Premessa...
Riproduciamo questo illuminante articolo di Pierre Carniti, datato 8 gennaio 2011 e pubblicato su “Uguaglianza e Libertà. Rivista di critica sociale” (on line: http://www.eguaglianzaeliberta.it )
Premessa...
Riproduciamo questo illuminante articolo di Pierre Carniti, datato 8 gennaio 2011 e pubblicato su “Uguaglianza e Libertà. Rivista di critica sociale” (on line: http://www.eguaglianzaeliberta.it )
Pierre Carniti:
LA FIAT, LA GLOBALIZZAZIONE, IL LAVORO
A cavallo tra la fine del 2010 e l’inizio del nuovo decennio sono rimasto, come la maggior parte degli italiani, sommerso dalla alluvione di parole tracimate da giornali e televisioni per descrivere e spiegare il “caso Fiat”.
I fatti sono ampiamente noti. Per avere mano libera nella determinazione delle relazioni industriali e delle condizioni di lavoro dei propri dipendenti, la Fiat si è sfilata dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Nei fatti però questo accorgimento dovrebbe rivelarsi insufficiente. In effetti, per dare piena attuazione ad alcune delle norme previste per lo stabilimento di Pomigliano e per quello di Mirafiori dovrebbe poter uscire anche dall’ordinamento giuridico in atto. Diverse clausole della normativa proposta (basti pensare: a quelle relative alla formazione della rappresentanza sindacale, al diritto di sciopero, alla riscossione dei contributi sindacali, ecc) sono infatti, nella lettera e nella sostanza, in contrasto con le disposizioni del titolo II e III della legge 300 e con una giurisprudenza costante in materia. Questo spiega perché altre aziende, che pure vorrebbero seguire lo stesso percorso della Fiat, mantengano per ora un atteggiamento circospetto di prudente attesa.
Intanto, quel che resta del movimento sindacale unitario si è lacerato definitivamente tra accondiscendenti e ricusanti delle pretese esigenze di competitività a cui il gruppo automobilistico ha unilateralmente subordinato le proprie disponibilità agli investimenti indispensabili per la prosecuzione (pro-tempore) dell’attività produttiva anche in alcuni stabilimenti italiani. Per questo, ma soprattutto per la sua peculiarità ritenuta paradigmatica, sui media la vicenda Fiat ha alimentato interventi e prese di posizioni che hanno dato fiato agli opposti estremismi. Da un lato, quello degli pseudo antagonisti sistemici, devoti ad un irripetibile conflitto di classe ed ai suoi miti; a cominciare dallo sciopero generale. Dall’altro quello degli pseudo innovatori; secondo i quali il progresso è puramente e semplicemente “ciò che viene dopo”.
Qui però non intendo esaminare il caso Fiat ed i suoi possibili esiti. Su cui per altro rimarranno accesi i riflettori e, se cronisti e commentatori non faranno del loro meglio per confonderci le idee, sono convinto con il tempo avremo tutti gli elementi per formarci un’opinione motivata. Mi sembra invece più utile affrontare due questioni strettamente intrecciate e comunque chiamate in causa per giustificare gli eventi per i quali la Fiat è stata al centro del dibattito mediatico. Mi riferisco in particolare alla “globalizzazione”, che costituirebbe la causa di ciò che sta accadendo, ed al lavoro su cui si riflettono invece le più rilevanti conseguenze.
1 - Per affrontare il primo aspetto è necessario partire da una domanda: c’è un assetto, un “ordine” che la globalizzazione impone alla produzione? Sappiamo tutti per esperienza personale che le cose sono ordinate quando si comportano come ci si aspetterebbe. Ossia quando possiamo prescindere da esse nella pianificazione delle nostre azioni. Il fascino principale dell’ordine è infatti la sicurezza che nasce dal predire, senza errori o quasi, il risultato delle nostre azioni. Se voglio mangiare gli spaghetti alle vongole, basterà che mi procuri la pasta e le vongole e che inoltre disponga di una pentola in cui cuocere gli spaghetti, un tegame per preparare il sugo di vongole ed infine una ventina di minuti di tempo. Tutto qui. Naturalmente se ho già esperienze di cucina il mio piatto riuscirà meglio. Diversamente risulterà comunque mangiabile. Quando le cose vengono fatte seguendo un determinato ordine, ci si può concentrare su quello che bisogna fare senza dover temere particolari sorprese. Nelle attività di routine, ma anche in quelle più impegnative non ci sono ostacoli che senza un piccolo sforzo (gli spaghetti non dovrebbero scuocere, le vongole non dovrebbero indurire) non possano essere previsti e dunque presi in considerazione nella propria iniziativa. Per farla breve: le cose sono ordinate se non ci si deve eccessivamente preoccupare dell’ordine delle cose. In sostanza, se non si pensa o non ci si sente obbligati a pensare all’ordine come problema. O addirittura come compito essenziale. Invece nel momento in cui si comincia a pensare all’ordine è certo che qualcosa, da qualche parte, è in disordine.
Ora, soprattutto in attività più impegnative e complesse di quella di cucinare un piatto di spaghetti, nel momento in cui si comincia a pensare all’ordine si scopre che quello che manca è una chiara e leggibile distribuzione delle probabilità. In effetti ci sarebbe ordine se non tutto potesse accadere. O, quanto meno, se non tutto avesse la medesima probabilità di accadere. In sostanza, si può dire che c’è un ordine solo se alcuni avvenimenti risultassero praticamente ineluttabili, altri abbastanza probabili, altri ancora totalmente improbabili e gli altri infine del tutto impossibili. Laddove le cose non stiano così e, almeno nella metà dei casi ci fosse una buona possibilità che qualunque cosa possa accadere, si dice che c’è il “caos”. Se dunque la possibilità di prevedere e controllare il risultato delle nostre azioni è il fascino primario dell’ordine, la mancanza apparente di nesso fra quello che facciamo e quello che ci capita, tra il “fare” ed il “subire”, è tutto ciò che rende odioso, detestabile, esecrabile, il caos.
Le cause del caos sono molteplici, ma nelle vicende economiche e politiche una appare preminente. E consiste nel fare uso dell’assenza di ordine, cioè del caos, come “arma suprema del potere nella lotta per il dominio”. In effetti, la strategia di lotta per il potere consiste nel fare di sé stessi l’incognita dei calcoli altrui; impedendo nello stesso tempo agli altri di assumere nei propri calcoli un ruolo analogo. In termini più semplici ciò significa che il dominio si ottiene da un lato abolendo le regole che limitano la propria libertà di scelta e dall’altro imponendo il massimo possibile di regole restrittive alla condotta altrui. Quanto più grande è la mia libertà di manovra, tanto maggiore è il mio potere. Tanto nell’assetto politico, che in quello economico e sociale. Quindi, quanto più limitata è la mia libertà di scelta tanto minori sono le mie possibilità di successo nella lotta per il potere. Da queste considerazioni “l’ordine” emerge come una sorta di concetto agonistico e tendenzialmente contendibile. Per altro la concezione di ordine varia radicalmente anche all’interno dello stesso contesto sociale. Infatti, ciò che è ordine per i potenti, può essere incomprensibile caos per i loro subordinati. Del resto, nella lotta per il potere è sempre l’altra parte che si desidera rendere più “ordinata” e prevedibile. Sono sempre i passi altrui che si vorrebbero vedere ridotti a routine e privati da ogni elemento di imprevedibilità e di sorpresa. Mentre a propria volta ci si riserva il diritto di ignorare la routine e, se del caso, procedere in maniera stravagante. Quindi, data la lotta per il potere, il processo di costruzione dell’ “ordine” è sempre, per sua natura, conflittuale. Ovviamente, questa dinamica riguarda anche le condizioni che vengono comunemente descritte nella la rubrica relativa alla globalizzazione.
