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Premessa...

Dal sito www.sbilanciamoci.info, newsletter n. 107 del 18 febbraio u.s., riportiamo il testo di una ben motivata lettera indirizzata il 31 gennaio da 257 economisti, americani e di tutto il mondo, al Segretario di Stato Hillary Clinton, al ministro del Tesoro Timity Geithner e al delegato al Commercio estero Ron Kirk, affinché si torni ad adeguati controlli sui movimenti di capitale. Tra i primi firmatari Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, già vice-presidente e chief economist della Banca mondiale, autore di importanti libri – alcuni dei quali tradotti nella nostra lingua – molto critici sulle politiche economiche degli ultimi venti anni e sui loro effetti. Tra gli altri, gli italiani Sergio Cesaratto, Pietro P. Masina, Cosimo Perrotta, Alessandro Vercelli, Stefano Zamagni, Vera Negri Zamagni. Precedono notizie e commenti a cura del sito citato.


FACCIAMOGLIELA PAGARE

Cara Clinton, cari Geithner e Kirk... Oltre duecentocinquanta economisti (139 americani, 118 in rappresentanza degli altri paesi) chiedono un ritorno dei controlli sui movimenti di capitale. Tra loro Stiglitz e altri big del pensiero economico. Le lobby partono al contrattacco, il dibattito supera i confini statunitensi.

Il dibattito economico statunitense si è arricchito recentemente di un ulteriore capitolo. Gli accordi di libero scambio (FTAs) e gli accordi bilaterali di scambio (BITs) sono stati oggetti di critiche da parte di oltre 250 economisti americani e internazionali. Tra i primi firmatari della lettera inviata il 31 gennaio al Segretario di Stato Hillary Clinton, al ministro del Tesoro Timothy Geithner e all’ambasciatore Ron Kirk (delegato al Commercio estero), figurano Joseph Stiglitz e altre importanti figure di spicco del mondo accademico americano.

La lettera di Stiglitz e colleghi evidenzia l’importanza che le restrizioni dei movimenti di capitale a breve hanno nel contenere il rischio di bolle speculative. Un maggiore controllo consentirebbe, infatti, di limitare la volatilità macroeconomica internazionale evitando l’insorgere di ulteriori crisi finanziarie basate sulla speculazione internazionale. Su queste basi numerosi Paesi emergenti hanno adottato varie misure di controllo dei capitali, cercando di mettersi al riparo da afflussi e deflussi improvvisi in grado di minare i loro fragili sistemi finanziari.

La risposta delle lobby finanziarie, non si è fatta attendere. Nella lettera, firmata dalla camera di commercio americana e da quasi tutte le associazioni di industriali e manager americani e inviata a vari rappresentanti del governo il 7 febbraio, si esprime un giudizio fortemente positivo sugli accordi FTAs e BITs. Le eventuali restrizioni produrrebbero, secondo i firmatari della contro-lettera, effetti negativi sulle imprese e sui lavoratori americani e scatenerebbero una reazione a catena da parte di tutti i paesi del mondo con estensione di misure protezioniste persino sugli scambi commerciali. I rappresentati della finanza americana non esitano ad aggiungere, con spirito apparentemente disinteressato, che controlli generalizzati avrebbero effetti negativi soprattutto per i paesi che hanno più bisogno di capitali e investimenti: i paesi in via di sviluppo.

Le argomentazioni delle lobby sono state puntualmente ed efficacemente smontate nella contro-risposta degli economisti datata 9 febbraio. Le politiche di completa liberalizzazione dei capitali, sponsorizzate a oltranza dagli esponenti della finanza, hanno generato nel corso del tempo numerose crisi di grave entità. Se si pensa, per esempio, alle crisi finanziarie che hanno colpito vari paesi asiatici innestando instabilità sistemiche per colpa di liberalizzazioni selvagge dei flussi di capitali, oppure, ai recenti attacchi speculativi che stanno subendo alcuni paesi dell’area euro, allora si comprende agevolmente come le argomentazioni delle lobby non vertono su solide basi teoriche ed empiriche. Gli interessi di tali organizzazioni appaiono chiari: la liberalizzazione totale dei capitali agevolerebbe l’attività speculativa e i ricchi guadagni a essa legati e permetterebbe inoltre di ottenere elevate remunerazioni sfruttando i differenziali tra i tassi d’interesse.

