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Premessa...

Completiamo il paragrafo V dell’Appunto, trascrivendone le pagine da 108 a 115.


APPUNTI SULLA LINEA DI RICERCA POLITICA DELLA RIVISTA – V
(settima puntata della trascrizione)

La pura potenza e il potere per il potere – La politica ridotta a violenza esasperata – I valori di Nazione, di Stato e di religione risolti in miti ideologici e irrazionalisti: la follia del nazismo – La gigantesca battaglia tra la violenza tirannica della classe borghese e l’esclusivismo politico della classe salariata, espressione obiettiva della necessità storica e della legge del sistema – L’affermarsi della concezione del potere come garanzia del sistema in atto e del dominio generalizzato, e ormai anche democratico, dello sfruttamento – La proprietà privata ricondotta entro la legge normale del sistema: sua pubblicizzazione formale, nel segno della pianificazione per la “piena occupazione” – I due più grandi Stati odierni, manifestazione del totalitarismo organico, del trionfo della democrazia totalitaria – L’accordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, unica prospettiva non fisicamente catastrofica del processo storico-sociale in atto.
Non esistono veri e propri valori in nome dei quali i borghesi possano aspirare alla gestione del potere, e pertanto non esiste per loro alcuna legittimità, alcun diritto divino. Di fronte all’obiettiva necessità storica e alla corretta normalità del sistema, rappresentata dalla classe dei salariati, essi costituiscono, insomma, soltanto il dato di fatto, il “valore mistificatorio” della pura potenza, ed è solo in base a questa che possono rivendicare il potere.
Le conseguenze di una simile situazione vengono a essere, politicamente, di un’importanza eccezionale.
Anzitutto la borghesia, ogni volta che avanza le sue pretese signorili, riduce la politica unicamente a un rapporto di forza, che si risolve però senza residui nella manifestazione di una violenza disperata. Infatti, quegli stessi valori cui la borghesia retoricamente si richiama per tentar di giustificare la propria corsa al potere, subito si risolvono in miti ideologici, che sono sempre le espressioni di una volontà di potenza.
Ecco, così, che la promozione della nazionalità e della sua autonomia si trasforma aggressivamente nell’ambizione imperialista dello “spazio vitale”. Ecco che il ruolo necessario e la sovranità specifica dello Stato si tramutano, sotto la spinta di un’irrazionalità prorompente, in autoritarismo tirannico e in sopraffazione internazionale. Ecco (poiché la borghesia, come copertura estrema della propria politica, può arrivare ad aver bisogno anche di questo), ecco infine che lo stesso interesse della religione si materializza di colpo nell’attivistica ricerca del prestigio mondano della Chiesa.
Che poi, lungo un simile scivolo, si possa giungere – e si sia di fatto arrivati – sino a delle forme mostruose, non di totalitarismo (che sarebbe troppo seria qualifica), ma di prassi politica irrazionale e puramente tirannica, a quelle forme, cioè, che hanno trovato storicamente la loro massima espressione nell’abietta e folle avventura nazista, è, ci sembra, nella logica stretta delle cose. La riduzione semplice della politica a mero rapporto di forza (e dunque a tentativo continuo di violenta sopraffazione), lo scatenamento completo della volontà di potenza, la mistificazione immediata dei valori in miti ideologici, in aggressive e attivistiche idee strumentali, debbono, in realtà, portare fatalmente a quel risultato. Debbono condurre, cioè, sul piano politico, a proporsi l’obiettivo, assolutamente irrazionale, del potere per il potere: in corrispondenza esatta, del resto, a quanto abbiamo già visto verificarsi sul terreno sociale, dove appunto il borghese, ambizioso di privilegi simili a quelli del signore, ha come fine unico, nel quadro storico obbligato dell’accumulazione per l’accumulazione, semplicemente la sua propria potenza in quanto detentore privato del capitale.
Ma si fa chiaro, allora, quel che si deve concludere: ogni volta che la borghesia si scatena dietro il miraggio delle sue ambizioni signorili, l’intiera vita politica si risolve sempre nella lotta di due esclusivismi politici di segno opposto. E però, dal momento che l’uno, quello borghese, è tirannico (ossia irrazionale e antistorico, puramente arbitrario e violento), mentre l’altro (quello che si appoggia sull’interesse e si alimenta delle esigenze della classe salariata) è l’espressione stessa dell’obiettiva necessità storica e insomma della logica e della legge del sistema, l’esito di quella gigantesca battaglia non può assolutamente essere dubbio.
