Al termine della prima parte (1) di questo studio sulle radici della crisi profonda che sta attraversando il nostro paese – e che del resto è da tempo giunta a investire, sia pure in gradi diversi e secondo forme più o meno aperte o sotterranee, l’intiera Europa occidentale – ci eravamo posti alcune precise domande. Come il lettore ricorderà, esse si dipartivano dal riconoscimento di tre circostanze decisive, che non solo per comodità do esposizione, ma per opportunità di chiarimenti e di sintesi, sarà bene richiamare qui di seguito. In primo luogo eravamo stati condotti a riconoscere come una democrazia pienamente sviluppata – quale appunto è ormai la nostra – non possa non finir per dimostrarsi incompatibile, in linea di fondo, con l’ordinamento economico capitalistico; e come difatti, una volta che il processo democratico è stato preso in pugno dalla classe operaia, determinandone precisamente l’inusitata crescita, il capitalismo sia precipitato in un’involuzione non automaticamente reversibile(2). In secondo luogo, però, avevamo dovuto porre in rilievo un pericolo gravissimo, insito in una situazione siffatta: il rischio cioè che, qualora l’ordinamento capitalistico non venga sostituito, con tempestiva processualità, da una nuova struttura davvero omogenea alla democrazia, quest’ultima entri a sua volta in una crisi disgregatrice e anarchica, capace di minacciare la consistenza stessa della vita associata(3).
Avevamo infine enunciato – sia pur solo rapidamente e per cenni – quello che possiamo ben definire come il problema cruciale della presente fase politica, e che qui, però, converrà ormai cominciare a esaminar più da vicino, ossia nelle sue essenziali componenti di classe. L’egemonia della classe operaia, che pur resta la sola realtà oggettivamente in grado di innervare la democrazia attraverso la costruzione di una struttura adeguata e omogenea a essa (ma dunque capace di neutralizzarne la latente spinta anarcoide), non è ancora pervenuta d assumere la sua forma compiuta. In altri termini, se il movimento operaio ha saputo far propri la causa della democrazia, fino a riconoscervi la base e la forma del proprio potere, non è ancora riuscito però a quell’opera di innervamento, e cioè di trasformazione profonda della struttura della società civile, di cui or ora si è detto. Ne è conseguito e ne consegue che le conquiste operaie, favorite e garantite dal quadro democratico, non hanno superato il livello, eminentemente sindacale, di una diversa e (per il proletariato) più favorevole distribuzione del redito; e, non riuscendo a tradursi in una nuova qualità politica, non hanno aperto alcuna prospettiva generale in forme determinate, precise, percepibili, nella quale appunto possano riconoscersi tutti gli interessi la cui funzione storica non si sia ancora esaurita o che già non si trovino sotto segno meramente negativo.
Più precisamente, di fronte a un simile stato di fatto, le forze capitalistiche – nella misura in cui coincidono sostanzialmente con il mondo delle imprese -, pur avvertendo, e giustamente, che, se inserite in un quadro adeguato, avrebbero ancora da dare un serio contributo allo sviluppo della società civile, sentono ogni giorno di più che il tipo essenzialmente sindacalistico dell’avanzata operaia le mette semplicemente in crisi o addirittura le emargina; aspirano quindi – con chiaro intento conservatore – a un contenimento di quell’avanzata, o meglio a un arresto e a una ritirata della pressione proletaria, onde riuscir a realizzare, nonché la permanenza, un massimo possibile di ripresa vigorosa del capitalismo. Per altro verso, poi, vengono giocoforza a schierarsi contro le conquiste operaie, ottenute in chiave meramente democratica, quelle varie posizioni corporative e parassitarie che lo stesso moto democratico è venuto esaltando – per così dire – quali propri sottoprodotti, e che infatti sono di necessità cresciute nella fase (inevitabilmente transitoria) dell’equilibrio opulento fra democrazia e capitalismo; quelle posizioni che del resto, avvalendosi dell’inesistenza di un’egemonia operaia sufficiente, possono non riconoscersi come dei disvalori e mantengono quindi tutta la loro indifferente e disumana protervia, alimentandosi appunto della vita stessa di una democrazia non innervata e dunque del disordine endemico in cui versano la società e l’economia.
Diverse – e vorremmo dire profondamente diverse – sono perciò le ragioni con cui le due differenti realtà sociali, delle quali si è detto, si oppongono all’avanzata proletaria. V’è nella prima un’affermazione di valore, che il movimento operaio, per divenire sino in fondo egemone, non può non intendere e non incorporare in forme nuove entro il proprio programma d’azione. V’è nella seconda quella che Marx avrebbe definito una mera “invidia”(4): v’è insomma la difesa cieca e rabbiosa del proprio privilegio, che tanto più può essere assicurato nella sua dannosa inutilità, quanto meno, sotto la spinta proletaria, la distribuzione del reddito si volga a una liquidazione (sia pur superficiale) del parassitismo. Solo che, ove il movimento operaio continui a battere il passo sulle semplici posizioni dell’allargamento della democrazia e del redistribuzionismo, quelle due realtà sociali, pur fra loro tanto diverse, non possono progressivamente non avvicinarsi e fondersi insieme, dando luogo a un disegno reazionario, che per di più si presenta affatto nuovo e secondo forme in precedenza impensabili. In effetti, una volta che quei due sistemi di forze sociali, malgrado la loro diversità, si vengano unificando in un solo blocco, questo, nella situazione odierna – determinata dall’incorporazione del problema democratico entro il programma del movimento operaio -, può utilizzare rovesciatamente, o se si vuole dialetticamente, lo stesso massiccio dispiegarsi della democrazia (ancora, in definitiva, non uscito dai limiti dello spontaneismo), facendo leva proprio sul rischio di disgregazione anarchica cui si è accennato all’inizio, e così tentare un’antistorica ed esiziale rivincita. Esso insomma può adoperarsi per far irrimediabilmente decomporre la democrazia medesima sprigionandone la latente carica eversiva(5), in modo da legittimare e anzi da far risultare inevitabile il ripristino di un ordinamento politico che, diretto a far retrocedere catastroficamente la classe operaia dalle proprie conquiste, e a mantenerla in una situazione depressa, possa su queste basi dar luogo a un equilibrio, per quanto precario, tra le esigenze del capitalismo e quelle del corporativismo parassitario, sì da mantenere sia pure a fatica, come fondamento ultimo dell’economia del paese, la struttura capitalistica stessa(6).
