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Premessa...

Carlotta Gualco – si legge nel sito www.tavolidellacultura.net, è direttrice del “Centro in Europa” e di “Eurete” (Agenzia europea per lo sviluppo). Sui fascicoli n.04 e 05/2010 del mensile “Argomenti Umani” sono stati pubblicati due suoi brevi articoli, che lanciano un allarme sulle incapacità strutturali dimostrate dall’Unione Europea nei riguardi della crisi greca, e affacciano proposte per sanarle. Li trascriviamo qui di seguito, ringraziando l’Editoriale Il Ponte.
Poiché nel secondo articolo si parla di una discussione svoltasi sull’argomento, il 14 maggio u.s., presso il citato “Centro in Europa”, è bene sapere che quest’ultimo «svolge dalla sua fondazione (1992) attività di informazione e di riflessione sui temi dell’unificazione europea, a livello locale, nazionale e internazionale», al fine di promuovere la cultura europeistica. Esso «ha una tradizione di rapporti con le istituzioni comunitarie, che hanno contribuito in vario modo a molte delle sue iniziative, e con strutture analoghe in Italia e nel resto dell’Unione Europea. Collabora con l’Università di Genova e con enti e associazioni locali a vario livello».
(cfr. www.centroineuropa.it )


Europa e crisi greca. Avanti piano

Così la Grecia ha formalmente presentato la sua richiesta di aiuto all'Unione europea e al Fmi.
Ci sono voluti mesi di discussioni, scambi di accuse fra i Paesi dell'Ue, proposte di so­luzione più o meno ardite, per arrivare alla decisione del Consiglio europeo di attivare un meccanismo di solidarietà nei confronti della Grecia, e perché questa prendesse la forma di prestiti bilaterali affiancati da un intervento analogo del Fmi. E perché fossero definiti gli importi: 30 miliardi di curo per i primi, 15 miliardi per il secondo.
La Grecia di suo ci ha messo un pian draconiano di riforme, riduzione della spesa pubblica e aumento delle tasse per salvaguardare gli obiettivi di bilancio per il 2010 e avviare un percorso di risanamento fiscale. I ripetuti scioperi e i disordini evidenziano il prezzo sociale di quelle misure.
Alcuni hanno fatto notare come la forma adottata per il meccanismo non sia così soli­dale: i prestiti dovranno essere ripagati a un interesse del 5%, meno di quello attualmen­te pagato dalla Grecia a prezzi di mercato, ma ben lontano dai tassi ai quali i Paesi ricchi della Ue prendono a prestito risorse.
Qualcuno ha calcolato quanto frutterà il prestito triennale a Germania, Francia, Italia e Spagna. L'intervento del Fmi, poi, sarebbe la dimostrazione evidente dell'insufficienza della risposta europea.
E allora?
La Grecia ha compromesso la sua situazio­ne fiscale attraverso politiche colpevolmente largheggianti e ha truccato i suoi conti per entrare nell'euro. La sua passata indi­sciplina – bisogna dare atto all'attuale go­verno socialista ellenico del coraggio con il quale affronta la crisi – mette a rischio l'esi­stenza dell'euro e minaccia l'adozione della moneta comune da parte di altri Paesi eu­ropei desiderosi di farlo. Talune afferma­zioni sdegnate di parte tedesca lasciano comunque il tempo che trovano, dal momen­to che le banche tedesche hanno fatto incetta di titoli del debito greco.
La risposta europea può essere considerata poco coraggiosa e poco solidale, ma occor­re considerare il peso che la decisione di “aiutare” la Grecia può avere sulle opinioni pubbliche, specialmente della Germania che si avvia alle elezioni di maggio.
