In merito poi all'analoga e parallela operazione chirurgica cui la linea proposta da Del Noce dovrebbe indirettamente e per contraccolpo sospingere anche il marxismo, dobbiamo anzitutto richiamare quanto accennato in precedenza sull'arbitrarietà dello schema secondo cui, nell'intervento in esame, è configurato il marxismo stesso; il quale viene appunto visto come semplice giustapposizione di due «componenti» fra loro eterogenee e anzi contraddittorie, una legata alla dimensione dell'assoluto e l'altra di pura marca «strumentalista».
In realtà, si può ben discutere sui limiti complessivi della posizione marxista, ma non si può contestare che tale posizione sia un tutto organico, per nulla suscettibile di venire scisso nel modo suddetto. Verisimilmente, nel parlare di una «componente strumentalista» del marxismo, Del Noce guarda in particolare a quel discorso sulla società e sulla storia, implicante una precisa dimensione scientifica, che il marxismo stesso intraprende, una volta posta la filosofia come conclusa attraverso il suo rovesciamento in «prassi»: si riferisce cioè al «materialismo storico», ritenendolo interpretabile — forse perché esso assume l'economia a criterio centrale della propria analisi e riduce ogni altro aspetto, ivi compresa la filosofia, a «sovrastruttura» — nel senso di una sua assimilazione, appunto, alla concezione «strumentalista», liquidatrice dell'assoluto.
Ma se è esatta questa supposizione, va allora rilevato che Del Noce trascura diverse cose. Da una parte, egli dimentica che quella «prassi» in cui il marxismo tende a risolvere la filosofia, è «prassi rivoluzionaria», e che il concetto di rivoluzione non solo è fondamentale nel marxismo, tanto da costituire la sua essenza medesima, ma è precisamente la cerniera attraverso cui esso si collega, originalmente, all'assoluto. Dall'altra parte, Del Noce non tiene conto che il concetto di rivoluzione, pur essendo, in sé, filosofico, comporta come necessaria condizione di principio la fondazione del discorso scientifico sul processo storico-sociale; e che perciò, quali che siano le critiche che si vogliano e si debbano muovere ai termini in cui il marxismo imposta questo tipo di discorso, una sua ipotetica espunzione dal marxismo stesso verrebbe a privare quest'ultimo della possibilità di calare in forme precise il momento rivoluzionario, nel quale, come testè si è detto, sono da individuare, a un tempo, il suo aspetto essenziale e il suo legame con la dimensione dell'assoluto.
In ultima analisi, dunque, l'operazione chirurgica che Del Noce si aspetta abbia luogo nel marxismo porterebbe semplicemente liquidare quest'ultimo come tale, riducendolo allora effettivamente ma senza residui, a una mera varietà di «strumentalismo», o a un insieme di idealità moralistiche; il che significa poi, evidentemente, che nel concreto, in quanto e nella misura in cui il marxismo non sia disposto a rinunziare a se stesso, la suddetta operazione è cosa impossibile e priva di senso.
Queste osservazioni, come è chiaro, riguardano il marxismo nella sua figura di principio: si riferiscono cioè all'ipotesi — che risulta formulata da Del Noce — di una eventuale «componente strumentalista» del marxismo stesso in tale sua figura. Se poi si passa a parlare dei concreti caratteri, propri alle diverse posizioni che sono state e sono presenti storicamente nell'ambito del complessivo movimento marxista, allora non si può certo negare che, dapprima, tutta una cospicua corrente di quest'ultimo abbia subìto pesantemente, attraverso una certa, possibile lettura di Engels, l'influenza positivistica, e che, oggi, quelli che ne sono con ogni probabilità gli eredi e i continuatori, soggiacciano in maniera più o meno analoga al neo-positivismo. E non si tratta soltanto delle ormai ben esplicitate e distinte formazioni politiche di professione socialdemocratica, poiché anche all'interno dello stesso movimento comunista si è affermata e va sempre più diffondendosi, da parte di molti, una netta tendenza al collegamento con la cultura di segno teorico neo-positivistico: collegamento da essi inteso — invero alquanto frettolosamente e sprovvedutamente — come pressoché incondizionata adesione, liberatrice e ammodernatrice, a tale tipo di cultura(8).
