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Premessa...

Mettiamo in rete le recensioni, curate da Raffaele D’Agata, di due nuovi libri (ambedue ed. Carocci, Roma 2009) su due grandi periodi della storia d’Italia: dal 1915 al 1945 e dal 1945 al 2008. Dei rispettivi Autori, l’ una, Fiamma Lussana, è docente di Storia delle donne nell’età contemporanea e di Storia contemporanea all’Università di Sassari, l’ altro, Francesco Barbagallo, è ordinario di Storia contemporanea e direttore del Dipartimento di scienze storiche all’Università di Napoli “Federico II”, nonché direttore della Rivista trimestrale “Storia d’Italia”.


Fiamma Lussana:
L’ITALIA DALLA GRANDE GUERRA ALLA LIBERAZIONE (1915-1945)

In questi due nuovi libri si possono trovare fresche occasioni di riflessione sul modo in cui l’Italia è passata attraverso i due grandi periodi del Novecento: prima, cioè, il trentennio delle guerre mondiali; poi, l’ormai ben più lungo periodo che a sua volta si divide tra i cosiddetti “anni d’oro” del capitalismo stabilizzato e democratizzato nel quadro del compromesso sociale e geopolitico di Yalta e di Bretton Woods, e gli anni della “frana” dissolutrice di quel sistema di civiltà. Di entrambe le fasi, chiaramente, l’Italia non fu semplice oggetto. Al contrario, ne fu parte attiva e in qualche misura condizionante.

Il modo in cui Lussana tratteggia la “guerra italiana” entro il comune baratro che inghiottì il mondo civile nel 1914 induce a considerare di nuovo questo punto, sia per ciò che vi si legge sia per ciò che la lettura ulteriormente suggerisce. Ma perché, innanzitutto, quel baratro? Il libro comincia più o meno con questa domanda, davvero molto impegnativa. Non dà risposte sistematiche perché non è il suo oggetto specifico; indica però la complessità del problema, e suggerisce alcune strade per affrontarla. Una notazione che vi si trova merita comunque di essere sottolineata: l’ “insofferenza sociale” (p. 21) dell’inizio di quel decennio, in Italia come altrove, vi appare cioè come un aspetto importante, se non determinante, del clima prebellico. Nel secondo decennio del Novecento, Lussana scrive in una pagina molto efficace (p. 16), “la storia si è inceppata” e questo genera un senso di precarietà e di “angoscia” che è proprio l’altra faccia delle “rapaci conquiste innovative”.

Conviene, allora allargare un po’ la prospettiva. Si è dibattuto molto di periodizzazioni circa la guerra civile mondiale (o “europea”) del Novecento, che alcuni pretendono di datare dal 1917. Lussana non entra esplicitamente nel merito, ma è chiaro che qui si fa riferimento (implicito, ma comunque corretto) a una guerra civile mondiale iniziata piuttosto nel 1914, cioè a una situazione in cui il fattore “guerra” viene evocato, invocato, usato, da varie parti e a vari fini, proprio come arma – arma totale e assoluta – in una complessa rete di radicali conflitti tra classi, modi di vita, visioni di sé e del mondo. Questo aspetto è particolarmente chiaro nell’agitazione e nella crisi interventista in Italia; anzi, più precisamente, in ciò che quarant’anni fa venne definito e riconosciuto (in una elaborazione che merita di essere utilizzata più di quanto si fa normalmente oggi) come il “trauma” dell’intervento.

Ora, l’aspetto di questo processo che merita di essere messo in luce sempre maggiore è che il fascismo ebbe origine appunto da quel trauma e da quello strappo. Lussana getta luce su questo molto brevemente, quasi in un lampo, ma un lampo molto efficace, quando cita con evidenza il Mussolini rivoluzionario e sanspolcrista che si scaglia contro il partito socialista “non in quanto socialista ma in quanto contrario alla nazione” e perciò, a suo dire, “reazionario” e “conservatore”. È qualcosa di molto noto, certamente, ma serve sempre ricordarlo. E, avendolo ricordato, cercare di capire più a fondo.

