Giornata di elezioni ieri 7 febbraio, che ha sorpreso tutti e beffato tutti i pronostici che prevedevano spargimenti di sangue, disordini e caos. Ho seguito con interesse e partecipazione lo svolgimento delle elezioni alla televisione e alla radio, che hanno coperto l’avvenimento per tutto il corso della giornata con encomiabile impegno e anche obiettività. Soprattutto alla televisione, dove le cinque stazioni locali facevano la spola in diretta fra i vari seggi elettorali della capitale portando le immagini nelle case della gente, la prima volta che accade in Haiti. La gente si è recata in massa ai seggi fin dalle prime ore del mattino. Le elezioni avrebbero dovuto cominciare alle 6 e terminare alle 4 del pomeriggio, ma in Haiti l’ora conta poco e le 6 del mattino sono diventate le 8, le 9 e persino le 10 nella maggior parte dei seggi della capitale. I motivi dei ritardi? Problemi logistici, mancanza di materiale, ritardi del personale responsabile di gestire i seggi e confusione creata dal fatto che la gente si è recata ai seggi, puntualmente, alle 6 del mattino, come richiesto dalle autorità.
Code mostruose si sono quindi formate davanti ai seggi e sin dalle prime ore si temeva il peggio. Diciamo che solo verso le 10-11 si è trovata, nei vari seggi, una certa sbrigliatezza e continuità, e la gente ha potuto votare con ordine. Ovviamente gli organizzatori delle elezioni si sono subito resi conto che non c’era modo di terminare la giornata alle 4 del pomeriggio e hanno avuto il buon senso di decretare che i seggi rimanessero aperti fino a smaltimento della folla. In alcuni seggi le votazioni sono quandi andate avanti fino alle 8-10 di sera. Il ritardo nelle aperture dei seggi è stato solo uno dei problemi che la gente ha dovuto affrontare. Quasi ovunque, nella capitale, centinaia di persone designate a votare in questo o quel seggio si sono sentite dire, dopo ore di coda, che non era il seggio a loro destinato e hanno dovuto spostarsi ad altri seggi, a volte lontano dai quartieri in cui abitano. Altri seggi sono stati trasferiti di sede all’ultimo momento, all’insaputa della gente designata a votarci. Perciò centinaia di persone, in coda da ore, improvvisamente sono venute a sapere che dovevano andarsene alla nuova sede del seggio. Per tutti, ore e ore di coda sotto un sole cocente, pochi mezzi di trasporto disponibili, sete, fame e stanchezza.
Bisogna ammettere che la gente ha dimostrato un coraggio, una pazienza e una determinazione fuori del comune. Molti intervistati dicevano che poco importava il costo, dovevano votare, essendo la sola speranza affinchè qualcosa cambi nel Paese. Dove si sono visti mai degli elettori restare in fila per ore e ore sotto un sole di fuoco, sopportando l’incompetenza degli organizzatori e varie altre avversità, pur di votare? Le immagini in televisione erano davvero toccanti. Uomini, donne e anziani che invece di dimostrarsi affranti, scoraggiati e delusi, prendevano il tutto come una scampagnata, scherzando e sostenendosi a vicenda. Certo, c’era anche un malcontento generale, ma niente di troppo serio: in nessun seggio la situazione è degenerata. Per chi conosce Haiti e la sua gente è stato sorprendente vedere file bene ordinate di persone che attendono pazientemente il loro turno. Ci si aspettava la rissa e invece la determinazione della gente ha, per così dire, diretto tutto a fin di bene. Nell’intera giornata si sono registrati quattro morti in tutto il Paese: due per asfissia (erano anziani) e un poliziotto e un bandito in uno scontro a fuoco a un seggio di provincia. Inoltre alcuni sono rimasti feriti, sempre in provincia, a causa di un muro crollato in un centro di voto. In barba a quanti si aspettavano gravi disordini e un bagno di sangue….
