La decomposizione del regime e i suoi miasmi
Le radici da estirpare, i semi da piantare
La crisi interna del regime berlusconiano continua a svolgersi in modo tortuoso e prolungato. Fasi d'intensa accelerazione si susseguono e sempre si arrestano sul ciglio del momento terminale, senza toccarlo. All'inizio del 2011, una nuova apparente accelerazione appariva avviata dalla sentenza della Consulta che ha soppresso l'illegale immunità del despota nei confronti della legge e dall'ordine di comparizione per una delle molte occasioni in cui l'ha gravemente violata. Qualunque ne sia lo sviluppo questa volta, l'incertezza iniziale circa le conseguenze politiche di simili vicende giudiziarie (non in quanto tali, ma per ciò che rivelano sul terreno politico e istituzionale) è già segno e premessa dell'estrema difficoltà di agire sulla situazione e di indirizzarla in una direzione giusta. E, in ogni modo, l'andamento della crisi nel periodo immediatamente precedente offre indicazioni da non trascurare.
È vero – innanzitutto - che soltanto uno stretto margine di voti venali ha permesso al despota di restare al potere dopo la votazione parlamentare del 14 dicembre. Un momento dopo, però, lui confidava già di rendere tale margine più largo, e non c'era ragione di sottovalutare questa possibilità. Correlativamente, bisognava smettere di sopravalutare la qualità morale e politica media delle forze sulle quali siamo stati ridotti quasi a contare come sul più vicino ed efficace fattore di cambiamento della situazione.
Nella stessa giornata del 14 dicembre, tuttavia, una novità molto importante ha fatto la sua apparizione. I giovani non sono più rassegnati. I giovani non sono più intontiti dal sistema, se proprio vogliamo continuare a definire così il disincanto delle nuove generazioni negli anni di svolta tra i due secoli (e sottrarci ancora, in questo modo, al giudizio che vi si è manifestato). C’è adesso un movimento che alcuni hanno chiamato “degli studenti e dei precari” e altri (con più intuizione) “dei nuovi poveri”. È un movimento che affonda radici in contraddizioni sociali permanenti, acute e gravi, e perciò appare in grado di costituire un aspetto importante della storia dei prossimi anni.
Si tratta infatti di contraddizioni abbastanza profonde per unificare distinte situazioni sociali e generazionali: giovani privati di futuro e pensionati spesso costretti ad assisterli, nuovi poveri e classe operaia sempre più minacciata nei suoi residui diritti e nella sua residua dignità. Esattamente un mese dopo, questa classe operaia ha manifestato la forza di respingere in maggioranza il vero e proprio ricatto della fame cui era e resta sottoposta da parte di un capitalismo non meno straccione che sradicato e irresponsabile. Questo, infatti, è ciò che gli operai di Mirafiori hanno saputo fare il 14 gennaio per quanto più direttamente riguardava loro (ossia al netto del voto dei “colletti bianchi”).
I prossimi sviluppi sembrano perciò dipendere dalle strade che queste forze in movimento riusciranno a trovare per esercitare il loro peso e la loro influenza in uno spazio pubblico ancora molto carente di reti di comunicazione e di rappresentanza capaci di riflettere abbastanza efficacemente le loro ragioni entro ciò che resta della cornice istituzionale repubblicana. Ma, per ragionare su questo, bisogna prima cercare di descrivere e interpretare con chiarezza le oscillazioni dell’esistente struttura del potere.
Cominciamo da questo secondo tema. Dunque, innanzitutto, il Quattordici Dicembre non è stato così immediatamente e semplicemente il Venticinque Luglio di Berlusconi su cui molti avevano contato. Certo, è anche possibile che l’intera vicenda sia destinata ad essere compresa come un Venticinque Luglio strisciante, del quale il nuovo straripamento pubblico degli scandali e il nuovo conseguente sussulto del regime soltanto un mese più tardi costituisca un episodio più o meno determinante. I fattori della situazione che hanno operato in dicembre sono comunque gli stessi all’opera in gennaio, e le considerazioni da fare a questo riguardo restano importanti anche per valutare le nuove situazioni che possono profilarsi.
Una prima differenza tra la situazione dell’estate del 1943 e quella dell’inverno 2010-2011, è che allora l’Italia stava per essere distrutta innanzitutto materialmente, cosa che poteva apparire insopportabile alle persone più diverse e per le più diverse ragioni. Oggi l’Italia rischia di essere distrutta nell’anima: non soltanto, ma prevalentemente. Ed è anche un rischio molto vicino a concretizzarsi definitivamente. Tuttavia, è noto che le preoccupazioni che riguardano l’anima tendono a non esercitare la stessa uniforme e immediata pressione rispetto al genere di preoccupazioni che mossero tra l’altro la corte e alcuni gerarchi di regime nel luglio del 1943. Questo, tra l'altro, concorre a spiegare la ragione per cui le notti di Arcore e la loro incidenza determinante sulla qualità dei procedimenti istituzionali repubblicani siano state considerate finora da tanti, e per tanto tempo, cose su cui discutere, e non su cui decidere istantaneamente.