Ora, questa tendenza può effettivamente essere qualificata — adattandole la denominazione usata da Del Noce — come «filo strumentalista». Non ci sembra però che, nemmeno a proposito tale corrente, abbia alcuna possibilità di realizzarsi la prospettiva (auspicata sempre da Del Noce) di una sua liquidazione, o per meglio dire — trattandosi appunto di corrente interna al movimento comunista — di una sua espulsione da quest'ultimo; e ciò per motivi strettamente connessi a quanto si è accennato poc'anzi sulla figura teorica del marxismo.
È infatti innegabile che la suddetta corrente «filo-strumentalista» coglie in ogni caso, del marxismo, un imprescindibile aspetto di principio: la fondazione di un discorso propriamente e distintamente scientifico sulla realtà storico-sociale. È ben vero che questo aspetto viene rivendicato, da quella medesima corrente, in modo acritico ed esclusivistico, in quanto essa non vede le decisive ragioni di ordine filosofico che stanno all'origine del discorso scientifico marxista (in quanto cioè — per essere più precisi — non riconosce la natura innanzitutto filosofica del concetto di rivoluzione, il quale comporta poi tale discorso), e quindi arbitrariamente riduce il marxismo a un'operazione volta solo a liquidare tout court la filosofia sostituendovi la scienza. Sta però di fatto che — data appunto la necessità dell'analisi scientifica sul terreno storico-sociale per il concetto di rivoluzione, cioè per il momento centrale del marxismo — la corrente «filo-strumentalista», per il motivo stesso di erigersi a paladina di questo necessario aspetto scientifico, non può, oggi come oggi, essere superata e tanto meno semplicemente espulsa dal movimento comunista, senza gravi e anzi incomportabili rischi.
Vogliamo dire, di preciso, che la corrente «filo-strumentalista» potrebbe essere organicamente trascesa dal movimento proletario solo nel quadro di un profondo sviluppo teorico, tale da consentirgli di riconoscere il discorso filosofico come dimensione permanente (cessando dunque dal ritenerlo, se non piattamente eliminato, in ogni caso però rovesciato e concluso, ossia «dialetticamente soppresso» nella rivoluzione), e come dimensione che deve e può garantire, fra l'altro, un'adeguata e corretta fondazione del discorso scientifico, liquidando così in radice ogni potenziale tendenza a esclusivizzare quest'ultimo. Ma poiché un simile sviluppo (il quale del resto porterebbe evidentemente a uscire — anche se in modo positivo, dotato di universale validità, e non già in pura perdita — dagli stessi confini del marxismo) attualmente non può dirsi avviato, o comunque non rappresenta una prospettiva a scadenza determinabile, ne risulta che, allo stato delle cose, il dissolversi dell'interna corrente orientata, teoreticamente e praticamente, verso lo «strumentalismo», verrebbe di fatto a comportare, per il movimento comunista, quanto meno una vanificazione di quel discorso scientifico di cui tale corrente si fa sostenitrice; nonché la perdita, allora, insieme con ogni rigore di giudizio classista, anche della possibilità di quella corposa aderenza plastica alla fenomenicità e alle contingenze diverse del processo sociale, che indubbiamente costituisce, allo stato degli atti, il principale momento di forza della politica proletaria. Ora, da ciò resterebbe compromesso l'equilibrio del modo in cui il marxismo viene storicamente vissuto dal movimento comunista, il quale infatti correrebbe il rischio di smarrire definitivamente — in senso opportunistico ovvero estremistico — ogni concretezza del momento rivoluzionario, così come il marxismo lo configura: cioè precisamente di perdere quell'aspetto che, mentre — ripetiamo — è nel marxismo stesso centrale e decisivo, rappresenta poi e di conseguenza, per il movimento comunista, la sua medesima ragion d'essere e il suo vero discrimine nei confronti della socialdemocrazia.
