Premessa...
Il paragrafo V dell’Appunto prende 23 pagine. Siamo quindi costretti, di nuovo, a spezzarlo in due parti. In questa nostra sesta puntata, di preciso, trascriviamo le pagine da 93 a 107 dell’Appunto.
APPUNTI SULLA LINEA DI RICERCA POLITICA DELLA RIVISTA – V
(sesta puntata della trascrizione)
La proprietà privata, nella sua forma borghese, diviene mero strumento del processo di accumulazione – Fallimento necessario dei tentativi di ripristinare la proprietà nelle funzioni del periodo signorile – Possibilità di apparizione storica di tali tentativi nella situazione del mondo moderno – Esigenze da cui nascono, loro carattere anarchico-eversivo, e loro conseguenze catastrofiche – La sfida classista della borghesia e il riflesso inevitabile della risposta dei salariati – Essi si costituiscono in classe autonoma su scala nazionale, e, su scala mondiale, in un solo blocco – Indispensabilità storica del marxismo – Rottura della comunità civile a causa di un simile processo – Tensione dei salariati a ricomporre quell’unità secondo l’andamento logico del sistema.
Non si creda che, ove si rimanga incapaci di criticare e di trascendere la forma sociale di base dello sfruttamento, se ne possa poi respingere l’ultima e inevitabile conseguenza totalitaria.
“Principiis obstat”. E invero, una volta chiusa senza speranza ogni prospettiva di reale rivoluzione, come si è verificato di fatto con il tradimento e la resa degli intellettuali umanisti, i vari tentativi di difendere e di promuovere un qualche valore diverso da quello del potere (e di un potere ordinato alla sua naturale funzione di garanzia del fine ultimo del sistema in atto), debbono tutti necessariamente risolversi in una intrapresa sciagurata e impossibile: quella, appunto, di ostacolare e di impedire la normale evoluzione di un processo storico determinato, quando invece se ne sono accettate le premesse specifiche e si vuol continuare, oltretutto, a non prendere in considerazione la possibilità di sottoporle a critica e di superarle. Del resto, la verifica della storia è immediata e puntuale: tutti quei tentativi si sviluppano sempre come avventure disperate, e si conchiudono, presto o tardi, con dei fallimenti disastrosi.
A veder bene, infatti, tentativi simili possono essere concepiti e portati avanti unicamente se, in un modo del tutto innaturale e violento, la proprietà borghese viene ricondotta ad assolvere a una funzione che poteva invece essere peculiare e omogenea soltanto alla proprietà signorile.
Oggi, ossia nel mondo moderno, l’istituto proprietario – dobbiamo ripeterlo – non può adempiere correttamente e legittimamente ad altro compito, che non sia quello di semplice strumento del processo di accumulazione. Perciò oggi la proprietà, mentre viene ad assumere – malgrado la persistenza di forme privatistiche – una sostanza eminentemente pubblica – rimane ordinata, in ultima analisi, all’impiego sempre più largo e più efficiente della forza-lavoro. Anzi, è proprio nel perseguimento sistematico di questo fine, chiaramente quantitativo, che tanto la proprietà quanto il processo di accumulazione (di cui essa è al servizio) trovano la loro norma, la loro logica ordinatrice e insomma il loro senso.
E però, appunto perché la forma dell’istituto proprietario resta privata, si può pur sempre cercare di costituire la proprietà in bastione di interessi particolari; si può cercare di farne, cioè, la base della libertà, anche se indistinta dall’arbitrio, dei singoli suoi detentori, fornendo così alla classe borghese un supporto materiale del tipo di quello che sosteneva l’umana dignità delle antiche aristocrazie signorili. Ora, nella situazione del mondo moderno, non appare forse questo l’unico modo per sottrarsi al dominio generalizzato dello sfruttamento, per ristabilire delle individualità libere (e dunque delle possibili fonti di valori) e per rivendicare allora, di fronte e contro la realtà totalitaria del potere, l’autonomia di altre dimensioni qualitative della vita civile?
