Premessa...
Trascriviamo il terzo paragrafo dell’appunto preparatorio della “Rivista Trimestrale”.
Premessa...
Trascriviamo il terzo paragrafo dell’appunto preparatorio della “Rivista Trimestrale”.
APPUNTI SULLA LINEA DI RICERCA POLITICA DELLA RIVISTA
(terza puntata)
- III -
Così, quasi inavvertitamente, siamo passati dalla dimostrazione della decisività, nella situazione politica concreta, della società opulenta, a un problema di cui appare subito – crediamo – tutta l’eccezionale importanza.
La vera questione, in altri termini, diviene ormai la seguente: la società opulenta è davvero il momento terminale di tutta una fase storica? E’ essa, in modo effettivo, l’ultimo risultato possibile di un particolare assetto del sistema sociale, quale è stato determinato da una specifica forma di base, non criticabile, né criticata, da parte delle posizioni politiche esistenti?
Per rispondere a questa domanda, data la definizione stessa da noi fornita del concetto di terminalità (e che ci sembra l’unica valida), bisogna evidentemente affrontare una duplice indagine.
Innanzitutto, si tratta di vedere quale sia questa forma sociale di base (ossia quella che caratterizza e determina, in ultima istanza, l’assetto esistente), per prendere poi in esame se essa sia tale da comprovare la nostra ipotesi sulla società opulenta come fenomeno conclusivo di un particolare ordinamento della vita associata, e precisamente di quello oggi in atto.
In secondo luogo, si tratta di appurare se le diverse posizioni politiche, attualmente sulla scena, siano realmente incapaci di una critica interna, positiva e superatrice di quella stessa forma di base, dato che, come si è già affermato, solo da una loro dimostrata impotenza potrà risultare indiscutibilmente che la società opulenta è anche il punto in cui materialmente trova il suo termine, in maniera definitiva, tutta una fase storica.
Ebbene, la chiave per cominciare a risolvere ambedue questi problemi ci viene fornita proprio da un fatto che è stato già da noi ampiamente dimostrato: e cioè dal carattere di decisività assunto attualmente, nella situazione politica concreta, dalla società opulenta.
Ma in realtà, che cosa è mai, identificata più da vicino e più precisamente, la società opulenta? Essa non è altro che l’ordinamento ultimo e riassuntivo cui giunge l’assetto del sistema sociale fondato sullo sfruttamento.
La società opulenta, infatti, è quella strutturazione della vita associata, in cui una specie qualitativamente definita di bisogni, esplicitamente riconosciuti come i soli atti a richiedere un vero e proprio lavoro, e perciò come i soli economicamente rilevanti, può infine essere sovrabbondantemente e universalmente soddisfatta; e naturalmente, l’unica molla del processo produttivo (ma ormai soltanto possibile, “liberamente” voluta, non più oggettivamente obbligata né organica) rimane allora una sfrenata moltiplicazione dei modi in cui quei bisogni vengono appagati, con la consapevolezza di una loro sempre più artificiosa, artificiale e superflua configurazione.
D’altro canto, che cosa è lo sfruttamento? Esso si presenta come quella forma sociale, necessariamente coattiva, in cui il lavoro, quale che sia il livello della sua produttività, viene universalmente e permanentemente ridotto a strumento per la realizzazione, per la produzione, di beni destinati all’appagamento di una sola specie qualitativamente definita di bisogni: quelli appunto che sono propri della sussistenza fisica dell’uomo, della sua vita materiale, e che quindi, a un certo stadio di sviluppo del processo storico-sociale, possono, per definizione, venir soddisfatti in modo generalizzato e sovrabbondante.
La relazione, la corrispondenza strettissima tra la forma sociale dello sfruttamento e la società opulenta si fanno dunque, già fin da adesso, evidenti. Ma nel quadro di un discorso di tipo storiografico, esse potranno divenire, ci sembra, ancora più chiare.
A veder bene, infatti, una volta che la strumentalità produttiva abbia raggiunto una certa quota d’efficienza, non solo diviene possibile lo sfruttamento, ma l’affermazione storica di questa forma sociale determina ipso facto il costituirsi di due classi antagoniste.