A questo proposito è innanzi tutto opportuno ricordare che il concetto di “globalizzazione” è stato coniato per sostituire il precedente concetto di “internazionalizzazione”, sostanzialmente imperniato sulla dimensione del commercio internazionale. Ciò è successo nel momento in cui è apparso del tutto chiaro che l’affermarsi di nuovi collegamenti e nuove reti globali aveva poco o nulla in comune con la natura intenzionale e controllata da diverse istituzioni, implicita nel vecchio concetto. Con la formula “globalizzazione” si intendono infatti processi dotati di moto proprio, spontanei ed imprevedibili. Quindi del tutto privi di addetti alla pianificazione, al controllo e soprattutto di responsabili dei risultati complessivi. In sostanza si può perciò dire che il termine “globalizzazione” definisce la natura disordinata dei processi che hanno luogo al di sopra del territorio coordinato dalle istituzioni politiche degli stati sovrani, o dell’unione di stati; come, ad esempio, l’Unione Europea.
Non deve quindi stupire che, mentre ad ogni G 8 o G 20 la foto di rito dei capi di Stato e di governo viene associata alla promessa di un “nuovo ordine economico mondiale”, la globalizzazione esprima invece una realtà di fatto costruita su un “nuovo disordine mondiale”. Sicché alcuni possono paradossalmente ritenere che la globalizzazione abbia prodotto un effetto autenticamente rivoluzionario: che consiste appunto nella svalutazione dell’ordine in quanto tale. Naturalmente anche i più realisti sanno bene che in tutti i tempi e tutte le epoche ogni ipotetica costruzione dell’ordine è sempre stata oggetto di contestazioni ed, alla lunga, soggetta a tendenze autodistruttive. Tuttavia, nella situazione presente emergono aspetti inediti. Il più importante è che nel mondo che si va globalizzando l’ordine diventa l’indice dell’impotenza e della subordinazione. La nuova struttura del potere globale è infatti sempre più governata dal contrasto: tra mobilità e sedentarietà, accidentalità e routine, scarsità ed eccesso di condizionamenti. Quasi come se il lungo periodo che ha accompagnato la storia dell’umanità, iniziato con il trionfo degli stanziali sui nomadi, si stesse avviando alla conclusione. Sulla globalizzazione esiste ormai una sterminata letteratura che contiene molte e variopinte definizione del fenomeno, ma il concetto di “vendetta dei nomadi” appare buono. E forse persino migliore di altri.
Un’altra cosa da tenere bene presente è che se confondiamo la globalizzazione con gli scambi ed il commercio mondiale (che erano il riferimento della fase di “internazionalizzazione”) finiamo fuori strada. Non va dimenticato infatti che già i greci, i persiani, i romani erano riusciti a realizzare un livello di scambi commerciali estremamente elevato in rapporto al loro situazione produttiva. Ma con una differenza sostanziale rispetto a quanto succede ora. In effetti in quei regimi, come in quelli molto più tardi dell’impero spagnolo o dell’impero britannico, la strategia di lotta per il potere presupponeva una relazione di reciproco impegno tra governanti e governati. L’imposizione di norme e l’esecuzione di regolazioni normative legavano, infatti, i controllori ai controllati e li rendevano inseparabili. Entrambi erano, per così dire, legati alla terra: la gerarchia del potere richiedeva una presenza ed un controllo costanti del territorio. E’ questa mutua dipendenza, questo reciproco impegno perpetuo che le nuove tecniche di potere, che si sono affermate nell’era della “globalizzazione”, hanno reso superflui. Infatti, la nuova gerarchia del potere è contrassegnata al vertice dalla capacità di muoversi rapidamente e con breve preavviso ed in basso dall’incapacità di ostacolare quelle mosse e tanto meno di arrestarle. Anche per la sostanziale immobilità di chi si ritrova in quella scomoda posizione. Fuga ed evasione, leggerezza e volatilità si sono sostituite alla presenza massiccia (a volte persino sinistra) come principali tecniche di dominio.
Per garantire il dominio non è più quindi necessaria la “regolazione normativa” di un tempo. E’ probabile che chi aspira a governare l’economia reagisca a questa nuova situazione con un respiro di sollievo. Per costoro infatti la regolazione normativa è da considerare una tecnica farraginosa, caotica e costosa, primitiva ed economicamente irrazionale. Disastrosa secondo gli standard contemporanei. Non stupisce perciò che per l’élite globale il suo superamento sia considerato un’emancipazione, o anche il dominio della ragione, e quindi un indiscutibile fattore di progresso. Secondo questa visione delle cose, l’assenza di costrizioni, la deregolamentazione e la flessibilità sono considerate un gigantesco passo avanti. Tanto più se confrontate con i metodi costosi e laboriosi di mantenimento della disciplina richiesti in passato.
Infatti, grazie alle nuove tecniche di disimpegno, di elusione, di delocalizzazione, di fuga, oggi a disposizione delle élite per tenere a bada, depotenziare e conseguentemente privare del potere di contrasto il resto della popolazione, è sufficiente la radicale vulnerabilità e precarietà della situazione di quest’ultima. Quindi senza più bisogno di imporre una “regolazione normativa” del suo comportamento. Insomma, fino a quando le parti riunite intorno al tavolo negoziale erano consapevoli di non avere altro luogo dove andare e di essere costrette a portare a termine le trattative, i dipendenti di qualsiasi fabbrica conservavano un potere di interdizione e potevano convincere la direzione aziendale a negoziare un accordo ed accettare un ragionevole compromesso. Il convincimento comune era infatti che la produzione reddito ed i profitti dell’azienda dipendevano dall’impegno e dalla laboriosità dei dipendenti. Così come il reddito di quest’ultimi dipendeva dai posti di lavoro che l’azienda era in grado di offrire. Oggi non è più così. Perché il capitale è globale, mentre il lavoro è locale. Il caso Fiat è da manuale.
In effetti, una delle parti è dolorosamente consapevole del fatto che l’altra può abbandonare il tavolo negoziale in ogni momento. Un irrigidimento giudicato di troppo e la mobile controparte può decidere semplicemente di trasferire altrove i propri investimenti. E’ piuttosto evidente che per coloro che si trovano in questa condizione menomata, l’unico metodo per tenersi stretti manager, amministratori errabondi ed i volubili azionisti (e dunque per conservare ancora per un po’ il posto di lavoro) consiste nell’allettarli a rimanere, accettando anche condizioni che nel passato sarebbero state semplicemente inimmaginabili.
L’incertezza in cui la nuova mobilità dell’élite globale ha gettato gran parte del lavoro industriale, sempre più dipendente dalla disponibilità e dalla convenienza degli amministratori ad investire, tende ad autoalimentarsi e ad autoperpetuarsi. Le strategie nazionali stimolate da questo genere di incertezze accentuano infatti l’insicurezza invece di mitigarla ed accelerano la disintegrazione dell’ordine precedente regolato in via normativa.