In rapporto a considerazioni siffatte (ora meglio precisate e sviluppate), ci siamo appunto domandati innanzitutto – sempre nella prima parte della nostra ricerca, quali siano allo stato degli atti le possibilità di cui dispone un simile, complesso disegno di controffensiva reazionaria. Ed è a tale quesito che intendiamo adesso provarci a rispondere, riservandoci di affrontare successivamente anche gli altri interrogativi a esso legati, e cui pure abbiamo accennato concludendo la parte precedente della nostra analisi: quali siano, cioè, gli strumenti di quella medesima controffensiva, e quali le idee che l’alimentano. Per tale via, pensiamo di poter alfine pervenire (come anche, a suo tempo, ci siamo proposti) all’indicazione degli antidoti e delle contromisure per respingere definitivamente il possibile tentativo di restaurazione antioperaia, volto – sia pure, lo ripetiamo, in modo non privo di contraddizioni e di aspetti precari – al successo del suaccennato blocco tra le forze capitalistiche e quelle parassitarie.
Cominciando dunque a trattare delle possibilità che si offrono al disegno reazionario, e precisamente per poterne misurare l’odierna consistenza, ci sembra che la strada migliore per giungere a una tale valutazione stia nel paragonare il presente stato di cose a quello che si determinò negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. E per l’esattezza, occorre confrontarlo con la situazione che venne in quel tempo a verificarsi in Italia, nonché in Germania: ossia appunto in paesi che o – come il nostro – non avevano potuto recuperare, attraverso una pur vittoriosa partecipazione al conflitto, il proprio divario rispetto alle vecchie potenze egemoniche, l’Inghilterra e la Francia; ovvero – come la Germania – erano usciti clamorosamente e disastrosamente sconfitti nel disperato tentativo di rovesciare quella medesima egemonia. Anche allora, in effetti, le forze dominanti dell’ordinamento dato, ossia del capitalismo (assieme al personale politico in cui si facevano viventi e operanti le istituzioni statuali omogenee a tale ordinamento, quelle cioè del vecchio Stato liberal-democratico), si trovarono – soprattutto, lo ripetiamo, in Italia e in Germania – a dover fronteggiare un’impetuosa avanzata operaia, che sembrò minacciar da vicino il rovesciamento del quadro storico esistente. E’ ben vero che la prima guerra mondiale era stata senza dubbio, nella sua ragione di fondo, la risposta, da parte di tutte le forze antioperaie, alle conquiste e agli sviluppi riformistici, ottenuti dal proletariato sotto la guida delle socialdemocrazie unite nella Seconda Internazionale, è vero insomma che essa si era configurata come un grande tentativo (in realtà pienamente riuscito) di rompere in chiave nazionalistica l’unità del movimento operaio, scatenando gli uni contro gli altri i lavoratori europei. Tuttavia, proprio dal crogiuolo dell’immane conflitto il proletariato finiva per uscire più forte. Mentre infatti crollavano i baluardi antioperai più anacronistici e perciò più feroci, dall’impero degli Hohenzollern a quello degli Zar, si formava nell’estrema parte orientale dell’Europa uno Stato a piena direzione proletaria, che rompeva finalmente ogni prospettiva di unità mondiale sotto il capitalismo, e che per ciò stesso, mentre sarebbe venuto ben presto a sostenere e a sollecitare i primi grandi moti anticolonialisti, imprimeva nuovo slancio all’intiero movimento operaio europeo e lo alimentava di nuove energie.
Certo, nelle nazioni che, dal canto loro, erano uscite chiaramente vittoriose dalla prima guerra mondiale, la grande ondata rivoluzionaria del proletariato poté, più o meno agevolmente, venir riassorbita; anche se, come contraccolpo, si accrebbero grandemente il peso politico e l’influenza sociale delle formazioni social riformiste, e anche se – se non in Inghilterra almeno in Francia – si ebbe proprio in quegli anni la formazione di un consistente partito comunista. Ma le cose non potevano non andare assai diversamente in Italia e in Germania, dove appunto non si dava, o non esisteva a sufficienza, quell’elemento di catalizzazione politico-sociale che era costituito appunto dalla vittoria nell’immane conflitto. Qui il vigente Stato liberal-democratico e l’ordinamento capitalistico dell’economia e della società civile si trovarono costretti a combattere la propria battaglia su di un terreno quanto mai scabro e diretto: privo cioè dei margini riformistici discendenti da una posizione di dominio mondiale, e non mistificato, per così esprimerci, da alcun grande mito “sovrastrutturale” (come precisamente quello della vittoria), o comunque da un adeguato sfruttamento del successo bellico in termini di potenza. Anche in questi ultimi paesi, a ogni modo, la grande avanzata proletaria dell’immediato dopoguerra venne ad arrestarsi; non, però, solo in virtù della resistenza offerta dalle forze conservatrici, ma altresì, o meglio in primo luogo, per determinate, gravi insufficienze soggettive dello stesso movimento operaio. Questo, in effetti, rimase inchiodato su due punti fondamentali, che non fu in grado di affrontare positivamente e cui anzi seppe dare risposta solo in termini negativi e di obiettiva eversione: innanzitutto, di preciso, la questione delle libertà, e insomma del valore della democrazia (che tuttavia era allora ben lungi dalla propria pienezza, poiché soffriva dei limiti della direzione borghese); poi il problema di sostituire tempestivamente, seppur in modo graduale, l’antica struttura capitalistica (di cui il proletariato sentiva e soffriva l’oppressività, e che andava perciò scuotendo e mettendo alle corde attraverso le sue grandi lotte sindacali) con nuove forme economiche, finalmente omogenee alle esigenze di fondo della classe operaia medesima, e dunque più respirabili per l’insieme dei lavoratori e, in ultima analisi, per la stessa generalità degli uomini.