Quali classi? La prima è esente dalla produzione (divenuta una servitù) ed è perciò liberamente in grado di dedicarsi (ma anche di non dedicarsi), secondo il suo arbitrio, e con la sola coazione di un impegno morale, a quelle attività della vita spirituale – ossia, genericamente, della contemplazione, della riflessione, della cultura – che possono ormai essere considerate, e che quindi sono rese in concreto, assolutamente meta economiche. L’altra, invece, è condannata immutabilmente a fornire i beni necessari alla liberazione della classe privilegiata dal bisogno materiale e dal lavoro, e pertanto deve essere violentemente ridotta a quei soli consumi che possono soddisfare i bisogni della vita fisica, ma per di più soltanto in quella precisa misura che valga a garantire la mera continuità dell’opera lavorativa e il massimo di surplus per la libera attività meta economica dei membri della classe dominante.
E’ questa dunque, nel processo evolutivo di un assetto del sistema sociale fondato sullo sfruttamento, la prima fase, la fase, filosoficamente e teologicamente illustre, del signore e del servo. Classica e primaria sotto ogni aspetto, essa infatti, dopo l’affermazione storica dello sfruttamento, diviene, da puramente possibile, storicamente inevitabile, così come, di fatto, è rimasta storicamente inevitata. Ma, per solido che ne sia l’interno equilibrio, per possente che ne sia la struttura, per feconda che possa essere, almeno in un primo tempo, quella divisione del lavoro, o meglio dell’attività, che implicitamente contiene (sebbene in una forma ancora iniziale e pesantemente distorta dal privilegio), non può non risultare subito evidente, altresì, la carica di crisi che le si accumula dentro sin dal principio, e che, prima o poi, deve esplodere.
La sproporzione sta tutta nell’enorme possibilità di accumulazione di ricchezza, ossia di beni immediatamente destinati al consumo, e nel limitato bisogno che di questa ricchezza medesima avrebbe la classe dominante, ove rimanesse realmente e severamente ordinata a quell’ideale delle attività di ragione, delle libere attività meta economiche, che pur rimane (nel periodo classico come in quello cristiano) la sola giustificazione umanamente “accettabile” della figura del signore, la sola finalità a carattere “universale”, che in qualche modo, e cioè sempre parzialmente e indirettamente, venga comunque a riscattare la dolorosa condizione del servo.
L’ordinamento signorile, dunque, come può risultare ormai sufficientemente chiaro, si dibatte, e alla fine si disgrega, entro una contraddizione insuperabile, che, sotto il profilo della possibile evoluzione del sistema, dà luogo a un vero e proprio dilemma.
In realtà, se si persegue in maniera rigorosa e metodica l’ideale di cui si è detto, ecco che la spinta, non solo a espandere, ma persino a proseguire sul serio l’attività propriamente economica, viene automaticamente ad attenuarsi. Anzi, una volta che sia stato raggiunto un proporzionato livello d’efficienza, quella spinta viene addirittura meno; e così, nell’atto medesimo, cessa di esistere, per il sistema, la possibilità stessa di una qualche ragione economica.
Se invece, in un disperato tentativo di capovolgere i termini della questione, si vuole a ogni costo mantenere in funzione la molla di una continua espansione produttiva, ecco che si è di colpo costretti a rinunziare al rigore e alla pienezza dell’ideale ultimo cui pur è ordinato l’assetto signorile. Ecco che i consumi dei singoli membri della classe dominante devono essere arbitrariamente e capricciosamente allargati e ingigantiti ben oltre il limite segnato dalla mera necessità di liberazione dai bisogni della vita fisica e dalla servitù del lavoro. Ecco che, insomma, il processo accumulativo della ricchezza e lo sfruttamento del servo devono essere direttamente legati non più a un libero esplicarsi delle attività di ragione, ma al lusso, alla raffinatezza, alla complicazione sempre più decadente e sempre più mostruosa della vita materiale del signore. Così, dunque, la finalità del sistema viene a risiedere, in ultima istanza, nell’ozio signorile: questo è appunto il prezzo che bisogna pagare per riacquisire, in qualche modo, una ragione economica.
Ma allora (e cioè quando il dilemma viene affrontato in concreto, storicamente, sotto questo secondo suo aspetto) una sola, a veder bene, può esserne la conseguenza: quasi di colpo, è l’intiero ordinamento che entra in un accelerato processo di crisi, che minaccia di dissolversi rapidamente in una precipitosa catastrofe. Il lusso del signore e la scomparsa di qualsivoglia significato ragionevole e confessabile nello sfruttamento dei servi non hanno forse segnato sempre, sul quadrante della storia, l’ora della decadenza delle società e degli imperi?
