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Introduzione...

Alla seduta antimeridiana dell’8 luglio hanno svolto relazioni, oltre a D’Agata, Giorgio Napolitano e Umberto Gentiloni. Vi sono stati inoltre interventi di Piero Fassino, Achille Silvestrini e Amos Luzzatto. Le conclusioni del convegno sono state tratte da Michail S. Gorbaciov. Nell’aprire il XIV congresso del Partito comunista italiano (marzo 1975) – ricorda D’Agata -Enrico Berlinguer enunciò l’idea di un governo mondiale. «Qualcuno non capì bene, qualcuno si stupì e qualcuno lo dimenticò immediatamente». Nelle conclusioni congressuali il segretario del PCI si limitò a dire: «Questo tema non è stato molto ripreso dai compagni nel dibattito». Era certo un tema rispondente alle necessità dei tempi – osserva l’oratore con implicito richiamo al concetto di “segni dei tempi”, centrale in papa Giovanni – ma non rientrava negli schemi ideologici e negli schieramenti di allora. Gli anni Settanta del secolo scorso furono «un’età di crisi globale e di necessario cambiamento globale», ma il cambiamento che di fatto si è imposto non è andato nel senso indicato da Berlinguer in sostanziale sintonia, del resto, con le più illuminate forze socialdemocatiche europee (l’oratore cita Willy Brandt, Olof Palme). Berlinguer credeva nell’universalità della democrazia, nell’unità del genere umano, nell’eguale dignità dei suoi membri. Perciò al XIV congresso sostenne (testualmente) la «graduale unificazione del mercato mondiale», la «ricerca di un sistema monetario unitario» attraverso «una nuova Bretton Woods». La sua politica – osserva D’Agata – tendeva a un governo mondiale della crisi sostenuto da due pilastri: la distensione internazionale a salvaguardia della pace e un radicale cambiamento del modo di produrre e di consumare risorse e opportunità di vita. Berlinguer fu un leader solitario? E un leader solo può essere un buon leader? D’Agata risponde che questo può accadere, quando la solitudine consiste nel trovarsi a vedere più lontano e più a fondo. «Certo, in questi casi la possibilità di perdere è molto elevata, perché il grado di collaborazione da parte delle circostanze deve essere molto più alto del normale». E’ quanto per lui non avvenne, e noi ora «celebrando Berliguer non celebriamo un vincitore». Ma siamo consapevoli che «Berlinguer ha perduto con onore», lasciandoci delle “lezioni” che sono preziose per noi oggi.

Raffaele D’Agata:
relazione al Convegno commemorativo
di Enrico Berlinguer a vent’anni dalla morte
Campidoglio, 7-8 luglio 2004

Quando Enrico Berlinguer enunciò l’idea di un governo mondiale, durante il XIV congresso del PCI, all’inizio del 1975, qualcuno non capì bene, qualcuno si stupì, e qualcuno lo dimenticò immediatamente. Peppino Fiori lo racconta molto bene. Lo stesso Berlinguer – è sempre Fiori che lo ricorda – prese atto di ciò nelle conclusioni con una frase che, detta da lui, significava davvero molto: “Questo tema”, disse cioè, “non è stato molto ripreso dai compagni nel dibattito”. Un leader solo, dunque? Un po’ sì, direi. Ma questa constatazione non contiene già un giudizio? Un leader solo, per definizione, può mai essere un buon leader? Sì, io rispenderei che in alcune eccezionali occasioni questo può accadere. Quando accade? Accade, quando la solitudine consiste nel trovarsi a vedere più lontano e più a fondo quanto alle necessità dei tempi.

