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Introduzione...

Tra gli argomenti trattati in molti saggi della “Rivista Trimestrale” (1962-70), dei successivi “Quaderni” (1972-83) e nei corsi di “Storia del pensiero politico” alla SISPE (1968-71), particolare rilievo fu dato al tema della storicità del bisogno e del lavoro umani, quindi della loro crescita qualitativa di pari passo con lo sviluppo dell’uomo. Fu sottolineato che l’economia era sostanzialmente ferma, invece, all’iniziale livello della “sussistenza corporea”, con conseguente ristagno delle crescenti capacità produttive su sbocchi di consumo sempre più superflui e corruttori. Fu sostenuta la necessità di sbloccare questo pericoloso stato di cose, affrontando innanzitutto il nuovo bisogno, ormai emerso con ogni evidenza, dell’ingresso del “Terzo Mondo” in un quadro economico-produttivo di tipo moderno. Nel presente lavoro viene affermata l’opportunità di riprendere tale elaborazione di quaranta e trenta anni fa, tenendo conto degli ulteriori bisogni e problemi universalmente squadernati nel nostro tempo.

SUL CAPITALISMO:
CITAZIONI E COMMENTI

Ha ancora senso, oggi, parlare di superamento del capitalismo, di uscita da esso, di possibili prospettive economico-sociali diverse? Porre questa domanda, e cercar di rispondervi, presuppone evidentemente che del capitalismo (beninteso, moderno) si possa dare e si cerchi di dare una definizione. Più precisamente, che si possano individuare, e si cerchi di farlo, alcuni aspetti essenziali che distinguano il sistema economico-sociale capitalistico da altri sistemi (ad es. quello antico basato sul rapporto ferreo signore-servo, o i suoi temperamenti e condizionamenti tentati nel Medioevo cristiano, ovvero, nel secolo XX, il sistema socialista di tipo sovietico); aspetti che quindi rimangano costanti in linea di fondo, al di sotto dei mutamenti storici delle forme del capitalismo stesso, ormai così rapidi e sconcertanti da rischiar di “spiazzare” osservatori e studiosi. Definizioni di questo tipo certamente non mancano, dalla “mano invisibile” di Smith alla concezione di Weber, che vede nel capitalismo moderno, e nelle sue “grandiose trasformazioni”, la « espressione di un processo di razionalizzazione non solo dell’attività economica, ma della società intera»(1). In uno studio recente, Luciano Barca qualifica come «del tutto ideologica l’operazione che ha portato alcuni intellettuali e una vasta parte della pubblicistica italiana a far scomparire la categoria del capitalismo, con le sue connotazioni essenziali, e a negarne – quasi in modo ovvio – l’esistenza.

Essa è fondata infatti su una premessa tanto semplice quanto falsa: l’identificazione del capitalismo con il mercato […], Il capitalismo altro non sarebbe che la sublimazione (ultima secondo alcuni) del mercato». In realtà sia il capitale che il mercato – fa notare L. Barca - preesistevano da molto tempo al capitalismo; ai fini di una convincente definizione di quest’ultimo, un ottimo “bandolo della matassa” sta piuttosto nel sottolineare il continuo processo di separazioni (anziché, più correttamente, di distinzioni) sulla cui base esso si è venuto storicamente affermando La separazione, focalizzata da Marx, «tra la proprietà dei mezzi di produzione (o capitale) e il lavoro necessario per valorizzarli»; la separazione del “valore di scambio” dal “valore d’uso”; la separazione della «ricchezza da investire – il capitale organizzato nella nuova struttura dell’impresa – dalla ricchezza di cui il “signore” aveva la disponibilità personale e famigliare per il consumo»; «la grande separazione che stiamo vivendo nel corso degli ultimi trent’anni» e cioè quella dello stesso capitalismo «dai suoi riferimenti territoriali e nazionali e, addirittura, dai bacini continentali e culturali da cui è nato», al punto che, oramai, il bilancio e il potere di comando degli uni sono superati da quelli di alcune grandi multinazionali; contestualmente, «il processo di separazione della finanza dall’attività di produzione e di circolazione, di cui essa era all’inizio strumento e servizio», quindi il processo di distacco della finanza dalla “economia reale” per assumere «una posizione autonoma e a volte contrapposta»(2).

Si potrebbero citare altre proposte di approfondimento critico del problema, a volte distaccatamente “scientifiche”, altre volte riflettenti giudizi variamente favorevoli o contrari. Tra le posizioni più estreme spicca la tendenza, propria di alcune correnti della “sinistra radicale”, a identificare il concetto di capitalismo con quello stesso di sviluppo, sostenendo allora la necessità di uscire congiuntamente dall’uno e dall’altro imboccando la via della “decrescita”(3). Come posizione “di sinistra” più realistica, si può addurre quella di Michel Beaud, da un libro recente del quale ci sembra interessante citare alcune considerazioni introduttive.

«[…] il termine “capitalismo” reca in sé molteplici implicazioni e si presta a un uso rischioso. […] La mia preoccupazione è sempre stata quella di comprendere il mondo, le evoluzioni in corso, ciò che non funziona e perché, e come porvi rimedio. Presto, quel termine mi è sembrato designare rilevanti realtà del nostro tempo, la cui conoscenza è in grado di illuminare dei processi essenziali, di identificare problemi e di riflettere sui rimedi. E’ un vocabolo insostituibile nella misura in cui è l’unico capace di indicare chiaramente tali realtà: rifiutarne l’uso significa rinunciare a prendere in considerazione aspetti importanti del mondo contemporaneo. Detto ciò, occorre aggiungere che si tratta di un termine difficile da maneggiare, dato il peso delle implicazioni ideologiche e politiche, di carattere sia apologetico sia critico, che rendono imprevedibile il modo in cui viene inteso […].

Sono giunto all’idea che il capitalismo sia innanzitutto una logica sociale complessa, in cui agiscono forze trasformatrici e auto-trasformatrici, emersa in modo a quel tempo impercettibile nel XV e XVI secolo, impostasi nel XIX secolo attraverso l’industrializzazione e oggi tendente a dominare la maggior parte delle società e del pianeta […]. Resta un’ultima domanda: dopo il crollo del “comunismo” o, più precisamente, dello statalismo sovietico, la “nuova realtà” che chiamiamo “capitalismo” rimane l’unica via necessaria, inevitabile, per l’umanità, di per sé portatrice di modernità, di progresso, di democrazia, della “grande società”? In breve, il capitalismo è la via “umana”? Non credo, altrimenti lo definirei “la via umana” […]. La storia umana è caratterizzata da progressi e regressi, azioni e resistenze, da crolli, balzi in avanti e contraccolpi. Ora, di fronte ai problemi, ai mali, ai pericoli e ai rischi – manifesti o latenti – dei nostri giorni, nei quali le dinamiche capitalistiche operano ampiamente, sarebbe assurdo escludere a priori che, in un avvenire più o meno prossimo, si possa trovare un’altra via. O altre vie»(4).

Quali, però, l’Autore non dice, e neanche si prova a dare in proposito qualche idea o suggestione di carattere generale. Alla fine del libro, dopo aver lamentato che «abusando del loro potere, le forze che governano le società umane minacciano tanto l’integrità dell’uomo quanto quella del mondo» e osservato che «le dinamiche del capitalismo contribuiscono fortemente a questo processo», si limita ad auspicare che tali forze vengano «imbrigliate» a livello nazionale, continentale e mondiale(5).

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Venti, trenta o quarant’anni fa, si era spesso meno cauti, meno esitanti. Non sembrava così azzardato parlare di capitalismo, prendere posizione su di esso, auspicarne alternative ma anche prospettarle. E ciò non solo da parte di chi muoveva da apriorismi ideologici. Ad esempio la “Rivista Trimestrale” e i suoi successivi “Quaderni” (una ricerca durata dal 1962 al 1983, proseguita e sviluppata per qualche anno ancora da alcuni suoi protagonisti: si possono vedere anche le apposite sezioni di questo sito)(6), se condussero una costante battaglia proprio per liberare le principali forze politiche e tendenze culturali dell’epoca dai rispettivi dogmatismi di radice ideologica, dedicarono peraltro al capitalismo, e a come “fuoruscire” da esso, buona parte dei loro saggi di approfondimento teorico. Su questa ricerca riteniamo opportuno soffermarci alquanto, perché a nostro parere vi sono contenuti spunti ed elaborazioni che meriterebbero ancora attenzione. Trasposti, infatti, in termini che tengano conto delle svolte intervenute, se ne potrebbero forse ottenere ulteriori sviluppi, utili a orientarsi di fronte ai problemi e ai pericoli veramente gravi del mondo attuale.

Più d’una volta, in quei saggi, ci si provò a dare una definizione sintetica del capitalismo. In uno del 1978, lo si delineava come «quel sistema [economico-sociale – n.d.r.] la cui dimensione economica è caratterizzata dal fatto che il fine delle imprese (la massimizzazione del reddito d’impresa) diviene fine generale del sistema stesso»(7). In termini sostanzialmente analoghi Franco Rodano, nel 1982, dopo aver premesso che occorreva ormai prendere atto del carattere «proteicamente cangiante» del capitalismo, lo identificava ad ogni modo come «quel sistema di produzione e di scambio, che è basato su una pluralità di aziende e che, malgrado innumerevoli deroghe pratiche, non può non richiamarsi, in ultima istanza teorica, alla legge della chiusa autosufficienza di un mercato universalmente esteso ed espresso, in linea essenziale, dall’incontro-scontro dei produttori»(8). Come si vede queste definizioni - e così ogni altra che si possa trovare nella complessiva esperienza “trimestralica” - hanno in comune la critica non all’impresa capitalistica in quanto tale e alle sue leggi intrinseche, ma al fatto che tali leggi, straripando oltre il loro ambito, sono divenute quelle dell’intera dimensione economico-sociale.

In effetti, i principi e le norme dell’impresa capitalistica sono considerati da F. Rodano come portato decisivo della modernità nella sfera economica della vita umana. Il “mondo aziendale” è da lui ritenuto momento «essenziale e autonomo della vita economica»(9); «l’interesse economico e tecnologico delle aziende» è riconosciuto «sempre necessario ad assicurare sul serio le risorse per lo sviluppo dell’umanità associata»(10). Bisogna quindi «tutelare la libertà delle aziende nel perseguire la loro peculiare funzione-obiettivo, per ciò stesso riconoscendo che, sotto il profilo del “bene comune”, il raggiungimento del profitto (se conseguito in un quadro di reale competitività) costituisce sia l’insostituibile sanzione della miglior scelta possibile nell’allocazione delle risorse che ci si trova disponibili, sia, una volta impiegatele, la verifica puntuale del loro rigoroso utilizzo economico» (11). Bisogna rendere le imprese «libere di perseguire, con tutto il rigore necessario, il loro scopo specifico, che sta appunto nel combinare economicamente le risorse disponibili, per approntar con profitto, e quindi allargando di continuo la capacità produttiva, dei beni adatti sempre, in ultima analisi, a soddisfare un qualche bisogno dell’uomo»(12).

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E’ proprio sul tema del bisogno umano, però, che il discorso di F. Rodano (come degli altri studiosi “trimestralici”) si fa decisamente critico. Le imprese, dunque, producono beni atti a soddisfare «un qualche bisogno dell’uomo». Fin qui, “non ci piove”. Ma quale o quali bisogni umani sono più importanti in una data situazione sociale, in un dato momento storico? A questo interrogativo l’impresa non può e non sa rispondere, semplicemente perché non è compito suo. Spetta alla società, attraverso le sue istituzioni, le sue varie istanze aggregative e rappresentative, focalizzare via via i bisogni che è essenziale soddisfare al livello storico raggiunto, cosicché le imprese possano poi orientarsi giustamente, per la loro parte, sul tipo di beni da produrre o di servizi da fornire. Del resto, ricevere punti di orientamento “esterni” è loro evidente, indiscutibile e spesso dichiarato interesse.

Nel caso invece che ciò non avvenga; che la società non sia in grado di porsi “di fronte” al mondo imprenditoriale dicendogli con chiarezza che “questo, e non quell’altro” è utile e necessario agli uomini del presente; insomma nel caso che la società, non sufficientemente fondata nella sua dimensione autonoma, dimissioni da se stessa, appiattendosi sulla dimensione dell’economia e lasciando alle imprese scelte fondamentali non di loro competenza, è allora illogico pretendere che tali scelte siano corrette, siano corrispondenti all’effettivo bisogno umano del tempo. Ed è quanto, precisamente, si è verificato e si verifica da quando esiste il moderno capitalismo. Il tema è svolto lucidamente nelle pagine conclusive della citata analisi di F.Rodano. Sarà bene riproporle alla lettura qui di seguito.

