiana che si era aggiudicata in Parlamento una solida maggioranza assoluta, rinunciò (come invece chiedeva Giuseppe Dossetti, guida della vivace sinistra interna della DC), a ogni ipotesi di governo “monocolore”. Ai suoi occhi la tenuta del quadro democratico e la stessa garanzia della autonomia dello Stato potevano essere meglio garantite da compagini di coalizione “centriste” che includessero anche formazioni di carattere esplicitamente laico quali il Partito socialdemocratico, quello liberale e quello repubblicano.
Dall’altro lato, Palmiro Togliatti, pur nel contesto del patto di unità di azione col Partito socialista e di una opposizione condotta senza sconti, ancorò fermamente la politica dei comunisti italiani alla strategia del “partito nuovo” e al conseguente riconoscimento della democrazia come il terreno proprio della lotta politica. Se restava pur sempre indiscusso il riferimento internazionale all’Unione Sovietica, si teorizzava però e si cercava di praticare la peculiarità di una “via italiana al socialismo” nella consapevolezza che tra democrazia e socialismo non dovesse esistere alcuna “muraglia cinese”.
Certo, la soluzione dei governi “centristi” comportò anche delle scelte economiche e sociali precise. È vero, non mancarono interventi di un certo coraggio. Nel 1950, ad esempio, il Ministro dell’Agricoltura Antonio Segni aveva realizzata una parziale riforma agraria. Questa migliorava di poco la dura condizione dei contadini; valse comunque al ministro proponente l’ostilità dei grandi latifondisti, quelli meridionali in prima fila.
E tuttavia, sulla nodale questione del risanamento economico, a fronte delle varie strade possibili, venne imboccata in quegli anni la via di un pronunciato liberismo. Così, mentre “nel resto del mondo la seconda guerra mondiale aveva segnato una conferma della fondatezza della critica keynesiana al laissez faire e gli economisti si affrettavano a trarne le necessarie conclusioni a favore dell’intervento dello Stato nell’economia, l’Italia, che era scampata, a mezzo di interventi statali e protezionismo, ai peggiori effetti della grande crisi, ora veniva messa a nuotare contro corrente, sulla base di teorie economiche sorpassate già da una generazione” (De Cecco). Quanto al piano dei rapporti sociali, non di rado la soluzione prescelta fu quella - talora anche tragicamente sanguinosa - della contrapposizione al sindacato e alle istanze degli strati più popolari della nazione.
La stagione “centrista” venne così progressivamente logorandosi. Il tentativo di rivitalizzarla con la legge maggioritaria fallì alla prova delle elezioni politiche del 1953. Una sconfitta che segnò anche il sostanziale tramonto della leadership di De Gasperi nel suo partito.
Appena due anni dopo, la conclusione del settennato di Luigi Einaudi viene così a coincidere con l’avvio di una fase completamente nuova. Proprio la fine della presidenza dell’uomo che forse meglio e più lucidamente aveva incarnato in Italia i valori e le prassi del liberismo, accentua nel Palazzo e nel Paese un dibattito sempre più vivace in vista di nuovi equilibri politici e sociali. Anche in Italia l’“indimenticabile 1956” avrebbe prodotto un significativo mutamento di clima: si apriva un periodo che nel giro del successivo settennato avrebbe portato - certo con un processo faticoso e non privo di arresti e di contraddizioni - all’età del centro-sinistra.
Giovanni Gronchi
Presidente della Repubblica
(11 maggio 1955 - 11 maggio 1962)
Un tempo di transizione
La fine della presidenza Truman (1952) e la morte di Stalin (1953) segnarono la scomparsa dalla scena politica mondiale di due dei maggiori protagonisti del primo dopoguerra. Era appunto stato il periodo di più accesa contrapposizione tra le due grandi potenze che pure, insieme, avevano dato il contributo decisivo per la vittoria sul nazismo. Quegli eventi vennero così anche simbolicamente a dischiudere - dapprima solo in nuce(4), poi sempre più chiaramente - una nuova fase dei rapporti internazionali. Nel giro di un decennio questa sarebbe approdata ai nuovi orizzonti della distensione e della coesistenza pacifica.
