A questo punto, allora, perché andare a Firenze? Domanda da rivolgere anche a quei dirigenti di partito che ci vengono mentre fanno altro. Verranno forse per cercare di dire che il loro non è un vero no, che ciascuna delle due distinte operazioni che stanno conducendo, in fondo, risponde alle esigenze poste dall’appello? (Ci sono stati accenni e segnali in questo senso).
Ma rispondiamo innanzitutto alla prima domanda. Ci si va per dire ancora la verità a tutti quelli che staranno ad ascoltare. In ogni caso se ne ricorderanno, si spera, dopo i risultati di giugno. E poi, le due famose liste distinte e concorrenti non sono ancora fatte. Fino a quando non sono fatte, parlare è un dovere.
Consideriamo questi dati della situazione. I promotori della lista SD-Vendola-nuovo PS-verdi (verdi?) dicono di sperare di avvicinarsi al sei per cento. I promotori della lista Rifondazione-PdCI-Sinistra critica (quest’ultima forse) contano comunque di superare il quattro. Questi sono gli obiettivi massimi dichiarati, che si presentano decisamente contrari alla tendenza manifestata da tutte le ultime consultazioni, dalle politiche di giugno alla Sardegna. Si scommette quindi su un’inversione di tendenza, su segnali di novità che dovrebbero richiamare al voto un elettorato molto deluso, scoraggiato, e portato all’astensione (altra tendenza in aumento). Su quali basi?
Prima di tutto, su questo c’è una cosa da dire, enorme ma reale – oggettivamente attuale. Quell’insieme di obiettivi massimi, comunque sotto il dieci, è largamente inferiore alla necessità cui bisogna rispondere oggi, che è enorme, ma c’è, ed è urgente: la necessità di unire e rappresentare le forze del lavoro, della libertà e della pace, in una società scossa dalla più catastrofica crisi del capitalismo che abbia avuto luogo nel corso degli ultimi cento anni circa. Se non si comincia ad affrontare questa necessità, il vuoto di risposte sarà colmato (almeno in Italia) dal consolidamento del regime reazionario di massa, con le sue ronde, la sua demagogia, la sua capacità di alimentare i micro-conflitti e di sfruttarli.
Eppure, le forze da unire e da rappresentare esistono, e sono grandi. Forze che stanno dando luogo a una straordinaria stagione di mobilitazione sociale, unite nelle loro rivendicazioni, che vanno dalla difesa della scuola pubblica al rifiuto di pagare la crisi del capitale. Il 4 aprile a Roma saranno milioni, uniti. Perché mai la loro rappresentanza politica dovrebbe essere ineluttabilmente frammentata, litigiosa, inadeguata? Se si ritrovano insieme nelle piazze gremite, questi milioni di cittadini e di lavoratori forse non si preoccupano se chi marcia al loro fianco si definisce comunista oppure al contrario non sceglie questo nome, perché sanno di avere un orientamento di fondo in comune. Si tratta semplicemente dell’orgoglio (o spesso del desiderio, purtroppo) di vivere del proprio lavoro (diritto e dovere di tutti); si tratta della volontà di vivere liberi, in amicizia con la natura e in amicizia con i popoli.
A Ferrero e a Diliberto vorrei dire di comprendere che almeno su questo Berlusconi ha ragione, che veramente cioè l’Italia è ancora piena di comunisti, e lui ha ragione nell’averne paura, perciò non è proprio il caso di rassicurarlo chiedendo a ciascuno un’esplicita adesione ad articoli di fede e a segni e simboli sui cui oggi vi sono diffusi pregiudizi criticabili ma comprensibili (che bisogna saper comprendere da marxisti). A Fava e a Vendola vorrei dire che rischiano di essere vittime (e soprattutto di renderci vittime) di una speculare ossessione di “non-comunismo” che riecheggia, amplifica, e rende divisoria e distruttiva, tutta una somma di pregiudizi del nostro tempo di cui meglio sarebbe, da una parte e dall’altra, non parlare, perché ciò che preme, ciò cui bisogna rispondere, sono i fatti, non le parole o le definizioni.
Definizioni. Siamo dunque condannati ad avere da una parte la lista dei comunisti e dall’altra la lista della libertà? La libertà esclude forse un’idea di comunismo, appunto anche come diritto al lavoro e dovere di lavorare per tutti (secondo le parole di un grande compagno di strada del Novecento, come Thomas Mann)? E il comunismo, dopo tutto ciò che è accaduto, dovrebbe ancora essere timido e risentito di fronte all’idea di libertà, dovrebbe forse non sentirsi a casa dentro quest’idea, non sentirsi cioè anche compreso in essa in modo essenziale?
Io credo che i milioni che animano e animeranno le piazze italiane in questa stagione di lotte non capirebbero chi li volesse dividere su questo. Io credo che, di fronte a tali dispute assurde, davvero salterebbero un giro a giugno. Io credo invece che questi milioni, ritornando ai loro treni e alle loro case (se le hanno, e se ne sono certi) il quattro di aprile, vorrebbero trovare aperte le sedi per andare a scegliere coloro che poi voteranno come loro rappresentanti, sotto un simbolo che non potrebbe certo essere ancora quello di un partito, ma potrà (dovrebbe essere) quello di un patto, di un’alleanza democratica del lavoro; sotto un simbolo in cui vedano sventolare le bandiere rosse del lavoro e le bandiere arcobaleno dell’amicizia con la natura e con i popoli.
Se non abbiamo la forza di vedere queste cose, di volere queste, la storia, in questi anni che si annunciano terribili (e sono già terribili in tanta parte del mondo) passerà sopra tutti noi. E nessuno ne avrà onore.