«Certo il processo produttivo dell’impresa, se pur vuole restare nell’ordine della razionalità umana, deve pur sempre concludersi in un risultato che sia utile all’uomo: nell’approntamento di un bene, cioè, che possa essere messo sul mercato, poiché idoneo a soddisfare un qualche bisogno e quindi dar luogo a un consumo […]. E in effetti la realtà aziendale non può sfuggire assolutamente al fatto, davvero obbligato, di produrre cose che si possano consumare. Solo che tutto ciò non toglie minimamente che il fine da cui viene definita l’impresa nella sua essenza, e che perciò, mentre ne condiziona e comanda ogni altra operazione, non è liquidabile se non con il dissolvimento dell’impresa medesima, resta – per riprendere i termini di Marx – la valorizzazione del capitale e insomma il conseguimento di un profitto; anche se questo, poi, viene a realizzarsi materialmente, diventa cioè fonte concreta di reddito, solo quando il prodotto in cui si incorpora trova chi ha interesse ad acquistarlo, ossia solo quando è tale da incontrare dei consumatori. Qual è allora la conseguenza di una simile collocazione capitalistica del momento del consumo?

Come subito è evidente, mi sembra, la fondamentale dimensione umana del bisogno (nella quale, a veder bene, cioè a concepirla positivamente, si rispecchia e si esprime la natura storica dell’uomo, ovvero la sua spinta continua e mai del tutto arrestabile a crescere, a dilatarsi, ad assumere sempre più realtà entro le proprie categorie e i propri valori) viene socialmente coartata nella misura ed entro i limiti consentiti dalla ricerca, assolutamente primaria, del profitto. In altre parole, il saliente e indefinito processo del bisogno, lungi dal potersi dispiegare nella sua autonomia e dal porsi allora liberamente di fronte al momento produttivo costituito dalle imprese (di maniera che le due dimensioni, pienamente distinte, vengano a definirsi come i due “poli” di un rapporto, che debbano e possano tener conto l’uno dell’altro, condizionandosi e orientandosi a vicenda), si riduce invece, nella società data, a un semplice scampolo di se medesimo; e infatti, mentre subisce e accetta per il suo “sviluppo” le leggi, i ritmi, le condizioni e gli interessi della pratica sovranità del mondo delle aziende, affiora in concreto – profondamente distorto – solo per quel tanto che è voluto dalle necessità del capitale e consentito dalla sua esclusiva (e aliena) dinamica.

Tuttavia, se una dimensione essenziale dell’uomo è resa asfittica e deformata dalla sua stretta subalternità all’impresa e allo specifico fine di questa, se insomma viene a stabilirsi nei fatti un catastrofico distacco, una vera e propria contraddizione, tra il bisogno e il consumo (poiché questo, al posto di costituire il pratico soddisfarsi del primo, è piegato a essere essenzialmente in funzione del realizzarsi del profitto), se infine, insieme con l’uomo, è l’intiera vita associata a venir sconvolta da questo stravolgimento, anche lo stesso mondo aziendale, preso nel suo insieme, giunge ben presto a soffrire di una situazione siffatta. Gradualmente, ma sempre più, esso assiste all’attenuarsi e pressoché al perdersi della sua, pur necessaria, componente naturale, poiché appunto il bisogno (e dunque l’uomo nella sua immediata storicità) cessa in larga misura di alimentare il consumo, e in questo finisce con l’esprimersi – come è ovvio secondo forme, sotto il profilo umano, di artificiosità crescente – quasi soltanto la non mai del tutto eliminabile esigenza della produzione per un proprio ancoraggio residuo a una realtà che sia fuori di sé, e che quindi ne esorcizzi il possibile avviarsi nell’irrazionalismo.

Così, l’avvento della cosiddetta società consumista – esplosa in Italia nell’ultimo ventennio, ma ben prima negli USA, paese capofila dell’assetto sociale della borghesia - è davvero l’approdo inevitabile della sempre più completa estraneità reciproca fra consumo e bisogno: come appunto quella configurazione della vita associata che era già in nuce nell’originaria subalternità capitalistica del secondo allo scopo specifico dell’impresa, e dunque nel suo scadere da aspetto umanamente rilevante e anzi essenziale (la cui soddisfazione stessa appartiene, con ogni evidenza, al mondo dei fini) in semplice vincolo del processo produttivo medesimo. In effetti, oggettivamente patendo il progressivo estendersi e il soggiacere sempre più profondo di un bisogno, per così dire, sommerso (ossia non in grado di raggiungere il mercato e di presentarsi come concreto consumo), le aziende nel loro insieme, soggettivamente avvertendo, allora, l’indiscutibile dato di fatto di un non tollerabile e crescente restringersi delle possibilità di sbocco, sono state quasi meccanicamente condotte a reagire, secondo i loro concetti, le loro categorie e insomma il loro modo di essere. Esse hanno dovuto, cioè, indurre, inventare e venir massicciamente lanciando nuove occasioni di consumo, come mezzi di soddisfacimento per bisogni sempre più artificiosi e alienanti.

Certo, le imprese sono state sostenute e favorite, in questa operazione di corruttela sopraffattrice, e però storicamente indispensabile sotto l’esclusivo profilo economico capitalistico, dall’inveterato, plurimillenario individualismo in cui è sempre rimasto chiuso il consumatore, la cui conseguente, disarmata impotenza si continua tuttora – come è ovvio – a mistificare per “sovranità”. Ma se – proprio per tutto ciò che si è osservato sin qui – è divenuta inevitabile a un determinato momento (perdurando l’assetto borghese oltre il suo ruolo di progresso) la svolta verso l’ “opulentismo”, è anche, in ultima analisi, sullo stesso mondo aziendale che ha finito per ricadere il costo, alla lunga insostenibile, di una tale configurazione “suprema” del regime capitalistico. E’ vero: essa si fonda innanzitutto su un rovesciamento singolare e profondamente alienante dell’uomo, poichè appunto si costituisce non partendo dal riconoscimento del bisogno per giungere a soddisfarlo nel consumo, bensì promuovendo di continuo quest’ultimo, in vista, meramente, delle esigenze della produzione, e arrivando quindi a toccare il primo solo di fatto e insomma, per così esprimersi, soltanto perché non può darsi altrimenti: dunque, sempre in maniera quanto mai parzializzata e distorta.

Ma, in secondo luogo, si apre allora, necessariamente, anche una tumultuosa, febbrile, indistinta e comune corsa al consumismo, che investe, sommovendola, l’intiera superficie sociale e che, essendo fine a se medesima, non avendo, cioè, quasi più un qualche contatto con la crescita reale dell’uomo, con la soddisfazione successiva e graduale dei suoi effettivi bisogni, non può essere minimamente regolata da leggi e principi (o magari norme morali) che le siano interni e omogenei […].
Liberare progressivamente le coscienze (largamente intaccate) dall’idea di consumo quale si configura nella sudditanza alla visione aziendalistica delle cose; scavare e, per ciò stesso, riscoprire e riprendere la linea dell’affermazione autonoma dei bisogni […]; suscitare (e in un primo tempo sostenere) energie imprenditive diverse sull’inesplorato terreno venuto adesso ad aprirsi; attirarvi a poco a poco, come verso sbocchi più limpidi e sicuri, l’interesse medesimo delle imprese use a galleggiar sulle acque, sempre più infide, dell’ “opulentismo”; stabilire quindi, nella libertà, un modo di consumo omogeneo all’uomo (perché al servizio del bisogno) e alla società (perché alieno dagli arbitri e dai capricci dell’individualismo), tali sono dunque i compiti, senza dubbio rivoluzionari, della “mano pubblica” nella terribile crisi sociale presente.»(13) .

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Come ribadito da F. Rodano nei brani or ora citati, l’elaborazione “trimestralica” (che approfondisce questi temi anche in molti altri saggi: si vedano particolarmente quelli pubblicati sui fascicoli di gennaio-giugno 1980 e giugno-settembre 1981) mette l’evolversi del bisogno umano in stretta relazione con la storicità dell’uomo: lungo il corso della sua storia l’uomo si sviluppa, è spinto continuamente «a crescere, a dilatarsi, ad assumere sempre più realtà entro le proprie categorie e i propri valori» e altrettanto avviene, di conseguenza e parallelamente, per il suo bisogno. Sarebbe anzi più esatto dire che sviluppo storico dell’uomo e del suo bisogno sono, in definitiva, la stessa cosa. Da dove provenga alla cultura “occidentale” quest’idea della storia umana come sviluppo necessariamente, vitalmente ininterrotto – un’idea che non sembra sia omogenea, o almeno così decisiva, in altre grandi culture del mondo – è un tema di marcato interesse, su cui forse non si è scavato abbastanza (non nella misura, ad esempio, in cui lo si è fatto per le radici del nostro razionalismo matematizzante e per il prevalere, se si può dire così, dell’esprit de geométrie di Cartesio sull’esprit de finesse pascaliano). Esso esula però, evidentemente, dal discorso che stiamo provandoci a svolgere. Assumiamola dunque come un “dato”, come una categoria essenziale, di fatto, al nostro modo di vedere le cose e di ragionarvi.

Il pensiero “trimestralico” l’assume così e va anche oltre, fino a considerare la storicità dell’uomo quale carattere costitutivo e fondante del suo stesso essere. L’uomo vi è infatti definito come “ente naturale-storico”: naturale in quanto compreso, alla stregua di ogni altro, nella dimensione della finitezza e della limitatezza; storico in quanto istitutivamente proteso in modo attivo al superamento, via via, del limite dato per raggiungere ogni volta una condizione nuova, in cui il limite è spostato più in là e in cui quindi l’uomo è divenuto più “ricco”, è “cresciuto”. Di pari passo, dunque, cresce e si arricchisce il bisogno umano. A ogni fase successiva dello sviluppo storico, emergono e si fanno stringenti bisogni qualitativamente nuovi. Un primo stadio storico del bisogno è “trimestralicamente” sintetizzato nel concetto di “sussistenza corporea”: esso comprende cioè tutto quanto riguarda le esigenze elementari e primarie della vita fisica, come l’alimentazione, l’abitazione, la medicina, la vestizione, lo spostamento, la comunicazione e simili. Sarebbe però sbagliato ridurre questo stadio primitivo del bisogno umano a termini “naturalistici”, nel senso di a-storici o non-storici.

La questione fu trattata da F. Rodano nel primo corso (1968-69) di storia del pensiero politico da lui tenuto, presso la “Scuola Italiana di Scienze Politiche e Sociali” (SISPE) a un gruppo di giovani borsisti, militanti nel movimento giovanile dell’epoca: «L’uomo ha evidentemente un bisogno di sussistenza corporea: può esso venir definito come naturale? Che valore ha questa parola? […] In realtà, qualunque bisogno dell’uomo non è mai puramente naturale, ossia non può essere riferito all’uomo in maniera immediata. Se così fosse, si avrebbe veramente, per l’uomo, un livello di bisogno indistinguibile da quello animale. Ma veder bene, anche al suo primo gradino, al livello cioè della sussistenza corporea, il bisogno umano è già a carattere storico, ossia mediato dal lavoro. In altri termini, è bisogno di un essere che non si limita a sussistere, ma che, per sussistere, deve svilupparsi, deve trasformare l’immediatezza del dato naturale»(14) .

Secondo la linea di pensiero “trimestralica”, tuttavia, il sistema economico-sociale non è andato ancora, sostanzialmente, oltre questo primo stadio del bisogno umano. Ne ha bensì perfezionato molto (e in epoca moderna, moltissimo) i modi di soddisfazione, ma in un quadro di complessiva stazionarietà dal punto di vista del tipo di bisogno, ossia rispetto a quello che dovrebbe esserne – per riprendere un’espressione di F. Rodano citata poco sopra – il «saliente e indefinito processo». Mettersi a tavola davanti a piatti di alta cucina, disporre di appartamenti dotati di ogni comfort, di ospedali bene attrezzati, indossare abiti all’ultima moda, viaggiare in aereo, non significa infatti soddisfare bisogni diversi da quelli di mangiare, di abitare al coperto, di curarsi, di vestirsi, di spostarsi da un luogo a un altro. Si potrebbe obiettare che così dicendo non si tiene conto degli sviluppi intervenuti nell’arte, nella riflessione filosofica, scientifica, ecc., insomma nei vari campi della “conoscenza”.

