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Introduzione...

Offriamo una scheda del libro, ordinata come segue: 1) Notizie sugli Autori e breve indicazione del contenuto, dal retro di copertina; 2) Traduzione dal francese, a nostra cura, della Prefazione di M. Benasayag all’edizione del 2002; 3) Indice del libro.

Miguel Besanayag, Diego Sztulwark: Del contropotere
Dalla traduzione francese- Ed. La Découverte, Paris 2002

Notizie sugli Autori:

Miguel Benasayag – filosofo e psicanalista, animatore del collettivo “Malgré tout”. Ha scritto varie opere, tra cui, per le edizioni La Découverte: Le mythe de l’individu (1998, 2004), La fabrication de l’information (con Florence Aubernas, 1999).

Diego Sztulwark – docente di filosofia al’Università nazionale di Buenos Aires, è fra gli animatori del gruppo “El mate”, federazione argentina dei difensori dei diritti umani e dei militanti radicali di movimenti della società civile.

Indicazione del contenuto del libro:

Dopo il periodo di conformismo tiepido degli anni 1980, si è assistito all’affermarsi, in numerosi Paesi, di movimenti tesi a una critica radicale del sistema, sia in Europa (ATTAC, Act Up, Collettivi anti-espulsione) che all’estero (madri della piazza di Maggio, contadini senza terra, guerriglia zapatista…). Questa nuova soggettività contestatrice è spesso ritenuta sterile, incapace di passare a un livello più politico, di proporre riforme realistiche.

Gli Autori di questo incisivo saggio rifiutano un tale giudizio. Certo – spiegano – il nuovo atteggiamento contestatore può appagarsi, a volte, della semplice analisi critica. Ma più spesso, i movimenti che ne nascono sviluppano forme di lotta originali, della cui forza emancipatrice non ci si accorge a sufficienza perché non rientrano più nei modi tradizionali di azione politica. Gli animatori di questi movimenti sanno inventare una “politica del contro-potere” i cui effetti concreti sulla società sono ormai molto più importanti di quanto si creda.

Questo libro appassionerà tutti coloro che ricercano qui e ora, nel loro impegno militante, vie pratiche capaci di condurre a riscoprire la giustizia e la libertà.

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 2002

(di Miguel Benasayag)

Questo libro è stato ideato a partire da un manifesto che avevo scritto, nel 2000, in vista di un’importante riunione alla quale Diego [Sztulwark – n.d.c.] ed io dovevamo partecipare a Buenos Aires. Vi si dovevano incontrare contadini che da anni occupavano terre collettivamente, artisti, militanti intellettuali e popolani: una diversificata rappresentanza, quindi, dei movimenti di tipo nuovo emergenti da qualche anno sulle due sponde dell’Atlantico. Obiettivo dell’incontro era appunto di delineare meglio il “nuovo radicalismo” di questi movimenti, i loro aspetti comuni e le loro diversità. In breve, volevamo chiederci come pensare la nostra azione.

Il presente libro è nato da questa riflessione. Non si trattava di scrivere un testo teorico o accademico, ma di rispondere a quella che sentivamo come una vera urgenza: formulare alcune ipotesi di base, sia teoriche che pratiche, che ci permettessero di “leggere” meglio le nostre azioni nella loro diversità. E, al tempo stesso, di capire perché tante persone, nel mondo intero, s’impegnano in questo tipo di movimenti, senza considerarle però – ecco un’importante novità – come avanguardie o modelli.

Oggi è ormai chiaro: a cominciare dal 1994 è in atto una vera controffensiva popolare o, se si preferisce, progressista, e a livello mondiale. Basta ricordare i centri sociali italiani, i movimenti dei “senza terra” nell’America Latina, l’affermazione di culture e nazioni indiane allo Chaparé, i movimenti dei “senza” in Francia e in Europa… E’ una miriade innumerevole di esperienze che si sviluppano in “laboratori sociali” spontanei.

Ma è altrettanto evidente che queste iniziative, molo diverse per forme di azione e di organizzazione, sfuggono agli schemi classici di analisi dei movimenti sociali. Presentano troppi aspetti “atipici” che rompono con i modi classici di lotta, senza peraltro contestarli, ma forse sorpassandoli. E ciò, nell’immediato, contribuisce a complicare la loro immagine. Ora, l’insufficiente definibilità o “leggibilità” di un movimento, è sempre un handicap, mentre una sua larga comprensibilità è una garanzia (sebbene parziale) della sua irreversibilità. L’ambizione di questo studio è quindi di favorire la comprensione dei nuovi movimenti.