Certo, in questi casi, la probabilità di perdere e molto alta, perché il grado di collaborazione da parte delle circostanze deve essere molto più alto del normale. Celebrando Berlinguer, noi non celebriamo un vincitore: tutti, penso, ce ne rendiamo conto. Ma lo celebriamo, credo, anche perché tutti intuiamo in qualche modo che Berlinguer ha perduto con onore, lasciandoci qualche lezione che è preziosa per noi oggi. Berlinguer, dunque, parlò di governo mondiale, e sembrò che nessuno capisse, anzi sentisse. Quella formula non era prevista dagli schemi (di appartenenza ideologica, di campo, di area, di partito). Era un programma politico, era un concetto nuovo che poteva essere reso attuale soltanto da una politica effettiva di governo (sottolineo, di governo, non di governabilità qualsivoglia): cioè, attraverso fatti capaci di modificare il mondo e quindi di imporre la loro concretezza sopra e oltre gli schemi dati. Era un programma per la politica estera del compromesso storico, cioè per la ridefinizione del consenso nazionale di base (perché questa, come io trovo, era la funzione assegnata a quella proposta di eccezionale e tuttavia non congiunturale interruzione nella normale competitività tra i maggiori partiti) nella fuoruscita dalla guerra fredda e per contribuire a realizzare questa fuoruscita.

Berlinguer lanciò questa idea in un’età di crisi globale, quali furono gli anni settanta di quel secolo. Un’età di crisi globale e di necessario cambiamento globale. Tanto necessario comunque, che la sua conclusione o soluzione (se così può chiamarsi) è stata proprio, e non poteva non essere, un cambiamento globale: cioè, quello che di fatto si è imposto, che non era (come io trovo) l’unico possibile. Berlinguer era un comunista, cosa che io, come storico, ho meno di altri la possibilità di tralasciare anche se lo volessi. Ora, io vedo una continuità tra la sua idea di un governo mondiale e il suo specifico modo di interpretare la tradizione comunista. Berlinguer, appunto, ne interpretava la multiforme complessità essenzialmente in relazione al contributo che essa aveva dato alla concreta maturazione di un’idea universale di democrazia (in modo solo in parte, solo in alcuni, pienamente consapevole, e tuttavia, io percepisco, in qualche modo intuito dalle masse): così era accaduto attraverso l’esperienza mondiale della grande coalizione antifascista. Di quella esperienza, cioè, che costituiva il fondamento (la “costituzione in senso materiale”, potremmo dire) di quel tanto di regime giuridico della comunità internazionale che la Carta delle Nazioni Unite, e i loro organi, mettevano in essere. I valori universali che ne erano (e ne sono) al fondo erano (e sono) l’unità del genere umano nella pluralità delle sue forme di coscienza la cui espressione libera e reciprocamente rispettosa arricchisce tutti; e l’eguale dignità dei suoi membri, non soltanto come principio astratto ma (ecco la novità) come norma positiva dell’agire politico legittimo in ordine a necessità comuni.

Non certo tutti i comunisti mettevano in primo piano l’esperienza di condivisione di quei valori; e si vide bene. Ma, se è per questo, nemmeno ci credevano tutti coloro che comunque si definivano democratici; e anche questo si vide bene. Comunque, l’identità culturale e politica di Berlinguer fu essenzialmente quella di un comunista che in quei valori, e in quella condivisione di valori, credette sempre profondamente. Ed è da questo che io parto. Berlinguer dichiarò questa sua complessa eppure lineare identità poco tempo dopo avere assunto la guida effettiva del PCI, cioè in occasione della conferenza comunista mondiale di Mosca che ebbe luogo nell’estate del 1969. La repressione della primavera di Praga e la ferma condanna da parte dei comunisti italiani, dunque, non avevano determinato lo “scisma”. Il “Concilio rosso” era stato soltanto rinviato. Dopo avere fermamente ribadito le sue posizioni in quella sede, Berlinguer guidò la delegazione italiana a firmare soltanto una parte su quattro della dichiarazione finale, a proposito della lotta per la pace. A proposito, cioè, del punto fondamentale sul quale si intendeva di condividere, malgrado tutto, una grande tradizione.