Sembra però lecito rispondere che tali sviluppi – di cui non si può certo negare la grande entità e importanza – per una loro parte non hanno ancora trovato un’adeguata collocazione “di sistema”: al di là del mecenatismo, per sua natura sporadico, e dell’intervento pubblico, che invece dovrebbe essere, in molti casi, permanente e organico, limitate restano le elaborazioni del “sapere” che entrano nelle attività produttive con la stessa efficienza e con lo stesso “profitto” secondo cui si fanno automobili o scarpe. Vale dunque tuttora, da questo lato, l’antico detto che “litterae non dant panem”. Per un’altra parte, quegli sviluppi rientrano o ritornano sì nel “sistema”, ma soltanto, di solito, in quanto dimensionati e “ritagliati” in funzione di ciò che esso è e per cui serve allo stato degli atti: è specialmente il caso delle applicazione tecniche della conoscenza scientifica (compresa l’ “informatica”, ancora incipiente quando scrivevano gli studiosi “trimestralici”), ma è anche il caso delle predominanti posizioni oggettivamente conservatrici, quando non volutamente apologetiche, sostenute – in sede filosofica, sociologica, “politologica”, economica e così via – nei confronti dell’esistente. Il grosso di quanto si dice o si scrive in questi campi dà tranquillamente per scontato, infatti, che al di là e al di fuori dell’esistente, e dei suoi “movimenti”, non possa “esistere” altro, e nemmeno si sogna di porsene il problema, mentre quei pochi autori che se lo pongono partono subito, di solito, per tangenti utopistiche, il cui risultato è preterintenzionalmente (anche se non tranquillamente) analogo.

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Quali sono, sul versante del lavoro, le conseguenze di questa sostanziale stazionarietà sul piano del bisogno? La linea di pensiero “trimestralica” vede nel lavoro quella fondamentale operazione umana, anzi quella “dimensione costitutiva” dell’uomo, che, elaborando e trasformando le risorse date, le rende fruibili dall’uomo stesso. Il lavoro è quindi strumento del bisogno umano, e ne è “strumento generico”, perché capace di appagarlo quale ne sia il tipo, la qualità, il livello storicamente raggiunto. La crescita qualitativa del bisogno, insomma, porta con sé quella delle capacità lavorative. E come le risorse dovrebbero sempre, per principio, essere “scarse” – perché una loro sovrabbondanza rivela e denuncia, appunto, che si è fermi invece a un dato livello del bisogno oltre il necessario e il dovuto -, così dovrebbe essere “scarso”, analogamente e per lo stesso motivo, anche il lavoro: dovrebbe insomma darsi sempre, in maniera “organica”, spontanea, ovvia, un quadro di piena occupazione. (Ci si lasci aggiungere – chiedendo venia per l’approssimatività della suggestione – che nel presupposto di una complessiva “scarsità”, su ogni versante, delle risorse date sta forse una grossa “verità interna” dell’impostazione marginalista, a lungo dominante nella scienza economica).

Quando, suonati campanelli d’allarme come la “Grande Depressione” del 1929, Keynes – ci si passi la “licenza poetica” – soppiantò Say e i posteriori serafici modelli di “equilibrio generale”, e per fronteggiare la disoccupazione di massa si decisero forti politiche di sostegno della domanda, ciò avvenne perché si era arrivati a dover riconoscere che qualcosa non andava, e non solo nelle teorie economiche prevalenti fino allora nel mondo accademico, ma nella realtà del “sistema”. Ci fu il “New Deal” di Roosevelt; si succedettero il “boom” economico statunitense “con l’aiuto di Marte”(15) e quello europeo degli anni ’50 e parte dei ’60; ma poi di nuovo la crisi, sebbene in termini diversi, negli anni ’70, seguita dalla risposta “neo-liberista” e antisindacale Thatcher-Reagan degli anni ’80.

Trionfa adesso (sfortunatamente fallito il tentativo di Gorbaciov per una positiva trasformazione del “socialismo reale”) l’onnipervasiva “globalizzazione” capitalistica. Nei Paesi “sviluppati”, però, la disoccupazione è a un tasso tutt’altro che “fisiologico”; larghe fasce di giovani non sono più “in cerca di lavoro” semplicemente perché vi hanno rinunziato (e non si vede quale potrà essere il loro destino), mentre a cinquant’anni – quando un uomo dovrebbe essere ancora nel pieno delle sue forze e della sua maturità – si viene messi da parte come servi inutili, come “capitale umano” ormai decotto e non più in grado di “stare sul mercato”. Se infatti è vero – come riteniamo – quanto criticamente osservato da F. Rodano sulla «artificiosità crescente» dei consumi, sulla circostanza che le imprese, al presente, altro non possono fare che «indurre, inventare e venir massicciamente lanciando nuove occasioni di consumo», ciò implica un progressivo avanzare di “inventività” tecnologica, adeguato a tale “artificiosità crescente”.

Ma l’innovazione tecnologica, allora, se da una parte, poiché rende comunque il lavoro più “produttivo”, libera energie lavorative che non trovano però, nella situazione data, utilizzazioni diverse, dall’altra parte esige da chi resta “sul mercato del lavoro” un sempre maggiore affinamento di conoscenze e abilità (il termine inglese, insostituibile in questo caso, è know how), che si può chiedere solo alle energie più skilled, vale a dire più dotate perchè più “fresche”, più “creative”, più aggiornate o capaci di aggiornarsi, dunque più adatte a quanto appunto serve attualmente alle imprese. Come tutto ciò possa conciliarsi con il dilazionamento del limite di età per andare in pensione, non si vede proprio. Eppure – a parte serie esigenze di bilancio dello Stato e necessità degli Istituti di previdenza fattesi oggi, pour cause, “strutturali” – tale dilazionamento risulta e dovrebbe essere conseguenza logica dell’allungarsi delle “aspettative di vita”. E lo sarebbe, qualora si cominciasse a prendere coscienza dell’area ormai amplissima (e crescente) di quel bisogno umano che abbiamo visto definito da F. Rodano come ancora «sommerso, ossia non in grado di raggiungere il mercato e di presentarsi come concreto consumo». Qualora ciò accadesse, qualora dunque anche questa vasta area del bisogno umano venisse economicamente alla luce entrando nella produzione e nel mercato, non vi sarebbero più energie lavorative inutilizzate ed espulse; sarebbe invece necessario il “pieno impiego” del lavoro, di tutto quello socialmente disponibile, e anche il lavoro tornerebbe così ad essere – come in linea di principio dovrebbe – una risorsa “scarsa”.

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A quale tipo, o meglio a quali tipi del bisogno umano - al di là del suo “stadio primario” legato alla “sussistenza corporea” - non ancora riconosciuti come tali nè quindi realizzati come consumi, intendevano riferirsi F. Rodano e gli altri saggisti “trimestralici”? Nel corso di tali studi si era indotti non di rado a denunciare i ritardi della cultura, la sua prevalente incapacità di vedere molte cose pur squadernate con ogni chiarezza sotto gli occhi di tutti. Fin dal 1969, ad esempio, F. Rodano osservava:

«…al punto in cui oggi siamo arrivati, si pone un grande, evidente, palmare, schiacciante bisogno comune: quello che si raccoglie sotto il termine di “terzo mondo”. Il bisogno cioè dell’entrata universale, dell’entrata di tutti nella produzione economica e nella possibilità di un consumo effettivamente di sussistenza, ossia legato non all’elargizione, alla carità, all’elemosina, ma all’erogazione di un reale ed economico lavoro. Fuori della finalizzazione a questo grande bisogno comune, non si è storici, oggi, non si è teologi, non si è economisti, non si è operai, ma si diventa tutti miseramente e radicalmente alienati»(16).

Era dunque chiaro, per F. Rodano, che occorreva innanzitutto estendere all’intero genere umano la soddisfazione di quel medesimo “stadio primario” del bisogno, legato alla “sussistenza corporea”, che era invece (ed è tuttora) appannaggio, con ormai intollerabile, contraddittoria e pericolosissima “asimmetria”, di una parte soltanto di essa. A quasi quarant’anni di distanza, è vero, alcuni importanti o molto importanti Paesi del “Terzo mondo” – come allora lo si chiamava – sono cominciati ad entrare essi pure in una “produzione economica” a carattere moderno: dapprima le cosiddette “tigri asiatiche”, poi l’India, la Cina, ecc. Il processo è in corso, secondo modi particolarmente rapidi e massicci in alcuni Paesi, meno in altri. Tuttavia in estesissime regioni del mondo – soprattutto l’Africa, ma non solo – di un processo simile è ancora difficile vedere qualche effettivo primo passo e si comincia anzi a dubitare se non siano destinate a restarne irrimediabilmente fuori e a subire semmai un processo inverso: deperimento delle loro culture tradizionali e loro estinzione, senza prospettive che differiscano molto da quanto avvenuto nelle “riserve” dei Pellirossa, degli Indios, degli aborigeni australiani. Speriamo di no, chi vivrà vedrà.

Si pongono comunque, a questo punto, due grosse questioni. In primo luogo, sta di fatto che il processo di modernizzazione produttiva, nei nuovi Paesi del mondo dove si è affermato o si sta affermando, non risulta accompagnato dalla fruizione di “un consumo effettivamente di sussistenza” da parte dei cittadini che vi sono coinvolti, o della loro grande maggioranza: vi sono noti, infatti, lo sfruttamento intenso e i salari di fame dei lavoratori dipendenti. Ma a tale riguardo si potrebbe rispondere che se – come tutto lascia ritenere – il processo sta seguendo e continuerà a seguire fasi in qualche modo simili a quelle delle nostre “rivoluzioni industriali”, e a ritmi più accelerati, è logico sperare in una non lontanissima sindacalizzazione di quei lavoratori, nonché quindi in loro maggiori retribuzioni e consumi, come già verificatosi ad esempio in Giappone.

A una seconda questione, che investe in linea di principio il nostro intero discorso, è più difficile, allo stato, dare risposte sufficientemente fondate. Non mancano – come abbiamo già visto citando Michel Beaud – economisti e altri studiosi i quali si chiedono se “ciò che chiamiamo capitalismo” rimanga per l’umanità “l’unica via necessaria, inevitabile, di per sé portatrice di modernità, di sviluppo, di democrazia”. Abbiamo visto pure che il Beaud si limita a porre l’esigenza di “un’altra via” o di “altre vie”, senza però accennare a quali possano essere. La stessa domanda fu posta a F. Rodano da un’allieva del secondo corso (1969-70) di storia del pensiero politico da lui svolto alla SISPE. «Ma allora – disse candidamente questa allieva, Marina Tranquilli(17) – bisogna estendere il capitalismo anche al Terzo mondo?». Della risposta del docente - come si può comprendere assai lunga, complessa, comportante un generalissimo excursus storico e non oltrepassante, di necessità, alcune suggestioni e indicazioni parimenti molto generali – ci limitiamo a citare le prime parole:

«Certo la questione che tu poni è molto grossa e porta a una domanda che non vorrei affrontare qui, poiché tra l’altro non saprei nemmeno bene come rispondere [ma subito appresso, in realtà, il docente si sofferma parecchio sul tentativo di farlo – n.d.c.]. Porta a chiedersi, cioè, quale potrebbe essere un corso storico che non passasse né per l’atto iniziale dello sfruttamento signorile [il rapporto signore-servo su cui si reggeva la società antica(18) – n.d.c.], né per la sua conseguenza dialettica, data dalla rivoluzione borghese e dall’affermarsi del capitalismo».

