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Premessa...

Sintesi commentata di una critica alla teoria economica dominante. Dovrebbe interessare anche chi vuole una politica rinnovatrice.

Roberto Artoni:
LE TEORIE ECONOMICHE E LA CRISI*

E’ un articolo pubblicato sul n. 5/2009 della Rivista bimestrale di cultura e politica “Il Mulino”(1), pp. 798-896. L’A. - dichiaratamente nel novero degli «economisti non allineati alle posizioni dominanti» - si rifà alla tesi di Milton Friedman(2) per cui «una teoria deve essere giudicata in relazione alla sua capacità previsiva (predictive) dei fenomeni che intende spiegare». Ne deriva, rispetto alla crisi degli ultimi due anni, «qualche dubbio sulla rilevanza o sulla correttezza […] della moderna teoria economica». E sono dubbi non da poco, se fanno pensare a «carenze fondamentali della [sua] struttura concettuale di base»: a carenze tali, cioè, da renderla inidonea a dar conto dell’attuale crisi come di ogni altro importante fenomeno economico, anzi da renderla «incompatibile» con questo compito, che pur dovrebbe esserle specificamente proprio. Così stando le cose, «solo una lettura critica del modello [economico] dominante può spingere alla ricerca di una nuova cultura non solo economica, ma anche politica».
Quest’ultima enunciazione si presta bene – pensiamo – a ricordare e sottolineare due cose di molto rilievo, ma troppo spesso trascurate. Da una parte, che è necessario un metodico confronto interdisciplinare tra gli studiosi di ciascun ramo del sapere. Un economista, ad esempio, non può ritenere correttamente adempiuto il proprio ruolo quando ha messo a punto un “modello” magari internamente esatto, ma privo di confronti e di interscambio con la riflessione su quanto si muove nella realtà sociale e sugli indirizzi di espressione e governo politici di essa. Fuori da tale costante verifica e reciproca legittimazione, i modelli economici rischiano di risultare costruiti sulla sabbia, così da rivelarsi, in pratica, inutili e non di rado dannosi.
Dall’altra parte, a chi vuole, da elettore e ancor più da attore, una politica tendente davvero – in termini “riformisti” o “radicali” che siano – a quello che anticamente si chiamava il “bene comune”, va ricordato e sottolineato il rischio di astrattezza e inconsistenza in cui cade chi non sa, almeno per quel che gli serve, quali sono i tratti essenziali dei processi economici moderni e contemporanei. Un’ignoranza tanto più inaccettabile dal momento che non mancano economisti “non allineati” come appunto l’Artoni, i quali cercano di spiegare e di rendere comprensibili a tutti i problemi gravissimi legati al capitalismo e alla sua fase attuale, avanzando prospettive di uscita che non si limitano all’immediato, quindi a mere ipotesi di ripristino di un trend neo-liberista ritoccato e puntellato, ma guardano a un superamento effettivo di esso. Effettivo in senso forte. Nel senso cioè di preparare una riconsiderazione, una riorganizzazione, un ricollocamento delle attività economiche nel quadro complessivo della vita umana.
Vediamo ora, molto in breve, come l’A. dimostra la sua asserzione.

«La teoria macroeconomica di questi anni – scrive – è derivata da un modello originario nel quale gli agenti (siano essi consumatori o titolari di fattori produttivi o imprese) massimizzano la propria funzione di utilità su un orizzonte infinito, in un contesto di previsione di fatto perfetta e in mercati concorrenziali (caratterizzati da assenza di poteri di mercato) e da prezzi dei beni e dei fattori flessibili».

