Questo libro appassionerà tutti coloro che ricercano qui e ora, nel loro impegno militante, vie pratiche capaci di condurre a riscoprire la giustizia e la libertà.
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 2002
(di Miguel Benasayag)
Questo libro è stato ideato a partire da un manifesto che avevo scritto, nel 2000, in vista di un’importante riunione alla quale Diego [Sztulwark – n.d.c.] ed io dovevamo partecipare a Buenos Aires. Vi si dovevano incontrare contadini che da anni occupavano terre collettivamente, artisti, militanti intellettuali e popolani: una diversificata rappresentanza, quindi, dei movimenti di tipo nuovo emergenti da qualche anno sulle due sponde dell’Atlantico. Obiettivo dell’incontro era appunto di delineare meglio il “nuovo radicalismo” di questi movimenti, i loro aspetti comuni e le loro diversità. In breve, volevamo chiederci come pensare la nostra azione.
Il presente libro è nato da questa riflessione. Non si trattava di scrivere un testo teorico o accademico, ma di rispondere a quella che sentivamo come una vera urgenza: formulare alcune ipotesi di base, sia teoriche che pratiche, che ci permettessero di “leggere” meglio le nostre azioni nella loro diversità. E, al tempo stesso, di capire perché tante persone, nel mondo intero, s’impegnano in questo tipo di movimenti, senza considerarle però – ecco un’importante novità – come avanguardie o modelli.
Oggi è ormai chiaro: a cominciare dal 1994 è in atto una vera controffensiva popolare o, se si preferisce, progressista, e a livello mondiale. Basta ricordare i centri sociali italiani, i movimenti dei “senza terra” nell’America Latina, l’affermazione di culture e nazioni indiane allo Chaparé, i movimenti dei “senza” in Francia e in Europa… E’ una miriade innumerevole di esperienze che si sviluppano in “laboratori sociali” spontanei.
Ma è altrettanto evidente che queste iniziative, molo diverse per forme di azione e di organizzazione, sfuggono agli schemi classici di analisi dei movimenti sociali. Presentano troppi aspetti “atipici” che rompono con i modi classici di lotta, senza peraltro contestarli, ma forse sorpassandoli. E ciò, nell’immediato, contribuisce a complicare la loro immagine. Ora, l’insufficiente definibilità o “leggibilità” di un movimento, è sempre un handicap, mentre una sua larga comprensibilità è una garanzia (sebbene parziale) della sua irreversibilità. L’ambizione di questo studio è quindi di favorire la comprensione dei nuovi movimenti.
A differenza dei militanti “classici”, che troppo spesso agiscono come se i loro indirizzi derivassero da dogmi rivelati, pensiamo che lo studio di questi movimenti e pratiche “ribelli” debba essere condotto con l’animo del ricercatore impegnato: certo, le ipotesi e gli orientamenti cui si ispirano servono a chiarire le vie imboccate da individui, gruppi e popoli desiderosi di progredire verso l’emancipazione e la giustizia, ma queste “linee direttrici” non sono fine a se stesse. L’obiettivo del nuovo radicalismo è appunto l’emancipazione e non la sopravvivenza di strutture politiche o la fedeltà alla “linea” dell’organizzazione.
Tutto ciò sembra andare da sé, ma sappiamo che non è affatto chiaro per i militanti tradizionali, aggrappati ai loro piccoli apparati come monaci atterriti dall’idea di alzarsi in piedi e uscire dai binari, quando la storia prosegue il suo corso sul marciapiede opposto.
E’ in atto un vasto fermento, le esperienze emancipatrici sono molteplici e si sviluppano spontaneamente qua e là. Ma bisogna riconoscere che oggi numerosi amici temono che questa dispersione del movimento contestatore rappresenti un reale pericolo. E non hanno tutti i torti. Spesso, infatti, la dispersione induce a “restare nel proprio angolino”, impedendo di avanzare nella “resistenza creativa” ed esponendo alla repressione ad opera dei gruppi di potere, che certo, da parte loro, non tralasciano la difesa dei loro interessi.
Ma per evitare i rischi di dispersione, la grande tentazione è la centralizzazione, la creazione di sovrastrutture forti di coordinamento. A nostro avviso, centralizzazione e dispersione sono i due maggiori pericoli che minacciano i nuovi movimenti radicali. E’ per questo motivo che nel presente libro cerchiano d’indicare la logica e la prassi idonee ad evitare la doppia trappola: si tratta di pensare e di agire in seno a ciò che si presenta come una vera molteplicità. Una molteplicità in rete, certo, ma soprattutto una molteplicità “di situazioni” all’opera in molte zone del mondo.