* * *

Attualmente, ulteriori “grandi, evidenti, palmari, schiaccianti bisogni comuni”, e relativi immani problemi fondamentalmente legati fra loro, sono venuti e stanno venendo in piena luce con crescente drammaticità. “I problemi del millennio” vengono spesso chiamati (dimenticando però di aggiungere: dei suoi primi tempi, nei quali oggi ci troviamo; domani, chissà). Bisogna salvare il genere umano da uno “scontro di civiltà” sempre più letale per tutti, a cominciare proprio dai nostri “Paesi avanzati”. Non dimentichiamoci della sorte che toccò all’Impero romano, né del fatto che qualunque vallo eretto nel corso della storia, dalla Muraglia cinese alla Linea Maginot al Muro di Berlino, ha finito per crollare rovinosamente. Rendiamoci conto che altrettanto avverrà, secondo ogni logica, per quell’estremo bastione dietro cui noi “popoli sviluppati” ci illudiamo oggi di ripararci, ossia una superiorità tecnologico-militare destinata però a non reggere a lungo di fronte all’inarrestabile proliferare delle armi atomiche e già esposta ad aggiramenti da parte delle imprevedibili disperate operazioni di quel “terrorismo internazionale”, che ha ormai raggiunto dimensioni di massa e di eccezionale complessità, multiformità, pluridirezionalità. Ha scritto di recente Stefano Rizzo:

«Il calderone del Medioriente continua a ribollire schizzando lapilli incandescenti e producendo improvvise esplosioni, come se uno scienziato pazzo avesse innescato una reazione a catena che non aveva previsto e che non è più in grado di controllare […]. Per i terroristi, questi combattenti votati all’avventura e alla morte, propria e altrui, i nemici sono i “crociati” dell’Occidente cristiano e i sionisti dello Stato ebraico, ma sono anche gli Stati musulmani, laici o islamici, ma non abbastanza islamisti, autoritari o (parzialmente) democratici. Nel calderone è tutto un ribollire di sette, di antiche animosità religiose e di odi tribali, che spesso sottendono i conflitti materiali e li rendono irrisolvibili: arabi contro curdi, persiani contro arabi, sunniti contro sciiti, alawiti contro sunniti, musulmani contro ebrei, israeliani contro palestinesi; e poi una miriade di gruppi e fazioni politiche di incerta definizione e origine, che si contendono il potere e la visibilità con alleanze e rotture in continuo cambiamento: Hamas, Hezbollah, Brigate di al-Aqsa… e naturalmente Al Quaeda con i suoi emuli e seguaci sparsi per il mondo […]. La conclusione che se ne può trarre è che quando di parla di terrorismo internazionale e, specularmente, di guerra al terrorismo, si parla di qualcosa di astratto, si usa una frase ad effetto cui non corrisponde niente di preciso. In realtà vi sono, nel mondo, tanti atti di terrorismo locale diversi e diversamente motivati: in alcuni casi per cacciare un esercito straniero, in altri per rivendicare l’indipendenza o l’autonomia politica, in altri per ragioni di prevalenza del proprio gruppo, e solo in pochi casi mossi da motivazioni religiose»(19).

E’ urgente arrestare e invertire questa corsa generale verso la morte; adoperarsi attivamente per capire chi è “l’altro”, da dove viene, di quali esigenze e valori umani è portatore; che cosa è vitale comunicare e scambiare tra “occidentali”, islamici, indù, buddisti, confuciani, “culture tradizionali” africane e ogni altro “credo”, popolo, gruppo politico, sociale o tribale del mondo; come si può giungere con continuità, da parte di tutti, a quell’esclamazione «Io sono Giuseppe, vostro fratello!»(20), della quale al più grande papa del secolo XX piacque fare un emblema della propria strategia di rinnovamento ecclesiale.

Bisogna, di conseguenza, cambiare radicalmente, attraverso un consapevole e anche arduo sforzo “loro” ma innanzitutto “nostro”, il rapporto con immigrati e migranti, con quei tanti “fratelli di Giuseppe” che sono già fra noi, spinti ancora una volta dalla «fame che si faceva sentire crudelmente su tutta la terra»(21). Loro hanno bisogno di noi, ma noi di loro. Si parla molto e giustamente, adesso, degli islamici , dei rumeni, degli ucraini, dei turchi, dei curdi, dei crescenti arrivi dall’Africa di disperati sulle barche, i quali dalle attuali migliaia diverranno presto, come tutto lascia prevedere, centinaia di migliaia. Non dimentichiamo però – è un esempio emblematico e di particolare evidenza, anche perché consolidato nel tempo – che fra gli altri sono in Europa, fin dal secolo XV, i “romanì”, detti Rom, Sinti, Kalè, Manush, Romnichals, ecc., a seconda delle nazioni dove si sono prevalentemente stabiliti o fermati. Si erano dovuti muovere intorno all’anno Mille, causa persecuzioni, dalle loro regioni originarie – India settentrionale, Pakistan – dove facevano gli allevatori e ammaestratori di cavalli, i musici, i giocolieri, i saltimbanchi: erano insomma, già lì ed allora, dei “diversi”. Ce ne sono molti – come è ben noto – anche in Italia; il primo documento scritto che se ne conosce riguarda Bologna e risale al 1422. Si legge in un recente studio su questi nostri fratelli:

«Pensare che il popolo rom sia privo di storia e di tradizione, è un errore grossolano. Tanto più se si crede che la diaspora delle carovane sia sinonimo di assenza di radici […]. Chi sono i rom? Da dove vengono? Hanno mai provato ad integrarsi con la nostra società? […] E’ giusto sapere che da oltre mezzo secolo si sta giocando in Italia un’importante battaglia intellettuale, con lo scopo di liberare questo popolo dalla noncuranza e dai luoghi comuni che lo imprigionano»(22).

Noi li chiamiamo “nomadi” o “zingari”, loro ci chiamano “gagè”. A volte si sono riusciti a stabilire rapporti positivi o almeno accettabili; altre, troppe volte no. Da parte nostra, facciamoci un esame di coscienza: quali sforzi abbiamo compiuto e compiamo – a parte i “campi (non sempre) attrezzati” e soprattutto le meritorie iniziative di non poche scuole e di consapevoli insegnanti nelle nostre periferie – per superare le diffidenze, le ostilità, per non vedere nei loro uomini soltanto dei ladri, nelle loro donne e bambini solo dei mendicanti o dei borseggiatori, come pure fanno spesso alcuni di loro per l’estrema difficoltà del dilemma se “integrarsi” e come, ovvero, i più disgraziati, semplicemente per elementari necessità di sopravvivenza? Bisogna rinnovare profondamente il nostro modo quotidiano di vivere e di relazionarci con il prossimo qualunque esso sia; agire per umanizzarlo, rompendo quell’incredibile muro, sottile e apparentemente invisibile, ma non meno reale, che nelle nostre società separa e isola ciascun individuo o, se va bene, ciascuna famiglia o piccola comunità dagli altri individui, famiglie, comunità, al punto da farci ignorare chi sia, quali problemi abbia e quali esigenze d’aiuto, persino chi abita nell’appartamento di fronte o della stessa scala:

«L’affermazione della società moderna – capitalistica, industriale, urbana – è andata di pari passo con la dissoluzione dei legami di comunità che in precedenza, in varie forme, avevano disegnato l’orizzonte di ogni esistenza individuale: a tutt’oggi, siamo ancora alle prese con questa “relazione inversa”, che già ai primi testimoni s’impose con l’evidenza di una straordinaria trasformazione epocale. Diversi furono i modi di concettualizzarla e diversissime furono le valutazioni; ma la percezione della rottura fu acutissima e, al fondo, concorde. Maine, da liberale, salutò il passaggio dallo status al “contratto” come un salto di qualità dal quale non potevano derivare altro che vantaggi; non così Tocqueville, che per tutta la vita rimase impressionato dalla condizione di “solitudine” in cui veniva a trovarsi l’individuo uscito dalle rivoluzioni che avevano travolto l’ancien régime; Marx considerò questa stessa solitudine - «l’uomo non è soltanto un animale sociale, ma un animale che soltanto nella società può isolarsi»(23) – il passaggio obbligato per una condizione di alienazione che preparava il terreno al libero sviluppo delle capacità umane; Tonnies, verso la fine del secolo, delineò il progressivo allontanamento dal modello ideale della Gemeinschaft (comunità) e la progressiva approssimazione di quello della Gesellschaft (società) nel quadro di una riflessione venata di elementi romantici, che lasciava spazio a una nota di rimpianto per il mondo del passato»(24)

Bisogna rilanciare e democratizzare realmente l’istruzione, la cultura, la capacità di riflettere criticamente su fatti e problemi. Superare perciò il muro della disinformazione, della banalizzazione, della vuotezza e della frivolezza dei “media”, i quali, preoccupati unicamente dell’ “indice di ascolto”, incentivano su scala di massa l’ignoranza, la stupidità, il cedimento a lusinghe ingannevoli, spesso l’avvitamento sui peggiori istinti. Bisogna assolutamente far cessare la progressiva distruzione dell’ambiente e delle risorse naturali: un fenomeno che non può certo essere risolto sulla base di “protocolli” per adesso tanto inadeguati da apparir quasi ridicoli, e del resto non accettati né tanto meno rispettati su scala universale. Cosa accadrà quando tutti i cinesi avranno un’auto? – si domandava venti anni or sono Fidel Castro. Adesso comincia a esser possibile rispondere documentando e quantificando:

«In Cina – scrive Ted Conover sul “New York Times Magazine” – c’è molta euforia intorno all’automobile. I cinesi che acquistano un’auto sono sempre di più: sette ogni mille, più o meno come negli Stati Uniti del 1915. Nel 2020 potrebbero circolare 130 milioni di veicoli, che entro il 2030 potrebbero diventare quanti quelli degli Stati Uniti […]. Mentre mi trovavo a Pechino, ho letto sulla rivista “Nature” che l’inquinamento atmosferico della capitale cinese è molto più grave di quanto si pensasse. Le concentrazioni di biossido d’azoto sono aumentate del 50 per cento negli ultimi dieci anni e la velocità con cui si accumulano è in crescita. Secondo il “Wall Street Journal”, nel 2004 a Pechino i tassi di biossido di zolfo sono stati più del doppio di quelli di New York, e i livelli di particolato in sospensione nell’aria oltre sei volte superiori»(25)

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Del bisogno – quanto altri mai centrale e decisivo per tutti – di rompere il muro della sostanziale solitudine della donna nell’umana funzione riproduttiva, nonché di pervenire, al tempo stesso e per ciò stesso, a un vero riscatto della donna sul piano economico-sociale, si parla da tempo ma si è ancora lontani da traguardi risolutivi e compiuti. Anche a questo proposito possono giovare, a titolo di esempio, alcune citazioni da articoli scritti da F. Rodano trent’anni or sono:

«Ciò che balza subito agli occhi è la solitudine assoluta (tanto più tremenda e insuperabile quanto più ignorata o negletta) da cui è senza dubbio contraddistinta e in cui anzi si risolve e, per così dire, rimane sommersa, storicamente, la vita “privata” della donna: quella, appunto, che le è intimamente personale e perciò primaria e decisiva […]. La realtà insomma è che quanto nella donna esiste di più naturalmente e immediatamente specifico (di visceralmente proprio e di inalienabile fuori da un’estrema e sempre rischiosa vocazione alternativa), la società non l’ha mai riconosciuto – direttamente e di per sé – come un valore […]. Certo, specialmente in questi ultimi tempi, le leggi si sono largamente evolute; né voglio davvero sostenere che la madre si trovi ancora in quella dura condizione di pratico servaggio, di mera fattrice, cui la riduceva, in sostanza, il rigido patriarcalismo del diritto familiare romano. E tuttavia i modi di vedere e si sentire, le abitudini, soprattutto le valutazioni e i giudizi rimangono pur sempre, e in misura decisiva, quelli tradizionali.

Se la donna, giuridicamente, è ormai pari all’uomo, la maternità – che è suo fisico, necessario, indeclinabile appannaggio – le resta infatti pressoché totalmente affidata. E poiché, nel concreto, è un suo fatto individuale (né la società se ne fa carico se non in modo marginalissimo e come un peso fastidioso o un puro e non eliminabile costo), la condizione materna non riesce evidentemente a sollevarsi dal piano animalistico dell’immediatezza naturale e a entrare in quello, specificamente umano, della storia»(26).

In un articolo precedente lo stesso F. Rodano si era soffermato, riferendosi al nostro Paese, sugli indirizzi da perseguire e le condizioni da realizzare per un completo riconoscimento del ruolo della donna nella sfera economico-sociale, a partire dalla sua costitutiva specificità-parità di genere (alcuni amici che furono allievi dei corsi di Rodano alla SISPE ricordano ancora la sua definizione della donna come “essere umano in condizione corporea femminile”):

«Ho sempre ritenuto (secondo lo spirito dell’insegnamento gramsciano) che il grande problema dell’emancipazione femminile, benché chiaramente specifico e definito in un suo proprio spessore, non sia però settoriale o, peggio, corporativo […]. Il nodo delle condizioni servili in cui si trova la donna, ha un’indiscutibile portata nazionale: può infatti essere sciolto solo trasformando l’intiera società italiana […]. Il vero problema è ora più che mai [per le donne – n.d.c.] (come del resto per le forze giovanili) quello propriamente rivoluzionario di ‘valicare la soglia della messa a frutto della risorsa di lavoro al di là di quella misura, quantitativa e qualitativa, conseguente allo sviluppo capitalistico di questi anni’ […]. Così, per paradossale che possa apparire a tutta prima, è proprio l’ “utopia”, è insomma l’obiettivo – essenziale per la donna – di un utilizzo della forza lavoro ben oltre i livelli concepibili e consentiti in capitalismo, quello di cui ha bisogno la nostra vita economica se vuol “decollare” di nuovo e sul serio. Per conseguire quel traguardo, infatti si richiedono […] ‘capacità di configurarsi finalità del processo economico diverse rispetto al passato, soprattutto sotto l’aspetto dei bisogni da soddisfare e della qualità delle risposte […]. Perciò l’obiettivo dell’occupazione femminile è la vera idea-forza di una politica economica all’altezza dei tempi»(27).