E’ vero: le vicende di quella lotta hanno occupato lo spazio di più di un secolo, e a lungo sono apparse incerte, poiché si sviluppavano secondo la linea di un processo alterno. Tuttavia, a guardare oggi il movimento delle cose nella sua costante di fondo, può ben risultare, ormai, che a ogni impennata di tirannide borghese, via via più disperata e violenta, ha sempre risposto, come era inevitabile, un contraccolpo, ogni volta più ampio, di esclusivismo politico proletario, diretto al ripristino delle garanzie politiche della razionalità del sistema.
Così, mentre nei tentativi ostinatamente ripetuti dalla borghesia si sono bruciati, mano a mano, tutti i valori, si sono sprecate tutte le riserve della civiltà signorile, fino ad arrivare alla livida e squallida follia dell’avventura nazista (quando anche le ceneri dell’Europa preborghese sono state sparse al vento), sempre si è riaffermata, e in proporzioni metodicamente più vaste, quella volontà politica che proletariamente concepisce il potere come garanzia del sistema in atto, e dunque come forza sanzionatrice del dominio generalizzato – ma perciò anche democratico e, in un certo senso, egualitario – dello sfruttamento.
Veniamo allora a dire, con questo, che la politica proletaria, conformemente alla natura, all’essenza profonda del mondo moderno, finisce per determinare e per affrettare il trionfo del totalitarismo organico? Certo che si; ma d’altra parte potevano forse le cose andare in una maniera diversa? Non era, non è divenuto questo l’unico modo per preservare, di fronte all’irrazionalismo borghese, almeno la razionalità del processo storico in atto e la stessa esistenza fisica dell’umanità?
Comunque, i risultati sono sotto i nostri occhi. La proprietà privata del capitale è stata ricondotta e stabilita, secondo schemi sempre più rigidi, entro la logica, entro la legge normale del sistema e di quel fine che gli è propriamente omogeneo; e intanto, la sua stessa pubblicizzazione formale si è estesa sempre più largamente. L’intervento diretto del potere, non più soltanto a garanzia, ma per la propulsione, il sostegno e il controllo del processo accumulativo e dell’impiego della forza-lavoro, è ormai caratteristica comune a tutte le localizzazioni storico-geografiche dell’assetto sociale moderno, ed è cosa, dappertutto, sostanzialmente non più contestata.
La pianificazione, mentre può avvalersi dei principi della sua efficienza (oggi condotta a termine, sul piano teorico, per lo meno in linea essenziale), nella pratica ha già dimostrato da tempo di essere indispensabile. In ogni caso, la sua superiorità sulla mitologica economia di mercato, e cioè, in concreto, sull’anarchismo borghese, si è rivelata schiacciante.
Non vi è governo, infine, non vi è partito, non vi è corrente ideologica che oggi non identifichi l’obiettivo della politica con quello, e solo con quello, dell’occupazione della forza-lavoro e dell’incremento del reddito; e quanti si vogliono opporre a questa tendenza irresistibile (i vari intellettuali umanisti, pronti ad accettare che il lavoro sia sfruttato, ma anche a piangere, da “anime belle”, sui “valori perduti”) non possono che salmodiare delle vacue melopee nostalgiche.
Sono questi i segni dell’affermazione, e anzi del trionfo, della democrazia totalitaria, di quel totalitarismo che è l’espressione dell’interesse di fondo della classe salariata in quanto tale, e che è l’unico razionale, organico, di sistema. Ma a veder bene, sono anche i segni caratteristici della fase che attraversa attualmente il mondo moderno, di quella fase in cui ci troviamo a vivere. E in realtà, poiché il tentativo anarco-irrazionalista della tirannide borghese aveva raggiunto, con lo scoppio bestiale delle aggressioni fascistiche, il suo punto estremo; poiché cioè aveva raggiunto il limite invalicabile di un massimo di virulenza, per cui si attentava alla possibilità stessa di sopravvivere dell’umanità associata, la risposta vittoriosa della democrazia totalitaria doveva necessariamente essere tanto vasta e profonda da divenire definitiva.