Sta di fatto, da una parte, che sulla questione delle libertà e della democrazia veniva in sostanza a rompersi la coesione del movimento operaio, al cui interno si contrapponevano, in aspri termini di polemica e di lotta, l’ancor maggioritaria tendenza socialdemocratica e il nuovo indirizzo comunista: si creava così ad esempio, in Italia, un irriducibile contrasto fra uomini come Turati, Bordiga e lo stesso Gramsci. D’altra parte – per tenersi ancora al nostro paese – l’abolizione del prezzo politico del pane e l’iniziale riassetto, in forme tradizionali, della finanza pubblica, segnavano un principio di ripresa capitalistica, e dunque una cocente sconfitta proletaria; una sconfitta resa del resto inevitabile dalla suaccennata incapacità del movimento operaio di allora a promuovere la processuale edificazione di una struttura nuova e più adeguata. Così – secondo quanto la storiografia più avvertita ha saputo ben presto sottolineare – in Italia, come in Germania, furono il vecchio Stato e il vecchio assetto della società che, approfittando delle insufficienze del movimento operaio, riuscirono a sconfiggere la rivoluzione proletaria. Da noi si ebbe infatti, sostanzialmente nel corso del ’21 e dunque con l’ultimo Giolitti, un netto colpo d’arresto e l’avvio verso una soluzione conservatrice rivelatasi però – come vedremo - quanto mai effimera. Si puntò insomma (ma, appunto, con assai temporaneo successo) a un mero ripristino degli equilibri precedenti, e dunque a una riduzione del problema operaio in termini sopportabili per l’assetto dato(7).
Solo che, in realtà, la “questione operaia” può invece esser davvero risolta unicamente attraverso il pieno dispiegarsi del processo rivoluzionario, e quindi mediante il superamento (la “soppressione” in senso hegeliano) dell’ordine capitalistico. Per contro, ogni tentativo di rendere compatibile la spinta rivoluzionaria del proletariato con l’assetto vigente (tentativo di per se stesso a chiaro carattere conservatore), è votato a un rapido fallimento. Per essere più precisi, ogni impresa del genere è anzi destinata in parte a prolungarsi e in parte a rovesciarsi in esperimenti di aperta natura reazionaria. E in effetti, la rivoluzione operaia costituisce per la vecchia società – se così ci si può esprimere – una sorta di interno portato di cui questa è gravida, e che non può né estirpare né eludere in qualche modo; sicché, ove essa giunga ad arrestare e a far arrestare momentaneamente, con intenti e metodi conservatori, il processo rivoluzionario, questo non può non venir ben presto a ripresentarlesi – quasi come un cancro – in forme aberranti e mostruose, tali così da aprire appunto il varco agli sforzi della reazione, che alla fine non possono non condurre l’intiera società a esiti catastrofici. Non è dunque un caso se nel primo dopoguerra la stessa classe operaia italiana, perché sconfitta a opera della politica conservatrice, venne abnormemente defluendo, almeno in una sua parte non irrilevante, verso un ben altro tipo di personale politico. Intendiamo riferirci, di preciso, a quello fascista, che, avendo organizzato gli strati sociali piccolo-borghesi nelle città e soprattutto nelle campagne(8), e avendo così trovato quasi naturalmente gli indispensabili collegamenti con le forze ancora in certo grado pre-capitalistiche (ma comunque generosamente foraggiatrici) della grande proprietà terriera, costituiva ormai un’importante e consistente formazione partitica. Abbandonando le prudenze e le pratiche compromissorie che contraddistinguono sempre l’indirizzo conservatore, il fascismo aveva ben chiaro che non vi potevano essere composizioni o punti di equilibrio fra una politica di potenza, che conducesse l’Italia “proletaria” a rovesciare e sostituire il dominio anglo-francese, e le conquiste riformistiche che la classe operaia era riuscita ad assicurarsi nel quadro delle vecchie istituzioni liberali.
Così, mentre si proponeva di subentrare all’ormai morente Stato giolittiano in nome di una lotta “antiplutocratica” (all’estero) e antiriformista (all’interno), il fascismo veniva investendo con particolare violenza le organizzazioni storiche che la classe operaia si era data precedentemente in campo economico, sindacale, politico. Di maniera che, nella misura in cui il proletariato si lasciava trascinare dal miraggio della “rivoluzione” fascista, in nome di un’illusoria rivincita antiborghese e anticapitalistica (che avrebbe dovuto dispiegarsi soprattutto in campo internazionale), esso veniva in realtà a volgersi contro se medesimo e contro le acquisizioni, anche le più valide, del proprio passato. In tal modo, rea il ’22 e il ’26, passando per l’anno cruciale del ’24, il vecchio Stato italiano e, in genere, le tendenze conservatrici – che pur erano riusciti a sconfiggere la rivoluzione proletaria – vennero completamente liquidati dal fascismo(9): ossia da quell’intricato e contraddittorio blocco reazionario in cui, attorno a improvvidi dottrinari e agitatori – che erano venuti sostituendo Marx con Sorel e che, come si è accennato, esprimevano più immediatamente le lunghe frustrazioni della piccola borghesia -, si raccoglievano adesso due decisive anche se contrapposte componenti sociali. Per un verso, cioè, venivano a sostenere la “rivoluzione” fascista le forze del capitalismo, giunte ormai a esser perfettamente in chiaro che era questa la vera strada atta a consentir di regolare definitivamente i conti con la spinta democratica e dunque – ciò che a loro essenzialmente importava – di arrestare e anzi di ricacciare indietro la pressione sindacale degli operai; per altro verso, come pure si è detto, vi aderiva un consistente residuo delle truppe disperse e abbattute della stessa rivoluzione proletaria, le quali venivano mistificando il loro sotterraneo complesso di colpa con la deviante aspettativa di ottenere, per via nazionalitaria e su scala internazionale, una rivalsa sulla società e sullo Stato “plutocratici” e “borghesi”(10).