Spostiamo un momento lo sguardo dalle nostre società “avanzate” alla situazione di un Paese fra i più arretrati e poveri del mondo, la Guinea Bissau. Quale vi sia la condizione della donna – malgrado i tentativi di modernizzazione e di progresso portati avanti in sede politica dopo la vittoria sul colonialismo portoghese – risulta ad esempio dai seguenti brani. Sono stati scritti trent’anni fa da osservatori francesi, ma da allora le cose non hanno subito miglioramenti:

«Dopo la liberazione, è stata creata una Commissione femminile del PAIGC [Partito Africano per l’Indipendenza di Guinea e Capoverde – n.d.c.], per gettare le basi di un organismo di massa. Ne fa parte un gruppo di donne militanti del Partito e dotate di importanti responsabilità nell’apparato statuale […]. L’obiettivo principale della Commissione è di edificare un’ Organizzazione delle donne su scala nazionale. Realizzarlo si rivela difficile. Infatti tra le componenti della Commissione e la maggioranza delle donne guineensi esiste un forte divario. Le une occupavano posti di responsabilità durante la lotta di liberazione, hanno acquisito un livello culturale e politico che le ha messe su un piede d’uguaglianza con i colleghi maschi. Erano e sono, come questi ultimi, quadri del partito. Le altre subivano ben più intensamente il peso della tradizione: sottoposte all’autorità dei genitori, poi a quella del marito, non avevano alcuna possibilità di sfuggire al controllo sociale emancipandosi dal contesto tradizionale. Per alcune di loro, e particolarmente per numerose adolescenti, la lotta di liberazione è stata il punto di partenza per un’evoluzione radicale e per una chiara promozione sociale, nel quadro dell’attività rivoluzionaria. La politica del PAIGC assegnava un ruolo importante alle donne: avevano responsabilità nei comitati di villaggio, assicuravano il nutrimento dei combattenti, il trasporto di armi e vettovagliamento; molte hanno ricevuto, negli ospedali, una formazione sanitaria di base […].

Vinta la lotta per l’indipendenza, alcune di loro si sono reintegrate nell’ambiente originario, nonostante i conflitti che ne potevano sorgere, ma nella maggior parte non hanno accettato di tornare sotto la vecchia oppressione e hanno chiesto di essere destinate ad altre località. Per quelle che sono rimaste nelle strutture di villaggio, militanti o no, e che costituiscono la grande maggioranza della popolazione femminile, la situazione non è cambiata affatto. Mantengono qualche privilegio, a seconda dell’appartenenza etnica: le donne Balanta [l’etnia più numerosa, di cultura “tradizionale” – n.d.c.] hanno una libertà economica relativa, sconosciuta alle donne Mandinga o Fula [etnie islamizzate – n.d.c.]. Ma tutte le società tradizionali restano dominate dagli uomini e le donne non vi hanno ancora conquistato i propri diritti. Se è vero che l’uguaglianza tra i sessi è ufficialmente riconosciuta dal PAIGC, molto lavoro resta da svolgere fra le donne affinché prendano coscienza del loro stato di oppressione, e fra tutti per avviare un cambiamento culturale che porti a una vera emancipazione femminile. Proprio questa è la funzione di una Organizzazione di massa delle donne, nella quale gli elementi più evoluti sappiano promuovere lo sviluppo di strutture di base che partano dalla realtà concretamente vissuta dalle donne del popolo. Allo stato attuale, la stessa debolezza di questa Organizzazione non consente di considerarla come un vero organismo di massa»(28).

Nei primi anni di questo secolo – uscita la Guinea Bissau dalla guerra civile che l’ha devastata nel 1998-99 – la situazione delle donne guineensi è la stessa. Ogni tanto, però, si riaccende qua e là un segnale di speranza. Si legge in una relazione sulla festa dell’8 marzo, celebrata nel 2005 per iniziativa dell’addetta alla promozione femminile in alcune località dell’interno:
«Abbiamo commemorato questa importante data organizzando una giornata di riflessione e di festa in quattro villaggi: Braia e Curene [di cultura Balanta – n.d.c.], Lotche e Amedalai [musulmani – n.d.c.]. In ciascuno di essi si sono svolte dapprima riunioni e discussioni, poi musiche e danze tradizionali. Tutte le donne sono state molto contente per aver imparato cose nuove, in vista della loro liberazione. Era la prima volta che avevano saputo dell’8 marzo e che vi avevano partecipato; si sono augurate che questa giornata si ripeta molte volte ancora nella loro vita»(29).

* * *

Abbiamo potuto richiamare, come è chiaro, soltanto alcuni dei maggiori bisogni e problemi umani venuti in piena luce negli ultimi decenni. Elencarli tutti sarebbe difficile,, anche perché ne stanno progressivamente emergendo di nuovi. Per farsi un’idea di quale ne sia l’ampia e crescente gamma, si può sfogliare qualcuna delle innumerevoli pubblicazioni, dei quasi sterminati documenti, appelli, manifesti prodotti di continuo dalle espressioni più sensibili e avvertite – non decine, oramai, ma almeno centinaia – della “società civile”. Sono indetti per esempio a Roma, il 22-24 novembre 2006, gli “Stati Generali della Solidarietà e Cooperazione Internazionale”. Essi «vogliono essere l’occasione, per il vasto mondo della Solidarietà Internazionale – i comitati e i gruppi territoriali, le associazioni, le ONG di cooperazione, il movimento della pace, le forze sindacali, le Università e le Amministrazioni locali –, per discutere e individuare gli obiettivi di una rinnovata piattaforma comune, per rilanciare la politica italiana in tema di pace e solidarietà, di sviluppo sostenibile, dalla cancellazione del debito agli aiuti e al commercio internazionale».

E nel documento tematico sugli argomenti da dibattere, si legge fra l’altro: «Le cosiddette badanti sono parte della “nuova” cooperazione? Sono cooperanti a tutti gli effetti? Svolgono un lavoro socialmente utile e collaborano alla soluzione di un bisogno fortemente sentito nelle nostre società cosiddette avanzate? E’ un esempio di come il nostro dibattito sulla “nuova” cooperazione si debba caratterizzare per la grande ricchezza e varietà dei temi in discussione. In molte sedi si affronta la questione con nuove idee e approcci di altra economia, si ridefinisce il concetto di commercio e si discute di sostituire la parola e il relativo concetto di sviluppo. Molti i temi da rivisitare: guerra e pace, il cosiddetto umanitario e le missioni militari, i mutamenti climatici, il sostegno a distanza, i migranti e le loro associazioni, i problemi strutturali e quelli dei movimenti sociali, l’aiuto pubblico allo sviluppo e la cooperazione decentrata, i beni comuni, i progetti “tradizionali” e delle ONG, i modelli di sviluppo e quelli di sicurezza, gli obiettivi del Millennio, la moltiplicazione degli attori, i campi di lavoro. Sono temi su cui da tempo ci confrontiamo, in Italia come nei Forum Sociali mondiali, europei e policentrici, come a Bamakò. Il moltiplicarsi dei temi nel dibattito sulla cooperazione appare come la positiva conseguenza dello sbriciolamento e della conseguente esplosione del paradigma della cooperazione allo sviluppo, sorta in un quadro mondiale regolato da equilibri molto diversi nati dalla logica dei blocchi, come della relazione Nord-Sud»(30).

Mentre scriviamo, ai prossimi “Stati Generali” hanno già aderito un centinaio di grandi, medi e piccoli movimenti italiani ed esteri, confessionali e laici, e ne è prevista una partecipazione almeno tripla. Ma il generale fenomeno in argomento ha dimensioni ancora maggiori. Al Comitato per la Cooperazione Internazionale Decentrata della Città di Roma, istituito nel luglio 2003, aderiscono ormai circa trecento organismi. Oltre mille sono quelli costituiti per iniziative e servizi interni d’interesse comune (difesa ambiente, natura e animali; protezione civile; promozione culturale; assistenza persone deboli ed emarginate; cooperative sociali dalle finalità più diverse), iscritti nel Registro dell’Associazionismo della sola Regione Lazio(31). Le persone variamente coinvolte in tutte queste attività – a titolo volontario o semi-volontario – sono in Italia parecchi milioni, e così negli altri Paesi “avanzati”. Ma non solo in essi, visto che nella già citata, piccola e quasi sconosciuta Guinea Bissau – tanto per fare un esempio a tutta prima sorprendente – esiste una “Piattaforma delle ONG locali ed estere” che ne raccoglie 130.

E’ un fenomeno davvero imponente. Può controbilanciare, direttamente o indirettamente, quello opposto che va dai reciproci isolamenti, dalle incomprensioni e ostilità fra “diversi”, fino agli “scontri di civiltà” e al “terrorismo internazionale”? O meglio può contribuire realmente e concretamente, per la sua parte, ad affrontare i difficili problemi del nostro tempo, onde soddisfare i nuovi, molteplici e profondi bisogni umani cui i problemi si legano? Per la sua parte, giova ribadirlo e sottolinearlo, poiché compiti così grossi coinvolgono evidentemente ogni sfera, ogni piano del vivere comune: la riflessione genericamente detta culturale, l’elaborazione scientifica in senso stretto, la politica, l’economia.

* * *

Non ci si può chiedere una sorta di panoramica su come e fino a qual punto in ciascuna dimensione di attività e di vita si sia giunti, per adesso, a un tale coinvolgimento. Dove più dove meno, qualcosa, anzi molto si è mosso e si muove. Numerosa è al riguardo la saggistica; non pochi sono gli insegnamenti universitari e i corsi di formazione; non mancano attinenze letterarie e artistiche, qualche volta perfino trasmissioni radio-televisive. Fra colpevoli ritardi, piccinerie, incomprensioni, stolti attacchi di chiaro “fondamentalismo” nostrano, un movimento per la presa di coscienza dei grandi bisogni e problemi di oggi indubbiamente c’è e si va allargando e approfondendo. Ci limitiamo a citare alcune appassionate considerazioni ed esortazioni apparse su un mensile che da venti anni si batte affinché il nostro tipo di cultura trovi nelle sue “radici cristiane” la spinta non a rifiutare le altre civiltà del mondo, ma a riconoscerle e a “contaminarvisi” positivamente:

«L’Occidente deve ancora fare i conti col problema delle differenze culturali. Fino a pochi decenni fa sembrava pacifico ammettere che la civiltà occidentale fosse superiore e normativa e considerare gli altri come popoli in via di sviluppo, ossia in cammino verso un’occidentalizzazione più o meno forzata. Appena le culture sono uscite dalla condizione coloniale e hanno cominciato a prendere coscienza della propria diversità e del proprio valore, la questione del riconoscimento delle differenze è balzata alla ribalta dell’agenda sociopolitica. Si è aperto un ventaglio di possibilità creative e un altro di tentazioni. La più grave, ma anche la più quotata politicamente, è quella d’imporre a tutti la nostra civiltà col pretesto della democrazia, della modernità, della salvaguardia dei diritti umani. Le due guerre scatenate dall’Impero dopo l’11 settembre hanno fatto appello a questi nobili motivi. In fondo si tratta solo della variante di un atteggiamento umano molto diffuso, quello di distruggere l’altro, il diverso, perché rappresenta una minaccia per la nostra identità individuale o collettiva. E c’è sempre uno stuolo di intellettuali pronti a dar fiato alla “rabbia e all’orgoglio” che consentono di sterminare l’altro senza tanti problemi di coscienza.

La cosa più patetica è vedere un manipolo di atei devoti battersi in difesa delle radici cristiane della nostra cultura, come se la vitalità di una civiltà si misurasse dalle radici e non dai frutti e l’identità cristiana si difendesse con la dialettica e non con una prassi di fede. Eppure il momento che stiamo vivendo potrebbe permettere alle diverse culture e religioni di incontrarsi e di fecondarsi reciprocamente. Le sfide infatti che sono chiamate a fronteggiare, da quella ecologica a quella spirituale, sono troppo impegnative perché ciascuna cultura possa affrontarle con le sue sole forze. Il riconoscimento del proprio limite è il primo passo per capire che probabilmente le culture e le religioni, come gli esseri umani, sono complementari alla stregua dei colori dell’arcobaleno, che tutti insieme formano la luce bianca.