Risultato: “oggi la precarietà è dappertutto”. In parte per effetto di una politica deliberata di “precarizzazione” avviata e pretesa da un capitale sovrannazionale (e dunque sempre più extraterritoriale) e, nei fatti, supinamente applicata da governi nazionali con scarsi poteri di scelta. Inoltre in quanto sedimento della nuova logica della lotta per il potere e di controllo dei mercati la precarietà è oggi il mattone più importante della gerarchia del potere globale e la tecnica primaria di controllo sociale. In diverse epoche una robusta schiera di studiosi hanno avuto modo di sottolineare che è difficile proiettarsi nel futuro se non si ha una solida presa sul presente. Purtroppo è proprio di questa presa sul presente che è ora fondamentalmente priva la maggioranza dei lavoratori di un mondo sempre più globalizzato.
Non a caso la loro presa sul presente è pressoché nulla. In quanto i fattori più importanti che decidono della loro sussistenza, della loro posizione sociale, e delle prospettive di entrambe, non sono più nelle loro mani. E c’è ben poco che essi possono fare, singolarmente od in forme collettive, per riprendere il controllo di quei fattori. Le località abitate da queste persone (e da tutti quelli che sono in una condizione analoga) non sono che campi di aviazione sui quali atterra e decolla la flotta aerea globale. Flotta che segue programmi di volo e rotte sconosciute ed imperscrutabili per le persone comuni. Non è un caso che il programma industriale del progetto Fabbrica Italia della Fiat (che dovrebbe prevedere investimenti per 20 miliardi di Euro), ammesso che esista davvero, è un segreto gelosamente conservato dall’amministratore delegato. Quindi il dato di fatto con cui bisogna fare i conti è che la sopravvivenza di tante persone dipende in misura crescente da tale imperscrutabile ed alla fine capriccioso traffico aereo. Si tenga conto inoltre che per queste persone, assieme alla sopravvivenza economica, è in gioco anche il modo in cui possono concepire la loro esistenza.
Ciò a cui stiamo assistendo è la conseguenza di una precisa rottura. Fino all’ultimo quarto del secolo scorso, l’autonomia della comunità locale si basava su una accentuata densità di comunicazione, accompagnata dall’intensità dei rapporti quotidiani. Infatti, quando l’informazione non poteva viaggiare senza qualcuno che la trasportasse e comunque questo e quella viaggiavano lentamente, la vicinanza era vantaggiosa rispetto alla distanza ed i beni prodotti in luoghi limitrofi al consumo (anche a prescindere dall’imposizione di dazi) avevano un netto vantaggio su quelli che arrivavano da luoghi distanti. I confini della comunità locale erano definiti in maniera non ambigua dal volume e dalla velocità della mobilità. A loro volta determinati dai mezzi di trasporto disponibili. Per farla breve, lo spazio aveva la sua importanza. Ora ne ha molto meno.
Con la globalizzazione infatti lo spazio ha sempre minore rilievo. La sua antica rilevanza come ostacolo o persino come limite alla comunicazione, oggi è stata praticamente azzerata. In questo senso possiamo parlare di “fine della geografia”. Sicuramente con maggiore fondamento di quanto abbia indotto Francis Fukujama a proclamare (dopo la caduta del muro di Berlino) la “fine della storia”. Oggi infatti, con internet, la trasmissione dell’informazione è istantanea e non richiede altro che una spina ed una presa. Una scambio intracomunitario che volesse ignorare i media elettronici dovrebbe basarsi, come nel passato, sui mezzi canonici delle riunioni e delle conversazioni la cui velocità ha dei limiti naturali ed i cui costi sono comparativamente ed inaccettabilmente alti. In sostanza, il carattere sempre più dipendente da internet della stessa dimensione locale preannuncia tempi assai più duri per la forma ortodossa di comunità. Vale a dire quella costruita attorno al nucleo di una densa ragnatela di interazioni frequenti e durevoli che sono fondamentali per un investimento di fiducia a lungo termine. Il fatto nuovo è che ora questa dimensione serve poco o nulla.
Richard Sennett nel suo L’uomo flessibile (Feltrinelli, 2000) sostiene: “Basta con il lungo termine. Perché è un principio che corrode la fiducia, la lealtà e la dedizione reciproca”. Tanto più che quando attualmente “un posto si materializza al cenno della bacchetta magica di un imprenditore, fiorisce e comincia a decadere… tutto nel giro di una generazione. Comunità del genere non sono prive di socialità e di sentimenti di buon vicinato, ma nessuno dei loro occupanti diventa testimone duraturo della vita di un’altra persona”. In tali circostanze “i rapporti occasionali di associazione sono più utili dei vincoli a lungo termine”.
In questo quadro, l’inarrestabile decadimento della dimensione locale conferisce ai “locali” (cioè a persone che la mancanza delle risorse necessarie priva della libertà di muoversi e di cambiare posto) la caratteristica che li differenzia dai beneaccetti turisti in cerca di divertimento, gli uomini d’affari che viaggiano in cerca di guadagni, o dai mal tollerati ed osteggiati “migranti economici”, il cui obbiettivo è semplicemente quello di rimanere in vita. Si può quindi dire che il grado di immobilità sia oggi il parametro che costituisce la misura principale della deprivazione sociale e la dimensione fondamentale della mancanza di libertà. Che ha il suo riscontro simbolico in ciò che è la crescente popolarità del carcere come strumento per la gestione degli indesiderabili.
Sull’altro versante, il tasso di mobilità, la capacità di agire con efficacia, a prescindere dalla distanza, e la libertà di movimento derivante dall’assenza o dalla facile revocabilità di impegni locali, sono nel nostro tempo i principali fattori di stratificazione sociale, sia su scala globale che locale. Ne consegue che la gerarchia emergente del potere è più vicina agli usi delle società nomadi che di quelle sedentarie. Sicché la sedentarietà, in particolare quella senza possibilità di scelta, si va rapidamente convertendo da risorsa (come era stata nell’era dell’economia agricola e della società industriale) in inconveniente.
Nei loro studi, gli storici dell’evoluzione sociale, hanno messo in evidenza i significati sociali della transitorietà e della durevolezza. In essi è stata evidenziata la tendenza universale e permanente delle classi privilegiate a circondarsi di beni durevoli ed a dare stabilità alle loro proprietà (terreni, castelli e dimore suntuose, arricchite da magnifiche e costose opere d’arte), mentre la miseria e la debolezza sociale veniva associata a cose effimere e transitorie. Una simile correlazione, valida per la maggior parte delle società conosciute del passato, sta subendo un radicale processo di inversione. Processo nel quale diventa segno di privilegio viaggiare “leggeri” ed evitare legami duraturi con i propri beni. Mentre è in posizione sempre più svantaggiata chi deve sopportare il peso di cose sopravvissute all’uso per cui sono state pensate, e non è in condizione di potersene separare.
