Premessa...
Merita attenzione un articolo di Michel Wieviorka pubblicato sulla rivista “Il Mulino”, n.2/2009, col titolo La sinistra fra malinconia, oblio e lutto. L’articolo può essere riassunto come segue.
Sono in «crisi profonda» ambedue i grandi «corpi di riferimento storici» della sinistra in Europa. Infatti:
- «dissoluzione» del comunismo e «quasi scomparsa dei partiti che lo incarnano»;
- «declino spettacolare» della socialdemocrazia e dei «partiti che dichiarano più o meno di appartenervi».
Ragioni: la sinistra è rimasta spiazzata dai mutamenti economico-sociali e culturali avvenuti a cominciare dagli anni ’70. Non ha saputo costruire elaborazioni teoriche e indirizzi pratici comprensivi di quei mutamenti e capaci quindi di incidervi in modi consoni ai propri valori di fondo. Ha quasi cercato di ignorare o di esorcizzare quei mutamenti.
Quali mutamenti e quali mancate o insufficienti risposte. Principalmente i seguenti.
Dal punto di vista economico-sociale:
- dal fordismo a un’economia “a due settori”: uno con lavoro qualificato e relativamente protetto, un altro con lavoro non qualificato, precario, a rischio di disoccupazione (dallo sfruttamento dei lavoratori alla loro espulsione). «Purtroppo i partiti di sinistra, soprattutto quelli che si considerano in stretto contatto col movimento operaio, sono più a loro agio di fronte alla tematica dello sfruttamento del mondo del lavoro che alla disoccupazione, all’esclusione o alla precarietà»;
- prime vittime, la mano d’opera immigrata. I partiti di sinistra non hanno focalizzato abbastanza questo lato del “secondo settore”;
- il sindacato, quindi, fatica sempre più a «trovare simpatizzanti negli ambienti popolari e proletari» e tende «a essere identificato con alcuni settori protetti»;
- fenomeni diffusi come l’insicurezza, sono stati lasciati alla destra. Su di essi, «la sinistra non è stata
in grado di costruire un suo discorso specifico»;
Dal punto di vista culturale:
- movimenti regionali o nazionali interni (basco, catalano, sardo, bretone, occitano, scozzese ecc.), moltiplicatisi dagli anni ’70 (la Lega), con l’aggiunta di quelli a carattere religioso (islamici), tutti fattori di crisi per gli Stati nazionali. I partiti di sinistra «non erano preparati meglio di quelli di destra» per affrontare tali problemi. Non hanno saputo «inserire l’idea di nazione nei loro progetti e valori»;
- sulle questioni ecologiche, i partiti “verdi”: generalmente «schierati a sinistra» ma estranei alla «sinistra politica classica»;
- l’insorgenza dell’individualismo (la tendenza dell’individuo a «costruirsi come soggetto della propria esistenza»). «La sinistra classica è più a suo agio quando deve parlare in modo ‘collettivo’ e diffida dell’individualismo»;
- insufficienza delle sinistre anche di fronte alla globalizzazione. Sul «pensare globale» si sono mossi, in sostanza, solo i movimenti “no global” e le élite di Davos. Non basta;
- per quanto riguarda la UE, «non abbiamo assistito alla creazione di partiti di sinistra veramente europei, ma solo di gruppi al Parlamento europeo»;
- sulla crisi economica e su come risolverla, per la “sinistra riformista” c’è poca distanza dalla destra; la “sinistra radicale” ne esce rafforzata, ma in modo effimero, perché senza sue proposte realistiche.
Conclusione. La sinistra nel suo insieme ha oggi tre scelte: rimanere sterilmente attaccata al passato; proiettarsi nel futuro ma al rischio di «perdere la propria anima»; «accettare consapevolmente il proprio passato, trarne profitto e conservarne gli orientamenti più nobili, entrando al tempo stesso nel futuro e contribuendo a costruirlo».
