Introduzione...
In questo sito avevamo già offerto alla lettura storie di ragazze vittime dell’odierna tratta delle schiave, narrate da loro stesse (si veda: “Le ragazze di Benin City”, nella sezione “Sguardi sul mondo”).
Trascriviamo adesso un breve, semplice, limpido, appassionato resoconto di suor Rita, Orsolina, che con alcune consorelle ha organizzato una casa di accoglienza e di riscatto per le schiave di Caserta: «vedevamo tante ragazze, giovani ragazze, straniere, tante di colore sulle nostre strade […], abbiamo voluto capire, capire cosa c’era dietro queste ragazze, lungo questi cigli delle strade, e un 8 marzo di dieci anni fa abbiamo voluto avvicinarle […], siamo andate a incontrarle portando un fiore». Così è nata la “Casa Ruth”, dopoché quelle suore avevano convinto la Congregazione ad acquistare alcuni appartamenti a tale scopo, invece di «far sempre nuove case di spiritualità». Suor Rita tiene anche a ringraziare il vescovo locale, che le ha aiutate e le aiuta nel comune “cammino con i poveri”. Strano vescovo, il quale - come dice suor Rita - «guai se lo chiamano Eccellenza, non lo vuole proprio sentire, si sente padre»
Il resoconto è stato pronunziato da suor Rita al convegno “I poveri e la Chiesa”, tenuto il 13 ottobre 2007 nella parrocchia di Torre Angela (Roma) per iniziativa del Gruppo “La Tenda”, che ringraziamo per avercene inviato gli atti. Di questi “Katciu-martel” ha già trascritto i commentati “Appunti sul tema della povertà nella Chiesa” presentati a Paolo VI nel 1964 dal cardinal Lercaro a nome suo e di altri padri conciliari (si veda la sezione “Lezioni da Autori di un recente passato”).
Il sito del Gruppo “La Tenda” è: www.latenda.info, per contributi alle spese usare il CCP n. 045238177 intestato a Francesco Battista.
Comunicazione della casa di Accoglienza “Casa Ruth” di Caserta
Suor Rita Giaretta:
Innanzitutto buonasera a tutti e, anche da parte mia, grazie di cuore per l’esperienza che mi date da vivere qui oggi. Io credo veramente di fare l’esperienza di sentirmi povera, però, in questo momento, grazie anche a questa giornata, di arricchirmi, arricchirmi di tante provocazioni, testimonianze e mi ha fatto bene la provocazione lanciata qui dall’amico Giorgio, sul rischio che si può correre, nel servizio ai poveri, come lo definiamo, il rischio veramente di fare una funzione, e credo che questa , almeno per gli anni che mi trovo a vivere a Caserta, ormai dodici anni, avendo dato vita a questo centro di accoglienza, sia un qualcosa, un’inquietudine che mi porto sempre dentro. Questo non vuol dire che non siamo chiamate a spenderci, a donare, dobbiamo farlo però sempre in ricerca, con intelligenza e umiltà perché non siamo noi a salvare, non siamo noi che facciamo la redenzione degli altri, anche noi siamo dentro ad un cammino dove siamo chiamate a rivisitare i nostri stili di vita. Per me religiosa questo mi porta a chiedermi cosa vuol dire oggi essere religiosa in questa storia, in questo contesto, ed ad esserlo in una terra come è la terra di Caserta, una terra non facile, una zona calda, la definiamo tra virgolette, perché lì è difficilissimo trovare lavoro e i servizi sociali e tutto ciò che può essere attorno ad un territorio lì sono carenti, per non dire assenti, poi una microcriminalità diffusa e larghe zone ormai in mano alla camorra, dove anche nella Politica e nella Chiesa c’è questo intreccio di alleanze anche con la camorra.
Quindi capite che non è facile, sono dubbi, interrogativi e la vita religiosa guai se si pone in un territorio a sostituirsi, a diventare quasi un’isola privilegiata, dove fa anche dei bei servizi, dove anche aiuta i poveri, ma non scomoda tutto l’altro discorso, deve essere continuamente una provocazione.
Noi Suore Orsoline, ed io sono una suora Orsolina, abbiamo proprio come missione, come carisma, l’attenzione alla donna, alla sua promozione integrale, non perché siamo noi a promuovere le donne ma perché lo possiamo fare insieme, nel cammino, infatti da soli non facciamo nulla. E’ l’altro, é l’altra che mi rivela chi sono io, e che mi aiuta in questo cammino: è il volto dell’altro.
Forse la Chiesa oggi è povera di volti ed ha bisogno di incontrare volti, incontrare nomi, sentire che la storia dell’altro ci appartiene, e costruiremo un futuro, come ci ricordava padre Lafont non per fare memoria, nostalgia, essere dei nostalgici, ma per partire dall’oggi, costruirlo insieme.