Alla vigilia delle elezioni si parlava di un pattugliamento massiccio di polizia e di forze internazionali, soprattutto nella capitale. Beh, di polizia se ne è vista molta e la sua presenza era evidente in tutti i seggi e nella zona; invece le forze internazionali erano quasi assenti. Molti si sono quindi chiesti, alla fine della giornata, che cosa sarebbe successo se uomini armati (le famose bande di Cité Soleil) avessero aperto il fuoco sulla gente davanti ai seggi per diffondere il panico. Grazie a Dio questo non è successo. Era volontà della popolazione, e anche delle bande, che le elezioni si svolgessero, e così è stato. Non è merito delle Nazioni Unite se le elezioni si sono svolte nella pace, anche se ovviamente, alla conferenza stampa data la sera da rappresentanti del Comitato organizzativo delle elezioni (CEP) e da esponenti delle forze internazionali, non sono mancate le solite parole diplomatiche ed elogi rivolti a se stessi. Quanto sono ridicoli… Dai primi sondaggi sembra che René Preval (già primo ministro sotto Aristide e presidente di Haiti dal 1996 al 2001) stia raccogliendo una netta maggioranza di voti; e questo non era un mistero per nessuno. Dopo i cinque anni di presidenza, che furono calmi e di relativa crescita, si ritirò dalla vita politica e andò a vivere in provincia.
Dissociatosi da tempo dal partito di Aristide (“Lavalas”), è tornato alla ribalta della vita politica del Paese solo sei o sette mesi fa, a furor di popolo. Si dice che un gruppo di un migliaio di contadini siano andati a casa sua a pregarlo di fare qualcosa per loro e lo abbiano convinto a tornare in politica. Fondò quindi un partito democratico che battezzò “L’espoir” (La speranza); da allora ha condotto una campagna presidenziale intensa, raccogliendo ovunque il favore popolare. Préval è senza dubbio la scelta dei poveri, ma non è ben visto dai borghesotti haitiani per via dei suoi passati legami con Aristide e con il suo partito. Non è troppo ben visto nemmeno da americani, francesi e canadesi. Ma qui mi fermo, per non fare anticipazioni azzardate. Cosa accadrà ora? Fra qualche giorno sapremo chi è stato scelto dal popolo, chi sarà presidente. Ma ieri c’è già stata una vittoria: la vittoria della popolazione, che con determinazione e tenacia si è recata alle urne in massa ribaltando tutte le previsioni funeste. Il popolo sa cosa vuole, e l’augurio è che, per una volta, la sua volontà sia rispettata da chi muove i fili del potere dietro le quinte.
LA TEMPESTA DOPO LA QUIETE
Siamo al 14 febbraio. Situazione molto tesa nella capitale. Tensione alimentata da tre giorni di manifestazioni massive della popolazione, che reclama i risultati definitivi delle elezioni, i quali tardano a venire. I risultati erano stati promessi dal Comitato elettorale in tre giorni, ma la parola non è stata rispettata e ciò ha alimentato il sospetto che ci sia una manipolazione di voti; la gente ha deciso di scendere sulle strade per esigere la proclamazione di René Preval come presidente eletto. René Preval, già braccio destro di Jean Bertrand Aristide (il presidente costretto ad abbandonare il posto due anni fa), primo ministro nel 1990 e unico presidente ad aver terminato il suo mandato fra il 1996 e il 2001, era nettamente in testa nello spoglio delle schede dei primi tre giorni, con un confortabile 61% dei voti (ci vuole il 50% più uno per non andare a un secondo turno di votazioni); è poi sceso sotto la soglia del 50%, fino all’attuale 48,73%. Il trascinarsi dello spoglio delle schede e certe voci “di corridoio” su possibili manipolazioni hanno inferocito le masse, che da tre giorni sono scese in piazza per esigere che il candidato da loro scelto, René Preval appunto, sia riconosciuto vincitore senza andare a un secondo turno.