L'Unione europea pare però avere tratto una lezione importante dalla crisi greca. Il patto di stabilità ha dimostrato la sua inef­ficacia nel prevenire l'indisciplina di bilan­cio. La crisi greca ha messo a nudo l'impre­parazione dell'Ue nell'affrontare una crisi finanziaria come quella in atto in Grecia: i Trattati europei vietano interventi diretti di aiuto da parte della Ue.
Il caso greco ha anche evidenziato la mancanza di strumenti europei per accrescere la convergenza economica all'interno della zona euro, dove sussistono forti squilibri in termini di competitività. Lo stesso Consiglio europeo ha riconosciuto di dover migliorare la governance economica dell'Ue, proponendo di rafforzare il suo ruolo nel coordinamento delle politiche economiche e nella definizione della strategia di crescita europea.
Il parlamentare europeo Hannes Swoboda del gruppo Socialista e Democratico ha paragonato la task force fra istituzioni euro­pee costituita presso la presidenza stabile del Consiglio europeo, incaricata di formulare entro l'anno proposte di misure in questo senso, all'equipaggio del Titanic che, mentre la nave finisce sull'iceberg, prepara il menu per la settimana dopo.
Forse la metafora è ingenerosa, ma mette ef­ficacemente in evidenza la necessità di una risposta europea che sia immediata e di lar­go respiro.
Il nuovo Trattato di Lisbona offre nuove opportunità per l'adozione di misure di co­ordinamento, e occorrerà seguire con atten­zione le proposte che la Commissione euro­pea si è impegnata a formulare già entro questa primavera.
Ma il salvataggio della Grecia – e con lei della moneta unica – non può limitarsi alla concessione di un prestito a titolo oneroso o a qualche misura. L'Unione europea deve darsi la forza di uscire dalla crisi nel suo complesso e mettere in atto un programma credibile di rilancio e sviluppo.
Il piano presentato dalla Commissione eu­ropea, Europa 2020, riprende alcuni obiet­tivi della strategia di Lisbona in termini di occupazione e investimenti nella ricerca, riafferma la necessità di combinare la lotta al cambiamento climatico con la competitività e di diffondere maggiormente nella po­polazione europea un'istruzione di qualità.
Introduce poi un nuovo obiettivo, la pro­mozione dell'inclusione sociale, in partico­lare attraverso la riduzione della povertà.
E un programma condivisibile, ancora da affinare, ma ancora troppo dipendente dal­la buona volontà degli Stati membri, privo di strumenti di incentivazione o sanzione.
L'Europa, a cominciare dalla Commissione europea, che appare troppo schiacciata dal potere degli Stati, deve farsi promotrice, al più presto, di un programma ambizioso di riforme economiche e monetarie (un Fondo monetario europeo?), di rilancio degli investimenti – magari assistiti da bond europei –, di migliore regolazione dei mercati finanzia­ri. Su quest'ultimo punto, sono in atto da al­cuni mesi delle discussioni in seno alla Ue, il cui procedere è rallentato dalla resistenza di alcuni Stati. Basta dare uno sguardo oltre Atlantico, per vedere con quanto coraggio l'amministrazione Obama, dopo aver affrontato il dossier sanità, sta cercando di in­trodurre una vasta riforma dei mercati fi­nanziari per prevenire altre crisi.
Che dire, da europea, di tanta volontà ri­formatrice?
Ti guardiamo noi,
della razza di chi rimane a terra.