Quanto precede si conclude quindi nella necessità di riconoscere che la corrente « filo-strumentalista » gode oggi, all'interno del movimento comunista, di una posizione altrettanto solida quanto quella rivestita dal progressismo — come già si è illustrato — all'interno del mondo cattolico; cosicché la politica liquidatoria proposta da Del Noce non ha, in alcuno dei due casi, la minima probabilità di successo. Anzi, nell'ipotesi, peraltro assurda, che una simile politica venisse effettivamente perseguita, in campo cattolico e in campo comunista, essa non potrebbe verisimilmente condurre se non al risultato opposto a quello voluto: cioè al risultato di dimostrare e di sanzionare appunto il vigore delle rispettive correnti legate allo «strumentalismo», e quindi di accelerare il loro processo di affermazione e di crescita.
Una tale politica, insomma, si risolverebbe nel sollecitare obiettivamente, e certo preterintenzionalmente, la generale evoluzione verso quella «società del benessere», verso quel traguardo di dispiegata alienazione dell'umanità nell'opulenza, rispetto al cui avvento, in verità, né il pensiero cristiano né il marxismo, come tali, appaiono capaci — per i loro intrinseci limiti di principio — di costituire una sufficiente salvaguardia.
Questo è dunque, a nostro parere, il giudizio che va dato sulla linea proposta, nell'intervento in esame, al partito cattolico — e più in generale al mondo cattolico — per fronteggiare il riconosciuto pericolo di un predominio della concezione «strumentalista», negatrice dell'assoluto: trattasi, in breve, di una linea che non è realizzabile. e che comunque, ove lo fosse, non potrebbe avere altro sbocco pratico se non quello di rafforzare l'avversario che intende battere.
Ma se è esatto un simile giudizio, poiché d'altra parte la linea in questione discende da una ben individuabile premessa teorica. e cioè, come si è visto in precedenza, da un'apodittica fiducia nella sufficienza e compiutezza della formulazione «platonico-cristiana» dalla dimensione dell'assoluto (da cui appunto il convincimento che, per non perdere quest'ultima, l'unica cosa da fare sia di arroccarsi nella difesa a oltranza di tale sua formulazione), se ne deve allora desumere che, al contrario, la dimensione dell'assoluto non può oramai essere validamente garantita, se non si parte precisamente da una critica radicale del modo in cui essa è configurata e vissuta nel quadro del pensiero «platonico-cristiano».
Ovviamente, non possiamo qui addentrarci nel merito di una critica del genere. Ci si consenta solo di accennare che, con ogni probabilità, essa dovrebbe soprattutto mettere a fuoco il fatto che il pensiero «platonico-crístíano» esprime una concezione dell'uomo fondata immediatamente ed esclusivamente sull'assoluto, e insomma in questo assorbita sostanzialmente senza residui. Dovrebbe quindi, una tale critica, porre in rilievo che ciò toglie la possibilità di configurare in distinti termini filosofici (i quali potrebbero solo in tal caso essere coerenti e organici) un'autonoma dimensione umana sul piano della natura e della ragione naturale: una dimensione, dunque, che avrebbe in sé i propri criteri di valore, anche se non sarebbe refrattaria, ma anzi aperta e omogenea, alla prospettiva — innanzitutto ed essenzialmente religiosa — dell'assoluto e ai valori trascendenti che questa comporta in aggiunta per l'uomo.