Non può allora sfuggire come si trattasse evidentemente, per l’una e per l’altra delle due componenti decisive dell’insorgenza fascistica, di un duplice e – per così esprimerci – speculare paradosso. Da un lato, infatti, le forze più conseguenti dell’assetto capitalistico chiedevano al fascismo di mettere al passo la classe operaia, attraverso l’abolizione di quello Stato liberal-democratico che pur era venuto storicamente a configurarsi come il più consono al capitalismo medesimo(11). Dall’altro, molti proletari cedettero di potersi riscattare dalla disfatta subita a opera di un tale Stato, aderendo a un movimento intrinsecamente eversivo, che pur si definiva come il più deciso avversario della rivoluzione operaia, tanto che, in effetti, era appunto la classe capitalistica ad affidargli ora il ripristino del proprio dominio economico e sociale. Risulta dunque provato – ci sembra – dalla storia medesima, e precisamente dagli sviluppi politici e sociali del primo dopoguerra in Italia, che la rivoluzione proletaria può bensì venir contenuta e sostanzialmente sconfitta da un estremo irrigidimento conservatore del vecchio Stato e della vecchia società civile, ma può essere durevolmente abbattuta (sino a provocarne, in parte, la decomposizione e il rovesciamento in altro da sé) solo dall’affermarsi di un complesso disegno reazionario. Negli anni che siamo venuti rapidamente richiamando, un tale disegno, in effetti, riuscì; e ciò evidentemente poté avvenire in quanto esso ebbe dalla sua un massimo di opportunità e di possibilità, che riteniamo riassumibili nei seguenti due punti fondamentali.
In primo luogo – e si è già avuto cura di sottolinearlo – sta di fatto che il proletariato aveva scisso nel modo più completo la propria spinta rivoluzionaria dagli interessi e dalle prospettive della democrazia, laddove questa – come presumiamo di aver sufficientemente illustrato tanto nella prima parte di questo studio, quanto in altri vari saggi pubblicati nel presente periodico – non solo si configura come un valore permanente, e infatti come la forma più alta di organizzazione dello Stato, ma costituisce altresì, per la classe operaia, il terreno più omogeneo e l’arma più idonea a mettere in crisi l’assetto capitalistico e a renderne possibile il superamento. Così, il progetto totalitario del fascismo, il suo attacco allo Stato allora vigente, proprio in quanto condannato in quanto democratico (sebbene non lo fosse certo in modo pieno), mentre non incontrarono alcuna coerente resistenza da parte del movimento operaio rivoluzionario, poterono addirittura giovarsi della concomitante avversione che quest’ultimo nutriva per la democrazia, sulla scorta e anzi nella subalterna mimesi di concetti e di indirizzi pratici affermatisi in Russia: non assunti, dunque, con sufficiente consapevolezza storica e con adeguato spirito critico. In secondo luogo, poi, va posto l’accento sulla determinante circostanza che il primo grande conflitto si era concluso, nel salone di Versailles, con la sostanziale emarginazione degli Stati Uniti e dell’Unione sovietica dagli affari mondiali, e con il contemporaneo restringersi e sclerotizzarsi dell’egemonia anglo-francese in un pesante dominio, che escludeva ormai ogni prospettiva di parità per le nazioni sconfitte e per lo stesso nostro paese, che pur era uscito vincitore dalla guerra. Ciò determinava una situazione internazionale in cui – nel pratico silenzio, appunto, di quelle due grandi potenze che avrebbero poi riportato l’effettivo successo nel secondo conflitto – potevano trovare credibilità e mordente i disegni, in realtà avventurosi e irrazionali, con cui gli Stati battuti, o comunque ricollocati in posizione subalterna, venivano vagheggiando una loro rivincita contro il sempre più insopportabile ed esclusivistico potere mondiale, detenuto, come si è detto, dall’Inghilterra e dalla Francia. Ancora una volta, cioè, nelle nazioni mortificate e compresse l’esigenza rivoluzionaria poteva venir sostituita e surrogata dalla promessa di un generale capovolgimento, attraverso la guerra, dei rapporti internazionali esistenti; e insomma la lotta di classe poteva volgersi surrettiziamente a proseguire e a rovesciarsi, snaturandosi, nella contrapposizione armata fra i popoli.
Come caratteristica primaria ed essenziale del disegno reazionario attraverso cui si riuscì in Italia, negli anni ’20, a liquidare la rivoluzione proletaria, resta però il fatto che a esso dettero involontariamente un contributo decisivo proprio le grandi masse lavoratrici, per la loro assoluta incomprensione, già sottolineata, del valore della democrazia e degli strumenti che essa offre loro. Innanzitutto e a veder bene, allora, sta precisamente in un simile errore – che va perciò considerato fondamentale – quel massimo di possibilità di cui ebbe a godere, nel primo dopoguerra, il disegno reazionario stesso. Nel secondo dopoguerra e fino a oggi, tuttavia, le cose sono andate e vanno molto diversamente. Almeno dalla “svolta di Salerno” in poi, la classe operaia italiana ha preso fermamente nelle proprie mani la causa della libertà, contribuendo in modo decisivo a promuovere e a realizzare i più ampi sviluppi del quadro democratico, fino al suo pieno dispiegamento.