A tutti coloro che si preoccupano dell’identità bisognerebbe ricordare che essa si raggiunge non quanto più si possiede, ma quanto più ci si spoglia. L’ascolto è decisivo. Non è un caso che l’arte africana rappresenti l’europeo con la bocca grande e le orecchie piccole»(32). Anche sul terreno delle “scienze esatte” e della collegata ricerca tecnologica, vecchie posizioni di trionfalismo ed esclusivismo scientistici sono giustamente contestate. E’ vero che da una parte si è costretti ancora a leggere affermazioni come queste:

«Il fiume dello sviluppo scientifico e tecnologico, da cui, come fuscelli nella corrente, siamo in questo periodo storico trasportati, scorre vorticosamente e, se non sopravverranno eventi catastrofici naturali o provocati dalla follia degli uomini, ci porterà volenti o nolenti, verso inimmaginabili mari. [E’ però da temere che] il galoppante incedere delle conoscenze scientifiche non sia accompagnato nella nostra società da un’equivalente ricaduta culturale […]. Viviamo in un mondo ormai decisamente scientifico-tecnologico, ma per lo più trascuriamo o contestiamo le premesse metodologiche che ne stanno alla base. Siamo entrati di corsa nel terzo millennio, spesso però con un bagaglio culturale da primo Medioevo. Ciò poteva anche essere tollerato finchè i progressi delle scienze sperimentali si traducevano in ausili tecnologici destinati a cambiare i modi di vita, ma non l’intera visione del mondo. Oggi non è più così. [Oggi si è affermata finalmente] una visione razionalistica e scientifica del mondo [fondata appunto sulle scienze sperimentali, che] non valutano le asserzioni in base alla loro verità o verosimiglianza, bensì alla loro controllabilità empirica e coerenza logica. [Grazie a queste scienze] il panorama della conoscenza si allargherà ad ogni passo e il vecchio mondo lasciato alle spalle sembrerà sempre più insignificante e remoto»(33).

Come campione di fondamentalismo scientista, non c’è male. E’ anche vero, però, che fortunatamente c’è chi insorge, cercando di proporre agli scienziati concezioni, prospettive e compiti più plausibili:

«Stiamo vivendo nel nostro tempo l’esperienza drammatica di uno sprofondamento dell’umano. Come se il tessuto di saggezza che le varie generazioni avevano elaborato nel corso dei millenni si fosse lacerato e lasciasse traboccare un fondo di disumanità impressionante […]. E la cultura non ci protegge da questo ritorno della barbarie; anzi l’avanzata dei successi scientifici e tecnologici mette ancor più a nudo l’urgenza di salvaguardare l’umanità dell’uomo. Le varie scienze infatti, seguendo la china del proprio metodo, tendono a ridurre l’uomo a oggetto e a trasformare ogni aspetto della realtà e dell’esperienza umana in semplice “cosa” […]. Le enormi possibilità manipolative aperte dalla tecnologia influenzano gran parte del sapere contemporaneo, che tende sempre più a considerare l’uomo come “una pietra appena più complessa” e la coscienza come il semplice prodotto di fenomeni neurocerebrali, liquidando sbrigativamente tutto quel che non rientra nei parametri delle “scienze dure”. Eliminare i concetti di responsabilità e libertà perché vaghi e generici o definire la coscienza “null’altro che un punto del sistema nervoso centrale che ne esamina altri”, secondo la candida espressione di un filosofo della mente contemporaneo, significa condannarsi a misconoscere la realtà degli esseri umani. Ecco perché s’impone la domanda se sia possibile una conoscenza dell’umano che abbia il rigore della scienza ma al tempo stesso non dimentichi che l’uomo è un’esistenza aperta e in relazione e non pretenda ridurlo o addirittura violarlo»(34).

* * *

A parte, però, queste critiche e riaffermazioni di principio indubbiamente sacrosante, il discorso sulla scienza e la tecnologia si presta a considerazioni ulteriori, attraverso le quali potremo ricollegarci al fondamentale argomento del ruolo dell’economia e delle imprese, su cui abbiamo già visto concentrarsi l’attenzione degli studiosi “trimestralici” e in particolare di F. Rodano nei suoi scritti del 1982. Prendiamola alquanto alla lontana. Per secoli e millenni, quando da un villaggio di “aborigeni” australiani si voleva inviare una notizia a un altro non importa quanto lontano, s’intagliavano appositi segni in cima a un bastone di un metro e mezzo, che poi veniva fatto “viaggiare” per i villaggi intermedi. In ognuno di questi s’incideva sul bastone una tacca a testimonianza dell’avvenuto passaggio, e così via fino all’arrivo a destinazione. A metà degli anni 1960, riconosciuti anche gli “aborigeni” come cittadini, il governo australiano decise in loro favore qualche intervento di “modernizzazione”, fra i quali l’installazione di alcune stazioni radio rice-trasmittenti.

Ci chiediamo se oltre a facilitare parecchio, come è chiaro, le comunicazioni tra i villaggi, interventi del genere, per “noi” elementari, possano avere per “loro” qualche ulteriore effetto, nel senso di sollecitare anche tra “loro” l’emergere di bisogni umani qualitativamente nuovi: non soltanto, cioè, lo scambio di beni, di rimedi medicinali ecc. (cose che pure rientrano comunque in quella soddisfazione universale, da affidare ad autonome forme produttive efficienti, del “bisogno di sussistenza corporea”, in cui F. Rodano individuava, come abbiamo visto, il primo dei “bisogni ulteriori” da affrontare per un vero sviluppo di tutti), ma anche l’uscita di popolazioni particolarmente arretrate da un millenario isolamento, il loro affacciarsi partecipativo sulla scena continentale e mondiale, il diffondersi dell’istruzione pubblica e così via. Una risposta affermativa alla nostra domanda è già data dal fatto che l’evento australiano del bastone viaggiante sostituito dalla radio è stato raccontato a noi italiani da una donna “aborigena” la quale adesso, laureatasi in giornalismo, è corrispondente a “opinionista” stabile di un importante quotidiano di Canberra(35).

Dobbiamo quindi renderci conto che i “passaggi di qualità” nei tipi e livelli storici del bisogno umano non sono da intendere come dei “salti”, ma secondo una continuità processuale e pluridimensionale: l’uno scaturisce dall’altro, col contributo tanto della riflessione “culturale” genericamente intesa, quanto della politica, della scienza, della tecnologia, dell’economia. Vorremmo addurre – per averne conoscenza personale – un altro esempio, abbastanza analogo a quello precedente, di progresso in un Paese arretrato sempre grazie alla radio. Nella piccola praça (cittadina-mercato) di Mansoa, all’interno della Guinea-Bissau, il locale missionario cattolico ha avuto l’idea d’istituire una stazione radio di buona potenza, capace di essere ascoltata su un territorio relativamente ampio, in tutti quei villaggi che si sono procurati una qualunque radiolina ricevente.

Si chiama “Radio Sol Mansi” e le sue trasmissioni sono molto varie: alcune a carattere religioso (aperte anche ai musulmani), altre di supporto scolastico, di aggiornamento tecnico per l’agricoltura, l’irrigazione delle risaie e via dicendo. Ogni giorno il missionario, che ha un computer, fa la sua ricerca”on line” e ne trae sintetiche “Notizie dal mondo”. Ma non basta. Al “cooperante” che gira per i villaggi col suo fuoristrada, ogni tanto qualcuno consegna un biglietto con una notizia, una richiesta d’aiuto, una segnalazione di festività, e poi la radio trasmette tutto nello spazio quotidiano “Comunicazioni sociali”, che viene così a svolgere con maggiore efficacia il ruolo tradizionale del bombolon (il particolare tipo locale di tam-tam).

E fin qui, tutto bene. Ma per impiantare “Radio Sol Mansi” è stato ovviamente necessario un investimento: la palazzina, gli arredi, le attrezzature, l’antenna, il generatore di corrente. Chi ci lavora tutto il giorno, poi, deve pur ricevere una qualche retribuzione. Siamo insomma all’aspetto economico della faccenda. Che intervenisse il governo di Bissau, come fece quello di Canberra per gli “aborigeni” australiani”, non c’era nemmeno da pensarlo. Fortunatamente il missionario in questione è un milanese ben dotato anche come “manager”: si è procurato il finanziamento iniziale, gestisce tutto con oculatezza e ha saputo formare il personale addetto a fare altrettanto. Ma “Radio Sol Mansi” va avanti da qualche anno con continuità: quindi ha dovuto e deve essere anche una piccola impresa, non può contare esclusivamente sui sussidi saltuari che arrivano dalla parrocchia lombarda da cui proviene il missionario. Deve garantirsi in maniera sistematica profitto e accumulazione, deve “stare sul mercato”. Nel caso di specie, ciò avviene sulla base di contributi pur piccoli, in denaro o in natura, pagati dai consumatori, cioè dai numerosi ascoltatori o almeno da quelli che possono. Una specie di “canone”, insomma, più tenui tariffe per associazioni che vogliano effettuare trasmissioni in proprio di varia natura, e qualche “spot” pubblicitario (redditizi quelli accettati in occasione di campagne elettorali). RAI o Mediaset avrebbero qualcosa da obiettare?

Certo è che piccole iniziative, anche imprenditoriali, come “Radio Sol Mansi” sono assai più plausibili e utili rispetto a quell’ondata di grandi impianti – vere e proprie “cattedrali nel deserto” – con cui si tentò o si volle far credere di stare tentando, in periodi immediatamente successivi alla conquista dell’indipendenza, una improvvisata “industrializzazione” di svariati Paesi africani. A Bissau, per esempio, la “Citroen” costruì nel 1978 niente meno che una fabbrica di automobili (sigla FAF: Faciles à Fabriquer). La produzione, prevista in almeno 500 vetture all’anno, non raggiunse questo numero in dieci. La fabbrica fu chiusa e ne rimane un muro annerito(36) Stessa sorte per un’altra ventina di fabbriche di vario tipo impiantate allora nella stessa Guinea Bissau; l’ultima a morire è stata quella della birra “Pampa” ed è un peccato, perché era una buona birra, certo preferibile da bere rispetto alla Coca Cola, le cui lattine vuote si vedono adesso per terra in tutti i villaggi. Fenomeni simili si sono verificati, per fare un altro esempio, in Angola, dove è andata in malora una ferrovia ereditata dall’epoca coloniale e dove sta ancora arenato vicino a una spiaggia un rottame di nave, sulla cui poppa è ben visibile il nome “Karl Marx”(37).

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Torniamo adesso ai nuovi bisogni e problemi che riguardano più da vicino, inizialmente, le nostre società “avanzate”. Abbiamo ricordato poco sopra l’ovvia esigenza che al processo di sviluppo ulteriore del bisogno umano, quindi dei modi della sua soddisfazione, partecipino e contribuiscano tutte le sfere del vivere. Fra queste, c’è necessariamente la dimensione dell’economia. A farla breve: come, a quali condizioni, in quali contesti è possibile immaginare che le imprese – determinate imprese, molto probabilmente configurate in forme diverse e anche assai diverse da quelle che siamo abituati ad avere sotto gli occhi – trovino convenienza a intervenire e a fare la loro parte nel processo in questione? Ne ricavino cioè un profitto, ne traggano risorse per l’accumulazione, insomma per fare il mestiere loro, in campi per ora poco o non abbastanza esplorati? Può giovare, per intenderci meglio, partire da un concreto esempio settoriale, sebbene d’importanza oramai decisiva. In una loro utile introduzione alla storia del pensiero economico, A. Roncaglia e P. Sylos Labini scrivono:

«Già al principio di questo secolo [XX – n.d.c.], alcuni economisti mettevano in rilievo i costi economici che lo sviluppo economico può comportare, per esempio, per via dell’inquinamento. Negli ultimi decenni gli effetti della crescita esplosiva della produzione si sono manifestati in forme sempre più allarmanti. Si può stimare che nei Paesi sviluppati la produzione industriale sia cresciuta di oltre venti volte negli ultimi cento anni; se si ammette che le esalazioni, i fumi, i rifiuti provenienti dai processi produttivi e i rifiuti provenienti dai consumatori siano cresciuti in una proporzione simile, ci si rende conto delle dimensioni gigantesche assunte dai problemi che oggi vengono definiti ambientali. Questi problemi inoltre sono stati fortemente aggravati dal fatto che certe produzioni sono risultate non semplicemente inquinanti ma addirittura tossiche, con effetti che si propagano attraverso l’aria, le acque e i terreni, e quindi attraverso le produzioni alimentari. Di fronte a questi problemi, molti studiosi – economisti e non economisti – si sono chiesti in quale misura e in quale modo lo sviluppo economico sia “sostenibile”, cioè tale da non danneggiare l’ambiente naturale in cui viviamo»(38).