Ciò stante, quella critica di cui affermiamo la necessità non potrebbe poi concludere se non nel senso che soltanto sulla base della suaccennata, distinta, autonoma e positiva configurazione della dimensione naturale umana, è dato di impostare inoltre, in maniera corretta, il rapporto dell'uomo con l'assoluto, così da poter salvaguardare effettivamente tale rapporto dalla sua negazione «strumentalista». Ma dunque quella medesima critica dovrebbe sottolineare la pregiudiziale esigenza di uscire finalmente dal pensiero «platonico-cristiano» (o, per meglio dire, dal pensiero cristiano nel suo complesso e in ogni sua espressione), il quale invece, per la sua incapacità a riconoscere e a definire in modo adeguato l'uomo in quanto tale, impedisce al tempo stesso di fondare distintamente e correttamente la prospettiva dell'assoluto: ciò che appunto giustifica, e anzi indirettamente determina, il rifiuto «strumentalista» di quest'ultima, o per esser più precisi, l'abbandono, come « non senso », di ogni discorso che semplicemente la prenda in considerazione.
La necessità di una siffatta, radicale critica del pensiero cristiano resta poi ulteriormente ribadita per poco che si richiami il vero rapporto che ha con esso il marxismo. Abbiamo già sottolineato come, in ogni caso, Del Noce rilevi giustamente, nel suo intervento al Convegno di Lucca, un decisivo ancoraggio del marxismo alla dimensione dell'assoluto. Ma quest'ultima è forse assunta dal marxismo stesso collocandosi su di un terreno fondamentalmente diverso da quello appunto del pensiero cristiano?
In realtà — come si è notato in altre occasioni su queste pagine — il marxismo non solo è legato al pensiero cristiano, ma gli appartiene, e ne rappresenta anzi il momento culminante e conclusivo, perché se esso rovescia in senso immanentistico e ateistico quella prospettiva dell'assoluto che tale pensiero aveva teso a formulare su di un piano di trascendenza religiosa, un simile rovesciamento non è affatto arbitrario, bensì rappresenta l'approdo inevitabile, logicamente rigoroso, della suddetta prospettiva, stante appunto la sua deformata e preternaturalistica configurazione da parte del pensiero cristiano. Il marxismo rappresenta insomma l'ultimo modo ancora possibile — nel quadro complessivo delle più decisive categorie proprie al pensiero cristiano — di formulare il traguardo dell'assoluto in termini comportabili per l'uomo. Ciò è tanto vero, che il rischio di un dispiegato predominio dello «strumentalismo» non diviene pienamente attuale se non nel momento in cui finisce per manifestarsi la crisi della posizione marxista: non a caso è solo a questo punto che da parte cattolica si comincia — come indica l'intervento di Del Noce — a rendersi consapevoli del predetto rischio.
Già l'inevitabile rovesciamento marxista delle premesse religiose del pensiero cristiano in senso ateistico (o più esattamente, in senso anti-teistico, cioè di ateismo positivo, perché volto esplicitamente a realizzare l'assoluto in esclusivi termini umani) era dunque, quanto meno, sintomo dell'intrinseca insufficienza e contraddittorietà proprie di tale tipo di pensiero e delle sue categorie, sia intorno alla dimensione umana naturale, sia intorno a quella dell'assoluto. Ma quando poi si profila la crisi anche dello stesso marxismo — estremo sviluppo, ripetiamo, di quel pensiero e di quelle categorie —, e quando viene a cadere, con ciò, l'ultima barriera dinnanzi alla marcia della concezione «strumentalista» (la quale è ateistica, si badi bene, in senso negativo, cioè nella maniera più compatta e immediata, perché semplicemente esclude ogni discorso sull'assoluto, sia esso condotto in termini di trascendenza o di immanentismo), allora l'impossibilità di difendere ulteriormente la prospettiva dell'assoluto, su basi comunque dedotte dal pensiero cristiano, si fa ormai del tutto palese e irrefutabile.