Ma allora, proprio perché quello adesso esistente è uno Stato di reale e completa democrazia, e perché tale suo carattere trova sicuro sostegno e solido avallo nel movimento operaio, assai minori, rispetto agli anni ’20, non possono non essere oggi le possibilità di successo della strategia reazionaria: un successo che comporterebbe attualmente, secondo ogni evidenza,il passaggio dalla “prima” Repubblica – essenzialmente basata, appunto, sull’impulso proletario alla democrazia – a una “seconda”, di tipo autoritario e comunque contraddistinta da gravi limitazioni e distorsioni della democrazia medesima. Si deve poi aggiungere – e anche questa è una circostanza di portata fondamentale – che gli equilibri internazionali non sono più contrassegnati, come negli anni fra le due guerre, dal residuo e asfittico declino di potenze declinanti. Essi sono invece sorretti e qualificati dall’attiva presenza dei due grandi Stati usciti quali effettivi vincitori dal secondo conflitto, e che conservano tuttora la possibilità di sviluppare positivamente, nel reciproco rispetto e accordo, la loro egemonia, volgendola sempre più a sollecitare a favorire l’universale progresso.
Certo, i rapporti fra USA e URSS non hanno ancora raggiunto quella stabilità che discenderebbe da una cooperante convergenza di interessi, ritrovabile in una comune tensione alla crescita del quadro mondiale nel suo insieme. Ma è anche vero che tali rapporti, pur attraversando momenti di acutissima crisi, non hanno mai superato la soglia di una totale rottura. E in effetti, nemmeno la “guerra fredda” giunse al punto di liquidare, in seno all’organizzazione delle Nazioni Unite, la compresenza delle due massime potenze, né di comprometterne le garanzie, come il Consiglio di sicurezza, il diritto di veto, e insomma i pilastri istituzionali dell’ONU. Quanto alla tendenza americana, spesso riaffiorante, all’esclusivismo di una linea unipolaristica, quest’ultima viene di fatto continuamente corretta e ridimensionata sia dalla forza militare e dalla solidità sociale dell’Unione Sovietica, sia dalla lArga gamma di esigenze comuni i due grandi Stati, che li riconducono, di volta in volta, a momento di distensione. Ne è ad esempio chiara testimonianza il recente accordo “Salt 2”. Si può dunque dire, in definitiva, che l’unipolarismo statunitense non riesce a determinare in modo duraturo il pericolosissimo collegamento col multipolarismo destabilizzatore, vagheggiato dalla politica cinese e da quella della destra europea, poiché la generale strategia americana rimane sempre e in primo luogo condizionata, malgrado tutto, dall’impostazione a largo respiro degli affari mondiali, tracciata a Yalta.
Tanto le attuali condizioni interne quanto quelle internazionali sono dunque molto più sfavorevoli al disegno reazionario, che non la situazione determinatasi nei primi anni ’20; e ciò – a dirla in breve – essenzialmente e in primo luogo perché il movimento operaio è oggi senza paragone più forte sia, appunto, su scala interna, sia a livello mondiale. Pur tuttavia, se le possibilità di cui gode oggi quel disegno sono quindi – ci è lecito ribadirlo con tutta tranquillità – minori che allora, esse non possono assolutamente venir considerate nulle. Il fatto è che – per esprimerci con un’immagine peraltro anche troppo abusata – il movimento operaio, dal punto di vista della sua essenziale, storica funzione rivoluzionaria, si trova presentemente in mezzo al guado. Esso, infatti, ha bensì fondato – incorporando nella propria prassi, col successo più pieno, la causa della democrazia – quello che può chiamarsi il momento statico del proprio potere; ma deve ora, e anzi doveva da tempo, gestirlo dinamicamente(12), in maniera da promuovere, suscitare o accompagnare nel loro sviluppo, come già si è detto, nuove strutture della società civile, che siano adeguate alla realtà attuale del quadro politico. Deve cioè utilizzare la democrazia non più soltanto, come ha fatto sinora, per mettere alle corde il capitalismo, ma per sostituir gradualmente e positivamente quest’ultimo nel modo di ordinare l’economia e la vita associata.
In effetti, ove il movimento operaio non sappia essere all’altezza di tale suo superiore compito, non possono allora non discenderne le più gravi conseguenze. Vengono di preciso ad aprirsi, in tal caso, un vuoto e una contraddizione: un vuoto, perché decade l’iniziativa politica, e insomma cessa ogni seria dinamica tesa al rinnovamento della società, cosicché quest’ultima rimane destinata a veder sempre più imputridire e marcire le sue ormai congelate forme produttive e organizzative; una contraddizione, poi, perché la crisi del capitalismo non viene arrestata, ma resa più rapida da un simile, sostanziale immobilismo. Questo infatti, lungi evidentemente dal dare luogo a un nuovo modo di produzione e di vita, a nuovi e superiori sviluppi economici e sociali, viene invece a determinare l’aggravamento continuo del decomporsi di ogni possibile economia in una generale involuzione. A tutto ciò si aggiunge il fatto che il progressivo venir meno di qualsivoglia, organica realtà strutturale sollecita – come già oggi è dato, e fin troppo, di constatare – il pericoloso ingrossarsi di quella spinta anarcoide che è intrinsecamente sottesa alla democrazia(13), e che non può non scatenarsi in forme, appunto, crescenti, ove quest’ultima continui a esser priva del necessario momento egemonico, che si incarna anche in una determinata, nuova struttura. Diviene allora chiaro che in una situazione siffatta – malgrado la resistenza questa volta sicuramente opposta dalla classe operaia, avvalendosi delle nuove posizioni conquistate all’interno e su scala internazionale – quel blocco reazionario di cui sopra si è detto, e che vedrebbe uniti, sia pure non senza aspetti contraddittorii, forze capitalistiche e parassitismo corporativo, può realmente venir man mano a saldarsi, rendendo sempre più pesante il quadro politico-sociale del paese.