Non si trattò, peraltro, né di una fase breve, né tanto meno di una fase indolore. Con apparente paradosso il punto di svolta si delineò proprio nell’anno - passato poi alla storia come l’“indimenticabile 1956” - in cui i nodi al pettine parvero drammaticamente aggrovigliarsi e le contraddizioni tra le superpotenze sembrarono raggiungere il loro acme.
È stato il caso dell’intervento congiunto condotto da Inghilterra e Francia in Medio Oriente per rispondere alla nazionalizzazione del canale di Suez operata da Nasser. Ma è stato pure il caso della tragica repressione dell’URSS in Ungheria.
Si trattò di due avvenimenti che sconvolsero l’opinione pubblica internazionale e fecero giungere il mondo sino sul baratro del conflitto termonucleare. Eppure proprio quelle drammatiche circostanze sancirono invece che i paladini più oltranzisti della strategia della “guerra fredda”, del roll back(5) e del “rischio calcolato” avevano raggiunto le proprie colonne d’Ercole.
Secondo quella logica - fortemente sostenuta nelle cancellerie di Londra e di Parigi, ma certamente non del tutto assente nelle sedi decisionali di Washington - Budapest e Suez dovevano fornire finalmente l’occasione di una resa dei conti sin troppo a lungo rinviata tra Occidente e Oriente. Ma le cose andarono ben altrimenti. Da un lato, nulla di veramente concreto venne fatto sul terreno politico e militare per correre in soccorso degli insorti ungheresi. Dall’altro, sulle rive del Canale egiziano, gli anglo-francesi furono costretti a una repentina e umiliante marcia indietro.
Sarebbe semplicistico pensare che a causare queste prove di tangibile impotenza ci fosse solo la consapevolezza della mutua deterrenza delle armi di sterminio di massa e della oggettiva improponibilità di un conflitto combattuto con gli arsenali atomici(6). Certo, tutto questo non poté non contare. Ci fu però anche qualcosa di più.
È stato giustamente sottolineato in sede storiografica che la “guerra fredda” rimase appunto solamente tale perché gli equilibri nelle zone vitali del pianeta restavano regolati dalla ferrea divisione in sfere di influenza concordata nella conferenza di Jalta. E tuttavia non va dimenticato come proprio nella cittadina sul Mar Nero si fosse in realtà consumato anche un evento di portata epocale: la sostanziale emarginazione del vecchio Continente dalla direzione egemonica degli affari mondiali.
È vero, con il colpo di coda di Fulton, Churchill aveva trovato in Truman una spalla ben altrimenti disponibile rispetto a quella di Roosevelt. E aveva così cercato di rilanciare il secolare ruolo dell’United Kingdom e delle potenze del tradizionale colonialismo europeo.
Meno di dieci anni dopo, quel disegno conduceva Eden e Mollet a lanciare il guanto di sfida a Nasser. La sfida mirava anzitutto a dire che le bandiere della vecchia Europa tornavano a sventolare in un cruciale scacchiere del mondo. Ma l’esplicita condanna formulata dal segretario di Stato USA Foster Dulles - l’uomo forte del governo Eisenhower - e il vero e proprio ultimatum inoltrato dall’Unione Sovietica costringevano le truppe franco-inglesi ad abbandonare la zona del canale. Il messaggio era chiaro: USA e URSS non avrebbero conflitto tra loro per restituire un ruolo alle potenze che per secoli avevano egemonizzato la vita del pianeta. La “politica delle cannoniere” era finita per sempre.