Ne consegue che i biglietti di ingresso nella nuova élite globale sono la capacità di trovarsi a proprio agio nella provvisorietà e nel disordine e l’attitudine a prosperare mentre tutto viene rimescolato. La tessera di iscrizione al club della modernità è il posizionamento all’interno di una rete di possibilità, piuttosto che la paralisi connessa all’esecuzione di un lavoro particolare. Il biglietto da visita è la disponibilità a distruggere senza rimpianti ciò che è stato fatto in precedenza, così come la capacità di abbandonare le cose preesistenti.
Le nuove libertà godute dai redditieri del presente, che sono in qualche modo la reincarnazione del vecchio proprietario terriero assenteista, rendono il regime di vita delle persone che stanno “più in basso”, sempre più flessibile ed allo stesso tempo sempre più incerto, insicuro e rischioso. Se non per deliberato proposito, almeno negli effetti non intenzionali, ma in ogni caso inevitabili. Capita così che sfogliando i giornali, ci succeda abbastanza spesso di imbatterci nei commenti di chi sta in cima alla scala sociale, che non esita ad esaltare quello che coloro che stanno in basso sono invece costretti a subire. Naturalmente, quanto più si scende nella scala sociale, tanto più l’incantevole e ben accetta leggerezza dell’essere, si trasforma nella maledizione di un destino crudele ed irriducibile.
In questo contesto, il caos non è più il nemico numero uno della razionalità, della civiltà razionale e della razionalità civilizzata, come avevano auspicato gli enciclopedisti. Non è più il compendio dei poteri dell’oscurità, dell’irrazionalità, della superstizione, che la modernità aveva cercato di esorcizzare con tutte le sue forze. Anche se i governi degli stati nazione ed i loro scribi di corte continuano a proclamarsi fedeli al principio supremo dell’ordine, le loro pratiche quotidiane consistono nel graduale quanto incessante smantellamento degli ultimi ostacoli che si frappongono al “disordine creativo” connaturato alla globalizzazione.
Disordine di cui (nel caso italiano) alcuni membri del governo si dichiarano fautori entusiasti, mentre altri si limitano ad accettarlo serenamente come prodotto del “fato”, contro cui non si può andare. Risultato: il “principio dell’ordine” nel gergo politico del nostro tempo si riduce a poco più che lo smaltimento delle scorie sociali, dei relitti della nuova “flessibilità” e della sopravvivenza economica. In un simile contesto, una cosa sembra facile da prevedere: se non si riuscirà a correggere il corso delle cose, quello che ci attende è ancora più flessibilità, più precarietà, più vulnerabilità. Vale a dire l’esatto contrario dell’ordine.
Per la buona ragione che, quando il potere fluisce e fluisce su scala globale, le istituzioni politiche (anche quando non lesinano discorsi enfatici e propagandistici) sono, almeno in certa misura, compartecipi della miseria di tutti coloro che sono “legati alla terra”. Il “territorio” ormai disarmato, che nessuno sforzo dell’immaginazione riuscirà a far ritenere autosufficiente, ha perso gran parte del suo valore, delle sue attrattive e del suo magnetismo agli occhi di coloro che sono in grado di muoversi liberamente. Esso diventa, al contrario, un elemento sempre più sfuggente, un sogno anziché una realtà, per coloro che immobilizzati ambirebbero a limitare (ed ancora meglio ad arrestare) il movimento dei sempre più numerosi maestri del dileguamento. La tendenza però è ormai così massiccia e diffusa che supera largamente i confini del settore industriale o del settore dei servizi (a cominciare da quelli finanziari) nei quali la globalizzazione ha preso il largo fino ad affermarsi in maniera del tutto incontrastata. Persino nei servizi per la salute (che sono quanto di più legato alle persone e dunque al territorio) si incomincia ad ipotizzare misure di delocalizzazione.
Per citare solo l’ultimo esempio, è sufficiente ricordare che il ministro della sanità inglese, il conservatore Andrew Lansley, ha proposto di delocalizzare servizi fin’ora effettuati dal National Health Service. Se la proposta, come sembra probabile, verrà accolta verrebbe demandato ad un call center insediato a New Delhi il compito di fissare gli appuntamenti con il medico di base. Anche gli esami ed i ricoveri negli ospedali della Gran Bretagna verrebbero fissati in India. Infine pure tutti i dati delle cartelle cliniche dei pazienti britannici saranno informatizzati e conservati in archivi informatici in India.
L’esempio conferma le linee di evoluzione in atto. Esse confermano, tra l’altro, che il ceto politico conta sempre di meno. Non soltanto per la sua litigiosità ed inconcludenza, ma soprattutto per la buona ragione che l’economia globale ha prodotto una situazione inedita. Situazione caratterizzata dall’enorme rilievo assunto dalle forze economiche rispetto a quello residuo delle forze politiche. Non è un caso, del resto, che si sia formata una economia globale in assenza di una governo globale. Succede così che per, quanti detengono il privilegio della mobilità, il compito della gestione e dell’amministrazione del territorio appaia sempre più come un lavoro sporco. Lavoro da delegare agli individui piazzati in posizioni gerarchiche inferiori (che non disdegnano però di fare la cresta sulla spesa) e quindi particolarmente vulnerabili. Per fare buon peso si aggiunga inoltre che poiché ogni coinvolgimento verso un dato luogo ed ogni impegno nei confronti dei suoi abitanti sono considerati più una passività che una risorsa, poche società “multinazionali” concederebbero oggi un investimento localizzato in un determinato territorio senza una “bustarella” (cioè senza corposi incentivi agli investimenti, contributi a fondo perduto, o a “babbo morto”, finanziamenti della ricerca di prodotto e di processo, ecc.) come “compensazione” ed “assicurazione contro i rischi”, da parte delle sue autorità elettive.
Infine, c’è da aggiungere che il tempo e lo spazio sono stati distribuiti in maniera ineguale sui gradini della scala del potere globale. Coloro che ne hanno i mezzi tendono infatti a vivere nel tempo, mentre la maggioranza priva di mezzi è costretta a vivere solo nello spazio. Per i primi lo spazio ha sempre meno importanza, mentre gli altri cercano di lottare con le forze di cui dispongono perché esso torni ad essere importante. Per gli elementi di valutazione di cui disponiamo, l’esito di questa dialettica rimane assai incerto.
2 – Il punto che non può essere offuscato è che la conseguenza più rilevante della “globalizzazione” investe il lavoro. La maggior parte degli storici dell’economia concorda nel ritenere che per quanto riguarda i livelli di redditi (inclusa la remunerazione del lavoro) nel corso dei secoli non si siano verificate grandi differenze, anche tra le diverse civiltà giunte al culmine della loro parabola. John Maynard Keynes ne ha trattato in una conferenza, particolarmente brillante, svolta a Madrid nel 1931. In ogni caso, si può dire che la ricchezza di Roma nel I secolo d.C., della Cina nell’XI secolo e dell’India del 1600 non era poi così dissimile da quella europea alle soglie della rivoluzione industriale. Secondo alcune stime, nell’occidente europeo il reddito pro-capite superava, nel 1700, solo del 30 per cento quello dell’India, della Cina e dell’Africa. Bastò però poco più di un secolo per stravolgere oltre ogni misura quel rapporto. Infatti, nel 1870 il reddito pro-capite dell’Europa industrializzata era undici volte superiore a quello dei paesi più poveri del mondo. Nel secolo successivo ci fu una ulteriore quintuplicazione. Per cui nel 1995 il rapporto era arrivato a cinquanta ad uno. Si può quindi dire che la diseguaglianza economica tra le nazioni sia un fenomeno abbastanza recente. Lo stesso si può dire del lavoro come fonte di ricchezza e della politica nata e guidata da tale assunto.
