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Su “Aprile on line” del 13 marzo 2009, Roberto Di Giovan Paolo (senatore del PD) ha scritto un articolo intitolato Torna a casa, lessico, prendendo spunto dall’appellativo di “catto-comunista” dato da Berlusconi, con la rozzezza che gli è propria, al segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini. Giustamente vi ha sottolineato la differenza tra «coloro che con Franco Rodano fecero la scelta di militare da cattolici nel PCI» e la corrente cattolica di La Pira, di Dossetti e dei dossettiani (nel caso di specie, però, non avrebbe dovuto dimenticare Zaccagnini). Ed ha osservato, altrettanto giustamente, che usare oggi il termine “catto-comunista” è una «offesa al lessico».  Merita però di aggiungere alcune ulteriori informazioni e precisazioni.

Ho  militato nel “Movimento dei cattolici comunisti” (poi “Sinistra cristiana”) costituito da Franco Rodano e altri nell’ottobre 1943 e sciolto nel dicembre 1945. Sulla fortuna, o sfortuna, del termine “catto-comunista”, cito alcune righe della biografia a mia cura di Antonio Tatò (per i periodi della sua militanza nei citati MCC-PSC, poi nella GCIL di Di Vittorio e di Bitossi): Antonio Tatò – La Resistenza, il Sindacato - Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2001.

Parlando delle critiche rivolte a un suo saggio su Politica ed Economia (febbraio-marzo 1961), in una delle quali si adducevano appunto, polemicamente, le “origini catto-comuniste” di Tonino, osservavo:

«Non era la prima volta che egli veniva fatto segno di ripicche del genere, quasi che l’aver partecipato alla lotta antifascista e alla Resistenza come militante nel Movimento dei cattolici comunisti dovesse necessariamente dare adito, per Tatò e per altri, all’imposizione a vita di un’indelebile, metafisica etichetta» (p. 146). E aggiungevo in nota: «La non elegante espressione “catto-comunista” viene usata ancora, sempre in tono polemico, ma senza che si possa più capire bene in quale significato e con quale riferimento. In definitiva, pare trattarsi di uno di quei fenomeni non solo di distacco delle parole dal loro significato originario, ma di un loro annebbiamento nel vago e nel vacuo, su cui potrebbe esercitarsi al massimo, con poco succo, la curiosità di qualche peregrino studioso del politichese» (n.11 a p. 147).

Effettivamente, pare che il termine “catto-comunista” abbia vita lunga, ma usarlo ormai, e per di più in senso dispregiativo e quasi come un insulto, nei confronti di Dario Franceschini e di chiunque altro, cattolico, non sia un “teo-con”, è qualcosa tra il comico, il frivolo e il penoso. Lasciatelo sulla bocca dell’attuale presidente del Consiglio e suoi tirapiedi, notoriamente usi parlare a sproposito tre volte su quattro.

   Vittorio M. Tranquilli

* * *

Per memoria e precisione storiche trascrivo alcune pagine del libro di Massimo Papini* Tra storia e profezia. La lezione dei cattolici comunisti (Ed. Universitarie di Roma – 1987). Attingo dapprima alle pagine riguardanti la nascita del Movimento dei cattolici comunisti, poi a quelle sullo scioglimento del Partito della sinistra cristiana, nuovo nome assunto, per ragioni tattiche, ai primi di settembre del 1944. E’ quasi superfluo notare che certi concetti ed espressioni usate allora, e citate da Papini, riflettono la temperie politica e culturale dell’epoca. Avverto che le vicende e il significato del Movimento sono stati studiati anche da parecchi altri Autori: vedasi ad es. la “Bibliografia” annessa alla voce “Franco Rodano” in Wikipedia.