Ciò non significa che non vi sia un’evoluzione in atto, né che significative componenti del regime non la desiderino. Sembra però significare che tali componenti del regime, in generale, possono permettersi di non affrettarsi; e sembra anche significare che il concetto di regime dovrebbe essere chiarito in un senso più largo.
Fino a questo momento, cioè, il berlusconismo domina come la forma italiana del dominio del capitalismo assoluto, immune per principio nei confronti della democrazia (così come la monarchia assoluta era definita tale in quanto sciolta per principio da ogni vincolo derivante, nel suo caso, dalla tradizione). Il capitalismo che caratterizza la grande restaurazione del tardo Novecento può essere definito assoluto perché la democrazia è ridotta a una sua semplice estensione, spesso ideologicamente affermata come normale o almeno tendenziale, ma sempre entro i limiti del suo concetto, e in effetti perciò precaria, incerta, e residuale.
Cercare di comprendere e di illustrare perché la forma di quel dominio sia così grottesca e oscena proprio in Italia è un compito difficile, il cui svolgimento richiede ben altro spazio. Una tale deprimente peculiarità sembra dipendere da una varietà di fattori. Dipende, certo, anche da vecchi malanni nazionali trascurati (da considerare anche autocriticamente); ma questo non basta. Per spiegare l’origine del fenomeno, bisogna considerare proprio le grandi risorse di autonomia nei confronti del capitalismo che la democrazia italiana aveva sviluppato in età repubblicana. Per la restaurazione, quelle risorse costituivano un problema da rimuovere con mezzi non ordinari.
Tali mezzi furono abilmente trovati facendo leva sulle debolezze della democrazia stessa, non ancora dotata di strumenti capaci di dare forma e stabilità alle sue manifestazioni di autonomia rispetto alle leggi del mercato (cioè, appunto, di riformare il mercato fino a farne una struttura capace di sostenere la democrazia e di darle un ordine senza mortificarla). E infatti il berlusconismo è un vero regime reazionario di massa, costituito anche da elementi transgenici di movimento operaio (già incubati, in particolare, nel craxismo, ma non soltanto), mediante procedimenti di tipo plebiscitario. Un tale regime non si lascerà semplicemente chiudere come una parentesi, e qualunque sviluppo della sua crisi è aperto a suoi nuovi terribili, potenti e velenosi colpi di coda.
Gran parte delle motivazioni dei critici di Berlusconi all’interno del regime sembrano tendere più o meno direttamente a una forma di dominio politico del capitalismo assoluto che sia più stabile e più normale: esente, in particolare, dagli elementi di arbitrio soggettivo e dalle carenze di legalità formale che possono danneggiare l’immagine del paese e la sua “competitività” (cioè, in ultima istanza, il capitalismo stesso). Intanto, però, ciò costituisce soltanto una preferenza, lodevolmente molto viva in alcuni di loro, e non preme affatto come una necessità che possa costringere anche i meno motivati e i più corruttibili tra loro (che non sembrano pochi). E poi, soprattutto, ciò non sembra destinato a rappresentare la base di un ampio consenso popolare.
In tale situazione, che cosa si dovrebbe auspicare e cercare di ottenere (nei limiti delle possibilità di ciascuno)? Prima di tentare qualunque ipotesi a questo riguardo, sembra necessario constatare che il principio del capitalismo assoluto non appare veramente contestato da parte di alcuna forza politica oggi rappresentata in Parlamento. Nessuna di queste, infatti, è dotata di sufficiente autonomia culturale nei confronti del capitalismo per essere in grado di spingere questo a negoziare alcuna forma di nuovo equilibrio con la democrazia che non sia (al massimo) benignamente concessa.
Se ciò è vero (come sembra difficile negare), ne consegue che si deve rifuggire da ogni ripetizione dei necessariamente effimeri fronti elettorali anti-berlusconiani del passato, o almeno escludere che un fronte di tale natura possa rappresentare lo stabile e organico strumento di un progetto alternativo di rinascita e di sviluppo della società italiana. Bisogna invece preliminarmente riconoscere che le esistenti deformazioni dello spazio pubblico repubblicano possono essere solamente o un ostacolo insormontabile oppure una trappola mortale per il nuovo movimento che sembra sprigionarsi dall’incontro tra le energie ancora vitali della classe lavoratrice e la folla multiforme (ma non più del tutto atomizzata) degli esclusi. In altre parole, tutto ciò che possa abbattere e rimuovere il cosiddetto “bipolarismo” merita di essere assecondato e favorito.
