(“The Dallas Worning News”, 9 ottobre 2005)
Port-auPrince – Haiti, la nazione un tempo orgogliosa di aver abolito la schiavitù mezzo secolo prima degli USA, sta sforzandosi di far sì che possano svolgersi le elezioni presidenziali, da cui ci si attende che il Paese esca finalmente dall’attuale situazione disperata. Ma gli organizzatori si trovano di fronte a una serie scoraggiante di difficoltà, da una violenza politica selvaggia alla corruzione, all’apatia, all’insicurezza. Il Consiglio Elettorale Provvisorio [tutto è “provvisorio” ad Haiti, il presidente, il governo, e perfino l’organismo che dovrebbe organizzare le elezioni – n.d.t.] non è ancora riuscito a ingaggiare i 40.000 addetti ai seggi elettorali, né a nominare le centinaia di supervisori delle elezioni locali. I seggi non sono stati istituiti, le schede elettorali non possono essere stampate finchè la Suprema Corte non avrà deciso chi può candidarsi a presidente e chi non lo può. Recentemente il Consiglio ha respinto 22 dei 54 richiedenti, compreso Dumarsais Siméus, che gestisce un impero di generi alimentari per 100 milioni di dollari a Mansfield, nel Texas, osservando che la sua cittadinanza statunitense gli preclude di candidarsi.
Questa settimana fa funzionari haitiani hanno ammesso che probabilmente le elezioni previste per il 20 novembre dovranno essere differite, per lo stato incerto dei preparativi. Scompigli di questo tipo non sono nuovi ad Haiti, che dall’indipendenza, raggiunta nel 1804, ha visto quattro interventi militari statunitensi. Tuttavia tanto a Washington che a Port-au-Prince si ha la sensazione che le prossime elezioni rappresentino, per Haiti, l’occasione migliore – e forse l’ultima – per diventare un Paese decente. «Queste elezioni sono una grande opportunità – ha detto James Morrel, direttore dello “Haiti Democracy Project”, organismo di studio con sede a Washington –, potrebbero consentire ad Haiti di rovesciare le cose». E un funzionario del Dipartimento di Stato, che vuol restare anomino: «Questa è la prima volta che agli haitiani si offre la possibilità di avere un governo che serva il popolo, anziché derubarlo». Se invece non si riuscirà a tenere le elezioni, vari esperti temono che Haiti sia destinata a cadere in una spirale d’illegalità permanente e a rappresentare per generazioni un fardello a carico degli USA e di altri Stati esteri.
Haiti è già il Paese più arretrato del mondo all’infuori dell’Africa. La maggior parte dei suoi 8,1 milioni di abitanti vive con meno di un dollaro al giorno. Il cinque per cento è affetto da AIDS o HIV, il tasso più elevato eccetto l’Africa sub-sahariana, e l’aspettativa media di vita dalla nascita è di soli 53 anni Il governo haitiano è finanziato quasi per intero dagli USA e da altri Paesi donatori. Si diffondono gli scontri politici, centinaia di persone sono rimaste uccise da quando un’improvvisa rivolta costrinse il presidente Aristide all’esilio nel febbraio 2004. Nelle ultime settimane – dicono alcuni candidati – bande armate hanno bloccato le operazioni di registrazione elettorale in alcuni slums della capitale densamente popolati, specialmente in quello di Cité Soleil, dove abitano almeno 500.000 persone. Di conseguenza, si sono potuti registrare solo 2,3 milioni sui 4,25 aventi diritto al voto. Funzionari statunitensi si dicono costernati e affermano che il Consiglio Elettorale Provvisorio ha mancato alcuni obiettivi essenziali. Ma il portavoce del Consiglio Stéphane Lacroix ha difeso l’andamento dei preparativi, dicendo che «la situazione sta migliorando giorno dopo giorno».
D’altra parte alcuni candidati temono che elezioni preparate in fretta non potranno essere oneste e trasparenti, mentre esponenti politici hanno minacciato di boicottare la competizione. “Transparency International”, organizzazione no-profit finalizzata a combattere la corruzione in tutto il mondo, ha classificato Haiti come la più corrotta fra le 145 nazioni monitorate nel 2003 e nel 2004. Raymond Joseph, ambasciatore haitiano negli USA, garantisce per il governo in carica, affermando che Gérard Latortue – già residente a Boca Raton, in Florida, e primo ministro di Haiti dal marzo del 2004 – sta svolgendo una politica pulita. «Dal punto di vista finanziario – ha detto il sig. Joseph - stiamo facendo un lavoro così buono, che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno ripreso i rapporti con Haiti, autorizzandola a ottenere prestiti». Investigatori dell’amministrazione Latortue sostengono che Aristide era il solo corrotto, guidando un governo che ha dilapidato almeno 21 milioni di dollari in elargizioni e investimenti in società fittizie, esistenti solo sulla carta. Aristide – attualmente in esilio nel Sud-Africa – e i suoi sostenitori respingono queste accuse. Resta però il sospetto che, durante la sua presidenza, siano spariti aiuti internazionali per centinaia di milioni di dollari. «In che modo un povero prete come Aristide – si chiede il sig. Joseph – è potuto diventare plurimilionario, con uno stipendio di 10.000 dollari al mese? Io non lo capisco».