La posizione espressa da Berlinguer a Mosca nel 1969 come senso della sua appartenenza alla tradizione comunista aveva in effetti questi tre capisaldi: l’indivisibilità fondamentale dell’intero patrimonio storico del movimento operaio mondiale; l’autonomia e le ragioni irrinunciabili di quello occidentale; la più ampia pluralità di culture, e di riserve di valori, dal cui dialogo e dal cui confronto ogni speranza di continuità della civiltà umana ormai dipendeva. Quanto al secondo punto, Berlinguer aveva anche alcune credenziali, ormai, per rappresentare in qualche modo davvero la sinistra occidentale nel suo insieme(almeno, naturalmente, nei confronti di Mosca). La conferenza di Mosca era stata preceduta, e sarebbe stata seguita, da contatti molto seri e molto approfonditi tra comunisti italiani e socialdemocratici tedeschi. A questi contatti (che del resto erano avviati da qualche anno) Berlinguer prendeva parte attivamente, mentre Willy Brandt li seguiva con molta attenzione. Alla base di questo, vi era la persuasione condivisa che la strada verso ogni cambiamento dovesse passare per ulteriori rapporti, sia pure nella chiarezza anche estremamente dura delle posizioni di principio, e non attraverso ulteriori rotture.

Berlinguer condivideva con Brandt la persuasione che una nuova casa europea, in cui i popoli del Continente potessero sviluppare se stessi in modo libero e insieme conforme alle necessità comuni del genere umano, non poteva essere costruita né contro gli Stati Uniti né contro l’Unione Sovietica. L’idea di un’Europa “né antisovietica né antiamericana” non fu affatto quella improvvisazione vaga che alcuni critici hanno voluto vedervi. Al contrario, la strada che effettivamente è stata percorsa nel nostro continente per uscire dalla sua divisione in modo pacifico, a partire proprio dalla Ostpolitik di Brandt, è stata tracciata e seguita in buona parte secondo quelle intuizioni. Non del tutto, certo; non secondo tutte le possibilità che vi erano implicite. Su questo tornerò. Venne poi la grande crisi mondiale: la seconda del Novecento, dopo quella degli anni trenta, anzi più profonda e radicale. Fu qui che Berlinguer sviluppò la sua idea di un governo mondiale della crisi di cui la distensione a salvaguardia della pace fosse un aspetto, e di cui un radicale cambiamento nel modo di produrre e di consumare risorse e opportunità di vita fosse un altro fondamentale aspetto.

Berlinguer si accorgeva, a metà degli anni Settanta, dell’esaurimento del processo di espansione e di intensificazione della democrazia che la rivoluzione antifascista aveva avviato; quindi, per affrontare la crisi di sistema in modo tale da evitare arretramenti su questo terreno, un nuovo e impegnativo patto gli appariva necessario come già allora, e sostanzialmente tra gli stessi soggetti. Necessario, tanto a livello italiano quanto a livello internazionale. La “distensione” era appunto da sviluppare in questa direzione. Ma Berlinguer, su questo terreno, andò oltre. Sviluppò cioè l’idea di una possibile e necessaria terza fase nella storia del movimento operaio oltre l’esperienza socialdemocratica e quella leninista, cioè superatrice di entrambe, e non semplicemente situata a mezza via tra l’una e l’altra: cosa che escludeva a maggior ragione e più radicalmente ancora qualunque geometrica equidistanza, o “equivalenza morale”.

Se talvolta Berlinguer sembrava proporre una tale equivalenza (perfino con qualche accenno a una maggiore dignità dell’esperienza leninista), si può leggere in ciò, abbastanza trasparente, una concessione retorica e in qualche modo pedagogica. Lo si intende dagli argomenti che non a caso egli sceglieva a questo proposito, insistendo non soltanto sul merito della tradizione comunista nel “mantenere viva la prospettiva socialista”, ma sul suo particolare legame con la lotta per la democrazia e per la pace; ingigantendo su tutti gli altri, cioè, soltanto alcuni aspetti e alcuni pur decisivi episodi dello sviluppo storico di quella tradizione. Berlinguer indicava l’obiettivo di “sanare progressivamente le fratture verificatesi nel movimento operaio dopo la prima e la seconda guerra mondiale”, allargando il confronto e l’azione unitaria “con altri gruppi sociali, con altre forze politiche e con altre correnti ideali”. Ora (questo mi preme sottolineare) la collocazione e il criterio di identificazione per tentare tutto questo, nella visione di Berlinguer, era l’Europa occidentale, era l’insieme delle sue tradizioni politiche democratiche.