Quanto poi all'esigenza di un dialogo fra la posizione cattolica e quella marxista di fronte alla minaccia rappresentata per ambedue dallo «strumentalismo», possiamo ormai comprendere meglio perché Del Noce non risulti in grado di prospettare il dialogo stesso in modo che questo sia veramente tale; in modo cioè che non si risolva nel vano tentativo, da parte di ciascuna delle due posizioni, di assorbire l'altra, convincendola, più o meno, alla resa incondizionata. Discende infatti dalle precedenti osservazioni che nessun dialogo serio e costruttivo sarà possibile fino a quando non ci si renderà consapevoli — da parte cattolica, ma anche da parte marxista — della necessità di uscire dalla più essenziale tematica «platonico-cristiana» intorno all'assoluto: o più esattamente, della necessità di problematizzare fino in fondo la questione stessa del pensiero cristiano, in una con qualsivoglia sviluppo da esso avuto. E in realtà, mancando una simile consapevolezza, i cattolici e i marxisti non potranno atteggiarsi, gli uni verso gli altri, che nei seguenti, rispettivi modi.
Precisamente, dal punto di vista cattolico, non si potrà accedere al dialogo, se non nutrendo la pretesa di condurre il marxismo a riconoscere come erroneo il suo rovesciamento immanentistico-ateistico delle premesse religiose del pensiero cristiano, e dunque a gettare la spugna, facendo puro e semplice ritorno alle forme tradizionali di tale pensiero; e che sia così, lo abbiamo già veduto in precedenza parlando dell'atteggiamento di Del Noce nei confronti del marxismo stesso. Ora, se una simile pretesa, tendente in sostanza ad annullare tutta una fase decisiva — e, come già sottolineato, necessaria — della storia moderna, è chiaramente astratta e assurda, essa risulta tuttavia giustificata e resa irrinunziabile dall'oggettiva impossibilità, in cui si trovano i cattolici, di abbandonare quella che è a tutt'oggi (fuori cioè della consapevolezza alla quale abbiamo accennato poc'anzi) la sola pratica garanzia della base religiosa della loro posizione: garanzia consistente appunto nel rimanere immobili, e, per così dire, imbalsamati, entro le forme in cui il messaggio religioso del Vangelo è stato interpretato ed espresso dal pensiero cristiano tradizionale.
Per converso, da parte marxista, e più esattamente da parte del movimento comunista, risulta altrettanto impossibile rinunziare al principio della rivoluzione, che invero — come pure abbiamo ricordato in precedenza — è il punto centrale del marxismo, e quello su cui s'incardina il suo modo di collegarsi alla dimensione dell'assoluto. Ma proprio perché quel principio è formulato dal marxismo stesso in termini di rovesciamento immanentistico-ateistico del pensiero cristiano, ne deriva (sempre, beninteso, ove non si prenda coscienza della necessità della suddetta critica radicalmente superatrice di tale tipo di pensiero) che i comunisti non possono, a loro volta, intraprendere un dialogo con i cattolici, se non con il proposito di portarli ad allinearsi a un siffatto rovesciamento: con l'obiettivo cioè di assorbire e liquidare nell'assoluto rivoluzionario ogni residuo dichiaratamente teista, propriamente religioso, del pensiero cristiano medesimo. Ora, un tale obiettivo — se a prima vista potrebbe apparire meno
astratto della suaccennata, opposta pretesa cattolica, in quanto lo si potrebbe ritenere diretto nel senso della storia anziché in senso a questa contrario — deve in realtà essere considerato parimenti come irrealizzabile, almeno nella misura in cui si sia convinti dell'ineliminabilità della dimensione religiosa in quanto tale, e quindi dell'imprescindibilità di una sua affermazione in termini comunque espliciti: vale a dire, in ultima analisi, nella misura in cui appunto ci si astenga, come che sia, dall'accettare supinamente la concezione « strumentalista » nelle sue stesse fondamenta filosofiche.