Mentre prosegue il battibecco, molti comuni cittadini di Haiti sono pieni di rabbia vedendo quanto poco denaro venga speso per alleviare le condizioni dei più bisognosi. «Non voglio accusare nessuno – dice Jean-Marie Joseph, studente ventiduenne impegnato nella campagna elettorale per il candidato Evans Paul – ma non ho notizia di alcun uomo politico haitiano che abbia mai fatto qualcosa di buono». Anche i ricchi sono insoddisfatti. «La maggior parte dei proventi fiscali viene rubato da chi sta al governo», ha detto Andy Apaid, un potente uomo d’affari di Port-au-Prince che ha contribuito a destituire Aristide. Certo le sue proteste trovano scarsa simpatia tra la gente di Haiti, dove l’un per cento della popolazione possiede circa la metà delle ricchezze nazionali. Ma ricchi e poveri – afferma Apaid - insieme alla comunità internazionale, uniranno gli sforzi per ricostruire Haiti e assicurare che le prossime elezioni siano un successo. «Tutti i ceti, tutte le componenti della società civile si stanno unendo per una ripresa senza precedenti», dice ancora Apaid, descrivendo ciò che ha davanti agli occhi come «il risveglio». Non tutti sono così ottimisti. Anche taluni esponenti haitiani convengono che, con tutti i problemi e le controversie che ci sono, non è probabile che le elezioni possano tenersi il giorno stabilito. «Non potranno in alcun modo svolgersi il 20 novembre» ha detto Patrick Fequire, membro del Consiglio.
HAITI ALLA DERIVA MALGRADO IL
SOSTEGNO DEGLI STATI UNITI
E DELL’ONU
(“The Washington Times”, 11 ottobre 2005)
Port-au-Prince – A oltre 19 mesi dall’allontanamento del presidente Jean-Bertrand Aristide, messo in atto dai marines statunitensi di fronte al montare di una rivolta armata, Haiti resta in sempre peggiori condizioni di povertà e di violenza, malgrado la presenza di una forza “peace-keeping” delle Nazioni Unite e un aiuto americano di circa 195 milioni di dolllari.
La cacciata di Aristide è stata gradita dall’amministrazione Bush, che aveva accusato l’ex prete cattolico di tollerare il traffico di droga e di avvalersi di bande armate per colpire gli oppositori. Ma il governo provvisorio del primo ministro Gerard Latortue ha fallito nel ripristinare stabilità e progresso economico, si è inimicato sia i ricchi che i poveri ed ha esasperato i sostenitori esteri. Ieri il sig. Latortue ha confermato quanto già predetto da molti, dichiarando all’agenzia France-Presse che dei “problemi tecnici” hanno costretto il governo a rinviare le elezioni generali previste per il 20 novembre. «Abbiamo gravi problemi. Vi sono considerevoli ritardi logistici e nella definizione della lista dei candidati» – ha detto, aggiungendo che le elezioni presidenziali sono state fissate per il 7 febbraio 2006.
E’ la quarta volta, quest’anno, che il governo ha cambiato la data delle elezioni. Bob Maguire – un esperto della Trinity University di Washington, osserva che il Segretario di Stato Condoleezza Rice, con la visita a sorpresa da lei fatta a Port-au-Prince due settimane fa, ha rivelato la crescente preoccupazione dell’amministrazione statunitense per l’imminemte rinvio delle aleatorie votazioni. «E’ del tutto evidente il fallimento del governo provvisorio di fronte alle ardue difficoltà – ha detto il sig. Maguire – Gli USA sono chiaramente coinvolti in queste elezioni e vogliono che si svolgano con libertà a trasparenza sufficienti a far sì che chi le vincerà possa avere il sostegno internazionale e ulteriore assistenza. Ma ci sono poche possibilità di raggiungere questo obiettivo, e ciò non è di buon auspicio per il futuro della democrazia haitiana».
Gli sforzi multinazionali- A differenza dell’Iraq, il “cambio di regime” ad Haiti ha goduto di un largo sostegno multinazionale. Dopo la partenza di Aristide, Francia e Canada hanno inviato truppe ad affiancare i marines USA e il Brasile ha poi assunto il ruolo di leader della forza di “peace-keeping” delle Nazioni Unite, cui partecipano più di 40 nazioni. Ma il ruolo centrale è stato svolto dagli Stati Uniti, dall’armamento della polizia nazionale al finanziamento delle elezioni, e quet’anno il Congresso ha stanziato 407 milioni di dollari, più del doppio di ogni altro donatore o creditore. Washington ha sostenuto la ricostituzione della polizia haitiana, fornendole autocarri, equipaggiamento e fucili. Facendo un’eccezione all’embargo di armi contro Haiti in vigore da 14 anni, l’amministrazione Bush ha fornito l’anno scorso alla polizia 2.600 armi e successivamente ha approvato un contratto di 1,9 milioni di dollari con il governo haitiano per la vendita di pistole, fucili e candelotti lacrimogeni.