In definitiva, almeno per quel che riguarda l’Italia, il blocco reazionario ha già cominciato a formarsi poco dopo l’ “autunno caldo” del 1969, anche se contro di esso, nel corso di tutti questi anni ’70, si è venuta delineando, con l’apporto di forze diverse, una strategia tesa a prevenirne il dispiegarsi e, possibilmente, a liquidarlo. Anzi, è proprio nello sforzo di condurre avanti una simile strategia, che la vita politica italiana ha potuto raggiungere alcuni dei suoi risultati più alti. Da una parte, all’interno della Democrazia cristiana, l’on. Moro e, guidata da lui, la sua corrente seppero sbarazzarsi man mano dei resti, sempre più fatiscenti, del centro sinistra, dando vita a un indirizzo per cui, dall’ “attenzione” verso il maggior partito del proletariato italiano, si poté gradualmente passare a una linea di concreta collaborazione. Certo, quest’ultima ancora rimaneva soltanto incipiente; era tuttavia destinata – e solo la morte del grande leader cattolico venne a impedire tali sviluppi – ad approfondirsi ulteriormente, fino a coronarsi in una vera e propria alleanza di governo. Non a caso, appunto l’on. Moro ebbe a sottolineare più volte come considerasse decisiva una distesa e meditata discussione fra i due massimi partiti italiani intorno ai modi e alle forme del traguardo finale che il movimento operaio si propone di raggiungere, e insomma intorno ai termini e ai tempi di quella società nuova, socialista, che esso intende sostituire all’assetto capitalistico.
Dall’altra parte i comunisti, elaborando la strategia del “compromesso storico” – e prefiggendosi quindi di portare l’intiera sinistra di classe a un fecondo incontro con la tradizione democratica e popolare del mondo cattolico -, affermavano nei fatti il loro riconoscimento della validità storica della vigente situazione di pluralismo partitico(14). Ma contemporaneamente, allora, venivano a ribadire in maniera indiretta la loro ormai più che trentennale affermazione del valore della democrazia, come forma permanente e suprema in cui può e deve configurarsi lo Stato. Si venivano così costituendo, sul terreno politico, alcune delle condizioni essenziali per dare inizio a quel rinnovamento della società italiana e quindi, più precisamente, a quel processo di fuoruscita dal capitalismo, nel quale va ravvisata – come ognuno può facilmente comprendere – l’unica vera strada per sconfiggere qualsivoglia ambizione del blocco reazionario, anzi per estirparne le stesse radici. Con le elezioni del ’76, in effetti, il moto di avvicinamento fra il Partito comunista e la Democrazia cristiana si venne accelerando, e si raggiunsero rapidamente le tappe dell’ “astensione benevola”, della “collaborazione di programma”, della medesima maggioranza di governo.
Tuttavia, dopo l’agghiacciante assassinio dell’on. Moro, lo sforzo, teso a combattere l’indirizzo reazionario, è divenuto sempre più asfittico: è andato infatti perdendo il necessario respiro ideale e l’indispensabile vigore sul piano della volontà politica, finendo così con l’esplicarsi – dapprima in modi coperti, poi in termini via via più evidenti – sotto un preciso segno conservatore. In altre parole, e per specificare meglio, varie forze politiche – fra cui soprattutto una larga parte della Democrazia cristiana, il Partito repubblicano e, in special modo, l’on. La Malfa -, approfittando anche del fatto che, all’interno del movimento operaio, l’opportunismo tendeva sempre più a mortificare la strategia del “compromesso storico” identificandola senza residui con una semplice linea di “emergenza” e di “collaborazione nazionale”, hanno potuto provarsi a utilizzare la forza del maggior partito del proletariato italiano in un’opera di mero rappezzamento e ripristino dei meccanismi capitalistici, onde assicurar a questi, in prospettiva, una qualche ripresa. E’ proprio in tal senso che si sono attivamente adoperati, in ultima analisi, gli ultimi due governi presieduti dall’on. Andreotti. Certo, una simile operazione conservatrice, nel tentar di ridare fiato alle strutture capitalistiche (quindi di contenere, al tempo medesimo, il dispiegarsi del processo democratico), si prefiggeva di ricercare un punto di equilibrio che garantisse la permanenza del quadro istituzionale, e insomma almeno quella dei pilastri fondamentali della democrazia. Dunque essa era per ciò stesso diretta, nelle intenzioni, a resistere al disegno reazionario, tagliandogli – per così dire – l’erba sotto i piedi(15). Ma, a veder bene, tale medesima operazione – della quale appunto l’on. La Malfa si faceva interprete particolarmente lucido e appassionato – perseguiva in realtà un obiettivo impossibile.
Si è invero già illustrata, nella prima parte di questo studio, l’incompatibilità di fondo tra il capitalismo e un avanzato dispiegamento della democrazia. La coesistenza fra l’uno e l’altra è dunque destinata in maniera ineluttabile, quando la seconda viene precisamente a raggiungere la propria maturità, a diventare sempre più conflittuale e contraddittoria. Di fronte a un nodo siffatto, allora, si danno soltanto due soluzioni: o riportare violentemente indietro il processo democratico, o dare l’avvio alla fuoruscita della società dall’assetto capitalistico. Ora – come è chiaro -, la mentalità conservatrice non può non rifiutarsi, per la sua stessa natura, a imboccare la seconda delle strade suaccennate. Era dunque inevitabile che l’operazione di cui discorriamo, pur agendo con un massimo di prudenza (ma quindi anche con un minimo di efficacia), dovesse concentrare i suoi sforzi – illudendosi di salvaguardare così l’essenza della democrazia – proprio nel tentativo di comprimere la spinta democratica, o comunque di congelarla, impedendone nuovi sviluppi. Ma, in questa maniera, l’operazione conservatrice ha finito allora fatalmente – e vedremo tra poco i concreti passaggi di un tale processo – per aprire la strada a un ulteriore coagularsi e rafforzarsi del blocco reazionario.