I due più grandi Stati, i due Stati che sono gli egemoni incontestabili del sistema mondiale, sono infatti oggi, e nel modo più palese, la manifestazione possente di questo totalitarismo organico.
Lo sono gli USA, dove il vecchio personale isolazionista e liberistico, e perciò omogeneo alla classe borghese, è stato in questo dopoguerra irreversibilmente battuto, e dove, malgrado contraccolpi e sussulti (che sono del resto sempre più vani e più deboli), prosegue di anno in anno l’avanzata trionfale di una società a di una “civiltà” esclusivamente ordinate agli obiettivi di una piena occupazione ad alto livello produttivo e di un benessere universalmente diffuso.
Lo è l’Unione Sovietica, dove nell’anno di svolta del ’56 è stata liquidata per sempre ogni tensione di mistica rivoluzionaria, ogni generosa volontà anarchica di liberazione totale dell’uomo dal limite di qualsiasi alienazione, e dove la maturità raggiunta dal processo accumulativo consente ormai di proporsi gli stessi scopi americani di un impiego economico di tutta la forza-lavoro e di una produttività e di un benessere crescenti. Si deve anzi aggiungere subito, e sottolineare, che la prospettiva di un rapido progresso, sul terreno dell’efficienza, delle tecniche di pianificazione, permette di prevedere lo sviluppo graduale, anche nel quadro sovietico, di istituzioni simili a quelle che, in tutti i paesi arrivati a un grado sufficiente di capitalizzazione, garantiscono l’indipendenza delle leggi interne della vita produttiva dagli interventi arbitrari ed eterogenei del potere politico: di quelle istituzioni, appunto, che gli intellettuali del cosiddetto Occidente si ostinano lamentevolmente ad esaltare come l’espressione stessa dell’intiera vita della libertà, e che invece pervengono a tutelare (in certo qual modo) l’individualità umana, proprio perché (ma soltanto perché) salvaguardano, in ultima istanza, il singolo soggetto produttivo, il privato detentore generico dei mezzi della produzione.
Storicamente, dunque, la soluzione borghese della crisi del mondo signorile tende a concludersi, in modo inevitabile, nei termini che abbiamo adesso individuati. L’avvento della democrazia totalitaria, e cioè l’affermazione piena di quel potere che si pone stabilmente al servizio del dominio generalizzato dello sfruttamento, che lo sanziona, e che garantisce quindi il perseguimento metodico del fine normale del processo accumulativo, corona infatti ed esaurisce, come adesso si è visto, più di un secolo di lotta politica.
E v’è di più: questa conclusione necessaria, questo risultato terminale del processo or ora descritto vengono politicamente suggellati in maniera definitiva proprio da quello che è l’aspetto più saliente dell’attuale situazione. L’accordo tra l’URSS e l’America, tra le due massime espressioni statuali di quel totalitarismo che abbiamo definito democratico, organico e razionale, può in realtà essere ormai scontato tranquillamente come inevitabile. Abbiamo dimostrato a sufficienza, ci pare, fino a qual punto esso sia nella logica e nella forza delle cose; e d’altra parte, a quest’ottima ragione si aggiunge pur sempre quella, ancor più imperativa, che ogni altra ipotesi, ogni “soluzione” diversa significherebbero, allo stato degli atti, la fine fisica dell’umanità.
Si può quindi prevedere, con un largo margine di sicurezza, che tutti gli attriti residui, tutte le resistenze antistoriche, tutti gli ultimi contrattacchi nostalgici saranno, via via, inesorabilmente liquidati, e che, sotto il segno russo-americano e sotto l’egemonia della politica proletaria, l’ordinamento civile del mondo là dovrà approdare. In ogni caso, un simile accadimento non è soltanto, “ceteris paribus”, auspicabile, né ha solo un senso di positiva conservazione; è anche, e soprattutto, l’unica prospettiva ragionevole del processo storico-sociale in atto; è la conclusione cui cospirano tutte le forze organiche del sistema, e che di fatto può avere, come alternativa, semplicemente l’estrema e disperata eventualità di una catastrofe che ci si rifiuta persino di immaginare.
Il trionfo definitivo, completo, razionalmente e materialmente irreversibile, della democrazia totalitaria e del dominio generalizzato dello sfruttamento si configura pertanto come l’unico possibile futuro dell’assetto sociale moderno, mentre ne è già, e in proporzioni quanto mai larghe, il presente.

(continua)

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