Crisi greca: il piano europeo non basta

Finita presto l'euforia delle borse conse­guente all'adozíone di un piano europeo per far fronte all'emergenza greca, fra il 9 e il 10 maggio, sono molti gli interrogativi che si af­facciano sulla tenuta della Grecia, sugli effetti della speculazione sugli altri Paesi dell'area euro in difficoltà, sull'efficacia delle misure proposte; in una parola, ancora una volta, sulla tenuta dell'unione monetaria, pi­lastro dell'Unione europea.
Questi interrogativi sono stati al centro di una discussione che si è svolta presso il Centro In Europa, a Genova, il 14 maggio scorso, a cui hanno preso parte Anna Colombo, segretario generale del Gruppo dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo, Sergio Cofferati, coordinatore per lo stesso gruppo della commissione speciale sulla crisi finan­ziaria, economica e sociale e due economisti dell'Università di Genova, Bruno Soro e Giovanni Battista Pittaluga.
La nota dominante è stata la preoccupazione per gli sviluppi futuri, solo in parte tempera­ta dalla constatazione che l'Unione europea sembra, seppure con ritardo, aver assunto consapevolezza della gravità della situazione e dell'impossibilità di avere una moneta uni­ca senza un coordinamento delle politiche economiche (Euro moneta fragile, ha intitolato il professor Soro il suo intervento).
Ciò che è successo in quel fine settimana a Bruxelles era impensabile fino a qualche me­se fa – ha esordito Anna Colombo – e qual­che tabù è caduto: l'intervento in caso di shock asimmetrico, che pareva impossibile, c'è stato, attraverso la messa in opera di un un «Fondo veicolo» (Special purpose vehicle) che dovrebbe disporre a regime di risorse complessive pari a 660 miliardi di euro (440 miliardi a carico dell'Unione e 220 miliardi del Fini) ed erogare prestiti e/o garanzie ai Paesi dell'Eurozona in difficoltà; la Banca centrale europea ha iniziato ad acquistare titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, intaccando il principio della sua indipendenza.
Va salutata con favore l'investitura della Commissione europea a rendere in qualche misura permanente un sistema d'intervento, con un monitoraggio più importante degli indicatori macroeconomici, compresi quelli di competitività e un controllo preventivo, a livello europeo, dei bilanci pubblici.
Ma i motivi di preoccupazione, come si di­ceva, sono molti.
Intanto il «Fondo veicolo», così come pro­posto dalla Commissione, basandosi su un sistema di garanzie, avrebbe avuto una por­tata illimitata. Renderlo totalmente intergovernativo e definirne un tetto massimo lo hanno reso da un lato di più difficile utilizzazione nel caso si verifichino, come appare possibile, altri casi analoghi a quello greco e dall'altro, ha sottolineato il professor Pitta­luga, proprio perché limitato, una fonte di attacchi speculativi.
Alcuni leader europei, succubi di pressioni elettoralistiche, hanno offerto non solo uno spettacolo deplorevole aizzando i popoli gli uni li contro gli altri, ma hanno anche tardato nell'assumere decisioni: hanno così inferto un colpo gravissimo alla solidarietà europea e un assist formidabile alla speculazione.
Anche la fretta con la quale sono state as­sunte – ad esempio in Spagna – misure di riduzione della spesa pubblica, senza alcun negoziato con le parti sociali, è figlia di quel ritardo colpevole.
C'è poi l'aspetto, gravissimo, del costo sociale della crisi: aumento delle tasse, riduzio­ne dei salari, taglio della spesa pubblica met­tono una forte ipoteca sulla crescita e l'occupazione dei paesi della zona euro. Ciò che infatti colpisce nei piani messi in atto dai governi greco e spagnolo è la mancanza di una strategia che sostenga la ripresa.
La crisi attuale è un disastro annunciato ma non per questo meno grave, ha detto Sergio Cofferati. I problemi erano insomma già evi­denti e l'Europa non è riuscita a farvi fronte, ad esempio attuando in maniera adeguata quella strategia per la crescita e l'occupazio­ne, lanciata a Lisbona nel 2000, che avrebbe evitato di trovarsi nella situazione attuale. La semplice moral suasion, e l'assenza di san­zioni, ha reso inefficace quella strategia.
Le preoccupazioni si accrescono se si consi­dera che 85 milioni di europei, nel 2008, vivevano sotto la soglia di povertà. Non si tratta solo di disoccupati, ma anche di persone che, pur lavorando, non riescono a mantenere un livello dignitoso di vita. Quanto alla dísoccupazíone, il  dato dell'8,8% dell'Italia non tiene conto della cassa integrazione, che costituisce l'anticamera della disoccupazione per circa 700-800 mila lavoratori. A questo si aggiunge l'immobilità degli strumenti di protezione (cassa integrazione, prepensionamenti) e di incentivazione, vecchi di trenta anni.
Ritornando al livello europeo, le stesse risor­se dedicate al meccanismo finiranno, se mai saranno attivate, per sottrarre risorse ai bilanci degli Stati e in ultima istanza allo sviluppo. Considerata questa situazione, e in presenza di segnali di ripresa deboli e a macchia di leopardo, incapaci di creare nuova occupa­zione nel prossimo decennio, la gestione dell'emergenza non fa altro che spostare un po' in avanti la barriera di contrasto agli speculatori e il risanamento, peraltro esasperando il conflitto sociale.
Che fare allora?
L'Europa deve farsi carico della regolazione e del controllo dei mercati finanziari, al suo interno e a livello internazionale, espungen­done i prodotti pericolosi. Non sarà facile riuscirci, considerando la resistenza opposta da settori significativi del sistema bancario e finanziario.
È poi essenziale rilanciare le infrastrutture eu­ropee, attraverso l'emissione di eurobond che creino investimenti e occupazione; istituire un'imposta sulle transazioni finanziarie che li­beri risorse per lo sviluppo e allo stesso tem­po dia un segnale al sistema; prevedere sanzioni e incentivi che diano efficacia alla nuova strategia di crescita proposta dalla Commissione e ora al vaglio del Parlamento europeo («Europa 2020»), responsabilizzando gli Stati membri. La crescita è anche la condizione ne­cessaria perché le cosiddette riforme struttu­rali – come quella della previdenza in Italia – garantiscano il mantenimento della coesione sociale. Insomma non basta tagliare le spese, come ci si affretta a fare anche in Italia. Altrimenti a soccombere sarà il modello sociale europeo.

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