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Premessa...

Il testo che qui trascriviamo, scritto da Mario Tronti per altra occasione, merita di essere approfondito, anche criticamente, con molta attenzione. Affronta infatti temi di fondo, a largo raggio storico-filosofico, e lo fa ad alto livello culturale e con grande impegno, prima che politico, umano. Ci ripromettiamo quindi di studiarlo in prossimi aggiornamenti di questo sito web, e invitiamo altri, che fossero interessati, a dare il loro contributo a tal fine.

CRISI DELLA RAGIONE

Nel contesto del tema più generale dei rapporti tra fede e ragione, mi pare di aver capito che a me spetta il compito di analizzare la questione della “crisi della ragione” in un ambito di pensiero teorico-politico. Intendo farlo però intrecciando storia e pensiero, praticando io una forma di filosofia politica, più che come resa dei conti con la tradizione dottrinaria che l’ha preceduta, come un corpo a corpo con la storia che l’ha generata. E allora a proposito di crisi della ragione, prima che essa stessa entrasse in crisi, mi pare opportuno riandare al punto di origine di questo filone di pensiero, alla sua manifestazione sorgiva. La mia riflessione potrà apparire eccessivamente orientata verso il passato, ma credo che questo retroterra sia decisivo per comprendere i fenomeni a noi contemporanei senza appiattirli sul presente e senza perdere così di vista i processi di lungo periodo.
Si può sostenere con validi argomenti che tale origine vada collocata nel passaggio tra Otto e Novecento, quando viene posta in discussione la ragione storica, per come si era declinata nel secolo che andava chiudendosi. L’Ottocento era iniziato nel segno di una ragione storicistica e idealistica, per poi approdare ad una versione positivistica e scientista. La traiettoria descritta dal pensiero italiano non ha riprodotto l’evoluzione di quello europeo, dal momento che la ragione di matrice storico-idealistica ha esercitato una funzione egemonica ancora per parte del Novecento. Questo elemento non deve essere trascurato allorché si ricerchino le cause della cronica debolezza culturale del nostro Paese, per aver vissuto in modo marginale quella crisi delle forme della razionalità, che ha dato avvio al XX secolo e ha interessato vari ambiti, da quello artistico a quello scientifico.
Nel 1911 viene pubblicato il volume L’anima e le forme, che Lukacs aveva in realtà scritto nel corso dell’anno precedente, anni ai quali risalgono anche altre opere fondamentali per comprendere le svolte culturali dell’epoca, dal primo quadro astratto di Kandinsky ai Cinque pezzi per orchestra op. 16 di Schonberg. Il libro citato contiene un saggio su Kierkegaard, nel quale il giovane Lukacs – anche attraverso una forma letterariamente inedita – afferma che “solo il gesto esprime la vita”, formulando poi il seguente quesito: “ Ma si può esprimere una vita?”. Da questo passo emerge nettamente, a mio giudizio, una crisi della rappresentazione del mondo da parte di una ragione che aveva sino ad allora dominato il panorama culturale, artistico, filosofico, scientifico. A che cosa rimanda il “gesto”? Il gesto é il paradosso: con le parole dell’autore, “il gesto é il salto con cui l’anima perviene da una cosa all’altra”. Sullo sfondo di quanto appena detto troviamo Nietzsche, che simbolicamente morì nell’anno in cui il Novecento iniziò, e troviamo la cultura della crisi e il pensiero negativo. Questi passaggi anticiparono una rottura fondamentale, quel trauma storico, che sarà al centro della storia del XX secolo: il 1914, la prima Grande Guerra che pose fine alla pace dei cento anni e aprì la strada alla “grande trasformazione”, per dirla con Polanyi.
La prendo un po’ da lontano, ma, come dicevo, per capire quello che ci sta di fronte, dobbiamo allungare lo sguardo. E mi serve per dire che allora la risposta alla crisi della ragione fu fondamentalmente una risposta di fede, ma di fede intramondana, per dirla con Weber. La componente ideologica, da quel momento, prendeva il sopravvento su quella propriamente religiosa. Dinanzi a un quasi incomprensibile grandioso evento tragico, come una guerra mondiale, prima presentito poi vissuto, la risposta non poteva essere una risposta oltre la storia ma dentro la storia. Iniziarono allora le grandi narrazioni. Oggi si usa questa formula in senso apertamente negativo. E si glorificano le nostre come le magnifiche sorti, che si sono liberate di questa cattiva eredità. Ma si deve prendere atto del fatto che quelle narrazioni ideologiche presero la sostanza di forze materiali operanti nella storia.
