Quando sono venuti a galla i problemi dell’economia americana descritti qui, molti all’estero hanno pensato che fosse stata fatta giustizia: non si erano mai fidati del capitalismo American style. Pur invidiando – forse – i lauti compensi dei loro omologhi americani, numerosi amministratori delegati di grandi aziende in Europa e in Asia li giudicavano a dir poco disdicevoli. Non sembrava che i chief executive officers (Ceo) americani fossero poi tanto meglio dei loro compatrioti, eppure l’America andava a gonfie vele. Forse, alla base di tale successo c’erano proprio i Ceo e questo poteva fornire una sorta di giustificazione dei loro stipendi. Ma le buste paga continuavano ad aumentare, e con esse i dubbi, mentre l’economia americana scivolava verso la recessione e i prezzi delle azioni crollavano. Serviva quindi un’altra motivazione: ora bisognava premiarli non per produrre crescita, ma per prevenire il declino. L’interesse provocato dai fallimenti delle aziende statunitensi si giustifica non solo con la diffusa sensazione di avere sempre saputo che qualcosa non andava, ma anche con il desiderio di trarre insegnamento dall’esperienza americana.
Al tempo stesso, negli Stati Uniti, i difensori del capitalismo americano cercavano di minimizzare la gravità della situazione. Secondo loro, tutto dipendeva dalla stampa che insisteva troppo sulle vicende di bancarotta di certe aziende e da qualche investitore sprovveduto che, avendo perso il proprio denaro, era alla ricerca di qualcuno a cui dare la colpa. Il pericolo, ripetutamente sottolineato dagli amministratori delegati delle grandi aziende, era che una reazione sproporzionata potesse condurre a un eccesso di regolamentazione.
Nell’ultimo anno, tuttavia, è stato necessario rivedere entrambe le posizioni. Gli scandali e la corruzione permeavano il sistema americano del libero mercato molto più di quanto non fosse apparso fino ad allora. E sebbene gli episodi verificatisi un altre parti del mondo siano forse di minore gravità, ogni paese ha avuto la sua Enron: Parmalat in Italia, Vivendi in Francia, Ahold nei Paesi Bassi. Nel caso della Parmalat sembra si sia trattato di una vera e propria frode, di quelle all’antica, ma non è ancora chiaro se le grandi banche internazionali siano state incapaci di intuirlo oppure abbiano aiutato l’azienda di Collecchio a mettere in atto la truffa. Tutti questi scandali sono legati da un filo rosso: le nuove tecniche di contabilità e finanza creativa sopravanzano ormai per finezza qualunque possibile sistema di controllo.
Com’è avvenuto nel caso della Enron, i procedimenti fallimentari hanno evidenziato con chiarezza gli illeciti commessi, spalancando una finestra su un mondo imprenditoriale di cui forse, altrimenti, non avremmo mai conosciuto i segreti. Come evidenzio più avanti nel libro, è stato solo spulciando nelle scritture contabili della Enron che abbiamo finalmente capito che cosa fosse accaduto durante la crisi energetica in California. Enron, insieme ad altri operatori del settore elettrico, aveva manipolato il mercato. Il fallimento di WorldCom ha svelato altri scenari sgradevoli: banche che da una parte collocavano i bond WorldCom presso ignari investitori, mentre dall’altra sollecitavano le rispettive sezioni crediti a ridurre l’esposizione. Questo è un altro esempio dei conflitti d’interessi nati dalla fusione tra banche d’investimento e istituti di credito, contro cui il paese era stato messo in guardia da tutti coloro – incluso il sottoscritto – che non vedevano di buon occhio la novità. Questi timori, però, erano stati sminuiti dai lobbisti di Wall Street e dai “comprensivi” funzionari del Tesoro degli Stati Uniti.
L’immagine dei sofisticati istituti finanziari che guadagnano alle spalle di ignari investitori, messa in primo piano dallo scandalo degli analisti – gente che in privato stroncava i titoli che poi in pubblico raccomandava di acquistare -, è stata ulteriormente rafforzata dagli scandali dei fondi comuni. E’ facile guadagnare acquistando, alle quattro di pomeriggio, un’azione che è salita rispetto a un’ora prima, se la si può pagare il prezzo prevalente alle tre. Questa è una semplice variante dell’imbroglio del cosiddetto market timing o tempismo di mercato, cioè la capacità di comprare un’azione proprio al momento giusto, quando la quotazione è bassa, grazie a una conoscenza approfondita dei movimenti azionari, nonostante la scienza economica abbia dimostrato come sia pressoché impossibile guadagnare sistematicamente battendo il mercato. Ma chi ha fatto i soldi con lo stratagemma del market timing nel settore dei fondi comuni, l’ha fatto a spese di altri: i proprietari delle altre quote.
