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Introduzione...

Giustamente Luciano Barca, presidente dell’associazione “Etica ed Economia” e direttore del suo bimestrale “menabò”, ha voluto rendere omaggio - anche ricordando un incontro personale - al grande leader palestinese da poco scomparso, con implicita ma ferma dissociazione dalle troppe critiche facili e superficiali prevalse sui nostri media negli ultimi anni.

ONORE AD ARAFAT

Ho conosciuto il Presidente Arafat nel 1980, insieme a Giancarlo Paietta, nelle rovine di un palazzo crivellato di colpi, a Beirut, all’indomani del tentativo di un commando israeliano di ucciderlo o rapirlo, e ne ho apprezzato il carisma, l’intelligenza politica, la passione unita all’equilibrio che ne ha fatto lo statista cui tutti i capi di Stato del mondo hanno reso, dopo la morte, onore. Ma anche se tutta la sua vita è stata, non per sua volontà, una vita di guerra, desidero qui ricordare Arafat nella foto in cui stringe la mano a Rabin, che ha pagato con l’assassinio, per mano di un fanatico correligionario, il tentativo di uscire da un conflitto sanguinoso accettando la mediazione dell’ONU e ricordando ciò che un altro ebreo aveva scritto: «se ogni popolo rivendicasse gli antichi territori d’origine con le armi, il mondo andrebbe alla distruzione».

E’ stata, quella stretta di mano, il momento più alto dell’azione di combattente e di statista di Arafat, segnato non a caso dalla attribuzione a lui e a Rabin del Premio Nobel per la pace, dopo il successo conseguito con la riconsegna all’OLP di una parte pur piccola del territorio dal quale i palestinesi erano stati cacciati nel 1946 e la fondazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato d’Israele. Negli anni del dopoguerra, che appaiono assai lontani, eravamo tutti, o quasi, schierati a difesa del diritto degli ebrei di riavere una patria.

Poi l’oltranzismo sionista ha rotto con ogni accordo internazionale: Sharon ha trasformato Israele in un paese che, come gli USA, ha adottato contro il terrorismo la teoria e la pratica della guerra preventiva ed è stato quasi un processo naturale schierarsi con il più debole, con i palestinesi costretti nei campi profughi, e appoggiare Arafat, l’unico in grado di contenere le spinte più oltranziste, isolare il terrorismo (altra cosa era ed è l’Intifada) e, nello stesso tempo, difendere, insieme al diritto degli israeliani alla sicurezza, il diritto dei palestinesi a non essere espulsi dalla loro terra e a viverci da cittadini e non da iloti.

Partecipiamo sinceramente al lutto dell’OLP e auguriamo allo Stato palestinese di trovare capi che portino al successo il disegno di Arafat e ad Israele di riconquistare l’amicizia del mondo nell’accettazione delle deliberazioni dell’ONU. Ci auguriamo anche che la scienza sappia dirci le vere cause della morte di Arafat. Ma soprattutto ci auguriamo che, secondo il suo desiderio, la salma di Arafat possa un giorno riposare nella spianata delle moschee di Gerusalemme, perché ciò vorrà dire che la pace sarà tornata in quella terra martoriata, punto di incontro di tre religioni che hanno comuni origini.

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