Dicevo, abbiamo, come suore Orsoline, quest’attenzione al genere femminile ed a Caserta siamo arrivate dodici anni fa, lo sapevamo bene cos’era questa terra, cos’era questo luogo. Abbiamo avuto la fortuna , questa mattina qua si parlava anche di Vescovi , che il nostro vescovo di Caserta è forse uno dei pochi vescovi che sentiamo veramente libero, spoglio, che cammina dalla base, che cammina con il popolo, che cammina con la gente , che cammina con i poveri perché lui, per primo, si sente povero e si spoglia di tutta l’esteriorità. E’ uno stile di vita molto concreto, anche noi quindi siamo alla scuola di questo padre, guai se lo chiamiamo Eccellenza, non lo vuole proprio sentire, si sente padre. Ecco quindi con questo nostro padre abbiamo fatto questo cammino e lì in quella zona abbiamo incontrato, abbiamo visto, una realtà che ci ha fatto rabbrividire all’inizio, veramente ci ha toccato in profondità, perché mai avremmo pensato, siamo alle soglie del Duemila, siamo nel terzo millennio, che dovessimo parlare ancora di schiavitù. Noi sui libri di scuola abbiamo studiato, che la schiavitù non c’è più, è stata debellata, non c’è più. E invece ci troviamo con altre forme di schiavitù. Vedevamo tante ragazze, giovani ragazze, straniere, tante di colore, sulle nostre strade, e penso che anche a Roma non manchino. Ecco nell’immaginario comune cosa si diceva? “E’ il mestiere più antico del mondo, che volete c’è sempre stata la prostituzione, alle donne piace”: giudizio classico che così pensa. Noi siamo subito portati a esprimerci a partire dai nostri schemi mentali senza mai fermarci a interrogarci. Noi lì abbiamo voluto capire, capire cosa c’era dietro queste ragazze, lungo questi cigli delle strade, ed un 8 Marzo di dieci anni fa abbiamo voluto avvicinarle. Siamo andate, con un gruppetto di altre donne, qualcuna anche che parlava inglese, per un primo approccio, a incontrarle portando un fiore.
Di solito loro erano abituate ad aspettare un altro tipo di presenza, qualcuno che andasse ad usare il loro corpo, a comperarle, e noi siamo andate a portare loro un fiore, con un messaggio in tre lingue: inglese, francese ed italiano. Un piccolo messaggio, un semplice messaggio per dire che ci sentivamo loro sorelle, capivamo il loro dramma, eravamo con loro, e volevamo loro bene.
Poi siamo ritornate, loro prima di noi hanno imparato i nostri nomi, vedete non eravamo più poveri, eravamo un incontro di nomi. Io ero Sister Rita, Mary, Francesca, Tina, Josephine. Ci incontravamo, nomi che si incontravano, storie, volti, e piano piano hanno cominciato a raccontarci i loro drammi.
Storie inaudite di violenza, di sopraffazione, io come donna e religiosa veramente stavo male, sentivo la mia carne soffrire con loro. E mi sono detta ma come è possibile che oggi arriviamo a questa schiavitù? Non sono libere queste ragazze, sono portate qui con l’inganno, sono minacciate, sono ricattate, per le africane c’è un debito dietro. Un debito che va dai 50.000 ai 60.000 Euro oggi che debbono pagare!
Ma quanta violenza debbono subire col loro corpo, quanta violenza! E da lì allora è nato tutto… ci siamo messe in crisi. Ci siamo interrogate, ne abbiamo parlato col nostro padre Vescovo, abbiamo coinvolto la Chiesa, i movimenti del territorio, ci siamo detti: qua bisogna dare delle risposte. Bisogna cercare di dare una mano, e da lì è nata l’idea di offrire un posto di accoglienza perché è vero, è bello avvicinare, ma se qualcuna ci diceva poi: “portami via con te, io voglio lasciare questo sporco lavoro” noi non potevamo dire : “ No non siamo pronte, scusa, vai a bussare in qualche altra parte! ”
Dovevamo essere pronte a dire “ ci siamo! ”. Ecco ad oggi più di 260 ragazze hanno varcato la soglia della nostra casa, di casa Ruth, e non è, sapete,
un grande luogo. Chi l’ha vista, e qualcuno di voi è venuto a visitarla, è una casa familiare. Abbiamo scelto di vivere in un appartamento, in un condominio in centro
città a Caserta, nella via principale, abbiamo piegato la nostra Congregazione ad acquistare quegli appartamenti, abbiamo piegato questa volontà: non sempre fare nuove
case di spiritualità! E’ giusto fare la casa di spiritualità ma anche per queste persone del disagio, della sofferenza, dobbiamo offrire un luogo. Nel centro città, in
un condominio: non è stato facile! Per un anno, un condominio molto grande, ci sono più di trenta famiglie dentro!, nella via principale di Caserta, la via che porta
alla reggia, i condomini non erano d’accordo: ecco è nata un’altra conflittualità con le persone del posto, perché queste pensavano chissà che succederà adesso!