La nuova diseguaglianza che si era andata determinando, così come il senso di superiorità dei paesi ricchi, che ne seguirono erano inediti e sconvolgenti. Per cercare di comprenderli e spiegarli si resero necessari nuovi concetti e nuovi impianti conoscitivi. Essi furono forniti da quella che diventerà la nuova scienza economica che aveva rimpiazzato le idee fisiocratiche e mercantilistiche che avevano accompagnato il cammino dell’Europa fino alle soglie della rivoluzione industriale. Secondo alcuni intellettuali non fu un caso che le nuove idee vedessero la luce in Scozia (principalmente ad opera di Adam Smith). Perché la Scozia era un paese che si trovava nello stesso tempo dentro e fuori della corrente principale dello sconvolgimento industriale. Quindi parzialmente coinvolto, ma nello stesso tempo distaccato, fisicamente e psicologicamente, dalla nazione che sarebbe diventata l’epicentro della rivoluzione industriale, ed anche temporaneamente distante dal suo impatto economico e culturale. Perciò non hanno forse torto quanti sostengono che le tendenze che si manifestano al “centro” dei fenomeni sono, di regola, meglio individuabili e più chiaramente interpretabili ai “margini”. Essere alla periferia di un evento può infatti significare essere abbastanza prossimi da vedere le cose con chiarezza. Ma, nello stesso tempo, sufficientemente lontani per interpretarle nella loro oggettività. Non fu quindi soltanto per una semplice coincidenza che dalla Scozia arrivasse il convincimento che la ricchezza venisse dal lavoro. E che il lavoro fosse la prima, se non l’unica fonte di ricchezza.
Come Karl Polanyi avrebbe suggerito molti anni dopo, il punto di partenza della “Grande trasformazione” che avrebbe sancito l’atto di nascita del nuovo mondo industriale è stata la separazione dei lavoratori dai loro tradizionali fattori di sussistenza (come avveniva invece nelle società agricole). Quell’evento innescò una sempre più ampia divisione tra produzione e scambio. Per altro si può dire che fu questa separazione ad imprimere libertà di movimento alla capacità lavorativa delle persone e di conseguenza a porla in condizione di essere utilizzata in modi diversi (ed anche migliori) permettendo allo “sforzo fisico e mentale” di raggrumarsi in un fenomeno a sé. In definitiva come una “cosa” che può essere trattata come tutte le altre cose. Cioè maneggiata, spostata, unita ad altre cose, oppure separata da esse.
Senza quella separazione sarebbe stato difficile scindere mentalmente il lavoro dall’insieme al quale “naturalmente” apparteneva, per farne un soggetto autonomo. Nella visione preindustriale della ricchezza infatti uno di questi “insiemi” era la terra. Perché comprensiva di coloro che la coltivavano e ne raccoglievano i frutti. Del resto non è un caso che il nuovo ordine industriale ed il reticolo di idee che ha permesso di proclamare l’avvento di una nuova società siano nati in Gran Bretagna. Paese che si distingueva dai suoi vicini europei per avere drasticamente ridimensionato il proprio mondo contadino e con esso il legame “naturale” tra terra, fatica dell’uomo e ricchezza.
Per altro, non pochi tra gli intellettuali dell’epoca pensarono di intravedere nella nuova situazione che si stava profilando per i lavoratori manuali un elemento decisivo della emancipazione del lavoro. In sostanza essi hanno considerato il processo che si era avviato un tutt’uno con l’inebriante sensazione di una generale emancipazione delle capacità umane dai vincoli e dall’inerzia naturale che le aveva oppresse ed in parte spente. Come ben sappiamo però l’affrancamento del lavoro dai suoi legami con la natura non lo rese affatto “libero” ed “indipendente”. Ben presto ci si doveva infatti rendere conto che esso non era per nulla dotato di autodeterminazione. Cioè libero di fissare e seguire criteri propri. In effetti, il vecchio “stile di vita tradizionale”, ormai sradicato e non più funzionale era destinato ad essere rimpiazzato da un altro ordine. Diverso in quanto non più sedimentato dalle vicende naturali (come le carestie) o dalla storia (come le guerre), ma dipendente dal pensiero razionale e dall’azione. Si può ritenere che, proprio per questo, una volta scoperto che il lavoro era la fonte della ricchezza il compito della ragione divenne quello di utilizzare, scavare e sfruttare tale elemento con un accanimento ed una efficienza mai visti prima.
La lacerazione dei vecchi legami locali e comunitari, l’attacco alla usanze ed alle leggi consuetudinarie, la disgregazione delle comunità intermedie, il risultato combinato di tutti questi fenomeni costituì l’inebriante delirio del “nuovo inizio”. Nessun proposito, per quanto ambizioso, sembrava fuori dalla portata della capacità umana di pensare, scoprire, inventare, progettare ed agire. La libertà appena intravista doveva però essere posta al servizio di una ordinata routine futura. Nulla doveva essere abbandonato al suo corso capriccioso ed imprevedibile, accidentale e contingente. Nulla doveva conservare la forma pregressa, se quella forma poteva essere migliorata. Resa più utile ed efficace. In ogni caso, la promessa di alcuni e la speranza per altri era che con il “nuovo ordine” i naufraghi ed i relitti di vecchie sciagure, abbandonati alla deriva, sarebbero stati prima o poi riportati a terra, risistemati e collocati al loro giusto posto.
Anche per questo “grande” era bello, grande era razionale. Grande significava potenza, ambizione e coraggio. Il cantiere del nuovo ordine (l’ordine industriale) era orgogliosamente cosparso di cattedrali che celebravano quella potenza e quell’ambizione. Cattedrali non indistruttibili ma costruite per apparire tali. Fabbriche gigantesche piene fino al tetto di macchinari, colme di decine di migliaia di addetti che le facevano sembrare un formicaio, con reti fisse ed estese di canali, ponti e binari ferroviari.
Esaltato da questo panorama Henry Ford non esitò a proclamare che la “storia è un mucchio di sciocchezze” e che “non vogliamo la tradizione”. “Vogliamo vivere nel presente e la sola storia che valga qualcosa è la storia che facciamo oggi”. Lo stesso Henry Ford un giorno raddoppiò il salario dei suoi operai (portando la paga giornaliera da 2,50 a 5 dollari). Spiegò la decisione dicendo che così i suoi operai avrebbero acquistato le sue automobili. Naturalmente era una boutade. Le automobili acquistate dagli operai di Ford erano infatti una frazione trascurabile delle vendite totali, mentre il raddoppio dei salari appesantiva notevolmente i costi di produzione.
Dobbiamo dedurre che come industriale Ford era un perfetto sciocco? Niente affatto. La ragione vera di quella mossa non convenzionale: era infatti il desiderio di Ford di frenare l’alta mobilità della manodopera. In sostanza voleva legare i dipendenti alle sue aziende ed assicurarsi in tal modo che il denaro investito nella formazione e nell’addestramento continuasse a fruttare per tutta la durata della vita lavorativa dei suoi operai. Per ottenere questo risultato doveva legare alle sue fabbriche gli uomini che lavoravano per lui, consapevole che la sua ricchezza ed il suo potere dipendevano, a loro volta, dalla continuità del lavoro dei suoi dipendenti.