Dal capitolo “La nascita del movimento dei Cattolici comunisti”

Se nelle drammatiche giornate di settembre [1943 – n.d.c.] la nascita del Movimento dei cattolici comunisti matura […] solo nella mente di un ristrettissimo numero di dirigenti del disciolto Partito comunista cristiano, ai primi di ottobre, con l’uscita di un proprio organo di stampa, Voce Operaia, il movimento è già una realtà politica viva e operante. Così, si può senz’altro dire che l’uscita del primo numero di questo giornale, recante la data del 4 ottobre 1943, segna il momento in cui si dispiega, ormai con sufficiente pienezza, l’azione del Movimento dei cattolici comunisti. D’ora in poi tutta la composita e molteplice vita del gruppo si rifletterà e troverà adeguato commento ed espressione nel suo organo di stampa, mediante il quale il movimento potrà conseguire quel rilievo e quella risonanza pubblica, che non avevano certo potuto avere, costretti com’erano ad avvalersi di semplici manifesti programmatici, né il Partito cooperativista sinarchico [Manifesto fondativo: luglio 1941 – n.d.c.] né quello comunista cristiano [costituito a metà del 1942 – n.d.c.]. Si può ben dire, insomma, che non è possibile ripercorrere la storia del Movimento dei cattolici comunisti (e lo stesso sarà per quella del Partito della sinistra cristiana), se non attraverso una continua e attenta lettura di un così ricco e vasto laboratorio di riflessioni e di informazioni, quale è appunto l’intera raccolta di Voce Operaia.
Non a caso dunque, già in base alla lettura del primo numero di questo giornale, possiamo cogliere, nel suoi tratti essenziali, la peculiare natura del Movimento dei cattolici comunisti: forse in modo ancora parziale, ma certo sufficiente a metterne in luce gli aspetti fondamentali, anche quelli che ancora erano solamente impliciti. Possiamo cioè provarci a darne una prima definizione, delineandone il volto e i contorni e soprattutto cogliendone i principali elementi sia di continuità che di novità. In definitiva, si può già fare, per così dire, l’identikit di questa nuova formazione.
Proprio nel primo numero, infatti, i “cattolici comunisti” presentano il loro “biglietto da visita” con un articolo che costituisce una sorta di piccolo manifesto(1) […]. Con questo articolo, quasi certamente redatto da Rodano (come buona parte di quelli scritti nella clandestinità), i “cattolici comunisti” vogliono dare innanzitutto, come essi stessi affermano, il segno di una «precisa testimonianza». «I lavoratori cattolici – si legge infatti nell’articolo -, guidati dagli operai, loro riconosciuta avanguardia, si trovano in blocco compatto, con tutti gli altri lavoratori, sul terreno del combattimento». E’ proprio una tale collocazione di lotta a permettere la “precisa testimonianza”; e questa ha un duplice significato. Attesta, da un lato, che sul piano della guerra ai tedeschi e ai fascisti, per «dare il colpo di maglio alle catene che serrano la gola [degli italiani] da troppi anni»(2), «la coscienza cattolica ha ancora un suo vivo contributo da dare»; e, dall’altro, che è necessario per i cattolici, se vogliono «far sentire la propria presenza», identificarsi, sul piano politico, «con la battaglia che conduce tutta la classe operaia».
L’occasione storica, poi, perché questa testimonianza possa farsi sentire, è data dal «completo e definitivo fallimento delle vecchie classi dirigenti», reso manifesto e irreversibile dall’8 settembre. «La bancarotta della borghesia», infatti, ha aperto la strada all’affermarsi della politica del proletariato rivoluzionario, guidato nel proprio cammino dalla sua «avanguardia cosciente e organizzata», il Partito comunista italiano. Ma allora, se è divenuto innegabilmente vero – e in questo frangente storico più che mai – che «gli interessi della nazione, e cioè di tutti, si identificano con gli interessi della classe operaia», i cattolici, schierati dietro la loro avanguardia, gli operai cattolici, non possono che aderire alla «politica operaia».
Già in questa prima parte dell’articolo si possono cogliere, pur nella continuità con il passato, alcune novità significative. Certo, come già nei documenti del Partito comunista cristiano, anche qui i criteri e i termini del ragionamento sono chiaramente di derivazione leninista. Inoltre, anche qui la prassi della classe operaia e del Partito comunista è considerata valida e capace di perseguire obiettivi rivoluzionari. Ma mentre allora i “comunisti cristiani” intendevano dare a quell’azione, e proprio sul terreno politico, un loro contributo autonomo e originale, ora invece i “cattolici comunisti” si propongono di aderirvi senza differenziazione alcuna. Li distingue infatti la sola testimonianza della verità e della validità della loro fede religiosa, la quale però è dichiarata e vissuta come non inconciliabile con la politica comunista, ritenuta e affermata come pienamente valida nella sua specifica dimensione.
E’ questa la premessa alla seconda parte dell’articolo, dove simili considerazioni diverranno ancora più esplicite. Tornando infatti a sottolineare il valore storico della «confluenza della coscienza cattolica con la politica del comunismo», l’editorialista è però costretto a osservare che la cultura (più precisamente, in questo caso, «l’ignoranza») dei cattolici è tradizionalmente estranea e anzi contraria a una tale prospettiva. Ma sarà proprio «compito del Movimento dei cattolici comunisti liberare la coscienza cattolica dai paraocchi di queste schematiche ideologie superate, attraverso la propaganda e la progressiva precisazione della sua ideologia». Come è chiaro, è appunto attraverso questo sforzo «culturale» verso il mondo cattolico che il movimento intende creare un consenso sempre più largo di credenti alla politica comunista. Né il tentativo è senza speranza, perché in fondo – così pensano i “cattolici comunisti” – la storia stessa darà il suo decisivo aiuto: man mano infatti che avanzerà la rivoluzione proletaria e la società verrà trasformata nei suoi fondamenti strutturali, verranno anche a cadere i vecchi e ormai fatiscenti idola, che impacciano e mistificano la fede cristiana e la vita della Chiesa.