Nel nostro condominio, nella nostra bella zona tranquilla chissà che bordello uscirà! Tutti saranno tossicodipendenti, chissà cosa succederà, hanno cominciato a mandarci
raccomandate trovando mille scuse: che la nostra caldaia non funzionava, tante cose... ci buttavano giù l’acqua, addirittura, dai terrazzi più alti, perché noi eravamo
al primo piano... Noi d’accordo con le ragazze abbiamo detto: questa è una battaglia che dobbiamo viverla insieme, dobbiamo conquistare il nostro spazio insieme,
di dignità, di liberazione insieme, se alla violenza, agli ostacoli, rispondiamo con altrettanta arroganza, violenza, è la strada perdente. Bene, diamo il tempo che
ci conoscano, abbiamo capito che erano pieni di paure. Sapete noi abbiamo tante paure del diverso, dell’altro: ragazze di colore che vengono poi dalla strada, pensate
quante paure che ci vengono. Ma lasciate il tempo che ci conoscano; oggi a distanza di anni sono orgogliosi di averci lì e se chiedono una ragazza per fare i lavori
in casa o per affidargli i figli - e voi capite, per una famiglia affidare i figli vuol dire affidare la cosa più preziosa, il bene più prezioso, più grande che
hanno - vengono a chiederlo a noi, alle nostre ragazze.
Vedete il cammino: questo vuol dire camminare dentro, starci dentro, con uno stile con la diversità.
Ecco un modo di essere, di presenza, e poi tutto un lavoro con le istituzioni perché è vero, come vita religiosa,
noi possiamo fare grandi cose, possiamo, ripeto, creare un’isola dove si può vivere bene, diamo assistenza, diamo tutto; no, noi ci siamo presi cura
anche di quel territorio, un territorio di una città come Caserta perché queste risposte debbono imparare a darle anche le Istituzioni, anche le Istituzioni
debbono maturare, crescere insieme con noi, insieme con queste ragazze, dentro i problemi, coglierli ed imparare a dare loro delle risposte. Noi dobbiamo provocare,
stimolare, quante battaglie con le Istituzioni: quando i primi tempi andavamo in Questura, guardate non è facile, la questura poi, sapete, queste grandi strutture,
sono tutti uomini, gli operatori di polizia tutti maschi: trovano suore che vanno a parlare di temi come la prostituzione, portare poi tematiche legate alla sessualità,
legate al sesso. Pensate! Non vi dico! Che hanno queste suore da venir qua su ‘sti problemi... Capite? E’ stata una battaglia non indifferente da portare avanti.
Lo stesso anche con la Chiesa eh! I preti sono uomini, tutta una realtà anche lì di presenza maschile.
Guardate noi abbiamo combattuto molto con questa realtà, ci siamo scontrate tante volte con questa realtà. Mi piace anche qui, poi chiudo,
lasciarla come provocazione, poi a Caserta è arrivata da sei anni anche una comunità di religiosi, di Padri Sacramentini e con loro è nato anche un cammino di amicizia,
di fraternità e di confronto anche su questi temi, ed hanno accolto questa nostra provocazione perché abbiamo detto: “ noi per il mondo femminile ci siamo ma chi pensa
agli uomini? Perché sono convinta che oggi l’identità maschile dell’uomo è in grande crisi. Anche la Chiesa si trova in difficoltà perché è fatta per la maggioranza
della sua istituzione gerarchica, come sentivo stamattina, di uomini. Ed è in difficoltà, oggi, perché l’uomo si identifica col potere, perché non è possibile che
si possa parlare oggi di nove milioni di clienti. Chi alimenta questo traffico? Chi favorisce questa schiavitù? Le ragazze sono delle vittime. Nove milioni! Quindi non
pensiamo che è solo l’ammalato che ha delle difficoltà pensiamo anche qua, è l’uomo normale. Una “normalità” che vive questa esperienza che usa il corpo di una persona.
E allora abbiamo lanciato anche questa provocazione a questi padri sacramentini nostri amici: “Pensate. Cominciate anche voi a fare percorsi di formazione”, forse anche
l’uomo si trova oggi in difficoltà nella sua identità, nella sua comprensione di uomo.
Noi donne, forse perché siamo minorità, ci siamo sempre sentite un po’ povere, abbiamo sempre portato avanti anche un discorso di riflessione,
ci siamo interrogate, oggi è tempo che anche l’uomo si interroghi e allora vi prego in questa chiesa riflettiamo insieme, portiamo avanti percorsi insieme di riflessione
uomo e donna perché la Chiesa e l’umanità hanno bisogno di volti di uomini e di donne veramente liberi e liberanti: è il cammino che la Chiesa è chiamata a fare.
Non siamo noi che liberiamo i poveri, insieme dobbiamo crescere, cambiare i nostri stili, e diventare persone amanti, libere e liberanti. Grazie. Se volete conoscere
di più della nostra esperienza abbiamo scritto modestamente, umilmente, un libro che racconta questi dodici anni di esperienza di Casa Ruth, ecco tutto questo percorso
vissuto. Grazie! (Rita Giaretta: “Non più schiave”, Edizioni Marlin, Napoli)