Furono due le rivoluzioni novecentesche: la rivoluzione operaia e la rivoluzione conservatrice. Il carattere rivoluzionario risiedeva nella volontà di mettere in discussione, da punti di vista differenti e opposti, la storia umana, fino a quel punto interpretata razionalmente. Ebbe inizio in questi termini quella che é stata identificata come l’età delle guerre civili europee e mondiali. L’una, la rivoluzione operaia, si inscriveva in un orizzonte neogiacobino, come confermò il non casuale ricorso allo strumento del “Terrore”; l’altra, quella conservatrice, richiamava un contesto di fatto neopagano, con la riscoperta e la rivalutazione di riti e miti premoderni, per impiantare un processo di modernizzazione reazionaria. In particolare, il compimento della rivoluzione operaia – attraverso gli eventi russi dell’Ottobre 1917 – segnò la crisi della ragione marxista, le cui previsioni vennero smentite. Ricordo a questo proposito la geniale definizione gramsciana di “rivoluzione contro il Capitale”, dove Il Capitale é l’opera di Marx: la rivoluzione si verificava dove non doveva, e mancava o falliva nei paesi in cui era attesa. La stessa idea della costruzione del socialismo in un paese solo, che caratterizzò gli anni successivi, ha obbedito a forzature volontaristiche non sempre razionalmente calcolate, a differenza di quanto si pensa, anzi, talvolta, dettate dalle condizioni di una bruta contingenza.
Il Novecento é stato profondamente caratterizzato dalla crisi della razionalità e da pulsioni irrazionali, non religiose, non teologiche, ma legate alla valorizzazione di fedi terrene o mondane. Dignitosissima vicenda separata é stata quella della teologia del Novecento, sia protestante che cattolica, che tuttavia non é riuscita ad incarnarsi nella storia, se si escludono singole personalità che con la storia hanno tentato di misurarsi, rimanendone però vittime. Tratti di non-ragione sono a mio giudizio propri anche della teologia politica, che si può far risalire a Schmitt, che non a caso con la storia ha finito col compromettersi e che influenza il linguaggio e la concettualizzazione di un Beckenforde. Dal mio punto di vista, la stessa teologia politica é un prodotto della crisi della ragione. Ma, ecco quello che voglio dire: “il sonno della ragione genera mostri”, la crisi della ragione, no. La crisi della ragione va assunta come critica della ragione. Ma allora é pensiero vivo e vigile, é veglia intellettuale della ragione, che svela il dogmatismo e forse anche il fondamentalismo della ragione, che non sono meno responsabili di disastri storici.
Dunque, crisi e critica. Io credo che la critica sia possibile solo nel corpo della crisi. Il concetto di crisi può, e deve, essere letto in chiave positiva. L’accezione negativa della crisi, oggi prevalente, deriva probabilmente dalla teoria e dal linguaggio dell’economia. Siccome la crisi economica – come quella, “grande”, del 1929, altro passaggio cruciale del XX secolo, e le altre, più piccole, che ne sono seguite e ne seguono, – provoca effetti indubbiamente negativi per gli individui e per la collettività, allora il modo di pensare economico, in questa fase dominante, ha finito per darne una lettura altrettanto negativa. Ma questa mi pare essere più una costruzione ideologica che un’elaborazione strutturale. La produzione di capitale, infatti, conosce bene il circolo virtuoso di crisi e sviluppo, dove l’una é condizione funzionale al rilancio dell’altro e quindi necessaria in certe fasi. Il rinascimento del capitalismo moderno, in un’ottica di lungo termine, coincise proprio con il superamento della crisi a cavallo degli anni Venti e Trenta (che sembrava in apparenza determinare il crollo delle strutture capitalistiche) e trovò una spinta ulteriore nella sfida portata dal socialismo, che ha rappresentato un elemento dinamico di sviluppo del capitalismo stesso. L’affermazione del capitalismo-mondo cui oggi assistiamo é conseguenza del superamento di una crisi interna e della vittoria di una sfida esterna.
