Premessa...
Ci siamo già dimenticati della povera Eluana? Dell’arrogante pretesa delle gerarchie ecclesiastiche d’imporre le loro meschine, insipienti, dogmaticistiche vedute sulla vita e sulla morte e della supina, strumentale, istituzionalmente eversiva acquiescenza del loro portaborse governo italiano? La “riflessione” che trascriviamo, inviataci da una sincera, meravigliosa credente di Pistoia, dimostra che la “base” cattolica non ci sta, e si unisce alla laica protesta dei cittadini italiani. E’ ancora ben viva, non è assolutamente morta la speranza di tutti in un rinnovamento della Chiesa e in una resurrezione della politica italiana.
IL LIMITE DELLA VITA E LA SPERANZA CRISTIANA
Tra le tantissime parole lette e ascoltate in questi giorni, mi ha colpito la testimonianza di un semplice infermiere: «Io lavoro in ospedale e vedo queste persone di fatto morte ma tenute artificialmente in una situazione di non vita. C’è qualcuno che non accetta l’inevitabilità della morte, eppure la cultura della vita comprende anche la serena accettazione della morte».
Nessuna parola mi è risultata tanto nitidamente efficace: dopo aver ascoltato, letto, meditato sulle dichiarazioni di teologi, medici, filosofi, scienziati, questa mi appare la cifra più vera del dramma che stiamo vivendo.
Ci sembra, con le nostre meraviglie tecniche, di poter sconfiggere la morte, ci sembra che prolungare la non vita significhi aver vinto almeno in parte, ancora per un po’, la morte.
Se lo posso capire per Giuliano Ferrara o qualche altro ateo devoto, confesso che non riesco a capirlo da parte dei sinceri credenti: come si può preferire la non vita all’abbraccio del Signore?
Tralasciando le abominevoli strumentalizzazioni della politica, alle quali non voglio in questo momento dedicare alcuno spazio; tralasciando la pesantezza dell’intervento ecclesiastico - a cui ho risposto firmando gli appelli in difesa di Napolitano e della Costituzione - un tema tra i tanti mi interpella particolarmente, come credente, in questo momento: la dimensione di relazione, costitutiva della persona nella antropologia cristiana, fondata sulla stessa relazione originaria delle persone divine.
Che significato abbiano, in questo quadro interpretativo, vite ridotte a pura biologia, è una interrogazione legittima, a cui dobbiamo riconoscere di non avere risposte ultimative e convincenti. A cui dobbiamo riconoscere che nessuna Chiesa, nessuna religione, spogliate da precomprensioni ideologiche, ha risposte ultimative e convincenti.
Che c’entra con il messaggio biblico ed evangelico l’ideologia della ‘biologia equivalente a vita’?
Che c’entra con il messaggio biblico ed evangelico l’imposizione a tutti, con legge dello Stato, di una propria personale, intima scelta etica e antropologica?
Scelta, si badi bene, che appartiene ad alcuni credenti e non ad altri, che appartiene ad alcuni non credenti e non ad altri.
Ma se invece, come abbiamo sentito in questi giorni, riteniamo che tutti i credenti dovrebbero obbligatoriamente aderire a questa ideologia, mi chiedo quale immagine di Dio stiamo coltivando e proponendo.
In nome del ripudio di derive relativistiche ed eutanasiche, un Dio che sa dire soltanto no alla libertà, alla coscienza, a qualsiasi forma di autonomia personale. Un Dio che fa del dono gratuito della vita una clava, un carcere, una condanna: non è il Dio che mi hanno trasmesso e in cui ho imparato a credere, non è il Dio che nutre la mia difficile ma amata speranza cristiana.
Credo davvero che dobbiamo recuperare il senso del limite, il limite della tecnica che non ci può costringere, se non lo vogliamo, a vivere vite artificiali.
Credo davvero che dobbiamo riapprendere la sapienza di una vita che sfocia ineludibilmente nella morte. Una morte che, nella “folle” prospettiva cristiana, non ha l’ultima parola ma apre le braccia del Padre.
Paladini della vita biologica, afasici sulla vita escatologica: non mi sembra un annuncio né fedele né credibile del Vangelo di fronte alle sfide della modernità.
Mariangela Maraviglia