Che dei tentativi siffatti siano possibili, è più che certo; e si deve anzi aggiungere subito che, “pro tempore” e in misura più o meno ampia, riescono sempre anche ad affermarsi nel concreto storico: essi corrispondono infatti e aderiscono strettamente all’interesse di classe della borghesia, ed esprimono nel contempo, così come è dato di farlo nelle condizioni sociali moderne, un’esigenza insopprimibile della natura umana. Ma è subito evidente altresì il carattere anarchico, o meglio antistorico ed eversivo, di questo ritorno innaturale e violento della proprietà a un modo di essere che era storicamente normale soltanto nel quadro della società signorile. Di fatto, in corrispondenza e in ragione di tali tentativi, una dirompente carica di catastrofe investe e scuote immediatamente il sistema, e alla fine lo sconvolge sempre in ogni suo aspetto.
Innanzitutto, la dinamica accumulativa – poiché si pone ormai al servizio anche di scopi particolari e di classe, e poiché dunque rimane sganciata, almeno in parte, da quell’unico fine che, come la giustifica, così le garantisce la sua possibile razionalità interna – ecco che diviene folle e si contorce, si interrompe, si spezza, nei corsi e ricorsi, sempre più gravi, della crisi. E non basta: infatti è lo stesso sistema che viene a perdere la sua ragion d’essere, mentre la comunità sociale si rompe, si scinde in schieramenti antagonistici, precipita nella spirale delle contraddizioni classiste.
In realtà, i lavoratori asserviti, i lavoratori salariati, i grandi protagonisti della fuoruscita, storicamente necessaria, dal mondo signorile, sono costretti a constatare che il loro impiego è divenuto un obiettivo del tutto secondario e subalterno e ha cessato di essere lo scopo ultimo e massimo del sistema. E mentre questo smarrisce pertanto ogni logica rigorosamente compiuta e si svuota di ogni significato accettabile, essi avvertono la minaccia di essere odiosamente ricacciati in quella medesima posizione che era loro riserbata quando dominava il signore, e che solo appunto la virtù del signore – addirittura inconcepibile per principio nel borghese – poteva in qualche modo rendere umana.
Rispondere allora alla sfida classista della borghesia diviene quasi un riflesso, un contraccolpo inevitabile: i lavoratori salariati non possono che contrapporsi radicalmente ai borghesi e a tutti i loro clienti, non possono che separarsi da una comunità, che ha rinnegato la propria legge fondamentale e che è dominata ormai da un brutale egoismo. Non possono, insomma, che organizzarsi per proprio conto, che assumere consapevolmente la propria figura di proletari. Né in definitiva, sotto questo profilo, ha un’importanza davvero rilevante il fatto che, localmente, essi pervengano a raggiungere il massimo della loro forza, della loro coesione e della loro autonomia in quanto classe, sotto segni diversi e in base a delle ideologie che non solo risultano differenti, ma che assumono altresì, più che spesso, delle forme aspramente antitetiche.
La realtà è che, a seconda della situazione storico-concreta in cui si trovano nazionalmente e civilmente inseriti, a seconda cioè della virulenza, della pervicacia e del grado di insopportabilità, che caratterizzano le aspirazioni signorili di quella borghesia cui si trovano di fronte, i lavoratori salariati possono sia mantenersi semplicemente sulle posizioni di un dispiegato e radicale evoluzionismo a carattere trade-unionistico e democratico, sia schierarsi dietro la bandiera marxista della più rigorosa e univoca intransigenza di classe. E però, poiché in quest’ultimo caso si innalzano, rispetto a ogni possibile ambizione signorile della borghesia, sino al livello di un rifiuto assolutamente rigido e completo, essi naturalmente raggiungono qui una posizione nettamente egemonica, che rifluisce poi, come è ovvio, a vantaggio comune dell’intiera classe salariata, correggendo, sia pure in modo indiretto, le debolezze delle posizioni puramente democratiche e supplendo di continuo alle loro deficienze.
