Dichiarazione d’intenti
L’intento dei promotori della rivista è di offrire uno strumento di consenso critico nei confronti di quella che potenzialmente è la nuova “classe dirigente”, intendendo quest’ultima non come il personale di governo (secondo le categorie riduttive della sociologia politica), ma nel senso profondo – storico e materiale – del termine. La rivista si propone di stimolare e assecondare (dialetticamente e non codisticamente) una politica di effettiva trasformazione del nostro Paese nel mantenimento integrale del suo presente quadro costituzionale, vale a dire nell’ambito della pienezza della democrazia. E’ convinzione ferma dei redattori della rivista che un tale compito non solo è concretamente possibile, ma è pure urgente e necessario. Altrimenti si farebbero rapidamente imbattibili le suggestioni di soluzioni autoritaristiche più o meno mascherate, di più o meno bruschi ritorni all’indietro. Ugualmente ferma è la nostra convinzione che dalla stretta presente si esce sulla base delle possibilità oggettive e delle soggettive esigenze del movimento operaio: di un movimento operaio, però, capace di trascendere ogni propria acefala immediatezza classista e capace di esprimersi come autentica “classe generale”.
Il “Nuovo Spettatore” avrà un interesse privilegiato per la “questione italiana”. Quel che è in gioco nel nostro Paese non è infatti irrilevante, né privo di senso, anche ai fini del complessivo processo mondiale. Se l’Italia non è certo un modello, è però senz’altro un laboratorio, in cui il nuovo e ciò che lo contrasta si rivelano e si misurano in forme del tutto particolari, molto interessanti. In tal senso, la cosiddetta “questione morale” sarà al centro delle attenzioni della futura rivista: un impegno teso a cogliere tutta la cruciale sostanza politica che quella espressione oggettivamente implica. In realtà, sono anni ormai che si è concluso il pur necessario ruolo di supplenza che i partiti (quelli di massa soprattutto) hanno dovuto esercitare nei confronti delle istituzioni. Tale ruolo è valso, di fronte alla rovinosa eredità del fascismo e della guerra, a garantire prima la continuità stessa dello Stato e poi – impresa non da poco – a far mettere salde radici alla nostra democrazia. Da tempo però, e proprio nella misura in cui la democrazia in crescita non è stata accompagnata e sorretta da una omogenea responsabilità di direzione politica, quella supplenza ha raggiunto le sue “colonne d’Ercole”, sino a rivolversi ormai (sia pure con responsabilità ovviamente differenziate) in una sostanziale occupazione dello Stato da parte dei partiti.
Si è stabilito così un rapporto incestuoso, in virtù del quale, mentre esplodono gli scandali e cresce la disaffezione dalla politica, non solo il presente scema di credibilità e di senso, ma il futuro stesso si annebbia, perde il segno della speranza. Il presente, in quanto le istituzioni (centrali e locali) si corrodono, la governabilità latita, l’arte della direzione si esaurisce in un’empiria praticistica, pasticciona, quotidianamente sempre più scettica e impotente. Il futuro, in quanto i partiti rinunciano di fatto al loro ruolo più autentico, alla loro insostituibile funzione: perdono il contatto con il Paese reale e le sue legittime esigenze, si appiattiscono nella gestione (“onesta” nel migliore dei casi) di un esistente sempre più corroso e precario, mentre la “società civile” non può non disperdere in una diaspora disaggregata e sterile le proprie autonome forme di movimento. Se le cose, come crediamo, stanno così, non si può certo pensare di uscire dalla crisi con interventi di ingegneria costituzionale. L’autonomia delle istituzioni e il ruolo peculiare dei partiti sono già riconosciuti e garantiti dalla nostra carta fondamentale: perché divengano operanti, il problema non è dunque “tecnico”. Occorre invece che si apra – come Moro sembrava aliquo modo intuire allorchè parlava della necessità di una “terza fase” – una pagina nuova nella storia dell’Italia e dei grandi partiti postrisorgimentali su cui pesa l’eredità della nostra prima rivoluzione. E’ proprio questa pagina che “Il Nuovo Spettatore”, secondo i suoi specifici mezzi, vuol contribuire a leggere e a scrivere. Uno sforzo analogo di analisi e di riflessione critica è necessario per cogliere, sulla più ampia scena mondiale, le novità che faticosamente maturano e il vecchio che tenacemente resiste.