Su che si basano questa logica e questa prassi legate a situazioni diverse? Come possono permettere di risolvere i problemi derivanti sia dalla dispersione che dalla centralizzazione? E’ grazie a un rapporto diverso con le istituzioni e con le realtà, che i movimenti spiazzano le categorie classiche. Non mirano al potere, senza però negarne l’esistenza e l’efficacia. Non propongono modelli o programmi, ma sviluppano progetti concreti, spesso di grande intelligenza. Sotto i nostri occhi sbalorditi danno vita a una serie di iniziative radicali che investono il presente costruendolo. Questi gruppi rompono così quella “passione triste” definita da Spinoza, che altro non è se non il mero affidarsi a una speranza. Cioè all’attesa di un Messia, della rivoluzione, della società giusta, che verrà domani, sempre domani…
Con tutta evidenza, ogni società sognata, ogni modello utopico è sempre più debole di qualsivoglia contesto reale. Infatti ciò che esiste realmente ha il grande vantaggio di riconoscere la complessità delle cose compromettendo con esse. Ricordiamoci delle esperienze rivoluzionarie dell’ultimo secolo: quelle che hanno vinto, si sono poi trovate a confrontarsi con la complessità del reale, che impediva l’attuazione dei loro programmi (anche se tale complessità era dovuta in parte a tentativi contro-rivoluzionari, non era mai riducibili ad essi soli).
Le forme tradizionali di radicalismo si fondavano su un principio molto semplice: resistere significa opporsi, lottare contro la reazione e l’ingiustizia. Secondo noi, resistere è certo condurre appieno la lotta contro l’oppressione in tutti i modi necessari, opporsi all’avanzata della reazione e del fascismo. Si, ma… resistere non vuol dire soltanto lottare, vuol dire anche creare. Creare, qui e ora, una molteplicità d’iniziative tese a mostrare a quali condizioni sono possibili forme diverse di società e di vita.
Per la sua stessa ampiezza, questo tipo di resistenza supera di molto la semplice sfera politica. Quello che chiamiamo “contropotere” non è un movimento “contro il potere”; è piuttosto un andare al di là della logica del potere: creare le condizioni necessarie al cambiamento a partire dal solo luogo in cui siamo forti, cioè da ogni situazione che viviamo, in cui ci formiamo e che ci costituisce.
Superare il capitalismo e l’individualismo non significa battersi soltanto contro una politica. Certo, capitalismo vuol dire banca internazionale, gruppi di potere con le loro politiche e i loro eserciti. Ma esso è innanzitutto in ciascuno di noi, nella misura in cui ciascuno si rapporta alla vita quotidiana come un semplice individuo, come un essere isolato dagli altri e capace di stabilire con loro soltanto legami contrattuali e utilitaristici. Il superamento di questo individualismo passa per lo sviluppo, nelle situazioni date, di prassi di legami sociali non solo diverse, “contestatrici”, ma anche più forti e gioiose.
Quanto a ciò che viene chiamata la “sinistra”, essa non si rende conto che un certo modo di pensare e di gestire la politica è definitivamente perento. In ogni Paese, la “sinistra” crede che quanto le sta accadendo (totale perdita d’importanza, separazione dalla società reale, incapacità a collegarsi alle forze sociali) sia un problema locale. Ma i militanti onesti dei partiti di sinistra non devono chiedersi soltanto come fare per “comunicare” meglio, o per controllare la molteplicità di ciò che è socialmente vivo. Poiché, oggi, sembrano dei gruppi di dottori Frankenstein che cercano di dar vita a una congerie di partiti dispersi. E si lamentano che il “mostro” non cammina. In realtà, hanno un solo problema da porsi: la sopravvivenza medicalmente assistita delle organizzazioni non è un colpo di freno all’emergere di nuove forme di emancipazione e di resistenza creativa, gioiosa e forte?
Ecco i temi di base su cui si fonda questo studio e che ne definiscono, a mio avviso, l’attualità: quella dei gruppi, popoli e associazioni che cercano con successo vie di superamento della tristezza dominante, nella gioia della solidarietà ritrovata, della tensione a riprendersi i propri diritti e a congedare le politiche formalizzate e formattate. Noi veniamo da questo movimento e per esso abbiamo scritto questo libro. Non è una teoria che presuma di “guidare l’azione”, ma un contributo aggiuntivo che crediamo di dare alla “resistenza creatrice”.
Indice
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 2002
INTRODUZIONE
Cap. 1- Chiavi per una controffensiva