Sta comunque di fatto che il tentativo conservatore può ormai considerarsi sostanzialmente fallito. Ha finito per condannarlo in primo luogo il Partito comunista italiano, che non poteva certo addossarsi a lungo l’impresa – più volte invece assunta sino in fondo, nel corso della loro storia, dalle socialdemocrazie – di gestire con efficacia e con ordine le logiche e i meccanismi capitalistici e quindi, inevitabilmente, gli interessi della classe antagonista al proletariato. I comunisti, è ben vero, potevano e dovevano esser disposti a garantire un’azione politica tesa a recuperare le condizioni elementari e di base della vita economica. E, in effetti, si sono adoperati generosamente per assolvere a questo urgente compito. Ma per la loro tradizione, per il loro patrimonio rivoluzionario, per la natura medesima dei loro legami di classe, essi, nella misura in cui lasciavano di fatto, o davano l’impressione di lasciare, che un simile, necessario recupero potesse servire quale piattaforma di lancio per intraprendere un nuovo decollo del modello capitalistico, non potevano non pagare, in termini di influenza politica e di collegamento con le masse lavoratrici, un prezzo alla lunga in comportabile. Così, essi han dovuto prendere le distanze dall’indirizzo conservatore, e mutar decisamente di atteggiamento e di linea. In secondo luogo poi, e soprattutto, l’operazione conservatrice è stata respinta dallo stesso paese, il quale, trovandosi – per così esprimerci – immerso nel corso impetuoso di un dispiegato sviluppo democratico (sostenuto e diretto, giova ripetere, dal movimento operaio), non può in alcun modo rinvenire un suo stabile assetto, né una valida prospettiva per il futuro, rimanendo entro il quadro capitalistico. E in realtà, il paese può stabilizzarsi e progredire solo imboccando la strada maestra di un profondo e generalizzato processo riformatore, ma quindi rivoluzionario, che ne garantisca la decisa, seppur graduale, fuoruscita dal capitalismo. Del resto, che la linea conservatrice stia facendo naufragio, è – sempre per il nostro paese – una vera fortuna. Ove infatti il Partito comunista non avesse decisamente spezzato le illusioni di quanti lo volevano compiacente e subalterno sostenitore del sistema oggi in atto, sarebbe venuto irrimediabilmente perdendo le sue storiche radici nella classe operaia e, in genere, nelle masse dei lavoratori.
<A loro volta, queste, obbligate a riconoscere amaramente di dover pagare il prezzo di un’operazione di mero ripristino dell’ordinamento capitalistico, sarebbero state sospinte di necessità – nel comprensibile tentativo di liberarsi a ogni costo da una costrizione siffatta – verso pratiche di surenchère corporativa, o anche di semplice chiusura negli immediati interessi classisti. Così, mentre si sarebbero venute distaccando dal Partito comunista e, alla lunga, si sarebbero addirittura contrapposte a esso, avrebbero raggiunto nei fatti, ingrossandolo catastroficamente, quel già troppo nutrito esercito di parassitari detentori di privilegi, che alligna sul terreno della nostra democrazia, in quanto non ancora innervata – né quindi depurata e rimessa in ordine – attraverso una sufficiente iniziativa di trasformazione strutturale. Ma non può allora non esser chiaro che un simile, grave processo anarchicamente involutivo, teso alla separazione della classe operaia dalla sua storica avanguardia, e diretto alla distruzione di ogni razionalità ed efficienza economiche, avrebbe portato nuova e copiosa acqua al disegno reazionario. Resta dunque confermato – ci sembra – che l’indirizzo conservatore, come si è detto poco sopra, preparava in concreto il terreno, certo al di là di ogni sua intenzione, per il coagulo e l’allargamento del blocco anti-istituzionale ed eversivo. Il declino di quell’indirizzo deve perciò essere salutato come un chiarimento liberatore, nonché, e soprattutto, come l’oggettivo appello al rilancio di una ben calibrata linea rivoluzionaria da parte della classe operaia e delle sue formazioni politiche. Va però tenuto ben presente, al tempo stesso, che un tale tramonto, graduale e progressivo, viene di fatto a porre in confronto diretto, quasi fuori ormai da ogni copertura o diaframma, le forze diametralmente opposte del blocco reazionario e di quello proteso – sia pure, ripetiamo, in modi non ancora sufficienti – a dare nerbo e stabilità alla democrazia, mediante l’opera rivoluzionaria di enucleazione e di costruzione di una struttura finalmente adeguata alla democrazia medesima. La lotta politica, cioè, si fa più netta e più aspra, nonché, nel contempo, più impegnativa e più alta.
Ci pare allora evidente quale sia la conclusione essenziale che va tratta da quanto sopra. Occorre di preciso, a dirla in breve, che il movimento operaio si renda conto appieno di essere ormai chiamato con urgenza a completare la sua rivoluzione, nel senso di porre decisamente mano alla trasformazione strutturale della società. Solo così, infatti, esso può superare il rischio dell’isolamento e stringere nuovamente attorno a sé delle alleanze sociali e politiche (dall’insorgenza dei giovani e delle donne alle forze interessate e mobilitate dagli incipienti indirizzi di consumo collettivo; nonché, come meglio diremo tra poco, dalle stesse posizioni capitalistiche, storicamente produttive e funzionanti, ai contadini e alle componenti democratiche e popolari del mondo cattolico) che siano in grado di contribuire alla necessaria opera di generale e profondo rinnovamento. Certo, l’acquisizione di siffatte alleanze non può non essere strettamente correlata al grado di effettiva capacità rivoluzionaria del movimento operaio medesimo. Esse dunque gli si presentano assai più difficili da conseguire e da consolidare (fatta eccezione per l’ormai tradizionale rapporto con le masse contadine) che non quelle – riducentisi in sostanza ad alcuni settori del cosiddetto ceto medio – le quali gli sono apparse così agevoli e quasi corrive nel breve periodo dell’illusorio tentativo conservatore (di fatto accompagnato dalla tendenza opportunista), ma che in realtà rimanevano, in buona misura, ambigue e mistificatrici. Solo che, proprio dal sussistere di simili difficoltà, e quindi dalla possibilità continua di errori in cui può cadere il movimento operaio – del resto assolutamente impossibilitato, ormai, a trovar un serio rifugio, arroccandovisi, nella serra calda e impigrente costituita appunto dall’opportunismo -, può trarre tempestivamente profitto il blocco reazionario. Esso può invero utilizzare ogni incertezza, ogni deviazione, ogni stasi del processo rivoluzionario per ampliarsi e consolidarsi, trascinando sulla sua strada gran parte di quelle stesse forze che pur avevano scelto con intenzioni democratiche, ritenendola a sé più omogenea, la via dell’operazione conservatrice.