In realtà il sistema, quando sia sospinto e inchiodato alla condizione che abbiamo adesso descritto, smarrisce la sua stessa ragion d’essere e la sua destinazione, la sua forma e il suo fine. Le sue figure decisive e centrali perdono, umanamente, ogni rilevanza come ogni giustificazione. Il signore si riduce, praticamente senza residui, a una mera inutilità superflua e parassitaria, e al servo è tolta la possibilità medesima, e persino la speranza, di un suo pur indiretto riscatto. Il loro rapporto, che era inizialmente sostenuto dalla responsabilità e dal rispetto, è ormai regolato soltanto dalla brutalità e dalla violenza, dall’abiezione e dalla paura. La famiglia umana si è squarciata, la comunità si è rotta, e nell’abisso di questo contrasto, divenuto assoluto e perciò incomponibile, la catastrofe, più ancora che annunziarsi imminente, già si manifesta, già è in atto, nella liquidazione di ogni valore, nel caos insensato degli appetiti contrapposti e scatenati a sopprimersi, nella distruzione di ogni discorso, di ogni logica, di ogni legge.
Ecco perché, nel quadro dell’ordinamento signorile, sempre si è tentato di sfuggire a questo destino, a questa dissoluzione immancabile nell’oziosità e nel lusso, attraverso uno sforzo di ripristino (e perciò di allargamento e di approfondimento) di quell’ideale meta economico, che moralmente giustifica la figura del signore e riscatta quella del servo. E dato che appunto si tratta, in ultima analisi, di uno sforzo, di una tensione di natura schiettamente morale, ma di grado violento ed estremo, ecco perché le grandi crisi dell’assetto signorile si sono sempre sviluppate, si sono temporaneamente e precariamente risolte, o si sono definitivamente e rovinosamente concluse, sotto il segno e nell’ambito di un rinnovamento religioso.
Due volte, nel corso della sua storia, quell’assetto è pervenuto al limite stesso della contraddizione e della rovina; due volte ha domandato alla religione – al cristianesimo romano prima, poi alla Riforma – una risposta adeguata al suo problema, e quelle energie, quegli slanci, che non poteva certo sperar di richiedere ai semplici postulati dell’etica.
E’ pertanto al primo aspetto, al primo modo di presentarsi del dilemma, che si finisce comunque per ritornare, in un supremo tentativo di affrontarlo e di risolverlo. E però, non è forse anche questa una via illusoria? La liquidazione, sostanzialmente completa, della ragione economica non è forse per il sistema – sia pure a più lungo periodo – altrettanto catastrofica della perdita della forma e del fine?
In realtà, come abbiamo già accennato, quando l’ideale ultimo e organico dell’ordinamento signorile venga perseguito con un rigore severo e metodico, l’accumulazione della ricchezza non può non arrestarsi a un certo livello. Ma allora, mentre la società tutt’intiera è costretta a ordinarsi secondo l’impossibile legge di una doppia austerità moralistica (quella, liberamente scelta, degli sfruttatori e quella, coatta, degli sfruttati), a mano a mano si vengono a determinare due processi, che conducono a delle conseguenze di peculiare importanza.
Da una parte, l’illanguidimento e poi la pratica scomparsa della spinta produttiva fanno sì che i membri della classe subalterna siano sempre meno impiegati, divengano sempre più inutili e oziosi; e pertanto fanno sì che essi, non riuscendo a realizzare la propria umanità neppure nella figura deformata e parzializzata del servo, rimangano in una condizione di mera potenzialità preumana, di continuo in procinto di rovesciarsi in disperate insorgenze eversive e anarcoidi. Dall’altra parte, poiché alla base del sistema permane, immutata e immobile, la forma sociale dello sfruttamento, la scomparsa dell’economia si accompagna, di necessità, con il mantenimento della riduzione forzosa della classe servile a quello stesso livello, e soprattutto a quella medesima qualità di consumi, che già garantivano la mera continuazione, nel tempo, delle sue prestazioni lavorative. E allora anche la libera attività del signore, anche i frutti, i risultati, i prodotti del suo operare metaeconomico rimangono fatalmente nel quadro ristretto del mercato della classe dominante: non possono insomma dar luogo a consumi che interessino l’intiero sistema sociale, l’intiera comunità umana.