Per quanto riguarda il coinvolgimento delle imprese, in termini giusti e corretti dal loro necessario punto di vista, sulla questione ambientale, non si richiedono, a dire il vero, particolari sforzi d’immaginazione. Molte delle tecnologie ci sono già; se ne deduce che parte delle imprese sono già attente al problema e hanno cominciato ad investirvi. Prendiamo ad esempio l’industria dell’auto: «E’ quasi impossibile credere – scrive Davide Mercati – che la prima auto a superare i 100 km/ora di velocità fosse alimentata da un motore elettrico. Ma ancora più pazzesco è che ciò avveniva nel remoto 1899, per opera del belga Camille Jenatzy. Il motivo per cui i motori elettrici siano stati abbandonati dando la preferenza a quelli a scoppio, rimane ancora materia da approfondire.

[Oggi, comunque,] la crescente consapevolezza che la Natura sia sempre più asfittica, il diffondersi di una visione olistica della salute che non snobba più l’ambiente che la circonda, il rincaro dei carburanti che erode sempre più il potere d’acquisto dei ceti medio-bassi e qualche buona politica commerciale di case automobilistiche avanguardiste stanno facendo sì che le automobili a propulsione ibrida (metano, gpl, elettriche) stiano progressivamente conquistando quote di mercato sempre più ampie […]. Attualmente le auto ecologiche non sono più una nicchia per ambientalisti dalle braccia corte, ma costituiscono una realtà diffusa e auspicabile, non più frutto di fantasie hollywoodiane. Questo scenario potrebbe diventare un terreno di competizione commerciale tra marchi automobilistici e quelli che hanno già intrapreso questo cammino godranno sicuramente dei vantaggi del “first-comer”»(39).

Osservazioni analoghe si possono fare e si fanno, oramai, per lo sfruttamento dell’energia solare, eolica, da idrogeno, per modi accettabili (e non mafiosi) di smaltimento dei rifiuti, ecc. Pure in questi campi, anzi, svariate iniziative imprenditoriali sono già in atto e in qualche Paese sono a un punto avanzato. Se giovano interventi ed incentivi, sia dal lato dell’offerta che della domanda, da parte delle autorità pubbliche centrali o locali, ben vengano: solo i parrucconi di un tipo di pensiero che fino a poco tempo fa era ritenuto e dichiarato “unico”, possono incaponirsi a rifiutare o a voler ridurre al minimo le iniziative di politica economica.

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Ci rendiamo conto di essere andati a scegliere, per proseguire il nostro discorso, un campo che si presta a considerazioni abbastanza semplici, almeno nelle linee generali. D’altro canto dobbiamo ammettere di aver finora lasciato da parte quei temi di grandissima importanza da tutti i punti di vista, e infatti da almeno mezzo secolo al centro dei dibattiti, delle politiche economiche e della vita stessa dei nostri Paesi, che si è soliti comprendere sotto nomi come welfare, “Stato sociale” e simili. Crediamo che un ottimo modo di rimediare ci sia offerto, e quasi “messo sul piatto”, dai termini veramente innovativi in cui il già citato A. Montebugnoli (anche lui, e sarà lieto se lo ricordiamo, di giovanile provenienza “trimestralica”) affronta la questione di un «salto di qualità nel modo d’impostare le politiche di welfare».

Sintetizzando molto, egli sostiene che tali politiche vanno oggi affrontate rendendo veramente attiva non solo l’offerta, ma anche la domanda. Ciò comporta, per meglio dire, che ai due grandi attori tradizionali del welfare – da una parte le pubbliche istituzioni con le varie sussidiarietà di “Terzo settore”, dall’altra le “esternalizzazioni” a normali imprese profit – venga ad affiancarsi la stessa utenza, organizzata in forme paritariamente capaci non solo di “stare sul mercato” sul versante del consumo, ma della produzione. In altre parole, si avrebbe così l’inestimabile vantaggio che i bisogni umani, “vecchi” e nuovi, non solo sarebbero espressi direttamente, come tali, dai loro stessi portatori, ma che questi, oltre ad esprimerli certo assai meglio, parteciperebbero ai processi produttivi finalizzati a soddisfarli, in qualità di soggetti attivi di tali processi.

A. Montebugnoli prospetta insomma uno scenario in cui i “consumatori” verrebbero a svolgere un ruolo specifico anche prendendo in mano, in certi modi e per certi aspetti, l’attività produttiva; il che oltretutto tenderebbe a rendere nuovi anche bisogni finora considerati “vecchi”, e tali effettivamente rimasti nel generale quadro del folle degrado “consumistico”. Ma per non rischiare di dire al riguardo cose troppo generiche e magari imprecise, preferiamo lasciare la parola allo stesso A. Montebugnoli, “saccheggiando” un suo recente saggio(40), del quale raccomandiamo peraltro la lettura completa. In una trentina di pagine, infatti, l’A. lega tra loro molteplici temi, tutti asai interessanti, mentre nelle citazioni che seguono potremo seguire il “filo” soltanto di alcuni di essi, quelli che ci paiono più direttamente attinenti al discorso che stiamo qui provandoci a svolgere.

«Siamo convinti – dichiara preliminarmente l’A. – che esistano le condizioni, micro, per spostare in avanti la “frontiera delle possibilità” sulla quale si disegnano i processi di soddisfazione dei bisogni […]. Welfare, notoriamente, significa benessere. Nell’accezione comune, però, i “problemi del welfare” sono quelli della sanità, della scuola, dell’assistenza, ecc. (in più, sempre e comunque, della previdenza), sicchè l’espressione, in effetti, si riduce a determinati settori di attività, istituzionalmente organizzati in un certo modo: difficile, quando si dice “i problemi del welfare”, che il pensiero vada allo stato di salute di una popolazione, al suo grado di istruzione, alla qualità della vita di relazione dei suoi membri, ecc. Cioè, appunto, al suo benessere. Nell’uso corrente, dunque, è avvenuto uno spostamento di significato: dalla “cosa in sé”, potremmo dire, ai “sistemi” costruiti per occuparsene; dai fini, se si vuole, ai mezzi impiegati per raggiungerli […]. Quasi mai gli obiettivi da raggiungere sono definiti in termini di acquisizioni sostanziali – per esempio ridurre l’incidenza di certe patologie, o diffondere il possesso di certe competenze - e quasi sempre, invece, in termini di prestazioni da fornire ( i “piani” o “programmi” di questo o quel servizio). Ma non è in qualche modo paradossale una situazione nella quale gli unici obiettivi che davvero possono dirsi finali non sono mai discussi per quel che sono e conseguentemente fissati in forma propria?

In altri termini, un discorso sulle politiche di welfare deve cominciare dalla necessità di affrontare in modo “chiaro e distinto” il problema dello star bene (o male) delle persone, delle esperienze che le persone riescono a vivere (o a evitare), ovvero – nel linguaggio di Sen – dei loro “funzionamenti”, di ciò che ognuna di loro può essere o può fare […]. A dispetto della difficoltà lessicale, ragionare in termini di “funzionamenti” significa ragionare di questioni che tutti sono in grado di capire. Se una politica “parla” dei modi in cui le persone possono stare o possono agire in virtù della sua realizzazione – se cioè fissa determinati obiettivi di sviluppo umano e di questi, precisamente, garantisce il perseguimento – ognuno può intenderne il senso, l’importanza, il contenuto: le comuni esperienze de vivere sono qui una base di giudizio adeguata e generalmente disponibile […].

Molto tempo fa un tentativo che in effetti tendeva già a ripensare le politiche di welfare fu intitolato a Proteo(41). Qui il personaggio mitologico da citare è piuttosto Anteo, che traeva tutta la sua forza dal contatto dei piedi con la terra. Il nostro caso è analogo. Lo “sviluppo umano” è l’unico terreno dal quale le politiche sociali possono attingere senso e forza di convincimento, perché soltanto su di esso guadagnano, nei confronti delle persone, la consistenza necessaria affinché siano comprese come cosa buona e giusta».

Così stando a suo condivisibile giudizio le cose, l’A. viene poi al punto che più c’interessa in questa sede:

«Oltre ai confini del settore pubblico non esistono soltanto altri operatori [sempre sul terreno del welfare – n.d.c.], altri soggetti d’offerta: esistono anche, anzi in primo luogo, i destinatari degli interventi, gli attori che le istituzioni pubbliche incontrano come soggetti di domanda, i quali sono a loro volta depositari di risorse massimamente rilevanti dal punto di vista dei problemi che devono trovare soluzione. [Occorre insomma] inquadrare nel discorso la circostanza che gli stessi portatori dei bisogni da soddisfare sono depositari di asset pertinenti agli obiettivi da raggiungere, […] rappresentarsi i destinatari degli interventi come parte attiva nella ricerca e nella messa in opera delle soluzioni da adottare in vista dei problemi che li riguardano di più; [e quindi] concettualizzare le politiche sociali come progetti comuni delle istituzioni pubbliche e dei “diretti interessati” […].

Al fondo, il rinnovamento delle politiche di welfare ha bisogno di un’ “antropologia” all’altezza della situazione, in vista della quale riteniamo che occorra uscire al più presto dal quadro della contrapposizione tra “collettivismo” e “individualismo”, tra “stato” e “mercato”, che ha dominato il panorama ideale del Novecento […]. Il punto, infatti, è proprio che tertium datur, che la sfera pubblico-collettiva e quella mercantile-individuale non esauriscono il quadro delle dinamiche da prendere in considerazione […]. Il problema è di uscire da una visione ingenua della “modernizzazione”, quasi che tutto ciò che supera l’isolamento degli individui – sul mercato o di fronte ai servizi pubblici – costituisca necessariamente un fenomeno regressivo (oppure, nel migliore dei casi, un fatto strettamente “privato”). Per questo occorre un’ “antropologia” all’altezza della situazione. Solo togliendosi dal naso gli occhiali del collettivismo e dell’individualismo è possibile riconoscere la ricchezza dei “mondi vitali” che vengono a contatto con le politiche di welfare, apprezzare i fatti relazionali che vi prendono forma e mettere in conto la massa di risorse – insostituibili – che vi sono presenti».

* * *

Come poter cominciare ad aver qualche idea sul ruolo specifico dell’economia e delle sue forme di attività – anzitutto ed essenzialmente dal lato dell’offerta, della produzione di beni e servizi – rispetto ai grandi, molteplici e tutti impellenti bisogni umani nuovi emersi nel nostro tempo? Era questa la domanda, certo non da poco, che eravamo giunti a proporci. Un punto essenziale è ormai entrato nella consapevolezza di molti “addetti ai lavori”, con evidente e apprezzabile distacco dall’ultima e “unica”, economicistica esclusivizzazione ideologica: tra economia e politica non può non esservi una efficace interrelazione. Non è necessario, in proposito, condividere la tesi decisamente estrema sostenuta dall’economista e politico J. K. Galbraith, il quale – osservato che la separazione dell’economia dalla politica non solo è «una cosa sterile», ma è «una copertura per occultare la realtà del potere e della motivazione economici» - ne fa derivare «la speranza che l’economia possa essere riunita [n. cors.] alla politica a formare ancora una volta la disciplina maggiore [n. cors.] dell’economia politica»(42). Non si tratta, a nostro avviso, di “riunire”, ma di distinguere nell’interdipendenza e nell’interazione. Più condivisibili ci paiono quindi posizioni come quelle di Alessandro Roncaglia, il quale in un suo recente libro – rifacendosi al “liberalismo smithiano” e sostenendo che esso «per la sua stessa logica interna tende ad includere un progetto riformatore»(43) – arriva alla seguente conclusione, che citiamo a titolo di esempio particolarmente chiaro ed esplicito di come configurare appunto un giusto rapporto tra economia e politica:

«[…] la questione del potere, e del rapporto tra potere economico e potere politico, sembra essere la grande assente nel dibattito sul liberalismo, mentre è proprio la questione centrale. Non si può parlare di liberalismo, infatti, quando si assiste silenziosi all’affermarsi di nuove, gigantesche concentrazioni di potere, mediatico politico ed economico assieme. Soprattutto, non si può parlare di economia di mercato in astratto, senza riconoscere che il mercato concreto è caratterizzato, come avvertiva già Smith, da una tendenza continua da parte degli imprenditori alla ricerca di posizioni di potere monopolistico, e che quindi la situazione non può essere mai considerata in un equilibrio definitivo: in assenza di consapevoli interventi politici in direzione opposta, la tendenza alla concentrazione del potere – che è sempre presente – rischia di prevalere.