Ebbene, questo modello di base è «palesemente irrealistico» e non bastano, a correggerlo in modo sostanziale, gli aggiustamenti introdotti dalla ricerca “positiva” o da quella “normativa”. Restano fermi i giudizi complessivamente assai critici espressi non da oggi – l’A. tiene a ricordarlo – da «personaggi qualificati» come Solow(3), Akerlof(4), Stiglitz(5), Buiter(6).
L’A. si sofferma su alcune conseguenze pratiche più evidenti e dannose provocate dal modello economico dominante e dalla «visione del mondo» in cui è radicato. Questa espressione – “visione del mondo” – ci induce e quasi ci obbliga a una nuova osservazione parentetica, a ribadimento di quella fatta poco sopra e a sua precisazione sotto un importante profilo. L’A. è certamente consapevole che, aggiungendo “visione del mondo”, egli contesta implicitamente ma chiaramente (e a nostro avviso molto giustamente) qualunque esclusivistica autosufficienza della teoria economica. Alla stregua, infatti, di ogni disciplina avente più direttamente a che fare con le cose umane, anche la ricerca economica – pur necessariamente costituita, come le altre, su proprie fondamenta specifiche – non dovrebbe mai dimenticare che le tendenze e le “scuole” in cui si articola muovono, in ultima analisi, da presupposti di auto-consapevolezza umana, dunque lato sensu filosofici. Per converso, chi voglia andare a fondo nella critica a questa o a quella di tali tendenze, non può esimersi dal tentar d’individuarne le scaturigini filosofiche e le loro insufficienze, che sono spesso – va detto – troppo ingenuamente e grossolanamente patite in sede, appunto, di teorie economiche.
Le conseguenze pratiche, cioè le politiche economiche erronee ispirate dal “modello economico dominante” (e dalla “visione del mondo” che gli è sottesa), sono criticate dall’A. soffermandosi su tre principali aspetti: 1) la «flessibilità del mercato del lavoro»; 2) la «regolamentazione dei mercati finanziari»; 3) la «definizione del ruolo e dei compiti dell’operatore pubblico».
Sul primo punto, egli chiama in causa la teoria economica dominante in quanto dà luogo a un «modello ottimale in cui tutti i prezzi e tutte le remunerazioni sono perfettamente flessibili». Ne è stata giustificata e legittimata in molti Paesi, a partire dagli USA di Reagan, una politica di «eccessivo liberismo sul mercato del lavoro» che ha volutamente indebolito i meccanismi di tutela del lavoro stesso e il ruolo del sindacato. Da ciò una «polarizzazione nella distribuzione del reddito» (leggasi: aumento della distanza tra reddito medio dei ceti sociali più ricchi e del resto della popolazione), causa a sua volta, in Italia e nell’Europa in genere, di una «ridotta dinamica dei consumi» e quindi di un deficit nella crescita del prodotto. Negli USA la domanda per consumi è stata invece sostenuta dalla droga del credito facile, ossia da un indebitamento delle famiglie oltre ogni logica. Ne ha preso avvio – come è noto - la grave crisi mondiale degli ultimi due anni. Si impone quindi – conclude l’A. - «un ripensamento sulle politiche da seguire nella regolazione del mercato del lavoro».
Sul secondo punto, l’A. critica la teoria economica dominante per la pretesa di fornire “previsioni perfette”, che da un lato restringono quindi lo spazio d’intervento delle autorità di politica economica, dall’altro spingono gli operatori a basarsi essenzialmente su aspettative legate agli equilibri di mercato.

«Si riconosce implicitamente – osserva l’A. – un ruolo interpretativo e segnaletico fondamentale ai mercati finanziari e, quindi, alle istituzioni che tipicamente vi operano, determinando tassi d’interesse e quotazioni e orientando i flussi finanziari».

E’ venuta così a determinarsi, innescando la crisi, una sequenza perversa: «attribuzione di un ruolo essenziale alle aspettative», ritenute per definizione come corrette – limitazione degli interventi di politica economica – centralità dei mercati finanziari nella valutazione delle prospettive di sviluppo, anche “reale” – predominio di fatto dei grandi operatori finanziari.
L’A. conclude come segue le sue considerazioni sul secondo punto:

«Gli effetti delle liberalizzazioni e dell’inefficacia dei controlli sull’attività degli intermediari finanziari sono ormai evidenti: sviluppo patologico degli attivi e dei passivi bancari, scarsissima trasparenza dell’oggetto delle transazioni, ampio e incontrollato utilizzo di strutture extracontabili, inadeguatezza delle autorità di vigilanza, sono le manifestazioni patologiche più evidenti di un sistema solo parzialmente salvato da interventi pubblici di straordinarie dimensioni».

Sul terzo punto, l’A. ricorda che la tendenza a limitare al minimo il ruolo dell’operatore pubblico (cioè dello Stato in quanto diretto attore economico, sia in servizi pubblici essenziali che in settori industriali d’importanza strategica) si basa, nella teoria economica dominante, sul presupposto di una «ottimalità del funzionamento del meccanismo di mercato». L’operatore pubblico, non (o meno) esposto alle logiche concorrenziali, sarebbe necessariamente soggetto, a differenza dell’operatore privato, a sprechi e inefficienze. Di qui le politiche economiche di riduzione delle imposte sui redditi da capitale, di massicce privatizzazioni industriali, di riduzione della spesa pubblica per il “welfare” a favore delle assicurazioni previdenziali e sanitarie private, e così via. Ma è proprio quel presupposto a risultare fuori della realtà:

«…il concetto di concorrenza cui si fa continuamente riferimento rappresenta una situazione statica caratterizzata da una pluralità d’imprese prive di potere di mercato. La concorrenza riscontrabile nel mondo reale è invece contrassegnata da una sorta di distruzione creatrice, che determina processi di concentrazione delle imprese, e quindi l’attribuzione di potere di mercato. La conseguenza è la tendenza dei più forti o dei più protetti a diventare sempre più dominanti».