Raffaele D’Agata
UN FILO DI SPERANZA
Poiché l’appello per una lista unica della sinistra non è riuscito a convincere tutti coloro che era necessario convincere, partiti e gruppi della sinistra italiana sconfitta e quasi cancellata dallo spazio pubblico nell’aprile scorso stanno presentemente seguendo strade che porteranno loro, e tutti i cittadini e i lavoratori che hanno bisogno anche di loro, a un ulteriore insuccesso. Quei cittadini e lavoratori sono alcuni milioni. Alcuni di questi milioni (prevalentemente giovani, ma molti ormai non troppo) sono lavoratori potenziali cui il sistema vigente dice ogni giorno che non c’è bisogno di loro, di fatto anche come persone. Perciò non hanno le stesse possibilità di permettersi un altro insuccesso come gli autori di articoli, i professori universitari e (sia permesso) molti dirigenti di partito. Siamo tutti responsabili di fronte a loro: autori dell’appello che non sono risultati convincenti finora, aderenti all’appello che forse non sono stati abbastanza numerosi o abbastanza attivi finora, dirigenti politici che hanno detto di no all’appello finora. Possiamo ancora parlarne? Sembra proprio che dobbiamo.
C’è ancora un filo di speranza. Perché non si spezzi è indispensabile affermare che nessuno vuole vincere senza gli altri o contro gli altri, che nessuno vuole misconoscere o negare le differenze, che a nessuno si chiede di rinunciare alle proprie ragioni anche perché veramente ciascuno ha ragione su alcuni punti che non si riesce ancora a tenere insieme (ma non è detto che non ci si riuscirà mai). Bisogna fare qualcosa insieme per il 7 giugno proprio per mantenere viva la possibilità di proseguire ciascun distinto progetto, da confrontare con gli altri e con i cittadini e i lavoratori, dall’8 giugno in poi.
Si presuppone, infatti, che stiamo parlando di diversi progetti per un’impresa comune, non di imprese diverse o, tanto meno, contrapposte quanto agli scopi e ai valori. Se non sapessimo che tutti lavoriamo per una civiltà della pace, del lavoro e della libertà, della fraternità e dell’eguaglianza, non ci parleremmo (in fondo, non litigheremmo neanche). E in questa situazione eccezionale, con un regime in corso di consolidamento, si tratta di affrontare un passaggio stretto, di scongiurare una comune rovina. La lista unitaria deve essere una lista di garanzia per tutti, che riconosca la pari dignità di tutte le ipotesi in campo per il futuro della sinistra. Per competere fin da ora, dopo tutto, ci sono anche le amministrative.
Mettere l’accento su ciò che unisce in vista del voto nazionale per il parlamento europeo non significa dunque rinunciare a competere né ad affermare contemporaneamente, ciascuno, tutte le proprie ragioni, le proprie convinzioni circa la via da seguire, i propri simboli. Si può concorrere, sotto i propri simboli e con le proprie ragioni specifiche, a un Fronte popolare del lavoro e dei diritti, che offra alla spontanea e diffusa protesta sociale, al diffuso rifiuto di pagare il prezzo della crisi del capitale, un segno di fiducia, di unità e di forza.
Per aderire a quale gruppo parlamentare di Strasburgo? Bisogna domandarsi se una tale questione appassionerà veramente gli elettori, molti dei quali (ma sempre pochi) forse apprenderebbero soltanto durante la campagna elettorale dell’esistenza del Gue (pur importantissimo), e verosimilmente non per affrettarsi a saperne di più. Ma se si dice semplicemente che si va a Strasburgo per dire no a questa labile, fasulla e antidemocratica costituzione europea e alla moneta delle banche che dirige i governi, e per dire sì invece a un governo europeo eletto che metta la moneta e le banche al servizio del lavoro, avremo o sostanzialmente indicato il Gue o comunque eletto persone (scelte, non dimentichiamo, innanzitutto mediante primarie) che lotteranno per questo (in rari casi) anche in altri gruppi, e saranno utili anche là.
Naturalmente questo significa avere fermamente come segno di riferimento il diffuso rifiuto di pagare per la crisi del capitale, cioè sapere che questa crisi è l’occasione per rovesciare l’egemonia culturale degli ultimi trent’anni. In altre parole, per smascherare quell’incompatibilità del capitalismo con la democrazia che fu fondatamente riconosciuta a suo tempo sotto l’impulso dei Reagan, dei Craxi, dei Blair e dei Giddens, e appunto mascherata spacciando per democrazia qualcosa che lo diventava intanto sempre di meno. In America, proprio in America, lo hanno fatto. Ci rendiamo conto di ciò?
Una rinuncia, quindi, certamente s’impone: la rinuncia a concedere spazio e credito a chiunque abbia ancora legami con quei deleteri, fallimentari e decrepiti “nuovismi”. Coloro che insistono sull’ “unità dei comunisti” esprimono in qualche modo questa esigenza innegabile, salvo tradurla in azioni che – nel contesto storico reale, che non sarebbe da marxisti ignorare – non uniscono ma separano, oggi, i proletari in carne e ossa, di antico e di nuovo genere.
Un fronte popolare elettorale per le europee, sostenuto dai partiti nella loro piena e riaffermata identità, ma indicato intanto agli elettori mediante le bandiere rosse del lavoro, unite con quelle arcobaleno dell’amicizia con la natura e tra i popoli, è ancora possibile, ed è soprattutto indispensabile. I milioni di proletari di antico e nuovo genere che scenderanno in piazza il 4 aprile lo meritano.
Raffaele D’Agata