Premessa...
Sintesi commentata di una critica alla teoria economica dominante. Dovrebbe interessare anche chi vuole una politica rinnovatrice.
Premessa...
Sintesi commentata di una critica alla teoria economica dominante. Dovrebbe interessare anche chi vuole una politica rinnovatrice.
Roberto Artoni:
LE TEORIE ECONOMICHE E LA CRISI*
Ebbene, questo modello di base è «palesemente irrealistico» e non bastano, a correggerlo in modo sostanziale, gli aggiustamenti introdotti dalla ricerca “positiva” o da quella “normativa”. Restano fermi i giudizi complessivamente assai critici espressi non da oggi – l’A. tiene a ricordarlo – da «personaggi qualificati» come Solow(3), Akerlof(4), Stiglitz(5), Buiter(6).
L’A. si sofferma su alcune conseguenze pratiche più evidenti e dannose provocate dal modello economico dominante e dalla «visione del mondo» in cui è radicato. Questa espressione – “visione del mondo” – ci induce e quasi ci obbliga a una nuova osservazione parentetica, a ribadimento di quella fatta poco sopra e a sua precisazione sotto un importante profilo. L’A. è certamente consapevole che, aggiungendo “visione del mondo”, egli contesta implicitamente ma chiaramente (e a nostro avviso molto giustamente) qualunque esclusivistica autosufficienza della teoria economica. Alla stregua, infatti, di ogni disciplina avente più direttamente a che fare con le cose umane, anche la ricerca economica – pur necessariamente costituita, come le altre, su proprie fondamenta specifiche – non dovrebbe mai dimenticare che le tendenze e le “scuole” in cui si articola muovono, in ultima analisi, da presupposti di auto-consapevolezza umana, dunque lato sensu filosofici. Per converso, chi voglia andare a fondo nella critica a questa o a quella di tali tendenze, non può esimersi dal tentar d’individuarne le scaturigini filosofiche e le loro insufficienze, che sono spesso – va detto – troppo ingenuamente e grossolanamente patite in sede, appunto, di teorie economiche.
Le conseguenze pratiche, cioè le politiche economiche erronee ispirate dal “modello economico dominante” (e dalla “visione del mondo” che gli è sottesa), sono criticate dall’A. soffermandosi su tre principali aspetti: 1) la «flessibilità del mercato del lavoro»; 2) la «regolamentazione dei mercati finanziari»; 3) la «definizione del ruolo e dei compiti dell’operatore pubblico».
Sul primo punto, egli chiama in causa la teoria economica dominante in quanto dà luogo a un «modello ottimale in cui tutti i prezzi e tutte le remunerazioni sono perfettamente flessibili». Ne è stata giustificata e legittimata in molti Paesi, a partire dagli USA di Reagan, una politica di «eccessivo liberismo sul mercato del lavoro» che ha volutamente indebolito i meccanismi di tutela del lavoro stesso e il ruolo del sindacato. Da ciò una «polarizzazione nella distribuzione del reddito» (leggasi: aumento della distanza tra reddito medio dei ceti sociali più ricchi e del resto della popolazione), causa a sua volta, in Italia e nell’Europa in genere, di una «ridotta dinamica dei consumi» e quindi di un deficit nella crescita del prodotto. Negli USA la domanda per consumi è stata invece sostenuta dalla droga del credito facile, ossia da un indebitamento delle famiglie oltre ogni logica. Ne ha preso avvio – come è noto - la grave crisi mondiale degli ultimi due anni. Si impone quindi – conclude l’A. - «un ripensamento sulle politiche da seguire nella regolazione del mercato del lavoro».
Sul secondo punto, l’A. critica la teoria economica dominante per la pretesa di fornire “previsioni perfette”, che da un lato restringono quindi lo spazio d’intervento delle autorità di politica economica, dall’altro spingono gli operatori a basarsi essenzialmente su aspettative legate agli equilibri di mercato.
E’ venuta così a determinarsi, innescando la crisi, una sequenza perversa: «attribuzione di un ruolo essenziale alle aspettative», ritenute per definizione come corrette – limitazione degli interventi di politica economica – centralità dei mercati finanziari nella valutazione delle prospettive di sviluppo, anche “reale” – predominio di fatto dei grandi operatori finanziari.