Così stando le cose, verrebbe perfino da domandarsi come possa essere nata l'idea stessa del dialogo; e in ogni caso, come mai uomini di buona volontà e di buona fede — perché certamente essi sono tali — possano ostinarsi con generosi sforzi a sostenerla. Troppo facile, nonché quindi arbitrario, ci sembra infatti il giudizio dato da studiosi come Etienne Gilson, i quali in definitiva ritengono semplicemente che quei progressisti cattolici e quei marxisti che vogliono il dialogo siano, gli uni, ignoranti e sprovveduti, e gli altri in mala fede.
A nostro avviso, la realtà è che la spinta al dialogo sorge quasi automaticamente da un'oggettiva avvertenza — da parte e dei cattolici e dei marxisti — dei limiti ormai storicamente raggiunti, per le loro insufficienze congenite, dalle rispettive formulazioni della dimensione dell'assoluto; e diciamo che tale avvertenza è solo oggettiva, perché fino a oggi essa rimane soggettivamente oscura e per lo più inconsapevole e inespressa, anche se intrinsecamente tutt'altro che infondata.
Va però aggiunto che, fino a quando le cose rimarranno in questi termini, il dialogo di cui trattasi, se da un lato risponde e sempre più risponderà a un'esigenza largamente sentita, non potrà d'altro lato approdare ad alcuna conclusione positiva. Invero, l'unica sua conclusione logica, comportata dall'attuale livello di soggettiva consapevolezza teorica sia dei cattolici che dei marxisti, continua a esser quella della semplice resa degli uni o degli altri ai propri interlocutori. Ma poco sopra abbiamo veduto che un risultato del genere — a prescindere dal fatto che esso costituirebbe una pura perdita e involuzione — è per principio impossibile; e tutto ciò significa dunque che il dialogo, per quanto in sé necessario, non ha allo stato degli atti altra prospettiva se non quella di prolungarsi inconcludentemente all'indefinito.
Ora, una simile prospettiva potrebbe trovare una sua giustificazione teorica solo nel comune, tacito presupposto che la verità coincida e anzi consista e si risolva nella ricerca di essa; ma questa è una tesi di stampo idealistico, inaccettabile tanto dai cattolici quanto dai marxisti. La situazione è quindi bloccata sotto ogni aspetto. Da una parte, il dialogo ha un suo innegabile fondamento di necessità obiettiva, che sospinge a mantenerlo aperto, ma dall'altra parte esso non ha presentemente alcuna possibilità di pervenire, almeno sul terreno teoretico, a dei risultati costruttivi; e neppure poi è dato di porre sotto un qualunque segno razionale questo suo pur inevitabile protrarsi a scadenza indeterminata e senza che se ne intraveda alcun plausibile sbocco. In definitiva, il dialogo non può, oggi come oggi, che continuare materialmente per forza di cose, essendo però destinato a segnare il passo su ogni questione di principio.
Resta dunque confermato quanto accennavamo poco sopra a proposito dell'unica condizione verificandosi la quale il dialogo fra cattolici e marxisti può, a nostro parere, uscire dal presente punto morto e svilupparsi in maniera feconda. In effetti questa condizione — pensiamo di poterlo ribadire — si realizzerà solo in quanto da ambo le parti venga riconosciuta l'irrimediabile insufficienza di qualsiasi modo di configurare e la dimensione specificamente umana, e la dimensione dell'assoluto, finché siano adoperate al riguardo le categorie di base proprie di quel pensiero cristiano al quale tanto i cattolici quanto i marxisti sono legati; e in quanto perciò ci si renda alfine consapevoli della necessità, dianzi illustrata, di una critica radicale volta a trascendere globalmente tale tipo di pensiero. Solo allora sarà infatti possibile l'uscita piena e definitiva di ambedue gli interlocutori dai rispettivi esclusivismi, che evidentemente è l'indispensabile premessa di ogni loro serio dialogo; e soltanto allora quest'ultimo potrà compiutamente divenire ciò che per definizione deve essere, e precisamente il terreno e lo strumento per un reale contributo reciproco, nel quadro di un processo rinnovatore d'importanza e validità universali.