Ma perché l’«ordine nuovo» si realizzi (e conseguentemente i credenti possano trovare «un più profondo e aperto respiro religioso»). «occorre innanzitutto l’unità granitica della classe operaia». Occorre cioè che da parte degli operai cattolici si faccia un deciso passo in avanti per aderire pienamente, sino in fondo, alla politica comunista. I “cattolici comunisti”, che sono la «voce» degli operai cattolici, dal canto loro sono ormai del tutto consapevoli della necessità di una tale adesione, e lo affermano a chiare lettere: «La politica degli operai cattolici, e quindi del nostro movimento, non si distinguerà di una virgola dalla politica del Partito» […].
Quello che si delineava già con una certa robustezza nella prima parte dell’articolo fin qui analizzato, è ora diventato, nella seconda, una posizione chiara ed esplicita. I “cattolici comunisti”(3), riconoscendone in pieno la politica, individuano nel Partito comunista italiano l’unico, legittimo soggetto capace di esprimere e dirigere la classe operaia. E se per dei credenti non vi è posto all’interno di questo partito, a causa di pregiudiziali ancora non superate verso la religione, essi comunque – attraverso un movimento, appunto, e non un partito, ché altrimenti si cadrebbe inevitabilmente nella concorrenzialità – possono testimoniare la loro piena adesione alla politica comunista e, nello stesso tempo, la vivezza e la fecondità della coscienza cattolica.
Siamo qui, a veder bene, non solo a una fase nuova, ma anche al compimento del processo di maturazione di questi giovani rivoluzionari […]. La scommessa che ora i “cattolici comunisti”, in quanto tali, si propongono di vincere, è quella di dimostrare, teoricamente e praticamente, che «la vera religione non impedisce di fare la vera politica»(4). Ma già il riconoscimento che la politica, se vuole essere vera, deve essere al tempo stesso pienamente laica, in quanto radicalmente distinta dalla religione, costituisce, pur se in termini quanto mai generali, la vetta più alta, l’approdo, del contributo teorico di questi giovani. La fase dunque in cui questo principio viene pienamente espresso, il punto più alto della loro globale esperienza come gruppo autonomo.
Se allora il traguardo decisivo, nella storia di questi giovani rivoluzionari, è stato raggiunto proprio con la nascita del Movimento dei cattolici comunisti, è anche indubbio che con questo si viene a dare un contributo significativo alla «coscienza cattolica» da un lato e, dall’altro, allo stesso Partito comunista. Per quel che riguarda la prima, infatti, i “cattolici comunisti” vogliono cercare di liberarla dalle tradizionali incrostazioni ideologiche, non solo attraverso un lavoro culturale di eliminazioni dei suoi pregiudizi classisti e dei suoi idola, ma anche attraverso una piena riaffermazione delle sue verità kerigmatiche.
Per i “cattolici comunisti”, insomma, l’ “aspirazione religiosa” è certo insita nella natura dell’uomo e come tale non muta nella storia, come non muta la risposta che a essa ha dato Cristo. Ribadire questi fondamentali concetti ha però valore, se si ricorda altresì che la dimensione universale ed eterna della fede e della parola di Dio deve incarnarsi e fruttificare, di volta in volta, secondo le esigenze e i “segni” dei tempi. Si corre così il rischio, è ben vero, che la verità eterna non resti intatta, mentre deve rimanerlo comunque; m tale pericolo può essere evitato se l’ “incarnazione” non si risolve nel fissismo di una cattura ideologica. In ogni caso è evidente che per i “cattolici comunisti” non si tratta solo di operare una concreta testimonianza di fede o una critica culturale: si tratta anche di riaffermare, per così esprimerci, l’attuosa fecondità della fede, agendo però in modo del tutto distinto e laico, sui vari terreni in cui si dispiega il processo storico, e particolarmente in quello politico(5).
Per quel che riguarda invece l’originale contributo al Partito comunista, esso va colto, a veder bene, nella stessa esistenza dei “cattolici comunisti”. Questi infatti, e lo ribadiscono, non intendono certo proporre un nuovo comunismo, «annacquato o imborghesito», né tanto meno «un oscuro o modernistico aspirare a uno pseudo evangelico ritorno alle origini, un romantico vagheggiare primitive comunità cristiane»(6). Per loro essere “cattolici comunisti” significa soltanto accettare la teoria e la prassi politiche del comunismo «come strumenti più adeguati a risolvere le presenti gravissime contraddizioni della moderna società, e significa non accettare di tali strumenti unicamente e semplicemente quegli aspetti metafisici che per noi esulano dal terreno politico e che hanno accompagnato il sorgere e lo svilupparsi del marxismo»(7).
In altre parole, essere “cattolici comunisti” non implica affatto accettare la «filosofia marxista». E, indirettamente, una simile conseguenza può divenir valida, a veder bene, anche per i comunisti tout court. Lo stesso autore dell’articolo che stiamo ora citando, sembra implicitamente alludervi quando con ironia si domanda: «Sarebbe assai interessante chiedere ai vari democratici se l’accettare integralmente, senza sottintesi di assolutismo, una linea politica democratica, significa anche accettare quella filosofia da cui, volere o no, storicamente sono sorti i “Diritti dell’uomo”, e cioè il materialismo degli illuministi, o quell’altra filosofia in cui più maturamente la concezione democratica ha trovato il suo appoggio, e cioè l’idealismo immanentistico».
E’ questa una novità oltremodo significativa. Per ora essa è espressa solo dai “cattolici comunisti”; è però una fondamentale premessa a quello che sarà il rinnovamento togliattiano del Partito comunista italiano e alla “svolta” dell’art. 2 dello Statuto votato al V Congresso. Affermare infatti (anche se necessariamente in forma implicita) che gli elementi di “confessionalismo” ancora presenti nel Partito comunista, dovuti agli aspetti “metafisici” della sua teoria, non sono necessari alla politica comunista, la quale anzi, per essere pienamente laica, deve sciogliere il filo diretto che la lega a essi, significa già - per dirla con Margherita Repetto - «entrare nel processo di costruzione del “partito nuovo”(8).