Il progresso non è automatico, è solo possibile: sta a noi realizzarlo. Se non ci diamo da fare, le forze automatiche del mercato con ogni probabilità ci porteranno in direzione diversa: non necessariamente verso la crescita economica, ma molto probabilmente verso un rafforzamento delle spinte corporative e il peggioramento della morale civica, sicuramente verso un aumento delle disuguaglianze sia economiche sia nella dislocazione del potere politico. Sta a noi guidare il mercato in una direzione che sia allo stesso tempo civile, umana e rispettosa dell’ambiente. E questo significa avere chiaro che cos’è il mercato: non un deus ex machina, una mano invisibile alla quale affidarsi passivamente, ma una istituzione complessa, all’interno della quale vi è uno spazio assai vasto per l’intervento politico consapevole, diretto a realizzare simultaneamente giustizia sociale e libertà»(44).

* * *

Abbiamo già accennato, a proposito dei nuovi bisogni umani, agli importanti contributi dati direttamente e spontaneamente dalla “società civile”, che per fortuna di tutti è ormai sempre più attenta a tali bisogni e pronta a farsene interprete. Attraverso le più varie e sfaccettate forme organizzative (ONG, ONLUS, comitati, cooperative sociali, ecc,), le loro “reti” e gli incontri, i convegni, i “forum” periodicamente indetti ad ogni livello, la “società civile” svolge, in quanto tale, molteplici funzioni: segnalazione tempestiva dei problemi, suggerimenti sui modi di affrontarli, denuncia di gravi ritardi, persino iniziali interventi “in proprio” a carattere economico, del tipo della “banca etica” o del “commercio equo e solidale”. E’ chiaro però che tutto questo non basta. Da una parte è necessario che la politica – nei ruoli distinti spettanti ai partiti e alle istituzioni – sappia recepire tale continua spinta “dal basso”, traducendola nel proprio linguaggio e trasformandola in norme e provvedimenti concreti.

Dall’altra parte, si pone a nostro giudizio la grossa questione dei compiti spettanti all’economia propriamente detta – agli ordinari soggetti della produzione, alle imprese normalmente tali – riguardo alla soddisfazione dei nuovi bisogni e quindi al loro sbocco in effettivi consumi. E’ su ciò che vorremmo ora tentar di affacciare, se ci riuscirà, qualche idea molto generale e “di principio”, con elevata dose di astrazione. Preliminarmente è bene sgombrare il campo da un possibile equivoco. Non bisogna evidentemente farsi ingannare dalla linea di imprese che, in realtà, si muovono in una direzione esattamente opposta a quella desiderabile. E’ il caso del modo in cui molte di esse si rapportano al fondamentale bisogno umano – “vecchio” ma sempre nuovo nelle sue successive manifestazioni specifiche – dell’approfondimento e aggiornamento nel generale campo della cultura. J. Rifkin parla di “capitalismo culturale”, A. Montebugnoli di “deprivazione culturale di massa” da esso determinata. Scrive quest’ultimo:

"Il quadro di riferimento è costituito dalle attuali tendenze “merceologiche” del capitalismo. In breve, dopo essersi identificata con la produzione di beni e poi di servizi, la frontiera delle attività economiche – quella sulla quale si realizzano le maggiori quote di valore aggiunto, i maggiori profitti, i tassi di crescita più elevati, ecc. – si è ulteriormente spostata dacchè le imprese hanno cominciato a produrre, direttamente, “esperienze di vita”: stati emotivi, effetti psicologici, situazioni esistenziali e simili. L’elenco [che l’A. dichiara di trarre appunto da Rifkin – n.d.c.] comprende “cinema, radio, televisione, industria discografica, turismo globale, centri commerciali, parchi di divertimento, città e parchi tematici, moda, cucina, sport professionistico, gioco d’azzardo, industria del benessere, mondi simulati e realtà virtuali del ciberspazio” […]. A rischio, in breve, è l’autenticità delle “esperienze di vita”, e con essa, appunto, l’autonomia dei loro protagonisti.

Del resto quello che abbiamo di fronte non è altro che l’ultimo capitolo del già citato processo di “colonizzazione” dei “mondi vitali”, qui reso particolarmente impressionante dalla coincidenza dei termini: proprio i vissuti, già legati a processi intersoggettivi di tipo comunicativo, ora separati da questi per diventare oggetto di attività professionali e transazioni commerciali. Il nuovo “capitalismo culturale” – la nuova “industria dell’esperienza”, come anche si dice – genera situazioni di dipendenza che fanno impallidire i fenomeni di “induzione del consumo” caratteristici della vecchia società opulenta […]. Oggi, quando le imprese producono direttamente stati emotivi, effetti psicologici e tranches de vie, ad essere investita è la sfera della personalità in quanto tale e gli stessi significati attribuiti alla realtà risultano, in misura crescente, applicazioni di modelli generati in ambiti sottratti alla “partecipazione” degli individui. Proprio in questo, anzi, sta la forza del “capitalismo culturale” […]: le imprese non cercano di indurre determinati consumi, ma puntano, con qualche successo, a produrre i consumatori"(45).

Fatta questa doverosa premessa, torniamo alla nostra domanda: se e come l’economia possa rapportarsi realmente, concretamente e a sufficienza, per la parte che le spetta, ai nuovi bisogni umani del nostro tempo. Per alcuni di quelli che prima abbiamo cercato di tratteggiare brevemente, la risposta appare già avviata, per altri intuibile: così è – lo abbiamo accennato – per l’ecologia, così può essere per un compiuto riscatto della donna, per l’ uscita dall’isolamento “monadistico” degli individui, delle famiglie e delle piccole comunità, per l’accoglienza tra noi dei “diversi” (a cominciare, leggi e burocrazia permettendo, dalla regolarizzazione di quelli assunti “in nero” da tante imprese di tipo “tradizionale” già esistenti). Per altri ancora, e fondamentali, dei nuovi bisogni, intravedere contorni definiti di partecipazione imprenditoriale è ancora arduo e al limite dell’utopia. Quali imprese, per fare che, in relazione al bisogno universale della pace e del dialogo tra le culture? E’ pensabile però che anche qui delle risposte siano possibili; quando saranno mature, verranno.

L’importante – sul nostro piano di discorso molto generale e “di principio” – è che venga avviandosi un processo in cui forme e strutture produttive comunque rispondenti a criteri di rigore e di “ritorno” economico svolgano pienamente e correttamente il loro ruolo specifico ai fini della soddisfazione dei nuovi bisogni. Ne è questa, infatti, una delle condizioni necessarie. Se ciò avvenisse, chi condivide la già accennata definizione “trimestralica” del capitalismo come esclusivizzazione delle categorie economiche imprenditoriali e come occupazione indebita, da parte loro, delle altre dimensioni del vivere, potrebbe anche tornar a parlare di “fuoruscita” dal capitalismo stesso, e ora non solo come di un’esigenza, ma come di un trend in corso. Purchè ci si adoperi a far sì che le cose vadano come si spera e non si finisca per trovarsi davanti, invece, a un’ennesima trasformazione di “Proteo”.

N O T E

(1) Alessandro Roncaglia, Paolo Sylos Labini: Il pensiero economico. Temi e protagonisti. Laterza, Roma-Bari 2002, p.56
(2) Del capitalismo e dell’arte di costruire ponti. Donzelli, Roma 2000, p.15 sgg.
(3) Cfr. Serge Latouche: Come sopravvivere allo sviluppo. Tr.it. Bollati-Boringhieri, Torino 2005
(4) Michel Beaud: Storia del capitalismo. Tr.it. Mondadori, Milano 2004, p.14 sgg.
(5) Ivi, p.339
(6) Rispettivamente: “Alla radice della crisi”, “L’esperienza del ‘Nuovo Spettatore Italiano’”, “La nuova serie della Rivista Trimestrale”
(7) L’incompatibilità fra capitalismo e democrazia (redazionale, ma scritto da F. Rodano), in “Quaderni della Rivista Trimestrale”, luglio-ottobre 1978, p.7
(8) Contratti e costo del lavoro: al nocciolo della questione. Imprese e sindacati, partiti e istituzioni, in Quaderni della Rivista Trimestrale, aprile-settembre
(9) Ivi, p.95
(10) Ivi, p.99
(11) Ivi
(12) Ivi, p.103
(13) Ivi, pp.110-114
(14) F. Rodano: Lezioni su servo e signore. Ed. Riuniti, Roma 1990, p.33. I corsi svolti da F. Rodano alla SISPE furono tre: 1968-69, 1969-70. 1970-71. La trascrizione da nastro del primo è stata pubblicata nel volume or ora citato e in Lezioni di storia ‘possibile’, Marietti, Genova 1986. La trascrizione degli altri due è consultabile presso lo scrivente.
(15) Così J.K. Galbraith intitola il cap. XVIII della sua Storia dell’economia, nel quale parla dell’espansione produttiva americana dovuta al moltiplicarsi delle spese belliche dopo Pearl Harbour.
(16) Lezioni di storia ‘possibile’, cit., p.101
(17) P.534 della registrazione dattiloscritta del corso
(18) Si può vedere “L’uomo e il servo in Aristotele”, in questo stesso sito.
(19) Il rompicapo dei terrorismi, in “Aprile”, 14 settembre 2006-09-29
(20) Genesi, 45,4
(21) Ivi, 43,1
(22) Giada Valdannini: Carovane tra le pagine. Gaffi, Roma 2005, Introd.
(23) Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. La Nuova Italia, Firenze 1968, p.5
(24) Alesssandro Montebugnoli: Sulla nozione di comunità, in “Relazioni solidali”, settembre-dicembre 2005, p.58
(25) La rivoluzione delle auto. Art. tradotto in “Internazionale” 15-21 settembre 2006
(26) La realtà femminile. Sesso amaro, in “Paese Sera” 20 aprile 1977
(27) Non c’è posto per la donna, in “Paese Sera” 20 gennaio 1976. Le citazioni inserite a sua volta dall’A. sono tratte da un art. di Margherita Repetto sull’ “Unità” del 5 gennaio 1976
(28) J.Cl. Andréini, L. Lambert: La Guiné Bissau d’Amilcare Cabral à la reconstruction nationale, L’Harmattan, Paris 1978, p.45 sg.
29) Segunda Sambù Imbadij : Jornada 8 de Março, Dia international das Mulheres. Relazione dattiloscritta per il Comitato direttivo dell’associazione « A,B,C, solidariedade e paz, Guiné Bissau », Mansoa 10 marzo 2005
(30) Per informazioni e adesioni: statigenerali@yahoo.it
(31) Bollettino Ufficiale della Regione Lazio, 10 febbraio 2005
(32) Achille Rossi: Un arcobaleno di cultura, in “l’altrapagina”, giugno 2006
(33) Edoardo Bonicelli, Galeazzo Sciarretta: Verso l’immortalità. La scienza e il sogno di vincere il tempo. Cortina, Milano 2005, p.IX sgg
(34) Maurice Bellet, Carlo Brutti, Roberto Mancini, Sergio Moravia: Per una scienza dell’umano. Ed, l’altrapagina, Città di Castello 2005, p.V sg
(35)Radio 24, 16 settembre 2006
(36) Cfr. Fernando Padovan: Novos Fantasmas no Mato, in “Soronda”, Bissau, luglio 1991
(37) Foto in “Carta-Almanacco”, 29 luglio-6 agosto 2004, p.26
(38) Op. cit., p.100 sg.
(39) Aria pulita nelle strade, in “l’altrapagina”, novembre 2005, p.21
(40) Il welfare che vogliamo, in “Relazioni solidali”, novembre 2004-febbraio 2005, p.28 sgg.
(41) Cfr., sui “Quaderni della Rivista Trimestrale”, i citati fascicoli di gennaio-giugno 1980 e giugno-settembre 1981, recanti in copertina il motto “Afferrare Proteo”.
(42) Op. cit, p.330 sg.
(43) Il mito della mano invisibile. Laterza, Roma-Bari 2005, p.XI sg
(44) Ivi, p.120 sg.
(45) Op. cit., p.44 sgg

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