La crisi – che coinvolge la sfera politica, istituzionale, culturale, potenzialmente declinata in termini di crisi di civiltà – é generalmente vista come una prospettiva da rifuggire. A mio giudizio, viceversa, rappresenterebbe un’opportunità. Il problema é che tale crisi risulta, al momento, assente. Un esempio, senz’altro minore, é la cosiddetta crisi istituzionale italiana, che sembra immune rispetto a qualsiasi tentativo di riforma: il punto é che si é verificata una crisi superficiale e non di fondo. In un altro contesto, Habermas aveva fornito, con l’idea di patriottismo costituzionale, una possibile soluzione per il riordino dei processi politico-istituzionali e solo dopo averne constatata l’impraticabilità ha ripiegato su proposte alternative – la sua apertura di dialogo su sacro e secolarizzazione - che assolvano al medesimo compito. La mia ipotesi é che le difficoltà intellettuali contemporanee, la miseria attuale della battaglia culturale, derivino proprio dal fatto che non viviamo in un’età della crisi o in uno stato d’eccezione, ma anzi in una fase di restaurazione seguita al fallimento delle due rivoluzioni novecentesche. Se c’é crisi della “crisi della ragione”, questa si configura come un ritorno all’ordine dopo le turbolenze del XX secolo, ultime quelle degli anni Sessanta, che, già dalla metà degli anni Settanta, hanno cominciato a cedere il passo alle ideologie attualmente dominanti: modernizzazione neoliberista diventata neoconservatrice e progressismo democratico diventato governance tecnocratica.
Alla domanda se ci troviamo di fronte a una ripresa dell’idea di “natura” in chiave normativa, la mia risposta é che ci troviamo di fronte all’invenzione di un’idea di “storia” in chiave normativa. Ci viene presentata una sorta di storia-verità, ri-razionalizzata e dogmatizzata, che esclude ogni possibile variante. C’é una sola storia, per tutti, e non ce ne può essere un’altra. Non c’é stata la fine della storia, come alcuni hanno sostenuto, c’é stato bensì l’avvento di una storia unica, che é la base su cui poggia il cosiddetto pensiero unico. Una storia-mondo sostituto di una natura-mondo. Quelle che per Marx erano leggi di movimento della società moderna e capitalistica (produzione, circolazione, distribuzione, scambio, consumo) sono divenute leggi di natura, che non possono essere negate, esattamente come accade per il sorgere e il tramontare del sole o per il succedersi delle stagioni, che forse hanno assunto caratteristiche diverse, a volte capricciose, ma – proprio come il capitalismo - mantengono l’immodificabile regolarità strutturale. Si pensa al sistema sociale come a una struttura fisica, regolata da leggi meccanicistiche e come tali prenovecentesche, quasi newtoniane. Talvolta sembra intervenire, come disturbo, il principio di indeterminazione, con la crisi delle borse o dei subprime, ma questo non fa altro che confermare dinamiche ferree che imprigionano la società in una gabbia d’acciaio.
L’aspetto innovativo é che queste leggi appaiono oggi tecnologicamente organizzate: la tecnica, protagonista assai discussa del Novecento, e nel secolo pensata ad altissimi livelli, ha contribuito poi fortemente, e senza pensiero, alla regolazione meccanicistica. Ciò é avvenuto alla fine di quel secolo in cui la soggettività collettiva e individuale é assurta a volontà di potenza, radicalizzando la crisi della ragione sul piano politico. La rovinosa caduta di queste soggettività ha segnato la rivincita di una forte oggettività: il dato oggettivo é ormai in grado di subordinare, più che condizionare, quello soggettivo. Riassumerei tutto ciò nella formula secondo la quale i processi hanno vinto sui soggetti, emancipandosi dalla volontà, che questi ultimi esprimevano, di controllarli, guidarli, incanalarli, modificarli.