Così, mentre il marxismo si rivela storicamente indispensabile, su scala internazionale, al successo della lotta portata avanti dai lavoratori salariati, questi, al di là di ogni frontiera nazionale, al di là di tulle le forme e gli interessi locali, finiscono sempre, nella sostanza, per costituire un solo blocco, il quale viene obiettivamente ad assolvere il compito di sanzionare, in maniera attiva e massiccia, quella rottura della società civile, che è stata operata dal tentativo classista della borghesia. Anzi, poiché i lavoratori salariati prendono atto di quella rottura nella pratica e nella lotta, non solo l’allargano e la rendono drammatica e insostenibile, non solo ne manifestano tutta la tremenda portata e permettono di sondarne gli abissi, ma, con una forza che prima o poi si rivela sempre irresistibile, pretendono e preparano la ripresa dell’andamento logico del sistema: il suo primo ri-ordinarsi, cioè, a quello scopo ultimo e supremo – l’impiego della forza-lavoro – che è l’unico che gli sia organicamente appropriato.
Certo, questo significa il ripristino tranquillo del dominio universale dello sfruttamento e, conseguentemente, la riaffermazione di quel potere che ne è la garanzia e che non può non essere totalitario. Ma tutto ciò, almeno, è secondo il corso normale del processo storico dato; e di fatto, se è vero che si perviene politicamente a una conclusione totalitaria, vi si giunge però in virtù di un processo obiettivo e non di un arbitrio soggettivo e tirannico, in modo organico e razionale e non irrazionalistico e violento, sulla base, infine, non di una esosa e falsa aristocrazia di meri privilegi, ma di una generalissima democrazia egualitaria, in cui è dunque chiaramente implicito uno degli aspetti necessari di una società ordinata al bene comune.
Necessità, per la classe salariata, di puntare a impadronirsi del potere – La borghesia tenta di impedirlo, promuovendo un valore diverso da quello del potere politico – Illusorietà di un simile tentativo – L’accumulazione e la proprietà privata del capitale possono perseguire solo fini quantitativi – Il perseguimento di una finalità di potenza: in questa operazione il borghese può mascherare la sua natura, incorporandosi un aspetto della figura del signore – Il borghese, proprietario non di ricchezze ma di capitali – Unico contenuto possibile dell’esclusivismo borghese è il metodico perseguimento della potenza: mistificazione totale del bisogno che ha l’uomo di sottrarsi al totalitarismo.
In tal senso, il blocco dei lavoratori salariati viene a scoprire le carte alla borghesia. Dal momento in cui esso si organizza nella consapevolezza della sua situazione e dei suoi interessi, dal momento in cui acquisisce la sua coesione e la sua autonomia, da quel momento la crisi economica, sociale e civile, scatenata dal tentativo borghese, diviene infatti anche politica, e lo diviene nel modo più diretto e più pieno.
La classe salariata, poiché vuole ricondurre il sistema alla sua normalità storica, e poiché quindi ha bisogno di riportare l’istituto proprietario entro la logica del processo accumulativo, deve liquidare o comprimere le pretese signorili dei vari gruppi borghesi. Deve, in realtà, puntare al potere: deve mirare a impadronirsene in maniera esclusiva, o comunque a condizionarlo in misura determinante.
Può allora la borghesia impedirlo? Può, almeno, scendere nell’arena della lotta politica con qualche solida speranza di successo, se non proprio in condizioni di parità?