Lunedì 13 febbraio è stata una giornata particolarmente tesa. Fin dalle prime ore del mattino, gruppi di manifestanti hanno eretto barricate in quasi tutte le zone della capitale, paralizzandola. Migliaia di persone hanno manifestato ovunque: una folla immensa e pericolosamente irritata scandiva il nome di Preval fra canti e danze; il tutto si è protratto per l’intera giornata. Non si sono verificate violenze considerevoli da parte dei manifestanti, anche se nel primo pomeriggio hanno letteralmente invaso l’ Hotel Montana, dove il Comitato elettorale aveva stabilito la sua base e dove erano dati i comunicati stampa quotidiani (trasmessi in televisione) nei primi tre giorni. L’Hotel Montana è il più esclusivo della capitale e, benchè fosse protetto da soldati delle forze internazionali, la folla è riuscita comunque a entrare; ma a parte dei fiori calpestati e un bagno in piscina di diversi manifestanti, non ci sono stati saccheggi o violenze e un paio d’ore dopo i manifestanti se ne sono andati pacificamente. Nel tardo pomeriggio il candidato del popolo, René Preval, è arrivato con un elicottero delle Nazioni Unite, su invito delle autorità. Queste gli hanno chiesto di rivolgere ai suoi sostenitori un comunicato richiamandoli alla calma e alla pazienza, chè i risultati sarebbero stati dati fra breve.. E’ quanto dovrebbe fare oggi.
Nel frattempo oggi, 14 febbraio, la capitale è ancora paralizzata, anche se il traffico ha ripreso timidamente a funzionare in certi punti della città. Manifestanti sono ancora scesi in piazza, ma in numero molto minore i ieri e tutti aspettano questi benedetti risultati finali. Per diverse ragioni la situazione è diventata esplosiva. La popolazione si era riversata in massa il 7 febbraio per votare, dando un esempio di determinazione, di pazienza e di disciplina, poiché malgrado i tanti problemi che si erano dovuti affrontare (ritardi di due o tre ore nell’apertura dei seggi, confusione sui seggi assegnati ecc.), tutti erano rimasti storicamente in fila per votare e diversi seggi avevano dovuto chiudere alle 10 o alle 11 di sera invece delle previste ore 4 del pomeriggio. Tutto si era svolto comunque nella pace e non c’erano stati i temuti incidenti, come attacchi di bande armate e tentativi di boicottaggio. Quale modo migliore per cominciare un vero cammino democratico. Invece ecco che tre giorni dopo, con Preval confortabilmente in testa agli spogli, si intravedono certe anomalie. Non ci sono più conferenze stampa alla sera per dare i comunicati parziali dei risultati, corrono voci di possibili manipolazioni da parte di due membri del Comitato elettorale, i risultati finali sono rinviati di giorno in giorno, e mentre nei parziali Preval scende sotto il limite del 50%, esce fuori un’alta percentuale di schede bianche (ma chi può essersi messo in fila per ore e ore sotto un sole cocente, per poi non scrivere niente sulla scheda? Certo non degli haitiani, che sono un popolo pratico).
Forse è stato un caso. Forse non c’era proprio nulla sotto, tranne l’incompetenza e la disorganizzazione del Comitato alle prese con la prima elezione; bisogna però ammettere che ragioni per sospettare ci sono e poi, visti gli intrallazzi di potere che hanno sempre caratterizzato la vita politica di Haiti in passato, la gente non esita a credere alle voci che corrono o a sospettare manovre non chiare. C’è un’altra considerazione da fare. Nel 2004 Aristide fu rimosso dal potere ed esiliato (ufficialmente: dimesso) a causa di una forte opposizione politica da parte del cosiddetto “Gruppo dei 184” (composto per la maggior parte da benestanti, borghesi, mulatti e industriali). Non entro in dettagli perché non li conosco e temo di fare delle semplici supposizioni, ma di fatto ottennero ciò che volevano: la rimozione del presidente in carica e nuove elezioni. A due anni di distanza, ecco le benedette elezioni e uno dei membri di quel Gruppo (che in questi due anni si è frammentato), un tale Charles Baker, ricco industriale e mulatto, è anche lui candidato, e ora è al terzo posto negli spogli.