Il nostro proposito è di esplorare nelle sue complesse implicazioni storiche e politiche, interne e internazionali, il problema di un nuovo ordine mondiale. Il suo positivo scioglimento appare, è vero, pregiudizialmente legato al mantenimento – nelle attuali difficilissime contingenze – della base decisiva della pace e alla ripresa di un organico sviluppo. Ma ciò comporta, a nostro avviso, che si esca in positivo dallo stallo, gravido di avventure insensate e di rischi gravissimi, determinato in ultima analisi dall’esaurimento del così detto “compromesso keynesiano” (e cioè del più che trentennale connubio tra le esigenze della democrazia e la logica del capitalismo), nonché di quella coesistenza pacifica (in qualche modo puramente notarile) che gli era omogenea al livello delle relazioni internazionali.
“Il Nuovo Spettatore” cercherà quindi di distinguersi: a) da un appiattimento occidentalistico su qualsivoglia leadership americana si trovi al potere; un appiattimento che tende talora persino a ridursi a una forma di vera e propria subalternità di costume e di cultura; b) da incomprensioni spocchiose e terzaforzistiche della complessa e articolata realtà degli Stati Uniti; c) da avversioni viscerali e pregiudiziali nei confronti dell’Unione Societica; d) da innamoramenti di breve respiro e da mitizzazioni della durata di una stagione per questa o quella presunta “novità” europea; e) da un terzomondismo acefalo e disarmato, perché senza concreti riferimenti ai “vertici” del sistema internazionale uscito dal secondo conflitto mondiale. Sul terreno, oggi più che mai determinante, della politica economica e sociale, il mensile avrà come criterio ispiratore quello della ricerca sul campo di nuove compatibilità tra le ragioni della società e le ragioni dell’economia. A questo scopo si tratterà in parte di colmare un vuoto di informazioni e in parte di sviluppare un’analisi e, nel caso, formulare proposte che non si riducano alla difesa come che sia delle ragioni della società né alla riproposizione tout court, o al massimo di segno illuministico, delle ragioni dell’economia.
“Il Nuovo Spettatore” cercherà di individuare nelle singole situazioni concrete, come sul terreno più generale della strategia di politica economica, ciò che di nuovo e di utile emerge nel Paese; e cercherà di denunciare quanto invece costituisce un ritorno all’indietro sulla strada di una incomprensiva affermazione delle compatibilità economiche, o su quella di una semplice difesa delle esigenze sociali nella loro forma storicamente data, o infine sulla strada del compromesso deteriore. In questo quadro, come è ovvio, non potrà non esserci una specifica attenzione ai comportamenti e alle scelte delle forze politiche, degli organismi dello Stato in tutte le sue articolazioni democratiche e delle forze sociali: sia di quelle già organizzate sia di quelle che, oggi, solo in modo ancora embrionale o episodico riescono a far sentire la loro voce. Con riferimento in particolare al movimento sindacale, si tratterà di porre in luce le difficoltà in cui esso si dibatte, oscillando tra la semplice riproposizione, pur nelle mutate condizioni, della strategia rivendicativa degli anni settanta, e la resa sostanziale alle compatibilità date. Ma sarà anche preoccupazione del “Nuovo Spettatore” cercare di favorire una nuova riflessione sui modi che renderebbero possibile lo sviluppo dell’azione rivendicativa del sindacato.
Nel clima attuale, caratterizzato da un revival manicheo, alquanto scoraggiante e sinistro, sul piano delle opzioni di fondo e delle così dette “filosofie della storia”, il mensile intende dar vita a una “battaglia delle idee” che, non ignorando il nocciolo duro della politica culturale, non sia subalterna alle esigenze commerciali del consumismo editoriale e alla così detta “cultura dell’effimero”; che non sia parimenti al servizio di questa o quella ambizione baronale e “accademica”; che non si presenti come patimento sostanzialmente disarmato o compiaciuto della crisi dei valori, della così detta “cultura della crisi”; e infine non sia riproposizione stanca e priva di respiro (più o meno dogmatica) di un patrimonio ormai chiaramente dadato. Di contro, il nostro periodico cercherà di avere un taglio che, fondandosi sul canone della lezione (non già del vecchio, opportunistico metodo del “ciò che è vivo e ciò che è morto”), riesca a stabilire un nesso vitale tra passato e presente, tra ciò che è stato e ciò che è e può essere: nesso per il quale il vecchio, pur essendo nelle sue forme morto, può e deve essere sino in fondo ricompreso dal nuovo (perché appunto sino in fondo assunto nelle sue storiche “verità interne”).
Roma, 30 giugno 1984