La diagnosi di Berlinguer circa l’ “esaurimento” della “capacità propulsiva di rinnovamento” delle società e degli Stati di tipo sovietico, dopo gli eventi polacchi del 1981, non fu dunque un’improvvisazione: fu preparata da questa elaborazione precedente, e prendeva senso da essa. Berlinguer non fece in tempo ad assistere alla perestrojka. Trovo molto verosimile, però, che ne avrebbe intuito fin dall’inizio le gravissime difficoltà forse meglio di altri; che insomma, piuttosto che abbandonarsi a entusiasmi passivi, avrebbe innanzitutto rilanciato la sua idea di mutamento globale in Occidente. In lui, questa idea aveva un sapore quasi rooseveltiano. In particolare, cioè, essa implicava (cito dal rapporto preparatorio per il XIV congresso del PCI) “quel grande obiettivo di pace e di progresso costituito dalla graduale unificazione del mercato mondiale”, quindi in particolare anche (cito sempre) “la ricerca di un sistema monetario unitario valido per gli scambi tra tutti i paesi”. In altre parole, Berlinguer si univa a quanti allora proponevano, saggiamente ma invano, una “nuova Bretton Woods”. Fu scelta invece la via di Rambouillet, della Commissione Trilaterale, e quindi della cosiddetta “globalizzazione”. Ne viviamo gli effetti.

Ma, a parte ciò, tutto questo significava che l’idea berlingueriana della “terza fase” non soltanto si distingueva da ogni illusione vagamente kruscioviana su qualche nuovo slancio del potere temporale del comunismo, sia pure convenientemente riformato, ma le escludeva. Il suo persistente comunismo era piuttosto l’intuizione di una possibile e necessaria emancipazione di questa grande aspirazione dello spirito umano dalle dure costrizioni di uno Stato teocratico che era anche uno Stato-potenza e un sistema imperiale di potenza; comportava frattanto l’attenzione responsabile per gli equilibri su questo terreno che potessero garantire una transizione pacifica; ma era soprattutto la ricerca di un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali (di un “governo mondiale”) che fosse aperto a comprendere le ragioni di quella aspirazione e dare loro, laicamente, opportunità adeguate attraverso la storia.

Ma se il comunismo di Berlinguer era ormai semplicemente questo, se la necessità del superamento del potere temporale e delle sue inaccettabili costrizioni gli era così chiara, ci si deve allora domandare (io me lo sono domandato, da storico) come mai la profonda coincidenza di intuizioni e di intenzioni che lo legava ad altri grandi europei del suo tempo come Willy Brandt non abbia portato per tempo a un’intesa aperta, alla formazione tempestiva di una sinistra europea veramente nuova. L’ “eurocomunismo” non fu certo questo. L’argomento deve ancora essere studiato a fondo. Ne riassumo qui pochi elementi, ancora da elaborare nel loro insieme: da un lato, le divisioni profonde entro l’Internazionale socialista e i suoi singoli partiti, che avevano in qualche modo concorso alla fine prematura del governo Brandt, e che avrebbero reso improponibile un incontro esplicito se non al prezzo della perdita di gran parte degli obiettivi ambiziosi che Berlinguer (e anche Brandt) ponevano al processo; dall’altro, il vantaggio, forse, di ottenere da altri partiti comunisti il riconoscimento a fior di labbra di alcune esigenze, così da neutralizzare possibili sabotaggi dall’interno di un campo che pure esisteva e non poteva allora essere lacerato e radicalizzato (la vicenda portoghese insegnava) senza provocare precisamente quei traumi e quei fattori di destabilizzazione della situazione internazionale che tutta la politica di distensione, come strategia di superamento della guerra fredda e di ricomposizione dell’Europa, era tesa innanzitutto a prevenire.