Il tema “Laicità della ragione, razionalità della fede?” va – ecco la mia tesi - collocato in questa prospettiva storica. Teologia e filosofia devono misurarsi con questo stato di cose. In questo senso, mi sembrano pensieri deboli oggi sia una teologia politica sia una filosofia politica: occorrerebbe forse tornare ad un pensiero che muova da una teologia della storia o da una filosofia della storia, i cui accenti nel mio ragionamento sono evidenti. La ragione delle cose si é sostituita alla ragione delle idee, come la ragione, non degli eventi, ma degli avvenimenti, si é sostituita alla ragione degli uomini e purtroppo, malgrado gli sforzi del femminismo, anche alla ragione delle donne.
Giunti adesso a un punto critico di questo discorso, vorrei mettere in luce una preoccupazione che probabilmente rende la mia posizione anomala rispetto all’opinione prevalente. La dico così: i progressi della secolarizzazione si sono limitati a prendere atto dello stato delle cose, senza avere la forza di introdurre e sviluppare un apparato critico di pari potenza rispetto alle condizioni di realtà. Detto diversamente, la secolarizzazione si é ridotta ad una descrizione decisamente passiva, quasi subalterna, a conferma della vittoria dei processi sui soggetti. Se la politica moderna aveva avuto la capacità di presentare il grande progetto di secolarizzazione dei concetti teologici, la crisi della modernità post-novecentesca ha travolto ogni istanza di autonomia e ha ridotto la politica ad ancilla di un’economia e di una tecnica teologizzate, nel senso di veritativamente assolutizzate. Lo stesso termine di “laicità” subisce questo dominio reificato, iscrivendosi in un ordine di discorso e di dialogo dato e imposto, senza forza di dissuasione critica.
Ecco perché penso che dovremmo audacemente disporci su un terreno di critica della secolarizzazione e di critica del concetto stesso di laicità. Critica in senso marxiano e, direi, kantiano. La critica marxiana dell’economia politica non rifiutava, bensì assumeva, la struttura categoriale del suo bersaglio per ribaltarne il discorso di fondo, e la critica kantiana della ragione aggrediva i presupposti metafisici, per ristabilire le condizioni della conoscenza. Ci serve oggi una critica che metta in movimento la crisi del senso comune intellettuale. E allora, francamente, devo dire che – almeno qui, nel nostro Occidente – a questo punto mi fa più paura il secolo che il sacro. Perché vedo la potenza del primo e la debolezza del secondo. Perché vedo il secolo ormai tutto catturato dentro la logica dell’ordine presente e il sacro come qualcosa che conserva ancora un’eccedenza inassorbibile, in quanto accenna ad altro e oltre.
Weber aveva colto bene, nel principio di razionalità, un elemento costitutivo del moderno. La ragione strumentale, che il pensatore tedesco rilevava anche in particolari connessioni tra le dimensioni dell’etica e dell’economia, portava in sé il destino di una ragione oggettiva organica allo spirito del capitalismo. In questa chiave, mi chiedo se sia oggi praticabile, oltre che largamente auspicabile, una critica del moderno che si proponga di non essere antimoderna, che non ne preveda cioé il rigetto ideologico, come implicato dall’impianto della rivoluzione conservatrice. Nella rivoluzione operaia era presente, invece, – seppur in nuce – quell’aspetto critico che non é stato sviluppato, di critica del moderno dall’interno. Ed é ancora da capire il perché e il quando é intervenuto l’eccesso opposto: un’assunzione, passiva e subalterna, del moderno anche nelle forme della razionalità strumentale, nel culto degli dei dello sviluppo e del progresso. Eppure é proprio in questo scarto che credo vada individuata una delle principali cause del fallimento in cui é incappato l’esperimento di costruzione del socialismo. Credo che sia invece opportuno mettere a frutto, nella sfera del pensiero, la lezione storica del movimento operaio, senza ridurne l’esperienza agli eventi novecenteschi, piuttosto ripartendo invece dal contesto della prima rivoluzione industriale, da cui presero le mosse forme assai articolate di lotta e di organizzazione. Qui nasce e cresce la vocazione consapevolmente egemone di posizionarsi nel solco dei processi per criticarli ed orientarli. Il movimento operaio era certamente interno alla complessiva vicenda del moderno, un suo prodotto maturo, ma con la forza alternativa di elaborare un’autonomia che gli permetteva di non essere prigioniero di quell’orizzonte.