Nelle ultime pagine dell’articolo, l’A. approfondisce ulteriormente i limiti teorici cui si sono ispirate le recenti scelte di politica economica. Essi sono da lui sintetizzati come segue:

«E’ in primo luogo improponibile l’equiparazione concettuale di tutti i mercati non riconoscendosi caratteristiche specifiche al lavoro, al capitale finanziario, oltre che alle risorse naturali».

Occorre assolutamente uscire da questo tipo d’impostazione. Per quanto riguarda il lavoro, esso non può – ridotto a mera “forza-lavoro” – esser fatto circolare e usato indiscriminatamente, né indebolito sul piano contrattuale, né tanto meno esser lasciato privo d’impiego, senza deteriorarne le capacità (diversificate e specifiche) e la crescita, necessarie alla «più generale dinamica macroeconomica», e senza effetti negativi sulla coesione sociale. I mercati finanziari, poi, essendosi dimostrati strutturalmente soggetti a instabilità, devono essere regolamentati adeguatamente a livello nazionale e sovra-nazionale. Dopo ulteriori sviluppi delle sue considerazioni su queste tematiche e altre connesse, l’A. così conclude:

«Le vicende più recenti sembrano indicare, al di là di ogni ragionevole dubbio, il fallimento della linea teorica che più di ogni altra ha determinato le scelte di politica economica degli ultimi decenni […]. L’involuzione della teoria economica “moderna” è dimostrata dal fatto che sono state sistematicamente ignorate problematiche che, pur poste in luce da grandi economisti del passato [tra i quali l’A. dà particolare spazio a Keynes], avevano il difetto di sporcare la rappresentazione idealizzata e totalmente autoreferenziale del funzionamento dell’economia di mercato: centralità economica e sociale della distribuzione del reddito, problemi di coerenza fra livello della domanda aggregata e delle potenzialità produttive, specificità di alcuni mercati, incompletezza di altri mercati fondamentali sono i temi espunti con grande superficialità dal quadro analitico e che ogni serio progetto di ricerca scientifica non può ignorare […]. Depurata dalla sovrastruttura ideologica e formalistica accumulatasi negli ultimi decenni e recuperati, al di fuori di ogni pretesa imperialistica, i necessari rapporti con le altre discipline sociali, la teoria economica potrà tornare ad essere un utile strumento di lettura della realtà, affrontando con serietà e umiltà i grandi temi di ricerca posti dai fatti nuovi che caratterizzano il mondo di oggi».

N O T E

* L’A. insegna scienza delle finanze nell’Università “L. Bocconi” di Milano. All’intensa attività accademica e di ricerca ha affiancato numerose esperienze in istituzioni pubbliche e private. Con “Il Mulino” ha pubblicato Lezioni di scienza delle finanze (2003) e Elementi di scienza delle finanze (2007).
(1) Direzione e redazione: Strada Maggiore 37, 40125 Bologna; tel. 051/222419; fax 051/6486014, rivistailmulino@mulino.it
(2) Milton Friedman (New York 1912). Esponente più rappresentativo della “Scuola di Chicago” e del monetarismo. Premio Nobel per l’economia nel 1976 (fonte: “Dizionario di economia politica” a cura di G. de Luca, C. De Rosa, S. Minieri, A. Verrilli – Esselibri, Simone, 2006).
(3) Robert Solow (Brooklin, New York, 1924). Premio Nobel per l’economia nel 1987. Docente al “Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston. Consigliere dei presidenti Kennedy e Johsnon (fonte: “Dizionario” citato).
(4) George A. Akerlof (New Haven, Connecticut, 1940). Premio Nobel per l’economia nel 2001. Docente all’Università di Berkeley. Vice-presidente dell’ “American Economics Association”. Esponente della teoria sull’ “informazione asimmetrica” (fonte: “Dizionario” citato).
(5) Joseph E. Stiglitz (Gary, USA 1943). Premio Nobel per l’economia nel 2001. Presidente del Consiglio Economico (CEA) durante il governo Clinton. Vice-presidente della Banca Mondiale. Iniziatore della teoria economica che studia le asimmetrie informative, ideatore dei concetti di “selezione avversa” e di “rischio morale”. Molto critico nei confronti delle politiche del Fondo Monetario Internazionale (fonte: “Dizionario” citato).
(6) Willelm Buiter (L’Aia 1949). E’ stato membro del “Bank of England’s Monetary Policy Committee”. Docente alla “London School of Economics”. Autore, nel 2008, di un documento molto critico nei confronti della banche islandesi (fonte: WIKIPEDIA).

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