In quelle stesse settimane, il dramma dell’insurrezione ungherese veniva a ribadire come gli strumenti della “guerra fredda” e del “rischio calcolato” avevano fatto il loro tempo. Gli eventi di Budapest commossero l’opinione pubblica, turbarono le coscienze, ma alla resa dei conti ribadirono che gli equilibri di Jalta perduravano intangibili. Le nazioni del Patto Atlantico poterono limitarsi a una mera condanna formale.
Stati Uniti e Unione Sovietica dovettero prendere atto della dura lezione dei fatti e orientare le proprie relazioni di superpotenze verso direzioni diverse da quelle dello scontro permanente. Nel settembre del 1959 gli esiti positivi dell’incontro di Camp David tra Eisenhower e Kruscev facevano esplicitamente decollare il processo della “distensione”.
Non è certo un caso allora se, con l’istituzione del Mercato Comune Europeo (26 marzo 1957), il vecchio Continente aveva già dovuto avviarsi verso rotte inedite, del tutto ignote ad altre età. Né è parimenti casuale se nella seconda metà degli anni Cinquanta cominciarono ad affermarsi i fenomeni che avrebbero contraddistinto il decennio successivo: il processo di decolonizzazione(7), il crescente protagonismo del cosiddetto “terzo mondo”(8), il boom delle economie sviluppate, la crescita - dalle donne ai giovani - di nuovi soggetti politici.
Il tramonto del centrismo
Anche in Italia fu la morte di De Gasperi, uno dei grandi protagonisti del nostro primo dopoguerra, a segnalare simbolicamente che la non breve stagione della ricostruzione e del “centrismo” si andava ormai consumando. Dopo il fallimento della legge maggioritaria, si veniva difatti imponendo la necessità di identificare nuovi equilibri politici e sociali. Ma anche in Italia il tempo della transizione non fu né rapido, né privo di drammatiche tensioni.
È vero, il Paese si modernizzava(9), si consolidava una ripresa produttiva che avrebbe dato luogo nei primissimi anni Sessanta a un boom di straordinaria portata e all’affermarsi del cosiddetto “consumismo opulento”. E tuttavia i tempi della politica faticavano a tenere il passo con quelli della economia e della società. Continuavano a succedersi governi a guida democristiana, sorretti da esigue e sempre più sofferenti coalizioni centriste, cui talora correvano in soccorso i voti dei monarchici e dei neo fascisti. Ma all’interno della maggioranza sempre più aperto si faceva il dissidio tra quanti (le sinistre DC, i repubblicani di La Malfa e i socialdemocratici di Saragat) ritenevano oramai ineludibile un’apertura a sinistra attraverso il coinvolgimento dei socialisti di Nenni e quanti invece (le correnti maggioritarie della Democrazia cristiana e i liberali di Malagodi) continuavano a difendere a denti stretti la soluzione centrista. Sul fronte dell’opposizione cominciava (anche qui non senza contraddizioni e colpi di coda) a prendere corpo il cosiddetto “autonomismo” socialista rispetto all’alleato comunista.
Furono anni quelli nei quali nei palazzi della politica si giocarono partite intricate e complesse, di cui proprio l’elezione a sorpresa di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica costituì uno degli episodi non marginali. Emersero per poi ridimensionarsi figure di uomini come Amintore Fanfani che - sull’esempio del francese De Gaulle - si pretendeva fossero “forti”(10). Si tentarono accelerazioni improvvide come quelle che portarono all’avventura di Tambroni e alle drammatiche giornate del luglio 1960. Ma journées des dupes, “colpi di pugnale fiorentino”, farsi e disfarsi di governi e di correnti di partito costituirono in fondo l’epifenomeno di una realtà del Paese che nel suo profondo mutava, vedeva le grandi masse radicarsi socialmente e allargarsi gli spazi di una democrazia via via più matura. Non era oramai lontana la svolta del 1962 che - attraverso la sapiente mediazione di Aldo Moro - avrebbe rapidamente portato, per la prima volta nella nostra storia, una forza legata alla tradizione del movimento operaio - il Partito socialista - a partecipare al governo dell’Italia.