[Michel Wieviorka è Directeur d’Etudes presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales di Parigi, dove dirige il Centre d’analyse e d’intervention sociologiques. E’ noto per i suoi lavori su razzismo, differenza culturale e democrazia. Tra le sue opere: Il razzismo (Laterza 2000), La differenza culturale. Una prospettiva sociologica (Laterza 2005), L’inquietudine delle differenze (Mondadori 2008)].
CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO DI MICHEL WIEVIORKA
“LA SINISTRA FRA MALINCONIA, OBLIO E LUTTO”
A nostro avviso l’analisi del Wieviorka è interessante e, per vari aspetti, puntuale. Nel complesso dell’articolo ci sembra di vedere una sorta di oscillazione, data dal fatto che le osservazioni e considerazioni svolte via via si riferiscono ora alla “sinistra” senza ulteriori specificazioni, vista quindi in un suo astratto insieme, ora invece, più concretamente, all’uno o all’altro dei suoi «principali corpi di riferimento»: comunista e socialdemocratico.
L’A. esordisce chiedendosi quale significato sia da attribuire al termine “sinistra”, e dopo aver accennato ad alcuni di quelli possibili, suggerisce – accettando deliberatamente «una certa vaghezza» - la seguente proposizione:
«[…] “la sinistra” esiste quando una o più forze politiche si dichiarano tali, quando l’opinione pubblica nel suo insieme si riconosce nell’idea di una separazione sinistra/destra e quando un insieme di valori e di progetti costituisce un corpus ideologico che si identifica in modo preciso con essa».
Tralasciamo l’almeno apparente contraddizione tra quell’accettata “vaghezza” e questa “precisa identificazione”. Notiamo piuttosto che subito appresso l’A., nel dare un rapido sguardo alla storia della “sinistra”, è naturalmente portato a fare un discorso per il comunismo e un altro per la socialdemocrazia. A proposito del primo, riconosce che esso «come forza politica, come utopia e idea e come corpus ideologico-politico ha costituito per più di un secolo uno dei principali modelli della sinistra». Questo “modello” è entrato in crisi a partire dagli anni ’70, con «la fine dell’era industriale tradizionale», per poi crollare rapidamente sia nella versione delle “democrazie popolari” dell’Est che in quella di Paesi europei occidentali.
Tuttavia – aggiunge il Wieviorka - «una certa prudenza» sconsiglia di parlare semplicemente di «scomparsa completa e definitiva dell’ideale del comunismo [n. cors.]». Ne sopravvivono infatti «versioni più radicali», accostate dall’A. alla nota espressione leniniana “estremismo malattia infantile del comunismo”, sostituendo però “infantile” con “senile”. Si tratta, a Ovest, di una sua «radicalizzazione gauchiste o fondamentalista», a Est di un «fondamentalismo di matrice stalinista».
Ancora più drastico – notiamo di passaggio - è un autore italiano, Giorgio Ruffolo, in un suo libro recente:
«Nel 1848 il comunismo era uno spettro che si aggirava per il mondo. Oggi è una nostalgia che si aggira in un piccolo mondo di intellettuali sofisticati come un vecchio fantasma lunatico […]. In assenza del proletariato rivoluzionario, lo si inventa. In ogni rivolta si scorge il messaggio di un grande movimento in marcia. E in ogni potere le stigmate di un impero. Più che di un’analisi storica si tratta di un racconto non avvincente di fantapolitica»(1).
A parte queste e altre espressioni che si possono usare, chi scrive ritiene gli sia lecito porre comunque l’accento sulla necessità di distinguere quello che per oltre un secolo è stato un grande ideale e un grande movimento di massa a tutte le longitudini e latitudini, dagli attuali suoi anacronistici e quasi necrofili “rifondatori”, ripetitori, riesumatori. Non è questo il modo di collegarsi – secondo una giusta applicazione del principio della continuità della storia – alla fondamentale lezione del comunismo.
Quanto alla socialdemocrazia, il Wieviorka, dopo averne focalizzato alcuni tratti essenziali, afferma che, similmente, essa «è in declino ed è difficile ipotizzare un suo rilancio». Si deve perciò riconoscere che
«i due principali modelli che hanno ispirato la sinistra in Europa durante tutta l’epoca industriale hanno smesso di animare potenti dinamiche sociali, e non sono certo le correnti estremiste anarchiche, trotzkiste, staliniste o marxiste che potranno occupare questo posto lasciato vuoto. La sinistra è orfana dei suoi grandi punti di riferimento del passato».