N O T E

(1) “Saluto all’Unità” in Voce Operaia n.1, 4 ottobre 1943.
(2) Da “Operai cattolici”, nello stesso numero di Voce Operaia.
(3) E’ forse ormai tempo di soffermarci un momento sul perché quei giovani si definirono “cattolici comunisti” e non “comunisti cattolici”. La spiegazione più plausibile è senz’altro quella per cui il “cattolico” deve essere un sostantivo e non un aggettivo, se non si vuole cadere nell’integralismo. Non può infatti esistere un comunismo cattolico, bensì vi possono essere dei cattolici che fanno una politica comunista. Si può anche vedere qui un’influenza di don Giuseppe De Luca, che già nel 1935 scriveva su Studium: «Non esistono degli scrittori cattolici. Esistono dei cattolici, grazie a Dio, e son molti; e tra loro esistono scrittori e, grazie a Dio, son pochi» (Cfr. Romana Guarnieri: Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia (1898-1962) – Bologna 1974, p.78).
(4) Da “Continuità”, sempre nel n. 1 di Voce Operaia.
(5) Questi concetti sono espressi, senza ovviamente mutuare alcun termine dal lessico “conciliare”, nell’articolo “Cattolici oggi”, in Voce Operaia n.2, 18 ottobre 1943.
(6) Da “Parole chiare”, in Voce Operaia n.4, 26 ottobre 1943.
(7) Ivi
(8) “Il Movimento dei cattolici comunisti: problemi storici e politici” in Quaderni della Rivista Trimestrale n. 51, giugno 1977,p. 141.

