Premessa...
Il testo di Tronti è stato già riportato in questo sito e si trova ora in archivio, sezione “Problemi del nostro tempo”. Mettiamo adesso in rete tre contributi sull’argomento.
Premessa...
Il testo di Tronti è stato già riportato in questo sito e si trova ora in archivio, sezione “Problemi del nostro tempo”. Mettiamo adesso in rete tre contributi sull’argomento.
I – CONTRIBUTO DI GIOVANNI SILENTI
Mi sembra che la chiave di volta del pensiero di Tronti stia nella seguente affermazione:
E mi sembra altrettanto chiaro che quando parla di «commistione tra ragione e fede», Tronti si riferisce ad una fede intramondana, ossia ad un credere che lo stato presente delle cose possa cambiare in meglio –sorvoliamo per ora sul contenuto di questo “meglio”- non grazie ad un deus ex machina che governa la storia standone al di fuori, ma grazie a qualcosa che si muove nella storia stessa. Dal punto di vista teorico, credo che tra fede ultramondana e fede intramondana esistano almeno due differenze sostanziali che è opportuno mettere in luce. La prima, sul versante oggettivo, riguarda il soggetto del cambiamento: mentre il deus è sostanzialmente indifferente alla fede nei suoi confronti, nel senso che agisce secondo i suoi disegni (perlopiù imperscrutabili) e il mondo cambierà o non a seconda della sua volontà, quel “qualcosa che si muove nella storia” (che ci sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa) non è affatto indifferente, nel senso che si attiva solo se gli uomini credono in esso; e questo significa che la fede ultramondana non genera fatti (almeno, non lo fa direttamente), mentre la fede intramondana genera fatti; il che, a sua volta, comporta che credere in un dio soggetto della storia esterno ad essa non implica di necessità l’azione, mentre il credere in un soggetto interno alla storia implica necessariamente l’azione (più semplicemente: non ha senso essere comunisti senza darsi da fare per realizzare il comunismo, mentre si può essere cristiani anche senza agire concretamente nel mondo per l’avvento del regno dei cieli).
La seconda differenza è che mentre la fede ultramondana può prescindere dalle leggi che governano il mondo e i suoi fenomeni (il miracolo), la fede intramondana –proprio perché “intra”- non può prescinderne; e poiché noi ci rapportiamo al mondo e ai suoi fenomeni tramite la ragione, ne segue che credere in dio non comporta la necessità di fare i conti con la ragione, mentre credere in quel famoso “qualcosa che si muove nella storia” implica la necessità di fare questi benedetti conti (la “commistione di fede e ragione”, appunto).
Chiarito ciò, la tesi di Tronti è che senza fede la storia non si muove o, perlomeno, la storia diventa una sorta di soggetto assoluto da cui è esclusa la soggettività umana (la «vittoria dei processi sui soggetti», come la chiama lui). È una tesi che personalmente condivido, così come condivido anche il suo temere il secolo più del sacro: anch’io nel primo non vedo la fede, ossia quella virtù soggettiva capace di generare fatti e, quindi, il superamento dello stato presente –in una parola: di fare la storia- mentre il secondo, fondandosi proprio su questa virtù soggettiva, riesce perlomeno a pensare l’”eccedenza inassorbibile”, “l’oltre”; in una parola, quel cambiamento che non è deducibile facendo ricorso alle regole della ragione; ed è vero che il pensare l’eccedenza non è sufficiente a realizzarla (e duemila anni di cristianesimo credo lo dimostrino), ma è altrettanto vero che il pensarla realizzabile è la condizione necessaria perché una possibilità si realizzi; e se il sacro ci può insegnare a pensare l’eccedenza, ben venga.
Ciò premesso, restano secondo me alcuni problemi:
1) rinviando ad altra occasione una più attenta indagine del significato della parola “fede” e qualificandola per adesso come una “virtù”, qual è la sua origine? Per un cristiano essa può venire solo da dio stesso (ed infatti è una virtù teologale e non cardinale), ma per chi cristiano non è, questa fede può essere appresa o in qualche modo “conquistata”, oppure è come il coraggio di don Abbondio che se uno non ce l’ha non se lo può dare? Dal punto di vista teorico il problema non mi tocca più di tanto (anche perché è piuttosto ozioso: se infatti voglio conquistare la fede o dispormi ad apprenderla, vuol dire che in qualche modo ho già la fede; se non altro, ho fede nella fede); dal punto di vista pratico, invece, il problema lo avverto con particolare acutezza: io posso infatti avere fede in un mondo più giusto ma, essendo la mia una fede intramondana, sono obbligato a fare i conti con la ragione, la quale mi dice che per generare fatti la mia fede non può restare solo mia personale, ma deve diventare collettiva; il problema è allora: come posso far diventare collettiva una fede personale, per giunta in un mondo da cui la fede sembra bandita?
