Premessa...
Riceviamo, e volentieri mettiamo
in rete, questo approfondito contributo di un cittadino modenese, attivo in un sindacato di base, a proposito della crisi economica mondiale e, in particolare, della situazione italiana. Ne condividiamo in gran parte il contenuto. Ci permettiamo però di osservare che occorrerebbe qualche distinzione tra la CGIL di Epifani e i sindacati ormai “frequentatori del palazzo” (Per la CISL si può vedere su questo sito - sezione “Problemi del nostro tempo” - le forti critiche rivolte al suo segretario da un gruppo di cittadini di Pistoia, nella lettera aperta “Egregio signor Bonanni”).
Gabriele Gaddi:
L’AUTUNNO DEL CAPITALE
L’attuale attacco ai salari e alle tutele dei pubblici dipendenti si inserisce in un ampio progetto di riduzione dei diritti dei lavoratori, tutto orchestrato con la complicità dei sindacati concertativi e che trova il pretesto nella situazione emergenziale della crisi economica mondiale. Politici e sindacati concertativi, attraverso i “media”, ci vogliono far credere che questa crisi mondiale del capitalismo è colpa delle speculazioni finanziarie. L’ origine vera sta nei rapporti di produzione tra sfruttati e sfruttatori, che destina progressivamente le risorse per salari e welfare a vantaggio del profitto del capitale. Dopo avere intascato gli utili ora, con i nostri soldi pubblici, socializzano le perdite per salvare le banche, mettendo nella stessa barca chi crea le crisi e chi le subisce (lavoratori).
Nella rincorsa al profitto perpetuo hanno supportato il consumo con il ricorso obbligato al debito (a causa dei bassi salari) speculando su quegli stessi finanziamenti “allegri” che sono all'origine di processi fallimentari inarrestabili.
Immensi capitali, non trovando impieghi produttivi in mercati ormai saturi hanno rivolto le loro mire speculative ai beni essenziali (grano, petrolio, ecc..) costringendo alla fame a alla migrazione intere popolazioni.
I veri responsabili della crisi vengono dal mondo dell’economia e della finanza, sempre più creativa, ma è pagata dai lavoratori italiani in termini di: riduzione del potere d’acquisto con la riforma contrattuale, sia nel settore privato che in quello pubblico; triennalizzazione dei contratti, andamento revisionale con l’ indice IPCA dell’ inflazione che non tiene contro dell’ aumento dei prezzi petroliferi ed energetici, che sono la principale causa di inflazione; taglio del salario accessorio e della retribuzione in caso di malattia per i dipendenti pubblici; forti limitazioni al diritto di sciopero e della rappresentatività, ecc….
Quel che appare oggi evidente è il carattere pervasivo della finanza all’interno di un capitalismo che ha assunto negli ultimi decenni caratteri radicalmente nuovi. Al punto che la stessa distinzione tra “economia reale” ed “economia finanziaria” (tra “espansione materiale” ed “espansione finanziaria”) si trova oggi a essere destituita di fondamento.
L’altra faccia della crisi è un sistema economico globale, che dopo avere impoverito interi continenti e popolazioni, sta ora attaccando salari e pensioni anche nei paesi dell’occidente sviluppato e benestante mentre continua l’opera di precarizzazione del lavoro e di abbassamento delle tutele salariali e di garanzia.
Già con l’accordo del luglio del 1993 Governo e sindacati concertativi in Italia avevano programmato la riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori ed ora, con le suddette riforme, completano l’opera: questo è il modo per Confindustria e le rappresentanze padronali di competere sul piano della produttività con i nuovi paesi, assurti a “fabbrica del mondo” (Cina e India) attraverso un abbassamento lento e costante del costo del lavoro quando è evidente, anche a detta dei migliori economisti illuminati, che l ‘unico modo per l’Italia di salvaguardare il sistema produttivo è investire in alta formazione, ricerca ed energia da fonti rinnovabili.
Ma quest’ultima strada è osteggiata dall’attuale Governo che ad es. preferisce dirottare le risorse pubbliche sull’energia nucleare di terza generazione, costosissima, non sicura anche in termini di radiazioni da normale funzionamento dei reattori e minata dal grave e irrisolto problema dello smaltimento delle scorie radioattive.
L’attacco ai pubblici dipendenti, architettato ad arte con l’aiuto della ridondante campagna mediatica di tv e giornali, è servito da un lato, come bacino di consenso elettorale per l’ attuale Governo (ma è evidente che sul pubblico impiego l’intesa è bipartisan), dall’altro per fare cassa; non solo attraverso il taglio delle retribuzioni, ma anche non garantendo più un futuro lavorativo alle centinaia di migliaia di lavoratori precari, prevalentemente nel mondo della scuola e dei servizi (da settembre p.v. sono a rischio del posto di lavoro già 45.000 insegnanti) rientrando ciò nell’ ottica della precarizzazione del lavoro e della vita delle persone. L’ utilizzo del capro espiatorio individuato nei lavoratori pubblici, peggio se donne, nei poveri e nei marginali, nelle minoranze etniche o dei migranti è altresì funzionale a dirottare il malcontento delle masse verso obiettivi facilmente individuabili, per non dare l‘opportunità di una riflessione sui veri motivi e sui responsabili della crisi economica, in particolare verso le banche e le aziende che prima sfruttano i lavoratori sottopagati e poi li licenziano a causa (o col pretesto) della crisi globale.
Tutte le contraddizioni di un sistema capitalistico in fase avanzata emergono dopo che per un ventennio, cioè dalla fine degli anni ’80, economisti, imprese e politici hanno sostenuto il principio tatcheriano e reaganiano del “meno stato, più mercato”; salvo poi le stesse aziende, strette nella morsa della crisi, trovarsi a richiedere con protervia l’aiuto dello Stato per non chiudere i battenti, dicendo di voler difendere i posti di lavoro: ma trasmissioni come “Presa diretta” di Riccardo Icona hanno portato alla luce lo stratagemma di non poche aziende che, dopo avere ottenuto la CIG per i propri dipendenti, li riassumono “in nero” e con “stipendi” ridicolmente bassi.
La cancellazione di fatto di parti importanti del diritto del lavoro, la vanificazione di buona parte dello Statuto dei lavoratori, le limitazioni al diritto di sciopero, il progetto governativo sulla rappresentanza sindacale il cui unico scopo risiede nel togliere di mezzo l’anomalia rappresentata dal sindacalismo di base e qualunque espressione conflittuale organizzata, rendono necessaria la presenza di un’organizzazione sindacale nuova capace di unire i lavoratori, sostenere le strutture e generalizzare il conflitto.
Ricevuto il 5 maggio 2009