Premessa...
Lo spazio pubblico – dove possano confrontarsi civilmente persone di opinioni diverse - è la condizione materiale della democrazia. Una condizione che oggi manca. Il nostro amico e con-redattore Costantino propone alla scuola di dare un contributo a ricostruirla.
UNO SPAZIO PUBBLICO PER IL COMMERCIO DELLE IDEE
Care compagne, cari compagni (che bello! Sembra di essere tornati ai tempi di una volta), vorrei esternarvi alcune mie riflessioni. Inizierò citando alcune battute dell’”Arturo Ui” di Brecht, tratte dalla XIV scena, quella che si riferisce alle mene tramate in preparazione dell’Anschluss, in particolare all’assassinio del cancelliere Dolfuss: alla vedova del sig. Dullfeet (Dolfuss) che lo accusa di averle ucciso il marito, nonostante la cosa fosse universalmente nota, il gangster Ui risponde con tono di offesa: “Dunque ricadiamo nelle solite / provocazioni e chiacchiere e calunnie, / che stroncano sul nascere ogni mio / desiderio di giungere a un accordo / in armonia col vicino! Ostinarsi / a non capirmi! Negare la fiducia / dove io la concedo! Giudicare / le mie profferte un’oscura minaccia! / Respingere la mano che vi tendo!” “Che tende per uccidere!” replica la vedova Betty, ed Ui di rimando “No! Vengo / sputacchiato là dove cerco, in tutta / sincerità, di conquistare amici!”
Non vi sembra sorprendente la somiglianza di queste parole con quelle che abbiamo tante volte sentito dalla nostra bestia trionfante? Della quale si dimostra così che non ha grande inventiva, ma sembra anche che non ne abbia molto bisogno, avendo già assopito l’intelligenza della maggior parte dei nostri concittadini ed avendo per interlocutore un ceto politico nella sua maggioranza, e soprattutto nella parte che più calca la scena pubblica e vorrebbe essere attrice, o corrotto, o stupido o incapace o tutte e tre le cose insieme. Effettivamente è sconvolgente la tutto sommato scarsa mobilitazione che, in rapporto alla gravità delle provocazioni, c’è stata in questi giorni; così come è sconvolgente l’insipienza dei partiti di opposizione che da un pezzo non riescono a comprendere la gravità della situazione e si dividono su questioni che non troverebbero posto neppure nella casistica morale del ‘600; così come è sconvolgente la stanchezza del movimento della scuola da cui sembrava dovesse partire la rivoluzione (segno, questo, di come la scuola non funzioni, ma non per i motivi addotti dalla Gelmini); così come è sconvolgente, infine, l’ancora ristretto urlo di dolore –e uso scientemente il termine “urlo” in tutti i suoi possibili sensi- del mondo cattolico onesto e pensante contro la proterva ed ottusa stupidità di queste gerarchie ecclesiastiche che, da sempre pronte ad appoggiare gli uomini della provvidenza in cambio di soldi e potere, stanno ora ridistruggendo la chiesa stessa, prima ancora che quel poco di vita civile costruita nel nostro paese. Se Parigi val bene una messa –così avranno ragionato nella curia romana- un patto scellerato può ben valere, oltre i sempre ben accetti fiumi di denaro, l’egemonia dell’unico spazio pubblico rimasto dopo che le nostre città sono diventate invivibili e i grandi centri commerciali sembrano gli unici luoghi rimasti in cui la gente si incontra: ed infatti a guardare la tv ed a leggere i giornali, purtroppo anche quelli laici, sembra che in Italia il vaticano abbia l’esclusiva del sacro e del bene, come se non esistessero i protestanti, gli ebrei, i mussulmani, i cattolici che non si identificano con le attuali gerarchie ecclesiastiche oltre che, naturalmente, i non credenti. Ma come può esserci democrazia se si tollera che la pluralità delle voci sia coperta dall’arroganza di una sola?
Capisco di avervi forse annoiati con questo piagnisteo, comprensibile ma improduttivo e, alla lunga anche stancante; e sarei tentato di finire qui; tuttavia il desiderio e, anzi, il bisogno di confrontarmi in questi momenti di grande confusione mi fa resistere alla tentazione obbligandola a seguire ancora per un po’ il corso dei miei pensieri.