Afferrare il fascismo italiano – questa instabile, mutante ed esiziale nebulosa – è insomma un compito ancora aperto per la storiografia, se il compito consiste, al di là della descrizione, nel toccare in qualche modo l’essenza del fenomeno. Che cosa si può dunque vedere ancora, guardando in filigrana, proprio a partire da questo squarcio significativo (per quanto ben noto)? Si può vedere (e su ciò nuove e più attente riletture saranno ancora utili) un’estrema sinistra interventista, imbevuta dei classici miti del modello giacobino (e dimentica delle cupe ma lucide profezie di Robespierre), che si culla ancora, anche a cose fatte cioè nell’immediato dopoguerra, nell’illusione di avere imposto la guerra a una classe dominante imbelle e conciliatorista. Ma c’è in più una differenza decisiva rispetto a quel fin troppo classico modello: infatti, lo spregiudicato e cinico pragmatismo di Mussolini – fosse egli o no consapevole, e comunque sensibile, nei confronti di quella tragica lezione – nutrì fin dal principio, e fino alla fine, l’ambizione avventurosa di incorporare in sé sovranamente, nella sua retorica sovversiva, tanto (all’inizio del processo) il demagogico cinismo della Gironda quanto, al suo culmine, la manovra normalizzante di Termidoro, e quanto infine, addirittura, il bonapartismo.

Ancora due brevi glosse sono suggerite dalla lettura del libro di Lussana, se lo si legge (come sempre si deve, e come merita) in cerca di lumi sui problemi presenti. La prima glossa si collega a quanto si è già qui osservato sul ruolo molto importante, e in senso negativo, che l’Italia ebbe nell’età della catastrofe, ossia delle guerre mondiali. Bisogna premettere – come sappiamo bene – che l’uso largo del concetto di totalitarismo è molto controverso. Particolarmente controvertibile, per non dire falsa, appare comunque ogni interpretazione che attribuisca al fascismo italiano un carattere per così dire meno grave in tale contesto. Lussana non cede a questa diffusa manierizzazione, ed è un suo merito. Ma un’esplicita confutazione avrebbe meglio servito. Specificamente, mettere in luce gli aspetti opportunistici e pragmatici dell’imperialismo fascista è certamente corretto (sia pure osservando che anche quello nazista, in alcune fasi, ne presentò di analoghi); ma i suoi aspetti feroci e barbari, anche in termini comparativi, non dovrebbero mai per questo risultare stemperati (nemmeno indirettamente). Tanto più che vi è stata una lunga reticenza nazionale (purtroppo largamente condivisa) sui crimini di guerra italiani nella seconda guerra mondiale e in particolare nei Balcani, e questo capitolo richiede di essere messo in particolare evidenza oggi anche in relazione a strane cose come la “giornata del ricordo” istituita recentemente in Italia per uno dei molti esecrabili episodi di violenza etnica che ebbero luogo in quegli anni, e di cui alcuni italiani furono vittime. Esisteva già, e fortunatamente esiste tuttora, un Giorno della Memoria che sottolinea l’assoluta unicità del genocidio antiebraico, e, con essa, del radicale attentato nazifascista all’idea stessa di umanità. Non casualmente, i tedeschi, che hanno fatto i conti con il loro passato in modo molto più rigoroso, si sono guardati bene dal mettere in questione tale unicità, pur avendo forse qualche ragione in più degli italiani considerando ciò che accadde nei loro territori orientali nel 1945.

La chiarezza che Lussana fa invece sul tema della cosiddetta “morte della patria”, in relazione all’8 settembre e alla successiva guerra civile, è massima e molto appropriata: in particolare, per quanto riguarda la responsabilità del fascismo nel negare e distruggere il fondamento della comune appartenenza nazionale facendo di questa una questione di parte, di pregiudizio, infine addirittura di cosiddetta “razza”, e non di leggi condivise.

Un altro tema molto rilevante, che offre lo spunto per una necessaria discussione, è il giudizio sul movimento operaio italiano tra età giolittiana, Grande Guerra e dopoguerra. C’è innanzitutto una premessa, chiarita bene da Lussana, su cui si deve concordare pienamente: il movimento operaio italiano, cioè, non riesce allora a capire, rappresentare, quindi guidare la nazione (in termini tecnici: non riesce a esercitare l’egemonia). Lussana, in due dense e belle pagine, riassume le coppie di termini contraddittori che illustrano la paralisi: riformismo in Parlamento e negli organismi di massa, ma rivoluzionarismo al vertice del partito; buongoverno nei territori, ma “alternativa netta e irriducibile” allo Stato; insomma, formazione di “mondi chiusi, incontaminati” con (si direbbe) una ‘grandezza e miseria’ in cui la ‘miseria’ è infine determinante, e sta proprio nel carattere “chiuso” di quei mondi alternativi, nella loro incapacità di parlare veramente all’insieme del paese.

D’accordo su ciò. Ma – ecco! – quale schema controfattuale ha senso contrapporre a ciò, come fondamento implicito del giudizio? Ecco lo stadio successivo che la nostra riflessione dovrebbe cercare di attingere sulla base del suggerimento che ulteriormente riceviamo da queste pagine.