Ford fece, in sostanza, quello che altri non avevano avuto la spregiudicatezza e l’audacia di fare. Non è quindi ingiustificato che il suo nome sia stato associato alle pratiche di un modello industriale. A tal punto che il “modello fordista” ha definito l’orizzonte della attività industriale per un lungo periodo di tempo ed ha costituito il paradigma che quasi tutti gli imprenditori si sono poi sforzati di applicare. In sostanza l’idea di fondo è che bisognasse legare capitale e lavoro in una unione che, come i matrimoni decisi dal cielo, nessuna tentazione umana fosse in grado di sciogliere.
La “modernità industriale” è stata per l’appunto l’epoca del confronto tra capitale e lavoro. Confronto condizionato dalla reciproca dipendenza. La sussistenza dei lavoratori dipendeva infatti dal lavoro. A sua volta il capitale poteva essere accumulato solo grazie al lavoro. Il luogo dove lavoro e capitale si incontravano era chiaramente determinato. Nessuno dei due poteva facilmente spostarsi altrove e le massicce mura perimetrali delle fabbriche racchiudevano entrambi in una sorta di simbolica prigione comune. Si potrebbe dire che capitale e lavoro erano “uniti in ricchezza e povertà, in salute ed in malattia”, finche morte non li avesse separati. La fabbrica era la casa di entrambi. Allo stesso tempo lo scenario di una guerra di trincea, ma anche di sogni e speranze.
Tuttavia, affinché capitale e lavoro potessero sopravvivere era necessario che l’uno e l’altro conservassero la natura di merce. I detentori del capitale dovevano mantenere la capacità di acquistare lavoro, mentre i lavoratori dovevano rimanere pronti e possibilmente sani e forti. Ciascuna delle due parti aveva, di fatto, l’interesse a mantenere l’altra nella giusta condizione. E questo divenne ben presto una esigenza fatta propria dalla politica e dallo stato. Il welfare state nasce anche a questo scopo. Esso ha costituito infatti un puntello senza il quale né il capitale, né il lavoro avrebbero potuto sopravvivere e tanto meno muoversi ed agire. Del resto non è un caso che oggi, in una situazione profondamente cambiata, il welfare state venga messo in discussione.
Nel dibattito che ha accompagnato la sua gestazione, il welfare state, per alcuni doveva essere solo una misura temporanea che avrebbe esaurito il suo compito non appena l’assicurazione collettiva contro le avversità avesse reso gli assicurati sufficientemente audaci ed intraprendenti da sviluppare da soli tutto il loro potenziale. Altri, più scettici, vedevano in esso una operazione di pulizia e risanamento che la collettività avrebbe dovuto finanziare e condurre fino a quando l’impresa capitalistica avesse continuato a produrre scorie sociali che non aveva né l’intenzione né le risorse sufficienti per riciclare. Cioè per un tempo molto lungo. Tuttavia, quasi tutti erano d’accordo nel ritenere che il welfare state fosse uno strumento per risolvere le anomalie, impedire gli scostamenti dalla norma e scongiurare le conseguenze che si fossero comunque verificate. E la norma, quasi mai messa effettivamente in discussione, era il confronto, il rapporto diretto e reciproco tra capitale e lavoro finalizzato a ricercare la soluzione di tutti i problemi che fossero insorti.
Il giovane apprendista che nella prima metà del secolo scorso incominciava a lavorare alla Fiat poteva essere ragionevolmente sicuro di concludere la propria vita lavorativa nella stessa azienda. Gli orizzonti temporali della “modernità industriale” erano infatti di lunga durata. Per i lavoratori quegli orizzonti erano delineati dalla prospettiva di un lavoro a vita in azienda. Che probabilmente non era immortale, ma la cui esistenza era comunque nettamente più lunga della speranza di vita dei suoi operai. Per i capitalisti i “beni di famiglia”, che dovevano durare più a lungo di ogni singolo membro, coincidevano con gli stabilimenti ereditati, costruiti, o progettati per fare parte dell’asse ereditario. Per farla breve, la mentalità di “lungo termine” equivaleva all’aspettativa che le sorti rispettive delle persone che acquistavano lavoro e di quelle che lo vendevano fossero strettamente ed inestricabilmente legate per un lungo tempo a venire. Di conseguenza che raggiungere una forma tollerabile di coabitazione fosse nell’interesse di tutti.
Per questa ragione, fin quando si poté presupporre che lo stare insieme sarebbe durato nel tempo, il problema delle regole di convivenza rimase al centro di intensi negoziati fatti a volte di scontri e prove di forza, altre volte di armistizi e compromessi. I sindacati contribuirono a trasformare l’impotenza dei singoli lavoratori in un potere contrattuale collettivo e si batterono, spesso con successo, perché le regolamentazioni restrittive unilaterali si trasformassero in diritti dei lavoratori ed in una limitazione della libertà di manovra dei datori di lavoro.
Ora la situazione è completamente cambiata. L’ingrediente cruciale del cambiamento è la nuova mentalità a “breve termine” che ha sostituito quella a “lungo termine”. I matrimoni “finché morte non vi separi” sono ormai cosa rara. I partners pensano sempre di meno di rimanere a lungo in compagnia l’uno dell’atro. Secondo una recente indagine americana l’attuale generazione di giovani cambierà lavoro almeno undici volte nell’arco della propria vita lavorativa. La parola d’ordine più diffusa del momento è “flessibilità”. Che applicata al mercato del lavoro significa la fine del lavoro come l’avevamo conosciuto. Significa infatti contratti a breve termine, contratti rinnovabili, a progetto, a tempo parziale. Cioè prestazioni prive di durata e sicurezza. In pratica regolate dalla clausola: “fino a nuovo avviso”. Il fatto nuovo è che l’incertezza odierna del lavoro è la conseguenza ma, al tempo stesso, un potente fattore di individualizzazione. Essa infatti divide anziché unire e poiché non è possibile stabilire in anticipo chi si ritroverà sul vagone del lavoro precario e chi invece su quello del lavoro stabile l’idea di “interessi comuni” appare sempre più nebulosa ed evanescente. Paure, ansie e risentimenti si sopportano quindi in solitudine. Raramente riescono a coagularsi in una “causa comune”. Anche perché non sempre hanno lo stesso “destinatario naturale”. Tutto ciò fa dell’atteggiamento solidaristico che aveva caratterizzato la società industriale una pratica sempre più incerta e vacillante. Il che porta ad una strategia di vita del tutto diversa da quella che ha condotto alla nascita ed al consolidarsi delle organizzazioni del lavoro.
In ogni caso, una volta ricondotta la “forza lavoro” ad un utilizzo di breve periodo, perché defraudata di ogni prospettiva di stabilità, appare difficile che i sentimenti di lealtà e di impegno reciproco possano diffondersi e radicarsi. A differenza dei tempi della dipendenza reciproca di lunga durata manca ora lo stimolo ad interessarsi seriamente (o anche criticamente) della saggezza di una situazione che in ogni caso è vissuta come transitoria. La versione odierna della modernità “liquefatta” (come l’ha definita Z. Bauman), comunque fluida, sparpagliata, dispersa e deregolamentata, non porterà necessariamente ad una interruzione definitiva della comunicazione tra capitale e lavoro, quanto piuttosto ad un reciproco disimpegno. Questo sviluppo assomiglia (verrebbe da pensare) al passaggio dal matrimonio alla convivenza. Con il suo corollario di temporaneità e del diritto di interrompere il rapporto quando la necessità ed il desiderio si esauriscono.