Un sistema rigorosamente bipartitico (o rigorosamente bipolare) può esistere e funzionare soltanto come competizione tra diversi modi di effettuare un insieme limitato di scelte possibili, entro un generale equilibrio di potere tra classi e tra forme di cultura che non sia mai messo in questione come tale: può funzionare, insomma, soltanto come articolazione interna di un’egemonia ben definita, e come suo ferreo sigillo. Negli Stati Uniti, le sole due fasi di reale e profonda alterazione di equilibrio egemonico – cioè le presidenze di Abraham Lincoln e di Franklin D. Roosevelt – furono comunque caratterizzate da significative alterazioni del bipartitismo, anche se non ugualmente evidenti; e furono rese possibili da singolari congiunture in cui a gravi emergenze corrispondevano grandi opportunità, oltre (naturalmente) le eccezionali qualità personali di ciascuno di quei due grandi statisti. Le opportunità a disposizione di Barak Obama non sono altrettanto favorevoli, quale che sia il giudizio che dovrà essere dato infine circa le sue qualità. In Italia, oggi, Nichi Vendola ha molte importanti qualità come dirigente politico e come potenziale uomo di Stato. Ma non ci sono segni incoraggianti quanto alle condizioni oggettive che farebbero da ambiente ad un suo possibile tentativo di piegare l’estemporaneo bipolarismo italiano, nato come strumento di contenimento e di sterilizzazione della democrazia, a scopi del tutto diversi.
Se Vendola fosse consapevole di ciò, niente gli impedirebbe di usare l’agitazione per questa o quella campagna di “primarie” (in vista di scadenze ancora, peraltro, indefinite) come uno dei mezzi capaci di aggregare e di mobilitare consensi e iniziative fuori del presente recinto parlamentare, e niente ci impedirebbe di partecipare anche a questa manovra. Ma si tratterà, allora, di una lotta politica condotta su un terreno estraneo e insidioso, dal quale bisognerà guardarsi e rispetto al quale, soprattutto, bisognerà restare mentalmente autonomi.
L’evoluzione della situazione politica è estremamente fluida, aperta ai più diversi possibili scenari nel prossimo futuro: ma anche se vogliamo includere tra questi una competizione elettorale ravvicinata entro la cornice delle regole vigenti, e condotta da un “nuovo Ulivo” o da una “nuova Unione” guidata da Vendola dopo primarie certamente esaltanti, bisogna sapere che una tale nuova versione di quelle esperienze sarebbe drammaticamente esposta allo stesso destino, o nel migliore dei casi al destino dell’esperienza di Obama negli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti fossero stati una repubblica parlamentare pluripartitica e proporzionalista, prima di tutto la partecipazione dei cittadini al voto sarebbe stata ancora più alta che nello stesso “miracolo” (soltanto relativo) dell’ultima campagna presidenziale, e in secondo luogo Obama avrebbe potuto rappresentare le esigenze dei suoi sostenitori più autentici e più fedeli molto più efficacemente di quanto abbia potuto fare finora come illustre prigioniero della Casa Bianca.
Le strade, dunque, possono essere le più diverse e le più discontinue. Tutte le manovre tattiche possono essere giudicate ammissibili, d’ora in poi, secondo l’evoluzione dei fatti. Il punto di riferimento è comunque costituito dal nuovo movimento dei lavoratori e degli esclusi, e dal nuovo socialismo che deve svilupparsi attraverso l’interazione di questo movimento e del personale politico che sappia e voglia servirlo, rappresentarlo e orientarlo. Ma naturalmente questo nuovo socialismo non può affermarsi attraverso la scorciatoia di una “Opa” più o meno aggressiva nei confronti del partito di Bersani, di Letta e di Parisi. Qualunque cosa Bersani (o Bindi) intendano fare personalmente in futuro, appare evidente che il Pd di Letta e di Parisi è un partito di centro (che talvolta appare perfino un po’ strabico verso destra), e tutto ciò che possiamo chiedergli è svolgere bene questo ruolo (premendo, ovviamente, affinché guardi a sinistra).
Imporre un “papa straniero” di sinistra a un tale partito può essere, al limite, uno dei mille scenari contingenti che si possono ipotizzare oggi, ma certamente non sarebbe una posizione che possa essere tenuta stabilmente. Se la manovra fosse un investimento strategico, il bilancio rischierebbe di essere disastroso: la sinistra perderebbe un leader, e soprattutto perderebbe tempo ed energie necessarie per organizzarsi, radicarsi, e imporre (allora sì) il suo peso e la sua presenza in uno spazio pubblico riscattato e reso conforme allo spirito della Costituzione.
K-M