E, nel cercare di rispondere a questa domanda, un chiarimento da fare qui con determinazione, per evitare ogni possibile fraintendimento, è che la prevalente estraneità del movimento operaio italiano all’ondata europea del socialpatriottismo, e del socialsciovinismo, in cui la grande stagione della Seconda Internazionale infine degenerò e si spense con la Grande Guerra, fa decisamente parte del capitolo ‘grandezza’, e non certo del capitolo ‘miseria’. Un’ipotesi interpretativa molto convincente – che dovrebbe integrare questa lettura senza contraddirla, ma rendendola più completa – è che la borghesia italiana scelse infine di interloquire con il fascismo – non senza alcuni disagi nelle sue file, del che le va anche dato atto – come alternativa a un movimento operaio socialpatriottico, che in Italia non c’era. Ma un movimento operaio socialpatriota avrebbe poi veramente avuto la possibilità di influire sulle tendenze fondamentali dell’imperialismo italiano – stanti i vincoli e le tensioni oggettive del sistema internazionale di Versailles? Lo avrebbe cioè veramente reso meno irrequieto e meno destabilizzante (sempre concedendo che i modelli di riferimento, cioè essenzialmente quello anglo-francese, non lo fossero anche a loro volta e a loro modo)?

Appare insomma molto importante sgomberare il terreno da ogni rischio di confusione tra l’incapacità di parlare alla nazione, che Lussana riconosce e illustra bene, in termini sostanzialmente gramsciani, nella vicenda del movimento operaio italiano sconfitto dal fascismo, e un suo qualche ipotetico difetto nei rapporti con quel particolare genere di Stato e di dittatura di classe. Si trattava, semmai, di incapacità di unificare appunto la nazione che quel genere di Stato e di dittatura di classe non rappresentava fin dal 1861, cioè (secondo la grande intuizione di Gramsci) affrontare finalmente la “quistione contadina” in quanto “quistione meridionale” e “quistione vaticana”.

Francesco Barbagallo:
L’ITALIA REPUBBLICANA. DALLO SVILUPPO
ALLE RIFORME MANCATE (1954-2008)

Non a caso, la riscossa democratica e civile che infine fonda la Repubblica democratica attraverso la Resistenza e la lotta di liberazione deve molto della sua efficacia a scelte chiave in qualche modo riconducibili a quel tipo di intuizione , che guidarono l’opera dei suoi padri fondatori, e in particolare di De Gasperi e di Togliatti. Soprattutto per merito della loro opera, cioè della loro capacità di valorizzare le ragioni comuni al di sotto delle rispettive visioni del mondo, la Costituzione repubblicana nacque perciò veramente (certo anche grazie al concorso determinante di altre culture e di altre sensibilità), come rivoluzionaria fondazione, sulle rovine di quello Stato e di quella dittatura di classe, di ciò che Barbagallo chiama, con felice termine, “Stato sociale di diritto”. Altro che morte, insomma! Piuttosto, nascita (soltanto allora) della patria veramente di tutti.

Il breve e denso passaggio che definisce l’operazione è molto illuminante e merita di essere citato per esteso : “Il nuovo sistema politico-istituzionale si fondava sulla premessa di un largo accordo tra i partiti, quindi tra le forze sociali rappresentate, intorno al preminente indirizzo politico della costituzione. Presupponeva quindi la capacità dei partiti di svolgere la funzione di strumenti democratici dell’attuazione concorde del progetto costituzionale, al di sopra della rappresentanza degli interessi particolari, e nella normale dialettica tra maggioranza e opposizione”. Non c’è veramente da togliere né da aggiungere nulla (p. 26). Diversi partiti, insomma, diverse sensibilità, loro normale (ma forse nemmeno obbligato) alternarsi nell’esercizio di funzioni di guida e amministrazione della cosa pubblica; ma attuazione concorde del progetto costituzionale fondato appunto sul lavoro, sulla sua dignità e sulla sua condivisione nel comune e reciproco servizio. Ciò che appunto la guerra fredda, e la divisione bipolare del mondo, impedì immediatamente di sviluppare e attuare, nella misura in cui la maggioranza del movimento operaio (come già un po’ trent’anni prima) rifiutava di arruolarsi in uno schieramento bellico (sia pure potenziale e veramente peculiare) e perfino fraternizzava (a volte anche troppo, ma non sempre) con il potenziale “nemico”.