Nel caso di quasi tutte le principali banche d’investimento, delle più grandi società di revisione contabile (e alcune più piccole) e di gran parte delle aziende americane coinvolte in questi scandali, non c’è da stupirsi che la fiducia in queste istituzioni sia venuta meno. Ma è altrettanto preoccupante osservare il progressivo decadimento dei meccanismi normativi: non solo i checks and balances (pesi e contrappesi) all’interno delle aziende, cioè il governo dell’impresa, ma anche nelle istituzioni pubbliche. Negli anni Novanta, i funzionari della Security and Exchange Commission (Sec) – il cui compito è mantenere la fiducia del pubblico nei mercati dei capitali e salvaguardare i piccoli investitori – si erano in parte resi conto di ciò che stava succedendo. Quando cercarono di intervenire, furono osteggiati da chi traeva profitti proprio grazie al sistema. Ma neanche la Sec aveva compreso fino in fondo la gravità del problema. Negli ultimi anni è emerso sempre più chiaramente che questo organismo non compie il proprio dovere – talune volte per incompetenza, altre per mancanza di impegno. Il mondo imprenditoriale e quello finanziario hanno contribuito all’elezione di Bush e si aspettano di guadagnare da questo investimento: fino ad ora, possono dirsi soddisfatti. Di conseguenza, l’onere di scoprire gli scandali e di imporre sanzioni è stato lasciato ai responsabili dell’applicazione delle leggi nei vari stati. A questo proposito, si distingue il procuratore generale dello stato di New York, Eliot Spitzer. I suoi oppositori sostengono che agisca solo per motivi politici e di carriera, sorvolando però sul fatto che fa semplicemente il suo dovere: applicare la legge.
Queste persone, compresi molti notabili della comunità finanziaria, continuano a ripetere che non bisogna perdere la testa e ciò dimostra come, malgrado l’evidenza dei fatti, si tenda a non voler prendere atto della gravità della situazione. Per loro, il problema non è di aver ingannato le persone che avrebbero dovuto servire, bensì di essere stati scoperti. Facevano semplicemente il loro lavoro, cercando di guadagnare il più possibile e, al tempo stesso, di massimizzare anche lo shareholder value – sebbene più nel breve che nel lungo periodo. Non fanno forse tutti così nel mondo degli affari?
Naturalmente, l’appropriazione indebita e la truffa bella e buona sollevano questione etiche e morali, ma se si tratta solo di aver approfittato un po’ di qualche ignaro cliente, caveat emptor! La dimensione etica è stata messa in evidenza da un altro scandalo, scoppiato poco dopo la pubblicazione di questo libro negli Stati Uniti, che ha coinvolto la borsa di New York e il suo presidente Richard Grasso. Con una retribuzione di oltre 150 milioni di dollari e transazioni annue totali pari quasi al reddito netto della borsa di New York nel 2001, Grasso non voleva farsi superare da un Ceo qualsiasi le cui aziende erano quotate nel “suo” listino.
La richiesta di Grasso di una gratifica di 5 milioni di dollari per aver rimesso rapidamente in funzione la borsa dopo l’11 settembre – cosa che peraltro rientrava nei suoi precisi doveri – è stata particolarmente odiosa, specie se si pensa a tutti i vigili del fuoco e agli agenti di polizia che hanno perso la vita quel giorno, mentre erano in servizio. Ma l’aspetto più sgradevole messo in luce è stato quello dell’autoregolamentazione. La borsa di New York non è solamente un luogo di contrattazioni, ma dovrebbe far parte del sistema di autoregolamentazione del mercato azionario. Lo scambio presuppone che aziende e operatori di borsa rispettino determinate regole finalizzate a garantire un mercato equo ed efficiente e, in particolare, ad assicurare che acquirenti e venditori ottengano i migliori prezzi possibili. Ma se alcuni contribuiscono a pagare lautamente il regolatore, quali garanzie potranno mai avere gli altri sull’equità di quest’ultimo? Il fatto che Grasso abbia fatto poco o nulla per risolvere uno dei principali problemi della borsa – ossia gli specialisti che fanno il mercato – ha confermato queste preoccupazioni.
Lo scandalo ha evidenziato alcuni problemi. Innanzitutto, quando il “Wall Street Journal” riportò le notizie relative alla retribuzione di Grasso, suscitò scarsa attenzione e pochi commenti. Per la comunità imprenditoriale americana era tutto regolare. Fu solo mesi dopo, quando il “Financial Time” sbattè la notizia in prima pagina, che l’opinione pubblica si pose il problema di quanto guadagnasse Grasso. La stampa di settore americana aveva finalmente fatto proprie le stesse norme etiche che guidavano le società e le imprese finanziarie? La stampa è, o dovrebbe essere, una parte importante della struttura del governo dell’impresa, proprio uno dei pesi e contrappesi che fanno funzionare il nostro sistema.