In effetti, è facile accorgersi che il personale politico più strettamente legato ai vari interessi corporativi e parassitari viene ormai moltiplicando i suoi sforzi per cercar di saldare a quelle propriamente capitalistiche le deleterie realtà sociali di cui è diretta espressione, così da giungere a determinare uno schieramento che sia in grado di far duramente i conti con la classe operaia e con le sue conquiste. Né è arduo prevedere che un tale obiettivo potrà alla fine esser davvero conseguito, se storicamente si daranno due condizioni. Innanzitutto – ecco appunto la prima condizione – un simile, infausto esito risulterà fortemente agevolato, se il processo rivoluzionario non sarà in grado di collegarsi utilmente, come si accennava poco sopra, anche con quelle realtà capitalistiche, storicamente più serie ed efficienti, le quali possono perciò svolgere tuttora una funzione positiva nello sviluppo della società italiana, pur se questa è destinata a dispiegarsi in forme profondamente diverse dal modello entro cui le predette realtà si sono costituite. Il blocco reazionario, insomma, resterà avvantaggiato di molto qualora la rivoluzione proletaria non sappia concentrare le sue armi esclusivamente contro quelle posizioni corporative e parassitarie che, alimentandosi e ingrossandosi della putrefazione delle forme sociali perente, sono davvero la palla di piombo al piede del paese, e qualora cada invece nell’errore di aggredire determinate entità, quelle soprattutto, economicamente produttive e che, nel concreto storico, hanno ancora dei compiti da assolvere, per respingerle invece, in tal modo, nel campo della reazione.
Ma in secondo luogo, e specialmente, si rischierà di soggiacere al disegno reazionario, se le forze della rivoluzione non sapranno rendersi conto, metodicamente e di continuo, che le sorti di questa – assieme all’avvenire del paese – sono legate nel modo più concreto alla permanenza dell’equilibrio fra le due massime potenze mondiali e anzi a un vero e proprio salto di qualità nei loro rapporti, ossia a uno sviluppo di essi nel senso di una collaborazione feconda per il progresso di tutti i popoli. Ove infatti tale equilibrio non venga mantenuto e – ciò che più importa – le energie rivoluzionarie non riescano a sollecitare, collegandovisi opportunamente, quello sviluppo, potrebbero offrirsi al blocco reazionario le più pericolose e letali possibilità di eversione internazionale e quindi interna. Di preciso – e come già abbiamo messo in luce nel concludere la prima parte di questo studio - , qualora certi ritrovati tecnologici, come ad esempio la bomba al neutrone, rendano agibili, almeno in teoria, operazioni belliche non necessariamente sotto il segno insostenibile dell’apocalisse termonucleare, le forze reazionarie si vedrebbero riaprire, nel senso appunto del “rischio calcolato”, la prospettiva clausewitziana di una prosecuzione della propria politica sul piano, classicamente, della guerra. Potrebbero insomma tentar di colmare perversamente la mancanza di un processo di universale rinnovamento nella pace, rovesciando (in termini imperialistici) la secca negatività della loro tensione antioperaia nella promessa di una vittoria sull’URSS e sul “campo socialista”, che darebbe finalmente ai paesi industrializzati dell’Europa occidentale – questo il miraggio che si farebbe balenare alle masse – il loro “giusto posto nel mondo”.
In una parola, ove dovessero infaustamente verificarsi le due condizioni d’insufficienza rivoluzionaria che si sono or ora descritte, verrebbe una seconda volta a compiersi, malgrado ogni diversità di complessiva situazione storica, una sostanziale parabola fascista. Il fascismo infatti – è ben noto – si qualifica appunto, nella sua essenza, come fenomeno di eversione interna, condizionato e catalizzato dalla prospettiva di una rottura in termini bellici degli equilibri internazionali. Ci siamo così posti in grado, a questo punto, di stabilire – come ci eravamo ripromessi – la consistenza effettiva delle possibilità che il movimento operaio e le sue alleanze rinnovatrici da una parte, dall’altra il blocco reazionario, hanno rispettivamente di conseguire i propri opposti fini. In breve, da quanto si è osservato finora risulta con ogni chiarezza – ci sembra - che tutto dipende, in definitiva, dalla qualità della politica rivoluzionaria condotta sul piano interno, nonché, a un tempo, dalla capacità di essa nel contribuire attivamente, sul terreno internazionale, a mantenere la linea della coesistenza pacifica tra USA e URSS, per svilupparla fino a un’organica collaborazione, tesa a consentire, sollecitare e promuovere, in concreto, l’avanzamento di ogni area del mondo. A questo stadio della nostra analisi, allora, possiamo accingerci ad affrontare un ulteriore tema, anch’esso preannunziato nelle pagine iniziali. Possiamo cioè provarci a esaminare quali siano le idee e quali gli strumenti che la reazione può mettere in campo per battere, o tentar di sconfiggere, l’operazione rivoluzionaria, soprattutto, dunque, per riuscir a scatenare a tal fine – calcolando di tenersi fuori di una generalizzata catastrofe atomica – una guerra contro gli Stati a direzione proletaria.