La classe borghese non può non avvertire subito che una questione simile ammette una sola risposta. In altri termini, bisogna che essa sia in grado di contrapporre sul serio all’obiettiva necessità storica, rappresentata dal movimento dei lavoratori salariati, un qualche valore effettivo. Bisogna insomma che dimostri di poter dare senso e sostanza a quell’operazione che, come abbiamo veduto, è valsa sin dall’inizio a giustificare umanamente il suo tentativo interessato di prevaricazione signorile: bisogna, cioè, che sia davvero capace di promuovere anche un solo valore diverso e distinto da quello del potere, e cui questo possa servire in modo razionale e organico. Questa – né ce ne può essere altra – è l’ipotesi cui deve aggrapparsi la borghesia, allorché è costretta ad affrontare la lotta politica; ma, come è chiaro, si tratta di un’ipotesi illusoria sotto ogni aspetto.
Innanzitutto, l’esistenza di valori reali non ha, di per sé, un sufficiente significato sociale e politico, ossia non perviene mai a esprimersi in termini di forza: di fatto – e la cosa è già divenuta del tutto palese al momento della catastrofe dell’assetto signorile – come non è mai stata in grado di superare (e nemmeno, alla lunga, di correggere) la negatività insita nella servitù del lavoro e nell’arbitrio dei liberi, così si è manifestata completamente inidonea a mantenere nel quadro del vecchio ordine le forze sociali scatenate dalla tempesta della crisi. Proprio per questo, anzi, all’interno della figura del signore è stato sempre presente il tiranno, la personificazione, cioè, di una forza politica così ingiustificata e assoluta da divenire pura violenza, e che perciò, in quanto tale, si è metodicamente rivelata, alla fine, impotente e addirittura assurda. Già questo primo aspetto, dunque, comprova l’illusorietà dell’ipotesi cui deve affidarsi la borghesia; già questo primo aspetto dimostra che essa, nel suo tentativo presuntuoso di riconquistare una situazione signorile, è costretta semplicemente a riprendere e a ripetere, sul terreno politico, un’esperienza fallita.
Ma poi, in secondo luogo, quali valori effettivi possono mai sussistere ancora, nelle condizioni del mondo moderno? Quali valori, anzi, possono essere, non diciamo attuati, ma anche soltanto concepiti, quando si è fatto universale il dominio dello sfruttamento? Simili domande suonano ovviamente retoriche, dopo l’analisi che in merito è stata condotta sin qui; e può cominciare allora ad apparire, ci sembra, che data l’assenza di ogni valore reale, la sostanza della politica borghese è eminentemente o meglio esclusivamente tirannica; è sempre e soltanto una pura manifestazione di violenza.
Certo, si può anche obiettare, a questo punto, che proprio nella realizzazione della pretesa signorile della borghesia va vista la possibilità di spezzare o quanto meno di interrompere il dominio generalizzato dello sfruttamento; va vista insomma la possibilità di determinarvi delle soluzioni di continuità, delle fessure. In altre parole, il borghese, sulla base della forma privatistica dell’istituto proprietario, non può forse riuscire ad assicurarsi, in una certa misura, una condizione simile a quella del signore, e non può divenire allora, in quella misura stessa, un “soggetto di diritti e di libertà”, e dunque una possibile fonte di valori? Non lo si è ammesso, d’altro canto, proprio nel corso di questa ricerca, quando poco sopra si è scritto che ogni tentativo di difendere e di promuovere dei valori diversi da quello politico non può non partire (nelle condizioni del mondo moderno) dal fatto che i detentori dal capitale hanno interesse a sottrarsi, sia pure in parte, al finalismo logico e normale del processo di accumulazione?