La prima risposta di Grasso e dei membri del New York Exchange Board che avevano votato a favore della sua retribuzione, fu particolarmente inquietante. Secondo loro, non esistevano conflitti d’intereresse di sorta, né vedevano alcunché di cui vergognarsi. Anche per loro era tutto regolare. Più inquietanti sono stati forse certi dibattiti con alcuni studenti delle facoltà di economia – la futura classe dirigente del paese. Secondo loro, effettivamente, un problema c’era, ma non riguardava tanto il fatto in sé quanto piuttosto il modo in cui erano state gestite le pubbliche relazioni. Evidentemente, per il futuro, non importa cambiare le regole etiche; conta di più intrattenere rapporti migliori con la stampa, affinché i fatti vengano presentati con la giusta angolazione!
In breve, i problemi di cui parlo in questo libro non sono stati risolti. Semmai, sembrano più diffusi e più radicati di quanto non avessi pensato in un primo tempo. Se certi paesi si sono risparmiati gli scandali aziendali, contabili e finanziari, i più hanno comunque subito le conseguenze del ciclo economico associate alla deregulation e al totale svincolamento dei mercati da qualsiasi norma. Le situazioni più gravi sono quelle registrate in America Latina e nell’Est asiatico, dove la deregulation e le privatizzazioni hanno alimentato un’euforia irrazionale, che ha portato a forti aumenti di capitale, specie a breve termine, per trasformarsi poi improvvisamente in un altrettanto irrazionale pessimismo.
Ho scritto questo libro in parte per stimolare gli americani a non ripetere gli errori del passato, ma anche per aiutare i non americani a capire che cosa è andato storto da noi e ad evitare che le stesse cose possano succedere altrove. Nel corso degli anni Novanta, con l’economia statunitense in pieno trionfo, alcuni paesi hanno provato la tentazione di venirci dietro. Come spiego nel capitolo IX, l’America si è spinta addirittura oltre: ha cercato di blandire, convincere e persuadere gli altri paesi a seguire il suo esempio, o meglio, una visione tutta particolare del capitalismo americano, che differiva in alcuni aspetti essenziali da quanto effettivamente succedeva negli Stati Uniti. Per esempio, il Tesoro diceva che gli altri paesi avrebbero dovuto adeguarsi a noi in materia di contabilità e governo dell’impresa, ma non eravamo certo il modello giusto a cui ispirarsi. Proprio il nostro ministero, infatti, aveva assunto posizioni che mettevano in pericolo i principi base della corporate governance e della contabilità.
Il vento ha cominciato a spirare in un’altra direzione. Gli anni Novanta segnano l’apice della finanza e del fondamentalismo del mercato. Chi, allora, ha sposato queste idee, oggi è restio ad abbandonarle. Il problema – dicono – è che le riforme non sono state realizzate con sufficiente convinzione. Il problema, invece, è come sono state realizzate. Ma, per fortuna, stiamo cominciando a rinsavire. Il problema non riguarda soltanto l’attuazione delle idee, ma le idee stesse. Se questo libro ha un messaggio da trasmettere, è semplicemente questo: occorre trovare un equilibrio tra il ruolo dello Stato e quello del mercato. Un paese soffre se ha troppe regole, ma anche se ne ha troppo poche, se lo Stato investe troppo, ma anche se investe troppo poco. Lo Stato può contribuire a stabilizzare l’economia, ma politiche sbagliate possono peggiorare le fluttuazioni. Le politiche di liberalizzazione dei mercati finanziari dettate dal Fondo monetario internazionale – e che il tesoro degli Stati Uniti continua a imporre – hanno aggravato l’instabilità dei paesi in via di sviluppo. Alla fine, l’ha dovuto riconoscere persino il Fmi.
Questa nuova consapevolezza suggerisce che i paesi devono sentirsi più liberi di scegliere le politiche economiche da seguire. Non c’è un solo modo per fare le cose. Il sistema perfetto non esiste. La storia raccontata qui evidenzia alcune pecche della versione americana del capitalismo, ma ha potuto dire ben poco su alcuni dei problemi più radicati: le enormi disuguaglianze, le moltitudini di persone che vivono in carcere, l’ansia e l’insicurezza dei più, inclusi i milioni di cittadini senza assicurazione sanitaria, l’apparente disinteresse per il deterioramento dell’ambiente. Altri paesi potrebbero optare per un sistema economico e sociale più sensibile a queste e altre dimensioni del vivere civile, scegliendo un modello di economia di mercato diverso da quello in auge al momento negli Stati Uniti. In questo modo, potrebbero creare una società più giusta, con maggiori tutele e servizi più adeguati in ambito sanitario e scolastico, specie per le fasce di popolazione più svantaggiate.