E’ un libro autobiografico molto interessante, sia dal punto di vista storico che da quello urbanistico.
Editore Corte del Fontego, Venezia 2010 (www.cortedelfontego.it,
cortedelfontego@virgilio.it).
Il contenuto del libro è così, brevemente, indicato sul retro di copertina:
Il percorso intellettuale di un figlio della grande borghesia napoletana – il nonno era Armando Diaz, duca della Vittoria – dalla spensieratezza di un’infanzia privilegiata all’impegno di “urbanista militante”.
Osservatori privilegiati: il Ministero dei lavori pubblici, negli anni del primo centrosinistra; il consiglio comunale di Roma, negli anni dell’opposizione al regime democristiano, la giunta comunale di Venezia, negli anni esaltanti delle giunte rosse, e l’Istituto universitario di architettura di Venezia.
«Sono in pensione, ma lavoro come prima. Mi piace tanto il mio lavoro: mettere insieme le cose con le parole dette e le parole scritte; raccontare e scrivere, parlare e proporre a proposito di città, territorio, ambiente, pianificazione. Facendo quel mestiere che ho cominciato, quasi per caso, molti anni fa».
Notizie sull’Autore:
Edoardo Salzano (1930), urbanista, amministratore pubblico, docente universitario, giornalista, ha partecipato alla redazione di numerosi piani territoriali e urbanistici. Ha fondato la rivista “Urbanistica informazioni” e scritto centinaia di saggi e articoli su riviste specializzate (“La Rivista Trimestrale”, “Urbanistica”, “Urbanistica informazioni”, “Critica marxista”, “Rinascita”, “Casabella”, “Edilizia popolare”, “Città e società”) e su quotidiani.
Tra i suoi libri: Urbanistica e società opulenta (1969), L’Italia a sacco (con Piero Della Seta, 1993), Fondamenti di urbanistica. La storia e la norma (1998). Ha curato Venezia forma urbis (1983), La città sostenibile (1991), Cinquant’anni dalla legge urbanistica italiana, 1942-1992 (1993). Dal 2003 dirige il sito Eddyburg, rassegna quotidiana sulla città, la società e l’urbanistica.
Il libro (240 pagine, 20 euro) si conclude come segue:
«Dobbiamo ammettere, con Italo Calvino, che “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, è l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme".
Da esso, la nostra società può uscire in due modi. Il primo “riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”; questo modo noi lo rifiutiamo. Non possiamo allora che scegliere il secondo, con la consapevolezza che “è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” [I.Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi 1972, p.170].