P.S.: una raccolta di Voce Operaia è presso di me. Per consultarla scrivere all’indirizzo travitt@tin.it

Dal capitolo “L’ultimo gesto profetico: lo scioglimento”

Il congresso del Partito della sinistra cristiana si tenne a Roma, nell’Aula magna del liceo Visconti, dal 6 al 9 dicembre 1945, alla presenza di 94 delegati, provenienti da varie parti d’Italia, ma soprattutto dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Lazio, regioni dove significativa era stata la presenza di questa formazione politica […].
Franco Rodano pronunziò un intervento che finì per costituire la conclusione dei lavori congressuali. Egli sostenne sino in fondo la proposta dello “scioglimento” […]. Le questioni che posò sul tappeto erano […] puntuali e di ampio respiro. Esse infatti non tenevano conto solo della fase che il paese stava vivendo, ma anche, e soprattutto, delle occasioni, degli appuntamenti di portata storica che si presentavano alla classe operaia e che non potevano esser lasciati cadere. Per questo, il mutamento della situazione politica (espresso dal passaggio della guida del governo da Parri a De Gasperi) faceva comprendere al leader della sinistra cristiana che se il suo partito aveva pur avuto un significato nella storia precedente, ora non l’aveva più, e anzi veniva obiettivamente a porsi in contrasto con il corso della storia […].
Appena liberata l’Italia centro-meridionale, infatti, - ricordava Rodano -, si era presentata alla classe operaia l’occasione di sostituire, nella direzione del paese, la vecchia classe dirigente, crollata sotto le proprie stesse contraddizioni. E se la classe operaia, come classe di governo, diveniva capace di garantire un «processo di sviluppo concretamente democratico e progressivo», si offriva ai lavoratori cristiani, anche fuori dell’Italia (come dimostravano molti paesi dell’Europa dell’Est), l’opportunità «di sganciarsi definitivamente dai vecchi gruppi capitalistici e reazionari del mondo cattolico e di schierarsi, insieme alla classe operaia, nei grandi fronti nazionali». La conseguenza di ciò era che «il movimento insurrezionale, nazionale, democratico e antifascista presentava alle migliori avanguardie politiche del mondo cattolico, in tutti i paesi, l’occasione storica per la costituzione di un partito di lavoratori cristiani, cioè a base di classe pura, senza collegamenti con i gruppi reazionari».
Ben presto, però, erano cadute parecchie illusioni, sia per le carenze del “movimento nazionale”, sia per le immense difficoltà oggettive con cui si era trovato a fare i conti. Nonostante ciò, per un certo periodo si era puntato sul “partito nuovo”, ma – osservava Rodano - «i movimenti democratici non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo ultimo del partito nuovo su basi federative, forma organizzativa suprema della classe operaia come vera e nuova classe di governo […]; e quindi dalla fine di luglio [al momento del Consiglio nazionale della Sinistra cristiana – nota di M.P.] a oggi, la classe operaia ha praticamente perduto l’iniziativa in seno al movimento nazionale, democratico, antifascista del nostro paese».
Ora, però – proseguiva Rodano -, la situazione era ulteriormente peggiorata, tanto da costringere la classe operaia a passare «da una posizione di avanguardia e di iniziativa» a una posizione di «difesa». Ed era questo il «fatto nuovo» (presentatosi, di preciso, con la caduta del governo Parri) che veniva a rendere il Partito della sinistra cristiana non più «qualche cosa di utile», ma, al contrario, «qualche cosa di concretamente dannoso». Più specificatamente, la nuova realtà politica era caratterizzata dal ruolo nuovo che era venuta a svolgere la Democrazia cristiana, la quale, proprio per la sua base di massa, si era rivelata ben più utile alle forze conservatrici e reazionarie dello stesso Partito liberale. Ma se, in precedenza, «contando appunto sull’enorme forza eversiva del movimento nazionale», si poteva sperare di separare quelle masse «dai loro gruppi egemonici e di poterle organizzare in forme autonome», adesso era ormai diventato impossibile.
Nonostante ciò, non poteva certo sfuggire a nessuno come «il problema politico del mondo cattolico italiano» fosse un problema decisivo per le sorti stesse della democrazia, nei riguardi del quale il proletariato organizzato doveva necessariamente assumere le proprie responsabilità. E se i comunisti – osservava Rodano – si trovavano oggettivamente d’accordo con certi ambienti vaticani nel suggerire una confluenza della Sinistra cristiana nella DC, non solo era questa la prova di quanto tale posizione fosse sbagliata, ma era anche la testimonianza di come fosse necessario correre ai ripari di fronte ai ritardi del movimento rivoluzionario. Se infatti il Partito comunista italiano non aveva ancora compreso che il problema cattolico non poteva più essere delegato ad altri, tanto meno a partiti cristiani, bensì ormai solo «alle forze e alle classi progressive», una formazione politica come la Sinistra cristiana diventava inevitabilmente «uno strumento inutile, inefficace, dannoso» […].
Certo, il Partito comunista italiano si trovava in una sorta di impasse, dovuta anche alle gravi difficoltà del momento (avrebbe voluto «aprirsi», ma sarebbe andato incontro a rischi non trascurabili; avrebbe voluto rivedere la propria «ideologia atea», ma questa sembrava servirle ancora), tuttavia erano ormai maturi i tempi per «uscire dal guado» e approdare su lidi nuovi. In tal senso il primo contributo che la Sinistra cristiana avrebbe potuto dare al Partito comunista per aiutarlo a risolvere il problema cattolico (e, di conseguenza, a sbloccarne l’immobilismo teorico) era proprio quello di sciogliersi, venendo così a «levare dalla scena politica italiana questo equivoco pericoloso».