Ora, il passo appena citato appare perfettamente applicabile all’operazione attribuita abbastanza concordemente a Moro, ma si deve dire anche a Berlinguer, verso la metà degli anni settanta. Ciò può essere affermato in due sensi: innanzitutto, cioè, dal punto di vista della possibile evoluzione del ‘vincolo internazionale’; e, poi, dal punto di vista della dialettica intesa/alternanza nella possibile evoluzione del sistema politico. Ciò che Berlinguer chiamò “compromesso storico”, e Moro “terza fase”, aveva infatti tra i suoi essenziali fondamenti una convergenza nelle scelte di politica estera, e in particolare un’interpretazione strettamente ‘difensiva’, ossia stabilizzante, dei sistemi d’alleanza esistenti, tale quindi da non escludere e anzi comportare una larga cooperazione internazionale nel quadro della distensione e del sistema delle Nazioni Unite. Venuta meno la differenza su questo punto, anche la conventio ad excludendum nei confronti del PCI non aveva più ragione di essere. Ma questo non era ciò che Nixon e Kissinger pensavano; e non era neanche ciò che a Mosca bastava, o conveniva, una volta che la politica degli Stati Unti, anche sotto l’amministrazione Carter, si manifestò definitivamente influenzata dalle ambizioni unilateraliste promosse e rappresentate da Brzezinski (che saranno poi soltanto portate alle estreme conseguenze dall’amministrazione Reagan).

A questo proposito, bisogna domandarsi quanto sia davvero certo che i sovietici fossero fin dall’inizio assolutamente determinati senza esitazioni, nel contrastare la politica di Berlinguer in Italia. Proprio nell’estate del 1976, osservatori attenti e informati come Willy Brandt videro nella conferenza di Berlino dei partiti comunisti europei un successo di Berlinguer entro il movimento comunista; e, del resto le riserve espresse allora da Breznev in privato verso le sue posizioni suonano, a leggerle adesso, molto contenute e prudenti. È dalla fine del 1977, in connessione con processi più ampi di carattere internazionale, che la contrapposizione si indurisce. Ma in ogni caso, il termine “antisovietismo”, cui Barbagallo ricorre forse come figura retorica, appare ben poco appropriato (se usato analiticamente) per qualificare la posizione di Berlinguer in relazione a queste tematiche. Berlinguer non volle mai confondersi con i puri e semplici antisovietici perché non pensò mai che avesse senso vincere la guerra fredda insieme con chi la conduceva per ragioni e per scopi che erano assolutamente contrari a tutto ciò per cui lavorava e viveva.

Quanto alla dialettica intesa/alternanza, un tema ancora da approfondire è l’interpretazione e la definizione del rapporto tra le due fasi della politica di Berlinguer, quella del compromesso storico e quella della politica di alternativa democratica. Potremmo forse vedere che tra le due fasi c’è meno differenza di fondo se distinguiamo adeguatamente tra compromesso storico e “governi di solidarietà nazionale”. Del resto, questa distinzione appariva già abbastanza durante la drammatica crisi di governo del gennaio-marzo 1978, che si concluse con il rapimento di Moro e una fiducia al nuovo governo Andreotti che il PCI non avrebbe mai concesso senza quella tragica calamità (come Barbagallo mette in forte e giusta evidenza), avendo già per di più avanzato nelle settimane precedenti addirittura l’ipotesi alternativa di un governo a guida comunista. Non appare insomma che Berlinguer differisse molto da Moro nel vedere i grandi partiti, a lungo termine, anche come potenzialmente alternativi nell’esprimere governi, sia pure entro il quadro delle intese fondamentali che il compromesso storico avrebbe dovuto stabilire e rendere operanti nella società e nelle istituzioni. Senza sottolineare questi elementi di continuità, del resto, diventa difficile comprendere l’apparente contraddizione tra il concetto di alternativa democratica e il rifiuto dell’alleanza di governo con quel determinato partito socialista, caratterizzato da quella determinata leadership e da quelle determinate scelte di fondo. L’alternativa democratica, del resto, doveva muovere da una riforma della politica, da una correzione della sua crescente degenerazione proprio in quegli anni, e naturalmente una tale alleanza avrebbe sconfitto un tale obiettivo.

Sappiamo bene che fu sconfitto lo stesso; ma fu sconfitto in piedi, letteralmente e drammaticamente (anche se, lo si legge tra le righe, anzi in modo quasi esplicito, con il concorso di qualche fattore all’opera nelle retrovie). Il punto è che, insieme con quel tentativo, la Repubblica fu sconfitta. Tutto quanto poi accadde segue da ciò. Il grande merito di Barbagallo è di averlo messo fortemente in luce in un’opera divulgativa, destinata a un pubblico giovane. Perché da ciò, se vogliamo ritrovare la nostra patria costituzionale, si deve muovere ancora.

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