Premessa...
Il quarto paragrafo dell’Appunto prende 36 pagine del testo. Lo dividiamo perciò in due parti. Qui di seguito ne trascriviamo le pp. da 57 a 76.
APPUNTI SULLA LINEA DI RICERCA POLITICA DELLA RIVISTA
(quarta puntata)
- IV –
I borghesi come protagonisti e interpreti della grande protesta servile – Significato non innovatore e sostanziale negatività dell’avvento della borghesia – Carattere parziale ed elusivo della sua risposta al crollo del mondo signorile e alla protesta dei servi – Impossibilità di negare la borghesia sulla base di un semplice rifiuto reazionario – La responsabilità di tutto il pensiero politico e della cultura dell’epoca signorile per aver considerato lo sfruttamento come condizione normale e di natura e non un fenomeno aberrante – Perché il messaggio egualitario del cristianesimo è servito da preparatore obiettivo e poi da promotore immediato del trionfo borghese.
Quanti, già nel quadro del mondo signorile, avevano il carico dell’attività economica nel senso di custodirne sino ai limiti del possibile l’efficienza, ma che dunque, in concreto, avevano il compito di assicurare, senza capricciose indulgenze, l’assoluto rigore dello sfruttamento (i maestri di palazzo, gli amministratori, i fattori e i ministri della classe signorile, per sé oziosa e arbitrariamente benevola; e poi i mercanti, gli speculatori sul capitale, i cambia-valute, i banchieri; e poi ancora tutti quelli che detenevano in proprio dei mezzi di produzione e di scambio e delle possibilità di risparmio, pubblicani, gabellieri e maestri d’impresa e d’arte, artigiani e coltivatori liberi e liberati dai vincoli di un feudalesimo ormai putrescente), ecco che divengono i protagonisti della “nuova epoca”; ecco che si arrogano la funzione di interpretare la grande protesta; ecco che si rivolgono ai servi, a quelli che opprimono in modo più diretto e più crudo, affinché finalmente si consumi di fatto l’uccisione del signore, e perciò sia finalmente possibile dare mano all’ordinato, economico saccheggio di una ricchezza immobilizzata e inoperosa.
Sono appunto i borghesi: sono quella nuova e particolarissima classe, cioè, che si differenzia all’interno dell’indistinto blocco servile, e che se ne distacca e si afferma autonomamente come tale, proprio quando la crisi senza speranza dell’assetto incentrato sulla figura del signore e l’umana rivolta dei servi vengono a porre in linea di principio (e a proporre almeno implicitamente) la questione della fine stessa di ogni aspetto di classe e quindi della liquidazione preliminare e necessaria dello sfruttamento, in quanto forma sociale di base.
Ma allora – si badi bene – la borghesia non innova veramente nulla. Essa semplicemente prolunga e revitalizza ciò che doveva finire, e che anzi la storia aveva già condotto, di fatto, alla sua naturale conclusione: l’ordinamento della società in classi contrapposte, il lavoro come servitù, lo sfruttamento come supporto e radice del sistema sociale. Essa, insomma, riordina le stesse formule, reimposta la stessa materia per una costruzione differente; utilizza, per così esprimerci, le medesime pietre per un edificio diverso.
Ora noi non vogliamo davvero affermare, con questo, che il successo e l’avvento all’ egemonia di una simile forza fossero storicamente evitabili: oltretutto, verremmo a contraddire clamorosamente tutto ciò che abbiamo dimostrato sin qui. Ma quanto, nel concreto storico, si è rivelato inevitabile, non può certamente essere considerato come tutto quello che allo spirito umano era dato di fare; soprattutto, non si può mai pretendere che coincida con una totale assunzione risolutrice delle potenzialità obiettivamente insite nella situazione determinata.
In altri termini, quello che intendiamo sottolineare (e proprio come uno dei momenti decisivi della nostra ricerca) è che nella soluzione borghese della crisi del mondo signorile c’è una perdita secca, la quale non è affatto riscattata in misura sufficiente dalla necessità storica del suo verificarsi. Questa, post factum, si rivela indubbiamente come imprescindibile e assoluta; ma tutto ciò non infirma in nulla la constatazione che la grande protesta dei servi, condotta in nome della legge di natura, non viene affatto interpretata dalla borghesia in tutta la sua profondità, in tutta la sua estensione, in tutto il suo reale significato, e che anzi questa protesta viene deformata e distorta, anche perché, in definitiva, la si adopera al fine particolaristico, sebbene storicamente obbligato, del trionfo di una classe determinata.
Ma allora, e conclusivamente, si può ben asserire che siamo di fronte all’affermazione di una sostanziale negatività, dal momento che il successo della borghesia è condizionato, in ultima istanza, da un’incapacità generale a superare la crisi del mondo signorile nei termini e nei modi in cui essa implicitamente pretendeva di essere risolta. In altre parole, il fatto borghese si giustifica solo perché al di fuori di esso si davano, nel concreto storico, unicamente la catastrofe e la decomposizione, in un disordine generalizzato, dello stesso tessuto sociale.