Ma un gesto siffatto non era ancora sufficiente: gli ex “cattolici comunisti” potevano e dovevano fare di più. Era ormai giunto il tempo di inserirsi nei grandi organismi di massa (il sindacato, l’UDI, il Fronte della Gioventù, ecc.), «perché – osservava ancora Rodano con una profetica intuizione di sapore giovanneo e conciliare – i cattolici vanno secondo la voce e la “luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”, e quindi vanno naturalmente e spontaneamente là dove possono trovare qualche fattiva verità, qualche strumento di libertà». Ma, soprattutto, era giunto il momento i «saltare il fosso», di compiere quel gesto coraggioso (in obbedienza ai «doveri ignoti ad altre età») che avrebbe dato un significato di verità a tutta la loro complessiva esperienza di cattolici e di comunisti. Era cioè maturato il tempo per entrare nel Partito comunista italiano, per dare a esso tutto il proprio specifico apporto, per farne così «un grande partito comunista di tipo nuovo».
«E siamo noi – affermava con giusto orgoglio il leader della Sinistra cristiana – che, per una dura esperienza, abbiamo capito come veramente debbano scomparire le ideologie dal terreno politico, perché si faccia una politica di governo fondata sugli interessi dei lavoratori; siamo noi che abbiamo capito questo, soprattutto perché il permanere delle ideologie ha ucciso il nostro partito». E ancora su questo tono concludeva: «Compagni che andate a portare in tutte le grandi organizzazioni democratiche i segni di una vita nuova, voi vedete che non sono assolutamente di morte ma di vita le discussioni e le decisioni di questo congresso».
Proprio con queste parole “di vita” si chiudeva dunque il congresso della Sinistra cristiana. La decisione di «sciogliersi come partito organizzato», per quanto traumatica per tanti “compagni”, comprensibilmente ancora legati, anche in modo affettivo, a un’esperienza comunque esaltante (quale era stata quella di una piccola “avanguardia cosciente” dei lavoratori cattolici), apriva davvero un capitolo nuovo nella storia e del movimento operaio e della cattolicità. Il contributo che parecchi esponenti del disciolto partito (e in specie i membri della componente laica) andavano a dare al proletariato organizzato, avrebbe infatti trasformato la stessa natura della politica rivoluzionaria, liberandola a mano a mano dagli schematismi ideologici per aprirla definitivamente alla ricchezza di un patrimonio teorico ormai da intendere sempre più come lezione. I primi segni di un tale apertura non si dovevano far attendere, come del resto era nelle aspettative, non certo infondate, di Rodano e dei suoi compagni. Di lì a pochi giorni, infatti – com’è noto -, il V congresso del Partito comunista italiano sanciva nel proprio statuto l’accoglienza di «tutti i lavoratori e cittadini onesti che ne accettano il programma […] indipendentemente dalla loro razza, fede religiosa e dalle loro convinzioni filosofiche»(1) […].
Era questo, dunque, un ulteriore e fondamentale passo avanti che il Partito comunista compiva come “partito nuovo”(2). Quel “partito nuovo” che si era già definito in questi termini, sotto la guida di Togliatti, sia nella lotta per la democrazia che nel coinvolgimento di ampi strati di masse popolari, onde farle divenire protagoniste del proprio riscatto, compiva ora il salto decisivo e irreversibile approdando sul solido terreno della laicità. In tal modo veniva eliminato il principle impedimento al suo diritto (anche, e proprio, come partito rivoluzionario) di esprimere in pieno il suo ruolo nazionale e dirigente; diritto che, se indubbiamente abbisognava del sostegno di un rinnovamento teorico, era pur sempre stato acquisito, sul piano politico, nelle innumerevoli battaglie per la difesa e il consolidamento della democrazia.
Ma i “cattolici comunisti” (definendo ormai, correttamente, con questi termini la loro complessiva esperienza), scegliendo di far morire il seme per farlo fruttificare, non venivano solo a inserirsi in modo fecondo nel processo di affermazione del “partito nuovo”. Essi, operando concretamente e definitivamente la netta distinzione tra religione e politica, inferivano un colpo mortale all’integralismo. Questa vera e propria malattia congenita del mondo cattolico – ancora oggi da molti tanto tenacemente difesa – restava, sì, ancora in vita nelle varie espressioni politiche della cristianità, ma la strada imboccata da Rodano e dai suoi compagni con tanto consapevole audacia dimostrava che un simile morbo non era né incurabile né indebellabile. Se infatti, allora, si era gettato solo un primo germe risanatore, si era indicato un segno di quel doveva essere la “terapia”, la storia successiva della Chiesa, specie nel momento più profeticamente illuminato (e cioè con il pontificato giovanneo), avrebbe fatto germogliare, anche da quel seme, i frutti (non tutti, purtroppo, raccolti) di quella liberazione della fede da ogni incrostazione ideologica e insomma del suo “aggiornamento”, nonché della autonomia del laicato nel suo sforzo – faticoso, ma indubbiamente progressivo – di edificazione della “città terrena”.