Ma quanto allora si è asserito, a veder bene, è tutt’altro. Si è riconosciuto esplicitamente, cioè, come sia peculiare bisogno dell’uomo cercare di sottrarsi alla situazione totalitaria, e cercare quindi di vivere, e di far vivere, dei valori differenti da quello del potere. Nel medesimo tempo, si è constatato che un tale bisogno (accettata che sia la riduzione dell’umanità a pratica attività sensibile, e chiusasi perciò ogni prospettiva rivoluzionaria) può trovare una qualche espressione storica solo in coincidenza del tentativo della borghesia di costituirsi in nuova casta signorile. Infine, si è rilevato, in sostanza, che un’impresa del genere, proprio per l’esistenza incoercibile del bisogno, eminentemente umano, di uscir fuori da una situazione totalitaria, ha potuto da molti (da troppi) essere accolta e venir giudicata come positiva, e ha potuto caricarsi surrettiziamente di tutte le speranze della libertà.
Rimaneva e rimane tuttavia da chiedersi se un simile tentativo riesca sul serio a soddisfare quel bisogno, o non finisca invece per esserne la pura mistificazione. E ancora una volta la risposta non ammette dubbio.
La realtà è che l’istituto proprietario, nel quadro della soluzione borghese, è stato strutturato definitivamente a essere il semplice mezzo della dinamica accumulativa: non a caso esso si configura, ormai, come proprietà del capitale. Ora, è certo possibile sganciare, sia pure parzialmente, tanto il processo dell’accumulazione quanto il suo strumento, la proprietà capitalistica, da quello che è il loro fine normale, ossia dall’impiego sempre più largo ed efficiente della forza-lavoro. E perciò, sebbene in una maniera necessariamente violenta, è altrettanto possibile ordinarli anche nell’interesse diretto ed esclusivo della classe borghese. Ma basta soffermarsi a considerare per un solo momento la natura dell’accumulazione e di quella proprietà che è divenuta proprietà del capitale, per rendersi subito conto di un aspetto di importanza decisiva. L’operazione posta in essere dalla borghesia, nello sforzo di realizzare la propria pretesa signorile, si trova invero contraddistinta e viene definita da un limite invalicabile, il quale si risolve intieramente nel fatto che, in ogni caso, l’accumulazione e la proprietà capitalistica possono accogliere soltanto un finalismo di carattere quantitativo.
A chiarimento di quest’ultimo concetto ci servirà di nuovo l’analisi della figura del signore. In lui, libero e incondizionato proprietario di ricchezze (e non di capitali), il disinteresse verso le leggi e le sorti del processo accumulativo e della dinamica capitalistica era naturale ed assoluto, dal momento che, nel quadro dell’ideologia signorile, la proprietà poteva essere concepita e giustificata soltanto come una possibilità più o meno ampia, ma sostanzialmente prefissata e rigida, di spendere.
Certo, incrementi nella proprietà privata (ma quindi nella spesa) potevano essere ipotizzati e venivano perseguiti; e però sempre in quanto fisiche aggiunte dall’esterno, in quanto apporti dotali, eredità, donativi, investiture o conquiste, e non mai in virtù di un interno processo di crescita, di una utilizzazione efficiente della ricchezza posseduta come mezzi per la produzione. Quel disinteresse, di cui si è detto, rimaneva pertanto immutato; e il “buon signore” restava pur sempre colui che conservava il patrimonio, dispensava (e dunque spendeva) il reddito, e considerava il risparmio semplicemente come un puro consumo differito.
Non è chiaro, allora, che il signore rimaneva libero da qualsivoglia preoccupazione propriamente economica, e che i suoi stessi doveri amministrativi egli li assolveva unicamente per poter essere abilitato a spendere, e dunque per perseguire di fini, eminentemente qualitativi, o di raffinatezza lussuosa, o di civiltà, di spiritualità, di cultura? Ma non è chiaro, altresì, che proprio per questo il signore veniva sempre a costituire un freno e un ostacolo (decisivi in ultima analisi) al processo dell’accumulazione e alla dinamica del capitale, e che quindi tra la logica e le esigenze di queste realtà e quelle di tutti i fini a carattere qualitativo non esiste alcun possibile rapporto diretto e spontaneo, ma si dà anzi il rischio gravissimo di un contrasto, sotto il segno di un’esclusione reciproca?