L’A. conclude come segue le sue considerazioni sul secondo punto:
Sul terzo punto, l’A. ricorda che la tendenza a limitare al minimo il ruolo dell’operatore pubblico (cioè dello Stato in quanto diretto attore economico, sia in servizi pubblici essenziali che in settori industriali d’importanza strategica) si basa, nella teoria economica dominante, sul presupposto di una «ottimalità del funzionamento del meccanismo di mercato». L’operatore pubblico, non (o meno) esposto alle logiche concorrenziali, sarebbe necessariamente soggetto, a differenza dell’operatore privato, a sprechi e inefficienze. Di qui le politiche economiche di riduzione delle imposte sui redditi da capitale, di massicce privatizzazioni industriali, di riduzione della spesa pubblica per il “welfare” a favore delle assicurazioni previdenziali e sanitarie private, e così via. Ma è proprio quel presupposto a risultare fuori della realtà:
Nelle ultime pagine dell’articolo, l’A. approfondisce ulteriormente i limiti teorici cui si sono ispirate le recenti scelte di politica economica. Essi sono da lui sintetizzati come segue:
Occorre assolutamente uscire da questo tipo d’impostazione. Per quanto riguarda il lavoro, esso non può – ridotto a mera “forza-lavoro” – esser fatto circolare e usato indiscriminatamente, né indebolito sul piano contrattuale, né tanto meno esser lasciato privo d’impiego, senza deteriorarne le capacità (diversificate e specifiche) e la crescita, necessarie alla «più generale dinamica macroeconomica», e senza effetti negativi sulla coesione sociale. I mercati finanziari, poi, essendosi dimostrati strutturalmente soggetti a instabilità, devono essere regolamentati adeguatamente a livello nazionale e sovra-nazionale. Dopo ulteriori sviluppi delle sue considerazioni su queste tematiche e altre connesse, l’A. così conclude:
N O T E
* L’A. insegna scienza delle finanze nell’Università “L. Bocconi” di Milano. All’intensa attività accademica e
di ricerca ha affiancato numerose esperienze in istituzioni pubbliche e private. Con “Il Mulino” ha pubblicato Lezioni di scienza delle
finanze (2003) e Elementi di scienza delle finanze (2007).
(1) Direzione e redazione: Strada Maggiore 37, 40125 Bologna; tel. 051/222419; fax 051/6486014, rivistailmulino@mulino.it
(2) Milton Friedman (New York 1912). Esponente più rappresentativo della “Scuola di Chicago” e del monetarismo. Premio Nobel per l’economia nel 1976 (fonte: “Dizionario di economia politica” a cura di G. de Luca, C. De Rosa, S. Minieri, A. Verrilli – Esselibri, Simone, 2006).
(3) Robert Solow (Brooklin, New York, 1924). Premio Nobel per l’economia nel 1987. Docente al “Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston. Consigliere dei presidenti Kennedy e Johsnon (fonte: “Dizionario” citato).
(4) George A. Akerlof (New Haven, Connecticut, 1940). Premio Nobel per l’economia nel 2001. Docente all’Università di Berkeley. Vice-presidente dell’ “American Economics Association”. Esponente della teoria sull’ “informazione asimmetrica” (fonte: “Dizionario” citato).
(5) Joseph E. Stiglitz (Gary, USA 1943). Premio Nobel per l’economia nel 2001. Presidente del Consiglio Economico (CEA) durante il governo Clinton. Vice-presidente della Banca Mondiale. Iniziatore della teoria economica che studia le asimmetrie informative, ideatore dei concetti di “selezione avversa” e di “rischio morale”. Molto critico nei confronti delle politiche del Fondo Monetario Internazionale (fonte: “Dizionario” citato).
(6) Willelm Buiter (L’Aia 1949). E’ stato membro del “Bank of England’s Monetary Policy Committee”. Docente alla “London School of Economics”. Autore, nel 2008, di un documento molto critico nei confronti della banche islandesi (fonte: WIKIPEDIA).