Così, a poco a poco, la realtà culturale, quanto cioè può esser fornito ed espresso dalla classe signorile, dall’attività di tutti quelli che sono stati liberati dalla servitù del lavoro e dalla necessità di provvedere direttamente ai bisogni della vita fisica, fatalmente si chiude e si sterilizza in forme sempre più preziose, più raffinate, più ermetiche. Venuta meno per principio ogni possibilità di sviluppo e di arricchimento in profondità e in estensione, la cultura non può che complicarsi a vuoto nei moduli via via più artificiosi dei vari alessandrinismi; non può che avvitarsi nella spirale delle dispute sofistiche e bizantine. Essa pertanto decade a semplice copertura, a mascheratura dell’inutilità e della noia, e l’ozio allora ritorna a essere la figura dominante e riassuntiva della vita del signore, sebbene in un modo e secondo un processo diversi da quelli che, come già si è visto, sono determinati dall’assunzione del lusso a massima finalità del sistema.
Dunque, in una maniera o nell’altra, venga esso affrontato nel suo primo aspetto o nel secondo, il dilemma cui conduce la sproporzione di base dell’ordinamento signorile, appare del tutto insolubile. L’ozio si rivela il destino immancabile, la conclusione obbligata, di un simile ordinamento: e qui sta, appunto, la ragione stessa dell’inevitabilità della catastrofe. Ma un ozio siffatto, se nella classe dominante viene semplicemente a determinare un illanguidimento e un corrompimento progressivi delle energie naturali dell’uomo (fino a una loro pratica estinzione), viene invece vissuto quotidianamente da ogni singolo soggetto della classe subalterna come oppressione e come sofferenza, come insensata ingiustizia e come miseria disperata.
Nell’ordinamento signorile, pertanto, non vi può essere la tranquillità del disordine, questa micidiale e mostruosa mistificazione di una pace vera e stabile: i servi vi si ribellano; i servi vengo a essere i depositari della capacità di resistere, della possibilità di opporsi al naufragio nell’innaturale e nel disumano. E però, sino a quando alla base del sistema rimanga non criticata e intatta la forma sociale dello sfruttamento, la rivolta sacrosanta del servo può esprimersi soltanto come uccisione del signore: ossia, e più precisamente, come la liquidazione semplice di esso e la distruzione del suo mondo e dei suoi valori.
In realtà, poiché il servo rimane servo (poiché il lavoro rimane sfruttato), nessun vero ideale umano – nessun ideale, cioè, che sia omogeneo e conforme all’intiera natura dell’uomo – può essere sostituito a quello tipico dell’ordinamento signorile; al contrario, vi si può sostituire soltanto, e in una forma brutale, unilaterale e violenta, l’ideale stesso del servo. Non più la libera e meta economica attività del signore, ma il lavoro, il lavoro materiale e servile, il lavoro destinato esclusivamente a soddisfare i bisogni della vita fisica, e perciò sfruttato, diviene allora il fine ultimo di tutto il sistema. E di conseguenza, mentre questo viene integralmente ordinato all’allargamento incessante e continuo di quelle possibilità materiali che garantiscono sempre nuove opportunità di impiego dell’energia operosa dei servi, l’attività produttiva non può più esser legata direttamente al consumo, ma deve appunto trovare il suo scopo immediato ed unico nell’accumulazione del capitale. Essa, cioè, può e deve essere immediatamente finalizzata soltanto all’accumulazione generica di quella strumentalità, che è necessaria a rendere economicamente ragionevole l’erogazione della forza-lavoro, e quindi a giustificarne, all’indefinito, la richiesta.
A veder bene, rimanendo nel quadro generale dello sfruttamento, non vi può essere altra strada per uscire dalla crisi della società signorile. Ecco perché, da una parte, la morale, dopo i ripetuti fallimenti incontrati nel voler essere, in modo immediato ed esclusivo, la legge suprema del sistema sociale e del suo assetto, ha dovuto storicamente rovesciarsi e risolversi, con Smith, in economia. Ma ecco perché, dall’altro lato, la vita sociale medesima si è, per così dire, diminuita e ristretta: si è depotenziata, cioè, perdendo ogni contatto con la libertà dell’uomo, con l’esplicazione libera e spiritualmente feconda delle sue energie, nella prospettiva e nella ricerca di soddisfare dei bisogni qualitativamente sempre più complessi e più alti. Essa, di fatto, non si è forse definitivamente fissata entro un quadro in cui la produzione per i consumi della vita fisica è diventata, mistificatamente e in ultima istanza, l’unico valore reale, mentre è venuto meno persino quel rapporto con la libertà privilegiata del signore, da cui, pur se in modo deformato, contingente e arbitrario, le proveniva comunque una qualche luce di spiritualità umana?