N O T E

(1) Per la discussione avvenuta all’interno del PCI su questo punto dello Statuto, si rimanda a Margherita Repetto (“Il movimento dei cattolici comunisti: problemi storici e politici” in Quaderni della Rivista Trimestrale n. 51, giugno 1977), la quale, tra l’altro, osserva: «Per rendersi conto della svolta che fu compiuta accogliendo la nuova formulazione nello Statuto, varrà la pena di sottolineare che invece, nelle norme provvisorie per l’organizzazione del partito elaborate dalle conferenze provinciali che si erano tenute in vista del congresso nazionale, figurava un esplicito richiamo al marxismo-leninismo in quanto “visione del mondo”, secondo la formula usata per la prima volta da Zinoviev nel ’24».
(2) Nel suo rapporto al V congresso del PCI, Palmiro Togliatti collegava esplicitamente l’ “apertura” del partito («così da poter avere in esso tutti gli elementi che sono necessari per realizzare i contatti con tutti gli strati delle masse lavoratrici ed adempiere verso di essi una funzione di direzione») con l’esigenza di crescita e di affermazione del “partito nuovo” («che si è rinnovato nella lotta, che ha conquistato più chiara coscienza della sua funzione nazionale, che sa che è posto alla nazione italiana un compito di rinnovamento di tale ampiezza che non potrebbe esser risolto se lo stesso Partito comunista non riuscisse ad adempiere una funzione di guida in tutti i campi della vita politica e sociale)». Vedi P. Togliatti: Rinnovare l’Italia, Roma 1946, pp. 77-79.

* Massimo Papini dirige L’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche e la rivista “Storia e problemi contemporanei”. E’ autore di varie pubblicazioni, fra cui “Tra storia e profezia”, “Le Marche tra democrazia e fascismo” (Il lavoro editoriale, Ancona 2000), “Marche nel Novecento” (Affinità elettive, Ancona 2008).

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