Per concludere, dovrebbe risultare chiaro che per me il punto da sottolineare e coltivare non é quello di una contrapposizione, quanto quello di una commistione tra ragione e fede. E traggo questa convinzione di pensiero da un’esperienza storica. Quel movimento operaio fu protagonista di un grandioso tentativo teorico: mettere in atto un’analisi scientifica dentro un orizzonte escatologico. Che il progetto sia stato sconfitto non prova che fosse sbagliato. Leggerei in tal senso il rapporto di marxismo e comunismo, che si distingue da quello del marxismo con altre espressioni del movimento operaio. E il rapporto specifico tra marxismo e comunismo era dato dal potenziale intreccio tra elementi di ragione e di fede. Il Novecento, tra anni Venti e anni Sessanta, ha tenuto aperta questa prospettiva: il percorso andava da Marx a Benjamin e di qui verso un esito di liberazione dal presente attraverso un balzo nel passato. L’escatologia non veniva secolarizzata, veniva rovesciata. Uno scacco della ragione e una scommessa di fede. Il problema é che la relazione tra fede e ragione non é qualcosa di facilmente ordinabile, si tratta di una dimensione tragica, proprio perché qui hai a che fare con due orizzonti che non si conciliano e che tuttavia devi tenere insieme, su un confine mobile e labile. Non é un caso che fede e ragione, separate, vadano incontro a un doppio fallimento, rilevabile empiricamente: la ragione laica produce il politicamente corretto, in cui leggo una versione postmoderna della servitù volontaria; la fede moderna produce il religiosamente corretto, versione postconciliare della civitas Dei.
Si ha così una duplice riduzione: quella del politico al civile e quella del religioso all’etico, dove la differenza dei due termini di partenza si perde in un apparato ideologico unico, funzionale alla figura antropologica dominante e onnipotente dell’uomo medio, data dalla somma dell’homo oeconomicus e dell’homo democraticus. La critica della secolarizzazione, allora, va congiunta con la critica della democrazia, nel senso di critica sopra enunciato. Premessa indispensabile diventa la scelta di fondare la democrazia sulla libertà piuttosto che sull’autorità, per riprendere il ragionamento di Zagrebelsky. Il concetto di autorità necessita tuttavia di una ulteriore elaborazione, che lo distingua innanzi tutto dalla categoria di potere. Il dramma attuale della democrazia e della libertà sta nella tendenza, oggi dominante, ad essere inscritte entro un quadro di potere più che di autorità. E questa condizione non riguarda solo il campo della Chiesa e della fede, riguarda anche il campo dello Stato e della politica. E’ possibile a questo punto immaginare il progetto di costruzione di un’autorità collettiva autoconsapevole che faccia perno su una fede mondana? Immaginarlo forse si, costruirlo forse no. Non basta la critica, ci vuole la crisi. Bisogna che salti questa forma di potere democraticamente accettato dai sudditi. Ci vuole una lotta di liberazione dalla dittatura dell’uomo medio, oggi, il vero sovrano che decide, pur esistendo, esso, – in ottica postschmittiana – non certo nello stato di eccezione, quanto piuttosto nello stato normale.
E’ vero, dunque, che la crisi della ragione é entrata in crisi. Ma questo ha come conseguenza l’avvento di un inquietante ordine assoluto. Siccome non si producono più fedi intramondane, capaci di guardare oltre questo mondo, tutto lo spazio viene lasciato a fedi extramondane, che bene funzionano dentro la logica di questo mondo. Secolarismi e fondamentalismi, almeno in questo, assolvono allo stesso compito. La perdita della forma veritativa della ragione si situa proprio in questa condizione storica: la ragione laica ha voluto espungere la fede dallo spazio pubblico, quando forse sarebbe stato preferibile recuperare un’altra forma, un altro “gesto” di fede, per tornare al lessico da cui siamo partiti. Si sarebbe potuta sostenere un’idea di mondo differente, rilanciando invece che abbattendo, ricostruendo invece che azzerando, le libere scelte dei soggetti collettivi, che avevano contestato l’ordine vincente delle cose, dominato dall’immanenza dei processi. Avremmo forse potuto conservare la speranza di arrivare a conciliare una fede assoluta e una ragione critica, per rendere possibile alla parte di mondo e di umanità che ci interessa di “esprimere una vita”.

Mario Tronti

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