SORONDA, Bissau, n. 20 / luglio 1995. Estratto: pp.136-140
Gli africani devono decidere se “mettersi al passo” o costruire un proprio modello di sviluppo.
La globalizzazione delle economie sta raggiungendo livelli non sospettati da Smith, da Keynes o da Marx. I mercati finanziari sono ormai il settore più importante del capitalismo. Il loro controllo permette di imporre decisioni su una vasta gamma di altri elementi, compresa la produzione. Le successive fasi del sistema capitalistico (mercantilismo, rivoluzione industriale, fordismo), così come la fase attuale, danno luogo a tipi specifici di funzionamento, in relazione alle tecnologie dominanti, all’organizzazione produttiva, alla struttura della divisione internazionale del lavoro e al modello di “governance” regolatrice sul piano nazionale e su quello globale. E’ quindi importante esaminare il ruolo riservato all’Africa in tale quadro, poiché ci aiuterà a capire la logica che presiede non solo all’evoluzione del sistema, ma al modo in cui questo giustifica le sue offerte. Solo dopo averla capita, saremo in grado di tracciare un’alternativa realistica, capace di rispondere alla sfida storica cui l’Africa si trova di fronte. Potremo cioè sviluppare le nostra forze produttive secondo criteri organici, perché entro forme politiche, sociali de economiche autonome e a noi congeniali […].
Sul mercato mondiale c’è ora un nuovo prodotto da esportazione: la democrazia. Questa incontra però tre gravi ostacoli. In primo luogo, porre la democrazia come condizione solleva problemi maggiori per il Paesi piccoli che per quelli grandi (c’è da dubitare, ad esempio, che funzioni con la Cina). In secondo luogo, da un punto di vista morale è assai difficile apprezzare l’orizzonte democratico senza tener conto – come molti sono portati a fare– di criteri economici di gradualità. Vi sono situazioni in cui la spinta al pluripartitismo è il modo più adatto per conservare al potere una élite screditata. Se ne possono vedere alcuni esempi nell’America Latina. In terzo luogo, tra il quadro democratico formale e la partecipazione sociale corre un fossato. Gli esempi del Sud-est asiatico dimostrano che il progresso economico non è determinato necessariamente da regimi democratici, ma è spesso stimolato entro un quadro di repressione sociale e politica.
Che l’Africa non sia pronta per la democrazia, è un assioma inaccettabile. Tutti i Paesi, tutti gli uomini lo sono. Ma la democrazia è qualcosa di più delle sole libertà politiche e individuali. E’ anche uguaglianza sociale, sebbene finora questo aspetto sia stato poco considerato.
Secondo il Rapporto sullo sviluppo umano curato dal PNUD nel 1992, il divario tra i più ricchi e i più poveri, nel mondo, cresce sempre più […]. E’ necessario un sistema internazionale democratico, in cui questo fenomeno possa esser messo in discussione, secondo le stesse regole del dibattito sulla democrazia a livello nazionale. Non c’è dubbio che il modello africano di democrazia politica si rapporta a una società complessa, non priva di una serie di disuguaglianze. Ma il modello occidentale è basato nella maniera più chiara sul progresso di pochi, a spese della maggioranza. Nella democrazia parlamentare dell’Occidente la partecipazione reale è meno importante di quella formale. Ad ogni elezione vanno a votare sempre meno aventi diritto, e i Paesi di più stabile democrazia sono guidati, letteralmente, da una piccola minoranza di elettori. C’è una sensazione d’incapacità a cambiare sistema e un’impressione, vera o sbagliata, che il potere reale stia da qualche altra parte.
Ciò significa allora che l’Africa ha qualcosa di meglio da proporre? Non necessariamente. Ma almeno si possono lanciare di nuovo i dadi []…]. A volte la memoria storica ha vita breve. Per molto tempo Confucio è stato tacciato di arcaismo asiatico. Oggi è l’eroe del progresso asiatico. Non è impossibile che tra qualche decennio si cambi opinione sugli arcaismi africani, attualmente riferiti all’epoca pre-coloniale. In un libro recente, Il fardello dei Neri, Basil Davidson prospetta una sua interpretazione. A suo giudizio il nazionalismo ha infuso negli africani, per un determinato periodo, orgoglio nazionale e fiducia nella propria cultura e nelle sue prospettive future. Attualmente prevale in essi il senso della “sconfitta”, ed è stato proprio Davidson a contribuirvi, sottolineando di proposito, in quello stesso libro, vari aspetti negativi.
Dunque la nostra epoca sarebbe, in Africa, sotto il segno sconfitta. E’ sperabile che domani un segno analogo non venga a contraddistinguervi la democrazia, dato che oggi vi viene adoperata più in termini utopici che come strumento di positiva mediazione. Assai pochi intellettuali africani conservano ancora lo spirito degli anni del nazionalismo. Quelli che lo fanno, si limitano per lo più a speranze di lungo periodo. Soltanto qualcuno sembra preoccuparsi di affrontare giustamente i problemi. Sebbene sia da condividere la necessità di tenere gli occhi rivolti al futuro, bisogna porre qualche fondamento preciso. Il modo più appropriato appare quello di rifarsi ai valori africani, superando l’idea che il recupero di una prospettiva nazionale sia prematuro. Partendo da un senso di frustrazione, i problemi dell’Africa non li risolveremo mai. A risultati migliori potrà portare il sentimento opposto, come provano gli anni del nazionalismo. A un’inversione di tendenza delle economie africane, al loro passaggio dalla dipendenza a una crescita sostanzialmente autonoma, potremo avviarci solo se ritroveremo i nostri profondi valori.