Intravedo due possibili risposte; la prima: la fede è una virtù soggettiva in qualche modo innata
che le condizioni oggettive possono, di volta in volta, sopire o destare. A questo sembra alludere Tronti quando afferma
che per costruire
Ma, proprio nella prospettiva indicata da Tronti: chi potrà essere l’autore di questa “lotta di liberazione” se non un soggetto collettivo che creda nel successo di questa lotta e, in ultima analisi, che abbia già fede in questo progetto? Insomma, se si dice che sono le situazioni oggettive a suscitare le fede -la crisi, ad esempio- si va incontro al paradosso logico di una fede capace di generare fatti che sarebbe a sua volta generata dai fatti (ma forse, fare i conti con la ragione non è la stessa cosa che fare i conti con la logica formale). Seconda risposta possibile: la fede è una virtù soggettiva che può essere suscitata dall’azione dei soggetti tra di loro. Ma allora, se si esclude l’argomentazione razionale -perché la fede deve, sì, fare i conti con la ragione, ma non dipende da essa appartenendo l’una e l’altra a «due orizzonti che non si conciliano»- e se si esclude pure la sollecitazione emozionale -che oscura la ragione e può provocare catastrofi spaventose che la storia non si stanca mai di mostrare- quale tipo di azione intersoggettiva, mi chiedo, può essere praticata perché questa fede intramondana, da appannaggio personale di pochi individui, diventi collettiva (e quindi generi fatti)?
2) è giusto dire che «la relazione tra fede e ragione non é qualcosa di facilmente ordinabile» e che quindi una fede intramondana si colloca in una «dimensione tragica», ma uno sforzo per capirla meglio si può fare? (senza, naturalmente pretendere di eludere la dimensione tragica). Su questo problema i teologi si sono arrovellati per duemila anni, ma non sembra siano arrivati a una soluzione definitiva (o, perlomeno, ognuno ci è arrivato per se stesso). O forse questa relazione non è tanto «non facilmente ordinabile», quanto piuttosto costituzionalmente non ordinabile e la si può stabilire solo di volta in volta ed ogni volta sarebbe un azzardo. Gramsci parlava di pessimismo della ragione e ottimismo della volontà (credo che il discorso di Tronti sia accostabile a questa felice formula); ma quand’è che deve finire l’uno e cominciare l’altro? Qual è la soglia al di là della quale il pessimismo della ragione legittima l’immobilismo o l’ottimismo della volontà il velleitarismo? Probabilmente sta al soggetto che agisce nella storia, decidere di volta in volta dove sta questo limite, assumendosi naturalmente la responsabilità politica della sua decisione (Machiavelli ha insegnato questo).
3) a proposito dell’«orizzonte escatologico», credo anch’io sia stato fondamentale per l’affermazione e le conquiste del movimento operaio del XIX e XX secolo avere ben chiara nella mente la società migliore che si voleva costruire -la “meta”- e che pertanto un orizzonte analogo va riproposto anche oggi se si vuole uscire dal presente; tuttavia credo anche che proprio il pensiero escatologico, ossia l’idea che la storia abbia una meta finale, sia anche alla base delle degenerazioni delle diverse realizzazioni storiche del socialismo; il ragionamento che porta alla degenerazione è semplice: se il socialismo, o qualunque altra “società perfetta”, è la meta finale della storia, allora, una volta che questo si è costruito, la società non dovrà più mutare; o, perlomeno, ogni tentativo di mutamento non potrà che essere un arretramento, ossia un movimento reazionario da reprimere senz’altro per la salvaguardia di quel socialismo di cui i costruttori “escatologisti” si erigono immediatamente e immancabilmente anche a custodi. L’escatologia, insomma, assimilabile in questo all’utopia, è da maneggiare con cura: intesa come pura prospettiva è indispensabile per qualsiasi superamento qualitativo del presente ma, se viene assunta come immagine definita e dettagliata di un mondo perfetto da realizzarsi nella storia e a conclusione di essa, allora dà inevitabilmente luogo ad aberrazioni totalitarie; la storia del secolo scorso ce lo ha ampiamente mostrato.
26 maggio 2009
II - CONTRIBUTO DI RAFFAELE D’AGATA
Intervenendo a mia volta nel dibattito sulle tesi di Tronti sulla crisi della secolarizzazione, l’eclissi delle fedi intramondane, e la fondazione della critica del presente, vedo trattata una questione che innanzitutto sottolineo: se la fede è necessaria, come si fa a fondarla, dunque ad averla? Ho letto una prima risposta che suona molto agostiniana, e che condivido: una volta che si ritenga di dover porre il problema, cioè, la fede è in qualche modo già data come “fede nella fede” (se cerco, vuol dire che in parte ho già trovato). Bene fin qui. Ma io vorrei procedere oltre nel seguire Agostino: cioè vorrei sviluppare l’inestricabile rovescio della fede, che è il dubbio (in Agostino anzi il dubbio è fondante: dubito ergo sum).
Da un lato, mi sembra, il dubbio si presenta come la cifra della ragione e della secolarizzazione, il cui concetto può coincidere positivamente con quello di laicità – a meno che non sia inteso secondo la sua versione spuria che oggi si realizza nel senso comune dominante (che non dubita affatto, e proprio per questo non crede).