A differenza dei militanti “classici”, che troppo spesso agiscono come se i loro indirizzi derivassero da dogmi rivelati, pensiamo che lo studio di questi movimenti e pratiche “ribelli” debba essere condotto con l’animo del ricercatore impegnato: certo, le ipotesi e gli orientamenti cui si ispirano servono a chiarire le vie imboccate da individui, gruppi e popoli desiderosi di progredire verso l’emancipazione e la giustizia, ma queste “linee direttrici” non sono fine a se stesse. L’obiettivo del nuovo radicalismo è appunto l’emancipazione e non la sopravvivenza di strutture politiche o la fedeltà alla “linea” dell’organizzazione.

Tutto ciò sembra andare da sé, ma sappiamo che non è affatto chiaro per i militanti tradizionali, aggrappati ai loro piccoli apparati come monaci atterriti dall’idea di alzarsi in piedi e uscire dai binari, quando la storia prosegue il suo corso sul marciapiede opposto.

E’ in atto un vasto fermento, le esperienze emancipatrici sono molteplici e si sviluppano spontaneamente qua e là. Ma bisogna riconoscere che oggi numerosi amici temono che questa dispersione del movimento contestatore rappresenti un reale pericolo. E non hanno tutti i torti. Spesso, infatti, la dispersione induce a “restare nel proprio angolino”, impedendo di avanzare nella “resistenza creativa” ed esponendo alla repressione ad opera dei gruppi di potere, che certo, da parte loro, non tralasciano la difesa dei loro interessi.

Ma per evitare i rischi di dispersione, la grande tentazione è la centralizzazione, la creazione di sovrastrutture forti di coordinamento. A nostro avviso, centralizzazione e dispersione sono i due maggiori pericoli che minacciano i nuovi movimenti radicali. E’ per questo motivo che nel presente libro cerchiano d’indicare la logica e la prassi idonee ad evitare la doppia trappola: si tratta di pensare e di agire in seno a ciò che si presenta come una vera molteplicità. Una molteplicità in rete, certo, ma soprattutto una molteplicità “di situazioni” all’opera in molte zone del mondo.

Su che si basano questa logica e questa prassi legate a situazioni diverse? Come possono permettere di risolvere i problemi derivanti sia dalla dispersione che dalla centralizzazione? E’ grazie a un rapporto diverso con le istituzioni e con le realtà, che i movimenti spiazzano le categorie classiche. Non mirano al potere, senza però negarne l’esistenza e l’efficacia. Non propongono modelli o programmi, ma sviluppano progetti concreti, spesso di grande intelligenza. Sotto i nostri occhi sbalorditi danno vita a una serie di iniziative radicali che investono il presente costruendolo. Questi gruppi rompono così quella “passione triste” definita da Spinoza, che altro non è se non il mero affidarsi a una speranza. Cioè all’attesa di un Messia, della rivoluzione, della società giusta, che verrà domani, sempre domani…

Con tutta evidenza, ogni società sognata, ogni modello utopico è sempre più debole di qualsivoglia contesto reale. Infatti ciò che esiste realmente ha il grande vantaggio di riconoscere la complessità delle cose compromettendo con esse. Ricordiamoci delle esperienze rivoluzionarie dell’ultimo secolo: quelle che hanno vinto, si sono poi trovate a confrontarsi con la complessità del reale, che impediva l’attuazione dei loro programmi (anche se tale complessità era dovuta in parte a tentativi contro-rivoluzionari, non era mai riducibili ad essi soli).

Le forme tradizionali di radicalismo si fondavano su un principio molto semplice: resistere significa opporsi, lottare contro la reazione e l’ingiustizia. Secondo noi, resistere è certo condurre appieno la lotta contro l’oppressione in tutti i modi necessari, opporsi all’avanzata della reazione e del fascismo. Si, ma… resistere non vuol dire soltanto lottare, vuol dire anche creare. Creare, qui e ora, una molteplicità d’iniziative tese a mostrare a quali condizioni sono possibili forme diverse di società e di vita.

Per la sua stessa ampiezza, questo tipo di resistenza supera di molto la semplice sfera politica. Quello che chiamiamo “contropotere” non è un movimento “contro il potere”; è piuttosto un andare al di là della logica del potere: creare le condizioni necessarie al cambiamento a partire dal solo luogo in cui siamo forti, cioè da ogni situazione che viviamo, in cui ci formiamo e che ci costituisce.