Certo, a una simile “soluzione” non si è pervenuti né subito, né agevolmente, né in modo spontaneo. Vi si è giunti, anzi, solo dopo esser passati per la disperazione cocente di una serie di disfatte irrimediabili. Alla protesta avanzata dai servi in nome dei diritti di natura, o meglio della legge naturale, la stessa religione cristiana ha cercato di dare una risposta, sforzandosi di esprimere e di dar vigore coattivo a una norma capace di regolare la vita del signore e di riscattarla dal suo destino di ozio.
E non basta: un intiero assetto sociale non è stato forse costruito sulla base e sullo slancio dell’esperimento cristiano? Tutto il maestoso edificio del medioevo, eretto sulla pietra angolare dell’investitura, e nel cui ambito quindi, sotto l’egida dell’Impero e della Chiesa, si è preteso di far coincidere ogni singola situazione signorile con un’esplicita e determinata funzione sociale, che altro rappresenta, infatti, se non il massimo tentativo di ripristinare, o meglio di instaurar finalmente un ordine secondo natura, in esatta corrispondenza con la richiesta più profonda e più vera dei servi? Il signore come libero soggetto, non più soltanto di diritti, ma di doveri, e ricondotto perciò entro una legge comune: ecco l’aspirazione di fondo della cristianità medioevale, la sua idealità, il suo titolo d’onore, il segreto della sua vitalità rinnovatrice; ma ecco altresì, per generosa che abbia potuto essere, la sua utopia irrimediabile.
In realtà, nell’applicarsi totalmente al controllo della figura socialmente terminale del signore, di questa conseguenza, di questo risultato ultimo del sistema dello sfruttamento, il grande sforzo cristiano lasciava sussistere, del tutto immodificata, quella forma di base che, sfruttando e opprimendo il lavoro, si pone non alla fine ma, socialmente, all’inizio, all’origine di quell’assetto. Rimaneva quindi intatto, malgrado ogni intenzione e ogni proposito, il fondamento medesimo del sistema e permaneva immutata la causa delle sproporzioni, degli squilibri, delle crisi, che travagliavano in modo irrimediabile l’ordinamento signorile.
Ma allora l’esperimento cristiano non finiva appunto per ricadere inevitabilmente sul terreno dell’utopia? Non veniva a essere, cioè, la massima e più completa versione di quel tentativo moralistico, la cui impossibilità economica e poi persino ideale è già stata dimostrata ampiamente, e che di fatto deve sempre tornare a rovesciarsi in una ripresa dell’asocialità signorile, in una irruzione dilagante dell’immoralità, in una artificiosa incentivazione del lusso e di ogni possibile superfluità nei consumi? Anche il cristianesimo dunque, in quanto diretto strumento di organizzazione sociale, si è storicamente rivelato come affatto incongruo al superamento di quell’oscillazione ricorrente e continua tra lusso e austerità e poi di nuovo tra austerità e lusso e così via, in cui, secondo la spirale di una circolarità rovinosa, si è consumata lentamente la catastrofe dell’assetto signorile.
E’ stata questa, sulla portata e sui limiti sociali del cristianesimo, una digressione soltanto apparente. Essa in effetti doveva servire, e ha servito, a riconfermarci in maniera definitiva nel convincimento della necessità storica che il lavoro servile e perciò l’accumulazione del capitale divenissero, a un determinato punto, il fine ultimo e lo scopo esclusivo dell’intiero sistema. Ma possiamo allora aggiungere subito che la protesta dei servi, per quanto fosse espressione della sofferta consapevolezza della violazione della legge naturale, per quanto portasse in sé un’esigenza e persino, confusamente e utopisticamente, un programma di trasformazione totale del sistema della vita associata, poteva poi, nel concreto storico, funzionare sul serio da strumento di fuoruscita dalla catastrofe dell’ordinamento signorile solo a un patto: solo, cioè, riducendosi a fornire la piattaforma materiale per il trionfo sociale e politico e, prima ancora, per la promozione a classe vera e propria di un particolarissimo gruppo o strato del vecchio coacervo servile. In altri termini, poiché – come si è visto – l’unica via di salvezza stava nello sfuggire al destino di ozio insito nel sistema; e poiché tutto questo, dato il permanere della situazione di base dello sfruttamento, diveniva possibile solamente innalzando a fine ultimo il lavoro servile (l’impiego generalizzato e metodico dell’energia produttiva dei servi), è anche troppo chiaro che mentre l’accumulazione incessante del capitale diveniva la condizione-chiave del nuovo processo, soltanto una determinata forza sociale poteva assumere e mantenere un ruolo decisivo in tutta la complessa operazione di passaggio da un assetto a un altro e nell’edificazione stabile e consolidata del nuovo ordinamento.
(continua)