Baker era un accanito oppositore di Aristide e non vede di buon occhio Preval, che di Aristide fu braccio destro. Il fatto è che Preval ha spiazzato tutti perché il suo nome non figurava nelle liste dei candidati alle presidenziali fino a 4 o 5 mesi prima delle elezioni, ed era risaputo che egli avrebbe ereditato il voto dei poveri, dati i suoi passati legami con Aristide e il suo partito. Ovviamente Preval si è distaccato da Aristide da tempo e ha formato il suo partito, “L’Espoir” (La Speranza) qualche mese fa, ma proprio per il suo passato i suoi oppositori temono che una sua eventuale vittoria sia catastrofica. Ora, se si andasse al secondo turno di elezioni, buona parte degli altri 31 (!) candidati potrebbero coalizzarsi per sostenere il secondo di loro, per ora dietro Preval, un tal Leslie Manigat, che fu per qualche mese presidnte nell’87 o nell’88, non ricordo bene, fu poi deposto con un colpo di Stato e attualmente è all’ 11,80% dei voti. Qualsiasi cosa succeda da ora in poi, si intravedono molto probabili guai. Sarà rispettato il voto del popolo? Si cercheranno modi per aggirare la verità e per assicurarsi il potere, come al solito, per vie traverse?. Arriverà la pace, tanto sospirata?
P.S. – Notizia fresca fresca. Solo un paio di ore fa sono stati trovati centinaia e centinaia di bollettini di voto VALIDI, insieme alle urne, in una discarica a cielo aperto della capitale. La maggior parte di questi bollettini avevano il voto per Preval. Il tutto si è visto in tre delle sei stazioni televisive private esistenti ad Haiti. Una scoperta choccante, che getta discredito totale, con prove concrete, sul Consiglio elettorale a dà ragione ai sospetti di manipolazioni nutriti dalla popolazione. Domani sarà un giorno difficile. La scoperta è stata fatta verso le 5 pomeridiane odierne. Domani, con ogni probabilità, la città sarà nuovamente paralizzata, forse con più veemenza degli altri giorni
PREVAL E’ PRESIDENTE DI HAITI
19 febbraio. Ormai è confermato che il nuovo presidente sarà René Preval. Disorganizzazione, difficoltà, sotterfugi e brogli elettorali non sono riusciti, questa volta, ad annullare il volere della popolazione, che ha votato in massa per questo nuovo campione dei poveri, malvisto dalla élite haitiana. Preval è già stato presidente di Haiti fra il 1996 e il 2001: è l’unico presidente che sia riuscito a portare a termine il suo mandato nei duecento anni di storia del Paese, e questo è già un record. Certo, fu presidente all’ombra di Aristide, ma ha qualità, buon senso e voglia di riconciliazione, che potrebbero forse portare alla tanto sospirata pace. E’ questa la speranza di tutti. Ora, da un paio di settimane, non si sente più parlare di furti, sequestri e cose del genere. E’ una promessa che le bande avevano fatto per ottenere che le elezioni si svolgessero nella calma. Queste bande non nascondevano il desiderio che Preval divenisse presidente, sapendo che le sue priorità sono per i poveri. Hanno addirittura promesso di deporre le armi nei mesi a venire. Speriamo che mantengano la promessa. Il nome del partito di Preval – “L’Espoir”, La Speranza – è di buon auspicio e infatti la sua elezione ha portato una ventata di speranza generale. Certo, rimangono i dubbi e le paure della classe borghese, l’élite di Haiti, che vede in lui un proseguimento del regno di Aristide e della sua politica. Speriamo che questo piccolo uomo dai modi timidi e gentili - che ha più volte parlato di non-violenza nella sua campagna presidenziale e che ha calmato le folle nei giorni del dopo-elezioni, incitandole a manifestare, se lo volevano, ma nella calma più completa – possa fare davvero qualcosa di buono.