Il sistema economico ha bisogno, evidentemente, di altro: una maggiore stabilità macroeconomica limiterebbe non solo l’insorgere di nuove crisi ma garantirebbe una crescita sostenibile e stabile, soprattutto per i paesi più poveri.

Parafrasando Keynes, riusciranno questa volta le idee ad abbattere il muro di gomma degli interessi pre-costituiti?

Il testo della lettera:

Cari Segretario Clinton, ministro Geithner, e Ambasciatore Kirk: Noi economisti firmatari vi scriviamo per informarvi di importanti sviluppi nella letteratura economica relativi alle regole di finanza prudenziale e per esprimere particolare preoccupazione riguardo a quanto i controlli di capitale siano limitati nel commercio estero e nei trattati di investimento.
Autorevoli ricerche pubblicate recentemente dal National Bureau of Economic Research, dal Fondo monetario internazionale e da altri istituti hanno mostrato che limiti agli afflussi di capitale di breve periodo nei paesi in via di sviluppo possono contrastare il dilagare di pericolose bolle speculative e apprezzamenti di valuta e possono concedere ai Paesi una maggiore autonomia nell’attuazione della politica monetaria.
Data la gravità della crisi finanziaria e le sue conseguenze, le nazioni avranno bisogno di ogni possibile strumento a loro disposizione per prevenire e frenare le crisi finanziarie. Anche se le restrizioni sui movimenti di capitale non sono la soluzione a tutti i problemi, queste nuove ricerche mostrano un consenso crescente intorno all’idea che le tecniche di gestione dei flussi di capitali dovrebbero essere incluse tra le “misure di stabilità macro-prudenziale” (carefully designed macro-prudential measures), promosse dai leader del G-20 al summit di Seul. In questi ultimi mesi, infatti, un certo numero di Paesi, dalla Thailandia al Brasile, ha risposto all’aumentare dei movimenti di capitale adottando varie forme di regolazione dei flussi.
Vi scriviamo, inoltre, per esprimere la nostra preoccupazione sul fatto che molti accordi commerciali e trattati bilaterali d’investimento degli Usa contengono clausole che limitano fortemente la capacità dei nostri partner commerciali di adottare misure di controllo dei capitali. Le disposizioni sui “trasferimenti di capitale” (
Capital transfers) di tali accordi richiedono ai governi di consentire che tutti i trasferimenti relativi a investimenti garantiti possano muoversi “liberi e senza dilazioni all’interno e all’esterno del proprio territorio”.
Nell'ambito di tali accordi, gli investitori privati stranieri hanno il potere reale di fare causa ai governi nei tribunali internazionali per presunte violazioni di queste clausole. Alcuni recenti accordi commerciali degli Stati Uniti pongono dei limiti sulla quantità di risarcimenti che gli investitori esteri possono ricevere come compenso per talune misure di controllo dei capitali e richiedono un prolungato "periodo di raffreddamento” prima che gli investitori possano presentare i propri reclami. Queste riforme minori, tuttavia, non sono sufficienti a fare in modo che i governi abbiano la facoltà di utilizzare tali legittimi strumenti di policy. Gli accordi commerciali e d’investimento di altri grandi Paesi esportatori di capitale permettono una maggiore flessibilità.
Noi suggeriamo che i futuri FTAs (accordi di libero scambio) e BITs (accordi bilaterali di scambio) degli Stati uniti permettano ai governi di implementare controlli di capitale senza essere soggetti ai ricorsi degli investitori, come parte di un menu più ampio di opzioni di policy per prevenire e mitigare le crisi finanziarie.

Cordiali saluti.

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