L’aspetto da sottolineare è che se unirsi e stare insieme erano frutto di una dipendenza reciproca, il disimpegno è invece unilaterale. Per di più, come non era riuscito ai “proprietari assenteisti” di un tempo, oggi il capitale si è liberato dalla dipendenza del lavoro attraverso una inedita libertà di movimento del tutto sconosciuta in passato. La sua riproduzione e la sua crescita sono ormai sostanzialmente indipendenti dalla durata di ogni impegno locale con la forza lavoro. Dottrina che per altro, forte dei nuovi termini della situazione, l’amministratore delegato della Fiat non ha mancato di enunciare con particolare chiarezza ai dipendenti delle sue fabbriche in Italia. E lo ha fatto senza preoccuparsi troppo delle forme. Sicuramente con ruvidezza e persino con cinismo.
Naturalmente l’indipendenza del capitale industriale ha ancora qualche limite. Non ha ancora infatti quella volatilità che auspicherebbe e che si sforza di conseguire. Entro certi limiti non può del tutto evitare di fare i conti con fattori territoriali (nazionali e locali) e il “potere di disturbo” delle amministrazioni locali può ancora limitare in maniera irritante la sua libertà di movimento. Esattamente ciò che è avvenuto alla Fiat in Germania, quando la General Motors sembrava orientata a disfarsi della Opel e lei si era proposta di acquisirla, ma non riuscì a superare l’opposizione dei politici locali e del sindacato. Tuttavia, a parte specifiche situazioni, non si può non riconoscere che il capitale delle multinazionali è oggi (come non è mai stato in passato) extraterritoriale, leggero, libero, sradicato. E il livello di mobilità spaziale da esso conseguito è già più che sufficiente ad estorcere con il ricatto ai politici nazionali l’acquiescenza alle sue richieste.
La minaccia (anche implicita od ipotetica) di troncare i legami locali e di trasferirsi altrove è qualcosa che ogni governo (anche meno debole, stravagante ed inconsistente di quello in carica in Italia) non può non valutare nel formulare le sue linee di azione. Capita così che i governi che devono rispondere all’opinione pubblica (quindi ad eccezione della Cina e di altri paesi autoritari, o semiautoritari) si ritrovino nella scomodità di non poter costringere ed, al contrario, dovere fare il possibile per attirare i capitali nomadi. Perciò essi non sono in alcun modo in grado di influenzare la scelta se, ad esempio, sia meglio produrre automobili, oppure aumentare la ricettività alberghiera. Ed ancora, se una attività sia preferibile impiantarla in un paese piuttosto che in altro. Nei fatti, quindi, la competizione tra paesi per attrarre i capitali avviene al prezzo di un ulteriore indebolimento della politica. Essa consiste infatti soprattutto nel “creare condizioni migliori per la libera impresa”. Che in concreto vuol dire adeguare la politica alle “esigenze della libera impresa”. Ciò implica il rifiuto ad ogni limitazione alla libertà del capitale, che pensa ed agisce su scala globale. La preoccupazione fondamentale è comunque quella di dimostrarsi altrettanto o più ospitale per il capitale di quanto non lo siano i paesi vicini. In pratica ciò significa una tassazione moderata (incluse buone possibilità di evasione ed elusione), poche o nessuna regola ambientale, soprattutto un “mercato del lavoro flessibile”. Paradossalmente molti governi sembrano convinti che l’unico modo per attrarre e tenere legato al proprio territorio il capitale globale sia quello di dimostrargli, al di là di ogni ragionevole esigenza, che è libero di andarsene con breve o nessun preavviso. D’altra parte le borse azionarie ed i consigli di amministrazione delle multinazionali sono solleciti a premiare tutti i passi compiuti “nella giusta direzione”. Cioè quella del disimpegno, delle “cure dimagranti", dei ridimensionamenti, degli scorpori. Mentre con la stessa prontezza puniscono ogni notizia di aumento degli addetti e l’avvio di onerosi progetti a lungo termine, generalmente ritenuti in contrasto con le esigenze di competitività e produttività.
La velocità di movimento oggi è considerata un fattore importante, se non addirittura preminente, nella determinazione della stratificazione sociale ed, in definitiva, nella gerarchia del potere. Assieme alla velocità di movimento una delle fonti principali del profitto (del grande profitto, s’intende) è tendenzialmente costituita dalle idee, più che dagli oggetti materiali. La ragione è semplice. Un’idea viene prodotta una sola volta e da quel momento continua a produrre ricchezza a seconda del numero delle persone coinvolte nei ruoli di clienti e consumatori. Indipendentemente dal numero e dalla dislocazione degli addetti nel riprodurre il prototipo. Quando si parla della redditività delle idee l’oggetto della competizione sono infatti i consumatori più che i produttori. Non sorprende quindi che il capitale si impegni oggi nei confronti dei consumatori. Sicché solo in questa sfera si può ora parlare di reciproca dipendenza. Il capitale dipende dai consumatori per la sua competitività, efficacia e redditività, ed i suoi percorsi sono guidati dalla consistenza di consumatori, o dalla possibilità di “produrre consumatori”. Ovvero di generare e stimolare la domanda delle idee in vendita. Ecco perché quando si pianificano i movimenti di capitale e si decide la loro localizzazione, la presenza della forza lavoro è, al più, una considerazione secondaria. Si capisce bene quindi che in tale situazione il “potere di contenimento” del lavoro locale sul capitale sulle condizioni di impiego e più in generale sulla disponibilità di posti di lavoro tenda inesorabilmente ad affievolirsi.
L’altro grande elemento che entra in gioco nell’impiego del capitale è l’aumento della finanziarizzazione delle economie “sviluppate”. Secondo Luigi Pasinetti (intervento al convegno dell’Accademia dei Lincei su: “Gli economisti post-keynesiani di Cambridge e l’Italia") il “settore finanza”, che nel quarantennio 1950 –’90, rappresentava in media il 10 per cento dei profitti societari (corporate profits), negli anni novanta si è impennato al 22 per cento. Ossia più che raddoppiato. E nei cinque anni successivi (vale adire i primi cinque anni del nuovo millennio) è addirittura schizzato al 34 per cento di tutti gli utili societari. Nessun investimento produttivo avrebbe mai potuto generare profitti di tale entità. Poi naturalmente si è dovuto fare i conti con la “bolla finanziaria”. Ma il “socialismo capitalista” ha fatto in modo che si dovessero comunque salvare (ovviamente con soldi pubblici) banche e speculatori.