Superare il capitalismo e l’individualismo non significa battersi soltanto contro una politica. Certo, capitalismo vuol dire banca internazionale, gruppi di potere con le loro politiche e i loro eserciti. Ma esso è innanzitutto in ciascuno di noi, nella misura in cui ciascuno si rapporta alla vita quotidiana come un semplice individuo, come un essere isolato dagli altri e capace di stabilire con loro soltanto legami contrattuali e utilitaristici. Il superamento di questo individualismo passa per lo sviluppo, nelle situazioni date, di prassi di legami sociali non solo diverse, “contestatrici”, ma anche più forti e gioiose.

Quanto a ciò che viene chiamata la “sinistra”, essa non si rende conto che un certo modo di pensare e di gestire la politica è definitivamente perento. In ogni Paese, la “sinistra” crede che quanto le sta accadendo (totale perdita d’importanza, separazione dalla società reale, incapacità a collegarsi alle forze sociali) sia un problema locale. Ma i militanti onesti dei partiti di sinistra non devono chiedersi soltanto come fare per “comunicare” meglio, o per controllare la molteplicità di ciò che è socialmente vivo. Poiché, oggi, sembrano dei gruppi di dottori Frankenstein che cercano di dar vita a una congerie di partiti dispersi. E si lamentano che il “mostro” non cammina. In realtà, hanno un solo problema da porsi: la sopravvivenza medicalmente assistita delle organizzazioni non è un colpo di freno all’emergere di nuove forme di emancipazione e di resistenza creativa, gioiosa e forte?

Ecco i temi di base su cui si fonda questo studio e che ne definiscono, a mio avviso, l’attualità: quella dei gruppi, popoli e associazioni che cercano con successo vie di superamento della tristezza dominante, nella gioia della solidarietà ritrovata, della tensione a riprendersi i propri diritti e a congedare le politiche formalizzate e formattate. Noi veniamo da questo movimento e per esso abbiamo scritto questo libro. Non è una teoria che presuma di “guidare l’azione”, ma un contributo aggiuntivo che crediamo di dare alla “resistenza creatrice”.

Indice

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 2002

INTRODUZIONE

Cap. 1- Chiavi per una controffensiva

Il risveglio della controffensiva

Lottare senza “modelli”

Una nuova soggettività contestataria ma impotente

La noia

Cap. 2- Amministrazione e politica

Una tensione necessaria

Società dello spettacolo e virtualizzazione della realtà

Due “vocazioni” distinte e complementari

Stato, “situazione” e politica: una distinzione essenziale

Quale lotta anticapitalistica?

Cap. 3- “Società civile” e democrazia

Del “sociale” e del “politico”

Funzione statuale e apparato repressivo

Le due accezioni della democrazia

Cap. 4- Potere e potenza

Potere, potenza e rappresentanza

Presa o costruzione del potere

Dei limiti della “presa di coscienza”

Dal potere al contro-potere

La “topologizzazione” del potere e l’idea di sicurezza

Cap. 5- Militare diversamente

Vicoli ciechi della militanza

L’evidenza della situazione

Le mille e una sfaccettature della politica

I contro-poteri non sono dei doppi poteri

La pesantezza del quotidiano

Cap. 6- Pensare la situazione>

Tempi e transitorietà

Completezza e consistenza

Situazione operaia

Cap. 7- Individuo e persona

L’ideologia dell’individuo

“Persona-moltitudine” contro “individuo-massa”

L’attualità del comunismo

L’esigenza spinoziana

Cap. 8- La liberazione dei saperi

Sapere e potere

I saperi “assoggettati”

Pensiero e coscienza

Pensiero teorico e pensiero pratico

Per una filosofia della prassi

Cap. 9- Rivoluzione, tradizione e rottura

Rottura e volontà

L’illusione dell’onnipotenza

Tradizione e rivoluzione

Cap. 10- Il contro-potere

Politica e contro-potere

Contro-potere e violenza

Movimenti e leaders

La guerriglia del “Che”

Manifesto della rete alternativa di resistenza

  1. 1. Resistere è creare
  2. 2. Resistere alla tristezza
  3. 3. Resistenza è molteplicità
  4. 4. Resistere non è desiderare il potere
  5. 5. Resistere alla serializzazione
  6. 6. Resistere senza padroni
  7. 7. Resistenza e politica della libertà
  8. 8. Resistenza e contro-cultura
  9. 9. Resistere alla separazione
  10. 10. Resistere alla normalizzazione
  11. 11. Resistere al ripiegamento su di sé
  12. 12. Resistere all’ignoranza
  13. 13. Resistenza permanente
  14. 14. La resistenza è lotta
  15. 15. Resistenza operaia
  16. 16. La resistenza e la questione del lavoro
  17. 17. Resistere è costruire delle prassi
  18. 18. Resistere è creare dei legami
  19. 19. Resistenza e collettivo dei collettivi

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