Da qui – con quel certo salto logico cui abbiamo accennato – il discorso prosegue considerando piuttosto la sinistra nel suo insieme. Dopo aver brevemente ricordato come si è costituita la sinistra in Europa, quali forze sociali ha rappresentato – prospettando loro quali obiettivi e progetti – l’A. esamina quelli che a suo giudizio sono i principali motivi per cui attualmente essa si trova spiazzata e destabilizzata. Li abbiamo già riassunti nella Premessa (ma consigliamo ovviamente di leggere il testo dell’articolo).
I problemi del nostro tempo su cui la sinistra si rivela inadeguata a dire e a fare qualcosa di specifico e d’incisivo, ci appaiono ben focalizzati dall’A., seppure con inevitabile stringatezza. Vorremmo soffermarci su un punto che da una parte, a nostro avviso, va precisato meglio e dall’altra va comunque approfondito perché riguarda un tema centralissimo su cui però, attualmente, l’elaborazione critica e progettuale è carente. Solo la sinistra potrebbe colmare questa insufficienza, e se riuscisse a farlo ne avrebbe una decisiva pedana di nuovo slancio teorico e politico.
Ci riferiamo alla distinzione dell’A. tra lo sfruttamento del lavoro e la sua precarizzazione, emarginazione ed esclusione: in definitiva, tra sfruttamento e disoccupazione. E’ evidente che, in realtà, le due cose vanno di pari passo, come denunciato dal classico slogan sui disoccupati “armata di riserva” dello sfruttamento capitalistico. E’ peraltro da riconoscere che il capitalismo degli ultimi trent’anni, più che a passare dall’uno all’altro tipo di rapporto con il “mondo del lavoro”, ha teso e tendere ad alargare il secondo (più attenuato, parcellizzato, annebbiato) avvantaggiandosene anche sul primo, e mettendo alle corde il lavoro in quanto tale, deprivato del potere contrattuale che aveva un tempo. Ha ragione quindi l‘A. a dire in sostanza che limitarsi a difendere il lavoro (dei più o meno stabilmente occupati) dallo sfruttamento senza agire efficacemente anche dal lato – oggi del tutto emergenziale – della precarizzazione-marginalizzazione-disoccupazione, porta alla sconfitta anche sul primo terreno.
A dire il vero, non mancano indagini e ricerche finalizzate a una maggior conoscenza (e quindi, almeno nelle intenzioni, incidenza) nel campo della situazione disperata in cui versa quella larga parte della forza-lavoro che è stretta fra precariato sistematico e pura e semplice espulsione dal processo produttivo. Si possono addurre ad esempio vari articoli dei Quaderni-Rassegna sindacale curati dalla CGIL (Ediesse, Roma).
Quello che manca o non si vede ancora – a nostro avviso – è però una mobilitazione strategica e organizzativa, da parte del sindacato e della sinistra politica, tesa a raccogliere sotto un denominatore comune i milioni di lavoratori dagli innumerevoli contratti “atipici”, per incitarli a costituirsi in forza sociale capace di levare alto il proprio “grido di dolore” e di far pesare rivendicazioni il più possibile unitarie. E’ certo un compito difficile, anche “tecnicamente”, ma bisogna farne al più presto un obiettivo assolutamente primario. Altrimenti ci si ridurrà sempre più a battaglie di retroguardia, come tali perdenti, in difesa delle “protezioni” di cui hanno finora goduto determinate categorie (e che indubbiamente sono in pericolo), lasciando che il mondo dei precari, dei lavoratori “a progetto”, a “partita IVA” ecc. – per non parlare di quelli “al nero” e dei “sans papier” – diventi in blocco, come già in parte si è notoriamente avviato ad essere, massa di manovra delle destre e delle padanie.
Vittorio M. Tranquilli
N O T E
(1) Il capitalismo ha i secoli contati (Einaudi 2008), p. 261.