Finita presto l'euforia delle borse conseguente all'adozíone di un piano europeo per far fronte all'emergenza greca, fra il 9 e il 10 maggio, sono molti gli interrogativi che si affacciano sulla tenuta della Grecia, sugli effetti della speculazione sugli altri Paesi dell'area euro in difficoltà, sull'efficacia delle misure proposte; in una parola, ancora una volta, sulla tenuta dell'unione monetaria, pilastro dell'Unione europea.
Questi interrogativi sono stati al centro di una discussione che si è svolta presso il Centro In Europa, a Genova, il 14 maggio scorso, a cui hanno preso parte Anna Colombo, segretario generale del Gruppo dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo, Sergio Cofferati, coordinatore per lo stesso gruppo della commissione speciale sulla crisi finanziaria, economica e sociale e due economisti dell'Università di Genova, Bruno Soro e Giovanni Battista Pittaluga.
La nota dominante è stata la preoccupazione per gli sviluppi futuri, solo in parte temperata dalla constatazione che l'Unione europea sembra, seppure con ritardo, aver assunto consapevolezza della gravità della situazione e dell'impossibilità di avere una moneta unica senza un coordinamento delle politiche economiche (Euro moneta fragile, ha intitolato il professor Soro il suo intervento).
Ciò che è successo in quel fine settimana a Bruxelles era impensabile fino a qualche mese fa – ha esordito Anna Colombo – e qualche tabù è caduto: l'intervento in caso di shock asimmetrico, che pareva impossibile, c'è stato, attraverso la messa in opera di un un «Fondo veicolo» (Special purpose vehicle) che dovrebbe disporre a regime di risorse complessive pari a 660 miliardi di euro (440 miliardi a carico dell'Unione e 220 miliardi del Fini) ed erogare prestiti e/o garanzie ai Paesi dell'Eurozona in difficoltà; la Banca centrale europea ha iniziato ad acquistare titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, intaccando il principio della sua indipendenza.
Va salutata con favore l'investitura della Commissione europea a rendere in qualche misura permanente un sistema d'intervento, con un monitoraggio più importante degli indicatori macroeconomici, compresi quelli di competitività e un controllo preventivo, a livello europeo, dei bilanci pubblici.
Ma i motivi di preoccupazione, come si diceva, sono molti.
Intanto il «Fondo veicolo», così come proposto dalla Commissione, basandosi su un sistema di garanzie, avrebbe avuto una portata illimitata. Renderlo totalmente intergovernativo e definirne un tetto massimo lo hanno reso da un lato di più difficile utilizzazione nel caso si verifichino, come appare possibile, altri casi analoghi a quello greco e dall'altro, ha sottolineato il professor Pittaluga, proprio perché limitato, una fonte di attacchi speculativi.
Alcuni leader europei, succubi di pressioni elettoralistiche, hanno offerto non solo uno spettacolo deplorevole aizzando i popoli gli uni li contro gli altri, ma hanno anche tardato nell'assumere decisioni: hanno così inferto un colpo gravissimo alla solidarietà europea e un assist formidabile alla speculazione.
Anche la fretta con la quale sono state assunte – ad esempio in Spagna – misure di riduzione della spesa pubblica, senza alcun negoziato con le parti sociali, è figlia di quel ritardo colpevole.
C'è poi l'aspetto, gravissimo, del costo sociale della crisi: aumento delle tasse, riduzione dei salari, taglio della spesa pubblica mettono una forte ipoteca sulla crescita e l'occupazione dei paesi della zona euro. Ciò che infatti colpisce nei piani messi in atto dai governi greco e spagnolo è la mancanza di una strategia che sostenga la ripresa.
La crisi attuale è un disastro annunciato ma non per questo meno grave, ha detto Sergio Cofferati. I problemi erano insomma già evidenti e l'Europa non è riuscita a farvi fronte, ad esempio attuando in maniera adeguata quella strategia per la crescita e l'occupazione, lanciata a Lisbona nel 2000, che avrebbe evitato di trovarsi nella situazione attuale. La semplice moral suasion, e l'assenza di sanzioni, ha reso inefficace quella strategia.
Le preoccupazioni si accrescono se si considera che 85 milioni di europei, nel 2008, vivevano sotto la soglia di povertà. Non si tratta solo di disoccupati, ma anche di persone che, pur lavorando, non riescono a mantenere un livello dignitoso di vita. Quanto alla dísoccupazíone, il dato dell'8,8% dell'Italia non tiene conto della cassa integrazione, che costituisce l'anticamera della disoccupazione per circa 700-800 mila lavoratori. A questo si aggiunge l'immobilità degli strumenti di protezione (cassa integrazione, prepensionamenti) e di incentivazione, vecchi di trenta anni.
Ritornando al livello europeo, le stesse risorse dedicate al meccanismo finiranno, se mai saranno attivate, per sottrarre risorse ai bilanci degli Stati e in ultima istanza allo sviluppo. Considerata questa situazione, e in presenza di segnali di ripresa deboli e a macchia di leopardo, incapaci di creare nuova occupazione nel prossimo decennio, la gestione dell'emergenza non fa altro che spostare un po' in avanti la barriera di contrasto agli speculatori e il risanamento, peraltro esasperando il conflitto sociale.
Che fare allora?
L'Europa deve farsi carico della regolazione e del controllo dei mercati finanziari, al suo interno e a livello internazionale, espungendone i prodotti pericolosi. Non sarà facile riuscirci, considerando la resistenza opposta da settori significativi del sistema bancario e finanziario.
È poi essenziale rilanciare le infrastrutture europee, attraverso l'emissione di eurobond che creino investimenti e occupazione; istituire un'imposta sulle transazioni finanziarie che liberi risorse per lo sviluppo e allo stesso tempo dia un segnale al sistema; prevedere sanzioni e incentivi che diano efficacia alla nuova strategia di crescita proposta dalla Commissione e ora al vaglio del Parlamento europeo («Europa 2020»), responsabilizzando gli Stati membri. La crescita è anche la condizione necessaria perché le cosiddette riforme strutturali – come quella della previdenza in Italia – garantiscano il mantenimento della coesione sociale. Insomma non basta tagliare le spese, come ci si affretta a fare anche in Italia. Altrimenti a soccombere sarà il modello sociale europeo.
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