Queste ed altre trasformazioni hanno indotto alcuni studiosi ad individuare un nesso tra il crollo della fiducia nelle prospettive del lavoro e la minore disponibilità all’impegno politico ed all’azione sindacale collettiva. Essi ritengono che la capacità di fare proiezioni future siano la condicio sine qua non di ogni pensiero trasformatore e di ogni sforzo per rimettere in discussione e soprattutto riformare lo stato attuale delle cose. C’è però sconsolatamente da dire che proiettarsi nel futuro è assai difficile per chi non riesce a fare presa sul presente. D’altra parte un numero crescente di lavoratori, legati come sono al territorio, sostanzialmente impediti nei movimenti o, se si muovono, fermati al più vicino presidio di confine, si trovano in estrema difficoltà rispetto al capitale che invece si muove liberamente da un posto all’altro. Come ho già osservato, l’asimmetria deriva dal fatto che il capitale è sempre più globale, mentre il lavoro rimane locale e per questa ragione esposto, disarmato, ai capricci imperscrutabili di “investitori” ed azionisti misteriosi. Per non parlare di quelle cose esoteriche che sono “le forze di mercato”, “ragioni di scambio” e “leggi della concorrenza”.
In quadro simile quello che il lavoro, a volte, riesce oggi ad ottenere gli può essere tolto domani. Senza preavviso. E’ quindi poco disposto allo scontro. Perché ha sempre meno fiducia di poter trasformare le proprie lamentele in una decisiva questione politica. E perché è convinto che i poteri costituiti e le organizzazioni collettive (per ragioni oggettive e soggettive) non siano in grado di porvi rimedio. In sostanza, si può quindi dire che il passaggio dalla modernità della società industriale a quella “leggera” o “liquefatta” della società post-industriale costituisce una imprescindibile cornice in cui in passato è stata inscritta la storia del movimento dei lavoratori ed oggi accompagna invece il suo declino.
Non è mio compito e non mi propongo quindi di spiegare qui le difficoltà in cui si è venuto a trovare il movimento dei lavoratori, in gran parte del mondo “avanzato”. Credo tuttavia che sia un grave errore interpretare il mutato corso delle cose, come alcuni tendono a fare, semplicemente con il diverso umore dell’opinione pubblica, provocato dall’impatto debilitante di molti mass-media, da un complotto dei “poteri forti”, dal richiamo al tempo stesso seducente e deresponsabilizzante della pubblicità, oppure dagli effetti soporiferi della società dello spettacolo e del divertimento. Questi fenomeni non sono affatto marginali o secondari. Ma non spiegano tutto. Soprattutto non tengono conto del mutato contesto per l’esistenza, per l’ambientazione sociale, in cui le persone devono provvedere alle proprie necessità del vivere, rispetto all’epoca nella quale i lavoratori, ammassati nelle fabbriche in cui si produceva in serie, si coalizzavano per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita.
La situazione è radicalmente cambiata e non sarà mai più la stessa. Ma non è affatto venuto meno il bisogno di equità e di giustizia e quindi il bisogno di solidarietà. Ciò che serve è che le organizzazioni del lavoro trovino i modi e le vie nuove perché esso possa tornare a farsi valere. Inutile dire che in assenza di un impegno convergente, comune, unitario, l’impresa non ha alcuna possibilità di successo.
In conclusione credo di poter dire che la vicenda Fiat, indipendentemente dalle circostanze e dagli specifici avvenimenti che l’hanno portata agli onori della ribalta, appare emblematica di una “globalizzazione”, intesa soprattutto come disordine e caos e delle conseguenze che questa dinamica ha prodotto sul lavoro. Ma proprio per questo, più che prefigurare soluzioni da generalizzare, la situazione che si è determinata nel gruppo automobilistico dovrebbe indurre a riflettere su alcune questioni.
Innanzi tutto ci si dovrebbe chiedere se (sulla base della cultura europea, o di quel che ne resta) sia possibile governare i rapporti di lavoro in una grande azienda solo sulla base di un assenso formale alle decisioni degli amministratori, non fondato su un consenso reale. Per altro, anche ammesso che, con il tempo, l’acquiescenza di oggi dei lavoratori, indotta anche dalla mancanza di alternative, si possa trasformare in pieno accordo (come a volte succede nei matrimoni di convenienza) difficilmente la Fiat potrà considerare risolti i suoi problemi.
Intanto perché le nuove norme che ora verrebbero introdotte, legate alla previsione di utilizzare gli impianti al sabato e pure la domenica, consentono sicuramente di sfruttare meglio il capitale fisso. Tuttavia, per raggiungere anche una maggiore redditività, andrebbe anche aumentato il valore del prodotto per ora lavorata. Dove il valore è dato non solo dal numero di pezzi, ma pure dal prezzo al quale possono essere venduti. E quest’ultimo, per dirla con Massimo Muchetti, “dipende non solo dalle braccia, ma dal cervello”. Questo significa che se c’è un ciclo produttivo da riorganizzare, c’è soprattutto bisogno di modelli innovativi. Perché le auto non basta farle. Poi bisogna anche poterle vendere. E senza una intelligenza progettuale in continuo aggiornamento, non si va da nessuna parte.
L’esempio dei produttori tedeschi di auto (che riescono a garantire ragionevoli profitti, alti salari, orari tollerabili e un sistema di relazioni industriali tra i più avanzati in Europa) dovrebbe pure insegnare qualcosa anche ai managers Fiat. Pensare, come sembra credere l’amministratore delegato (sostenuto dall’adesione encomiastica di alcuni commentatori e ministri) che il recupero di competitività riguardi essenzialmente il fattore lavoro e non anche la capacità innovativa del fattore imprenditoriale, è una visione dei problemi contraddetta non solo dai gruppi automobilistici tedeschi, ma anche francesi e persino americani. Basti pensare alla Ford.
C’è poi un’altra questione essenziale. Al di là delle chiacchiere l’effetto della globalizzazione (almeno nel breve e nel medio periodo) comporta la perdita di una parte del benessere dei paesi opulenti (quindi inclusa l’Italia, malgrado tutti i suoi problemi) in favore di paesi che da meno tempo hanno imboccato la via della crescita e dello sviluppo. E’ una situazione che genera tensioni perché la perdita di lavoro (e di benessere) non riguarda in misura omogenea l’insieme dei paesi di antica accumulazione di ricchezza, ma riguarda una parte significativa della loro popolazione. In particolare quella occupata nell’industria ed in determinati servizi. Ma soprattutto i giovani, i precari, le fasce deboli ed i territori con minori insediamenti produttivi.
A tale proposito, il punto che non può essere offuscato è che parte dell’industria dell’automobile è in crisi perché ne vengono prodotte troppe. Ma anche perché, a causa della crisi, la domanda ristagna. La conseguenza da trarre è che occorre accrescere la competitività per difendere e conquistare quote di mercato. Ma bisogna anche prendere coscienza che l’inevitabile perdita di benessere di molti lavoratori coinvolti nella riorganizzazione e nella ristrutturazione andrebbe compensata. Non solo con efficaci misure di protezione del reddito, ma anche con un loro diretto e reale coinvolgimento nella determinazione e nel controllo dei processi in atto. In particolare con riconosciute concrete possibilità di interagirvi. A cominciare dalla ripartizione del reddito, ma anche del lavoro. Per offrire una concreta possibilità di occupazione a quanti, iniziando dai giovani, vorrebbero lavorare, ma non hanno alcuna concreta possibilità di poterlo fare.
Questa per il sindacato appare come l’ultima trincea prima dell’irrilevanza. Prospettiva che non mette al riparo nessuno. Né quanti si definiscono riformisti, così come quelli che si ritengono invece radicali.