Contemporaneamente, cittadini haitiani di ogni tipo e condizione sono stati iscritti nei ruoli-paga del governo USA, compresi oltre 800 netturbini, che ricevono un salario giornaliero di 2 dollari attraverso un programma dell’Agenzia Internazionale degli USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID), mentre la stessa Agenzia versa 4.000 dollari mensili al portavoce del primo ministro. Un funzionario dell’Ambasciata degli Usa, che ha chiesto l’anominato, ha detto che Washington paga “consiglieri tecnici” per lavorare in vari “ministeri-chiave” e nell’ufficio del primo ministro. «Questo governo provvisorio sarebbe fallito senza l’appoggio degli Stati Uniti» – ha dichiarato Leslie Voltaire, già membro del governo Aristide, poi della commissione incaricata di formare il governo provvisorio nel marzo dello scorso anno. «Gli Stati Uniti hanno subappaltato al Brasile il mantenimento dell’ordine e al Canada l’aiuto allo sviluppo – ha proseguito il sig. Voltaire –, ma chi tiene i fili è Washington. E’ lì che si prendono le decisioni». Ma Damian Onses-Cardona, portavoce della missione ONU ad Haiti, nega che sulla forza di “peacekeeping” gli USA esercitino un’influenza maggiore di altre nazioni. Dice che «su ogni problema di rilievo tutti gli interessati concordano quello che bisogna fare». Elezioni in forse- Malgrado il sostegno di Washington, il governo provvisorio è stato incapace di fare in modo che le elezioni non dovessero essere rinviate. Anche prima dell’ammissione fatta ieri dal sig.Latortue, un membro del Consiglio elettorale provvisorio aveva detto che la data delle elezioni poteva essere procrastinata.
Soltanto la settimana scorsa il Consiglio ha potuto installare un centro di registrazione degli elettori a Cité Soleil, lo slum più popoloso di Port-au-Prince. La polizia haitiana è stata accusata di numerosi assassinii “eccellenti” e violazioni dei diritti umani, compresa l’uccisione, ad agosto, di almeno otto persone durante un partita di calcio “Gioca per la pace” sponsorizzata dalla USAID. Gli haitiani che non figurano nei ruoli-paga statunitensi, si lamentano del continuo peggioramento della situazione, specialmente del rialzo dei prezzi e della mancanza di lavoro. Il predetto portavoce dell’Ambasciata statunitense afferma: «Abbiamo raggiunto dei risultati, ma inferiori alle aspettative. Bisogna consolidarli e ampliarli per combattere l’instabilità politica, la povertà e la disoccupazione.
La violenza dilagante ha ritardato o impedito anche l’esecuzione di progetti di aiuto nei quartieri-slums. Si è incontrata particolare difficoltà per dare assistenza nella zona di Cité Soleil». Nonostante il forte sostegno degli Stati Uniti al governo provvisorio, funzionari americani sono andati fuori del seminato nell’esprimere preoccupazione per l’arresto di due alleati di Aristide, l’ex primo ministro Yvon Neptune e il rev. Gérard Jean-Juste. Considerato da Amnesty International un « prigioniero per le sue opinioni », padre Jean-Juste, prete cattolico, è stato impedito dal partecipare alla campagna per le elezioni presidenziali, non avendo avuto il permesso di andare a registrare la sua candidatura al Consiglio elettorale.
Era stato designato dai Lavalas, la principale forza politica del Paese. Durante la sua visita ad Haiti, la signora Rice ha detto al sig.Latortue: «Bisogna fare il processo tempestivamente, non è il caso di dare occasione a qualcuno di ritenere che vi sia dietro qualche motivo politico». Contemporaneamente, gli Stati Uniti hanno tentato di liquidare ogni sostegno a padre Jean-Juste avvalendosi dell’Ufficio Iniziative di Transizione (OTI) dell’USAID, noto come “Task-force speciale” nel quadro dei programmi di aiuto allo sviluppo. Contro ogni legalità- Uno degli scopi dell’OTI è di ridurre la partecipazione popolare alle dimostrazioni in favore di padre Jean-Juste. Nel suo sito web si può leggere che l’ufficio ha organizzato un campo estivo giovanile nel quartiere dove abita il sacerdote, per concorrere a impedire «che la dimostrazione dei Lavalas fosse di più ampia portata e che la protesta assumesse una maggiore legittimazione». «Gli Stati Uniti – ha detto il sig. Voltaire - stanno parlando con la lingua biforcuta: Condoleezza Rice lamenta la carcerazione di Jean-Juste e di Neptune, ma senza che nulla accada. Restano in prigione. Sotto lo sguardo del mondo intero, lei capitola di fronte a un governo debole, insediato dagli stessi Stati Uniti»