Che fare, dunque, dando per scontato che non possiamo tirarci indietro sia perché ne va delle condizioni di vita nostre e dei nostri figli, sia perché in parte siamo anche noi responsabili di questa situazione? Che fare? Mi chiedo in maniera quasi ossessiva in questi giorni, in assenza di partiti degni di questo nome. Certo, è necessario innanzi tutto non perdere occasione di manifestare la nostra volontà di non rinunciare alla democrazia e di difendere con la forza dei resistenti e la rabbia degli oltraggiati la dignità delle persone e il loro diritto all’autonomia; e di farlo in forma reale e visibile senza accontentarsi della virtualità delle rete, che può svolgere un ruolo sussidiario ma non può mai sostituire la presenza fisica e pubblica. E poi, fare chiarezza, ossia ristabilire l’ordine del discorso laddove ogni ordine è travalicato e le parole nascono dalla schiuma generando altra schiuma; cosa che purtroppo non accade solo da una parte: forse mi è sfuggito, ma in tutti questi giorni, ad esempio, non ho sentito qualcuno dire che in punto di diritto il sig. Giuseppe Englaro non ha agito in suo nome ma in nome della sig.na Eluana Englaro della cui volontà, giudizialmente accertata, egli è stato solo l’esecutore e che pertanto, se gli sciacalli avessero avuto cognizione delle cose ed onestà intellettuale, avrebbero dovuto parlare di suicidio e non di omicidio. È solo un esempio e può forse sembrare una questione di lana caprina, ma in realtà è in gioco l’ordine del discorso oltre il quale c’è posto solo per la violenza; e richiamarlo sempre mi sembra sia il dovere primario degli intellettuali, volenti o nolenti che lo siano.
Tuttavia mi rendo anche conto che tutto questo, seppur necessario, non è sufficiente a invertire il corso delle cose, sia perché restiamo pur sempre una minoranza che per giunta non ha referenti politici affidabili e capaci di dare corpo e forza alla sua voce, sia perché ci ritroviamo sempre a condividere istanze ed idee con i nostri simili e di fatto non comunichiamo con chi queste istanze ed idee non condivide, mancando in Italia un reale spazio pubblico ed essendo il commercio delle idee fortemente inquinato dagli stessi soggetti –il vaticano e la bestia- che dominano lo spazio mediatico. E torna la domanda ossessiva: che fare? In via puramente teorica la risposta è semplice: se lo spazio pubblico, ossia il luogo in cui i diversi possono incontrarsi come liberi tra pari e dove è possibile mettere a confronto la diversità di ciascuno, se questo spazio, dicevo, è la condizione materiale della democrazia e ne constatiamo tuttavia la mancanza, la sua ricostituzione è preliminare ad ogni altra forma di lotta o, perlomeno, ogni forma di lotta rischia di essere improduttiva se non è accompagnata da uno sforzo parallelo per ricostituire questo benedetto spazio pubblico. Molto meno semplice è invece la risposta alla domanda: come ricostituirlo?
Esistono oggi situazioni in cui gli individui –i cosiddetti “uomini della strada”- possano intessere rapporti in libertà, ossia al di fuori degli ambienti di lavoro, dei circoli ricreativi e delle associazioni culturali o gruppi religiosi, cui si partecipa per scelta ideale o per necessità e dove, in un modo o nell’altro si incontrano soltanto i simili con i simili? Nella mia vita solo una volta ho fatto un’esperienza del genere (per altro non sempre esaltante) ed è stato negli anni in cui mi son trovato ad essere genitore di uno studente e, nel rapporto più o meno coatto con gli altri genitori, ho dovuto maturare importanti scelte comuni e discutere questioni generalissime anche con chi non mi sarei mai sognato di condividere alcunché. Lo ripeto, l’esperienza è stata non sempre esaltante e sempre dura e faticosa però, ripensandola a posteriori, mi rendo conto che in quegli anni la scuola ha effettivamente costituito almeno un lacerto di spazio pubblico. E allora mi chiedo, oggi che le scuole sono in gran fermento, sarebbe poi così difficile farle aprire in orario extracurriculare per organizzare incontri dove adulti e non adulti discutano e si facciano chiarezza a vicenda non soltanto sulle questioni che riguardano strettamente la scuola ma anche su quelle più generali che riguardano la vita di tutti e danno poi senso alle scelte e pratiche scolastiche?
Onestamente non so dire quanto una cosa del genere sarebbe realmente praticabile, ma purtroppo non mi viene in mente altro; quindi sottopongo la mia proposta all’indulgenza della vostra corte, incalzato dal monito lanciato da Brecht nell’epilogo dell’ “Arturo Ui”:
E voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava,
una volta, per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora
non cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancor fecondo.
A presto
Giovanni