In un solo caso, infatti, il signore diviene soggetto e protagonista di azioni specificamente economiche: è quando persegue una finalità di potenza. L’oro è il nerbo della guerra: egli tesaurizza, allora, calcola, accumula; e il suo risparmio non è più consumo differito, ma è rigorosamente ordinato all’aumento del patrimonio, è investito in un’operazione di allargamento dei mezzi che si hanno a disposizione. E però questa potenza che – come adesso si è visto – si rivela del tutto omogenea all’accumulazione, e quindi, in ultima istanza, al formarsi, al crescere e all’espandersi del capitale, non è forse anch’essa uno scopo di natura quantitativa, come tale materialmente, fisicamente misurabile, e adatto quindi a sorreggere i calcoli dell’operazione economica, quale naturalmente può esplicarsi e si esplica sulla base del lavoro sfruttato?
Così, mentre si conferma di nuovo il rapporto organico e stretto che intercorre tra la quantitatività del fine e il processo accumulativo-capitalistico, veniamo finalmente a toccare il punto nodale del nostro ragionamento. Non di ricchezze è proprietario il borghese, ma di capitali. La proprietà, per lui, non si configura come semplice possibilità di spendere, ma come un insieme di mezzi destinati alla produzione in vista di un residuo attivo, di un profitto. Ora, come è ovvio, è assolutamente impossibile al borghese invertire, o anche correggere pienamente e stabilmente, questa sua relazione fondamentale con i beni, sia pure per conquistarsi i privilegi della condizione del signore: ciò significherebbe, infatti, che egli si autonegherebbe nella sua natura peculiare e specifica, mentre addirittura l’intiero sistema riprecipeterebbe di colpo in quella medesima crisi che abbiamo già visto condurre alla catastrofe l’ordinamento signorile. In altri termini, sganciare parzialmente l’accumulazione dal suo fine normale non è la stessa cosa che negarla o prescinderne totalmente. Se lo fosse, ogni tentativo del borghese di fruire dei privilegi del signore darebbe subito luogo al disordine più completo, alla più immediata e insostenibile anarchia.
Ecco perché il disinteresse del libero e incondizionato proprietario di ricchezze, la sua totale disponibilità allo spendere, il suo felice e umano orientamento verso le finalità qualitative, verso i reali valori, non possono non essere (e debbono essere) ignoti al borghese. Ecco perché la pretesa di costui ad assumere un ruolo simile a quello del signore si rivela, appunto, una pura e semplice pretesa. E’ una mimesi, una scimmiottatura, che serve soltanto a mascherare, con le manifestazioni di un lusso quasi sempre strumentalizzato, e in ogni caso accidentale e incongruo, la sostanza effettiva dell’interesse di classe della borghesia.
E quale può essere in termini di valore, e sia pure mistificatamente, questo contenuto concreto dell’esclusivismo borghese, se non il metodico perseguimento della potenza? E’ questa, infatti, la sola connotazione della figura del signore che il borghese possa incorporarsi, e lo può proprio perché essa rappresenta l’unico scopo cui si possa ancora ordinare il processo accumulativo-capitalistico, una volta che sia stato parzialmente sganciato, attraverso la violenza di classe, dal suo fine organico e normale.
La mistificazione del bisogno dell’uomo di sottrarsi alla situazione totalitaria non potrebbe dunque essere più completa. Dalla ribellione del detentore privato di capitali al finalismo logico dell’accumulazione, non si sprigiona alcuna luce di libertà. Egli si afferma come un mero soggetto di potenza; ma quindi come semplice individualità generica (un borghese vale l’altro, e le differenze sono soltanto quantitative) e non come possibile fonte di valori. E’ per questo che il movimento dei lavoratori salariati viene a scoprire le carte della borghesia nell’istante stesso in cui pone in tutta la sua ampiezza la questione politica.
(continua)