L’importantissima funzione del dubbio, mi sembra, sta in ciò, che esso rappresenta l’elemento mediatore tra la dimensione della fede e quella della ragione, essendo (sia pure in modi diversi) costitutivo di entrambe. La fede è fede, e non astratta certezza, in quanto non separabile dal dubbio (che è come la sua ombra e mostra la sua concreta realtà). Nel campo di significati che è proprio della fede, vi è sostanzialmente una sola forma di dubbio, cioè l’idea che il mondo possa essere totalmente irrilevante al di là di una serie di contingenti casualità che occasionalmente mi riguardino qui e ora. Sull’importanza del dubbio nel costruire la conoscenza razionale (prova ed errore, ecc.) non c’è davvero bisogno di soffermarsi.
Ciò riguarda tanto ciò che possiamo essere indotti a definire fede intramondana quanto ciò che possiamo essere indotti a definire fede oltremondana, e i loro rispettivi rapporti con la ragione.
Ma una tale distinzione tra le due forme di fede ha un fondamento? Non presuppone forse forme superate, e comunque discutibili, di cosmologia? Io, su questo punto, sono piuttosto portato a seguire Wittgenstein, cioè a distinguere ragione e fede come due approcci distinti nell’accorgersi del mondo, i quali non soltanto non contrastano fra loro, ma al contrario si richiamano a vicenda in ogni esperienza esistenziale sensata. La ragione serve a dire, e a capire sempre meglio, come il mondo sia. La fede si accorge innanzitutto che il mondo è (in quanto di volta in volta sconvolgente, coinvolgente, vincolante, liberante, impegnativo, fondante l’esistenza). Il mondo mi può essere indifferente, posso averne in qualche modo oblio (anche per mia difesa nei confronti dell’assurdo, e finché non sia l’assurdo a ricordarsi di me…); oppure mi può stupire e coinvolgere, in un rapporto significativo di reciproche attese e domande, non necessariamente educate (Giobbe!). Il secondo atteggiamento è la fede, quale che sia il nome che si voglia o non si voglia dare all’infinito mistero del mondo e del suo indeducibile darsi.
Per esperienza io conosco un po’ meglio il modo in cui questo significato del credere è affermato nel cristianesimo (1 Cor: 13 è forse il testo essenziale a questo proposito), ma intuisco in qualche modo che altri discorsi e altri linguaggi circa il mistero ne sappiano e ne dicano (tanto è vero che la gente ha contribuito a mandare avanti la storia e gettare semi di vita buona anche muovendosi in tali contesti, e viceversa). L’immagine di una fede che possa esplicarsi e vivere senza alcuna azione concreta nel mondo per l’avvento del regno dei cieli (come tentativo di definire una fede “oltremondana”), può forse riflettere alcuni aspetti dell’esperienza buddista, se non sbaglio troppo e per quel pochissimo che ne so. Tuttavia mi sembra che l’esperienza contemplativa è stata spesso vissuta come un modo di agire nel mondo, e non sono sicuro che questa dimensione della vita cristiana non si trovi talvolta replicata, in altre forme, nella storia di altri discorsi e altri linguaggi circa il mistero.
Se tutto questo è vero, l’irruzione odierna delle “fedi extramondane” lucidamente denunciata da Tronti come perfettamente funzionali alla “logica di questo mondo” non mi sembra poi altro che l’attualizzazione della grande lezione che illumina il moderno moto di emancipazione, cioè che la religione è l’oppio dei popoli (la religione, non la pietà e nemmeno la preghiera o la stessa preghiera comunitaria). L’extramondanità, oltre essere un nonsenso, è anche, innanzitutto, una colossale turlupinatura. Non riesco a immaginare nulla di più intramondano (ma proprio nel senso dell’assolutizzazione e della deificazione dell’immediato) dell’idea di una “torta in cielo”. Ancora più significative (per andare al passato) sono le iconografie che riproducono i simboli terreni del potere in un contesto di improbabile nuvolaglia come conveniente segnale sulla via della contemplazione del mistero. Il che non vuol dire che non possano esserlo talvolta, ma non più di tante altre cose e con dolce senso dell’ironia. Non parliamo, poi, delle raffigurazioni dell’eterna gioia che risultano essere correnti nelle manifestazioni più note e vistose dell’Islam di oggi, cioè come innanzitutto contrapposta a un presente inesorabilmente violento (prima assurdità), e poi impressionantemente simile a ciò che si dice (e ormai si sa) dei festini di Villa Certosa.
Per concludere, trovo splendida l’immagine, offerta da Tronti, della necessaria conciliazione di “una fede assoluta” (cioè, io traduco, veramente pura) e di “una ragione critica” – capace cioè di relativizzare ogni sedimentazione della fede (di qualsivoglia fede) in religione, religiosità, norma, potere. Questo significa, anche per me, maneggiare con cura l’escatologia e l’utopia: non farne a meno (infatti servono e sono essenziali anche quelle), ma maneggiarle con cura. Senza lasciarsi abbagliare (il che sarebbe il meno) e soprattutto badando bene che nessuno cerchi mai di usarle per abbagliare il prossimo.
11 giugno 2009
III – ULTERIORE CONTRIBUTO DI GIOVANNI SILENTI
11 giugno 2009