Vi fu un momento in cui questa responsabile e coraggiosa pazienza sembrò finalmente premiata. Nel giugno del 1976, un’altra conferenza comunista internazionale si tenne a Berlino (allora, Berlino-Est). Alcuni, che stavano attenti, capirono che si trattava di un trionfo di Berlinguer. Tra questi, in una intervista di quei giorni, appunto Brandt. Possiamo concordare, se rileggiamo negli atti e soprattutto negli appunti quanto difensive, quanto in cerca di giustificazioni, fossero in quel momento le posizioni sovietiche in tema di democrazia formale e di diritti della persona. Il punto è che qualcosa di fondamentale stava proprio allora cominciando a cambiare nel clima complessivo delle relazioni internazionali. Le nubi di una seconda guerra fredda già si addensavano, per ragioni che non erano in Europa. Di lì a poco, il dilemma amico-nemico sarebbe diventato assoluto e perentorio. L’accettazione del Patto Atlantico come ulteriore elemento di identità occidentale, e insieme di responsabilità europea e mondiale, sarebbe diventata, in questo quadro, irrilevante. Le consegne si sarebbero fatte più precise, quasi intimative. All’interno della sinistra italiana, devo osservare, questa circostanza diventò per alcuni un’occasione al fine differenziarsi, guadagnare spazi d’identità, auto-affermarsi.

Ma a parte questi episodi, vorrei ancora sottolineare il respiro e la visione, non derivanti da ambizioni arbitrarie, ma dalle dimensioni delle sfide del tempo, che animarono l’opera di Berlinguer: che ne fanno, per noi, un grande europeo, consapevole come altri grandi europei a lui contemporanei (come Olof Palme, come Willy Brandt) delle responsabilità e delle possibilità di un’Europa rinnovata nei confronti della comunità internazionale. E possiamo aggiungere che questa è, in primo luogo, la ragione per cui la sua visione e la sua opera hanno molto, e di urgente, da dire a noi adesso. Con Palme, con Brandt, con il meglio della cultura democratica europea del suo tempo, Berlinguer vide la necessità di promuovere nuove forme, nuovi contenuti e nuove strutture della comunità internazionale. Comuni a queste elaborazioni, nel corso degli anni settanta, furono due idee-guida molto forti. Da un lato, cioè, la necessità di un nuovo ordine economico internazionale che fosse frutto di incontro e di negoziato tra Nord e Sud del mondo come anche tra Est ed Ovest; dall’altro, l’esigenza di superare effettivamente la guerra fredda nei termini di una comune vittoria dell’umanità. Ciò significava fondarsi sull’Occidente, sulle sue storiche ragioni, e insieme comprendere che queste ragioni sarebbero andate perdute qualora si fosse inseguito il miraggio di una vittoria unilaterale della loro contingente e assai più che imperfetta manifestazione.

Per concludere, vorrei riprendere a questo proposito l’aspetto rooseveltiano della visione berlingueriana della politica internazionale. Ma non meno, aggiungo ora, in lui vi era un importante aspetto wilsoniano, almeno se si pensa al primo Wilson: a quello, cioè, che proponeva e promuoveva una “pace senza vittoria” nel primo turbine di quella spaventosa catastrofe della civiltà che iniziò nel 1914 e che costituì (come spesso si dimentica) la prima radice di tutti gli orrori del Novecento. Considero molto importante sottolineare questo oggi (lo faccio di nuovo qui, come già l’ho fatto ricordando Berlinguer pochi giorni fa in quella sua Sassari di cui sono fiero, a mia volta, di essere diventato cittadino). Perché davvero, possiamo orami dirlo dopo quindici anni, l’Occidente sembra purtroppo avere ripetuto dopo la caduta del Muro l’errore del secondo Wilson, quello di Versailles. Forse è per questo che il dopoguerra della guerra fredda si presenta così inquietantemente simile al dopoguerra della prima guerra mondiale; perché ciò non sia, molto vi è oggi da operare, e molto anche da riflettere. Per questo oggi abbiamo più che mai bisogno di confrontarci con Berlinguer: con l’intero Berlinguer.

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