Senza dubbio è questo un aspetto di cui va intesa e sottolineata tutta la rilevanza: tanto è vero che negare la borghesia, senza contemporaneamente farsi carico sino in fondo dei termini reali della crisi cui essa in qualche modo ha storicamente risposto, significa precipitare di colpo in un barbaro irrazionalismo eversivo, come hanno ben dimostrato, e continuano a dimostrare, tutti i tentativi improntati a un semplice rifiuto reazionario. Ma tutto ciò, come è chiaro, non vuol dire che ci troviamo in presenza di una effettiva e compiuta soluzione; tutto ciò, invece, conferma la natura di espediente che ha il fatto borghese e ribadisce che la giustificazione della borghesia è puramente storica e non può essere mai di principio, o, se si vuole, non può avere una dimensione metafisica. Essa insomma, la borghesia, non può in alcun modo dar luogo a una civiltà, ma unicamente a una materiale prosecuzione della vita associata, nella perdita più completa di ogni altro valore.
La conseguenza di un simile giudizio sulla portata e sulla natura della fase borghese – giudizio ch riteniamo del tutto aderente alla sostanza delle cose – sono ovviamente molteplici e di singolare importanza.
In primo luogo, si deve riconoscere che, per così esprimerci, si dà il caso di una vera e propria chiamata di correo nei riguardi di tutto il pensiero politico e quindi, in ultima analisi, dell’intiero patrimonio culturale, elaborati e accumulati nel quadro e durante il periodo, il ciclo, dell’epoca signorile. In realtà, come ormai può risultare evidente, la cosiddetta soluzione borghese ha potuto diventare storicamente ineliminabile solo perché lo sfruttamento, in quanto forma sociale di base, non è stato mai messo in causa, non è mai stato visto né criticato, da nessuna delle correnti ideali pre-capitalistiche, come un fenomeno intrinsecamente aberrante.
La mancanza infatti di una simile analisi e la conseguente considerazione dello sfruttamento come un aspetto del tutto normale, come una condizione di natura almeno per una parte dell’umanità (e in generale per lo svolgersi stesso della vita dell’uomo), non solo contraddistinguono in misura determinante quel pensiero politico e quella cultura, non solo ne denunciano la sostanziale incapacità di riscattarsi a sufficienza da un decadimento a mera ideologia del mondo signorile, ma storicamente hanno finito per farli servire da strumenti di preparazione, inconsapevole e involontaria, del successo borghese. Anzi, scoccata l’ora della catastrofe, e quindi della necessità di un assetto diverso, ecco che li hanno addirittura ridotti a mezzi di favoreggiamento immediato della conquista del potere da parte della borghesia; e ciò, come è naturale (dato che si tratta, secondo quel che si è detto, del trionfo di una forza essenzialmente negativa), attraverso il loro impoverimento medesimo e la loro interna e specifica entrata in crisi.
Basterà forse, a dimostrazione e verifica di tutto questo, soffermarsi sul caso, senza dubbio particolarmente significativo, del cristianesimo, il quale ha finito per rappresentare incontestabilmente, sotto tutti gli aspetti e in tutti i campi, la categoria ideale decisiva e direttamente informatrice dell’intiero sistema culturale pre-capitalistico e dunque dell’ideologia della società signorile.
Di fatto, se il cristianesimo, come si è visto, è stato in grado di realizzare la massima mobilitazione di tutte le energie politiche e sociali per il controllo della posizione del signore, esso lo ha potuto solo perché era portatore della novità assoluta di una generale eguaglianza degli uomini in quanto figli dell’unico Padre nei cieli. Ora in questo – come è chiaro – il cristianesimo veniva implicitamente a porre la condizione stessa di base per una critica e una liquidazione in radice della forma dello sfruttamento. Ma ove poi non si fosse capaci di procedere a un’operazione siffatta (e tutto il pensiero della cattolicità medioevale fornisce la testimonianza che non se ne è stati capaci), il cristianesimo veniva invece a determinare una delle dimensioni essenziali per l’avvento della borghesia, la quale, per il suo affermarsi, ha bisogno non solo del permanere dello sfruttamento, ma anche di una parità formale degli individui. Solo così, infatti, diviene possibile emancipare il servo dalla sua situazione di sudditanza esplicita, codificata e legale, e, facendolo divenire un libero lavoratore, elevare la sua attività e l’esercizio di essa a scopo ultimo dell’intiero sistema.
In tal senso, e dato il limite che abbiamo sottolineato, il cristianesimo ha finito per essere storicamente il preparatore della borghesia. E però, affinché espletasse un simile compito, è stato necessario che, in concomitanza con la crisi estrema dell’ordinamento signorile, il cristianesimo si restringesse e si impoverisse, perdendo la fiducia nell’integrità e incorruttibilità sostanziali della natura umana, e perciò il senso della legge e delle gerarchie naturali, e quindi ancora il concetto di una qualsiasi comunità naturalmente omogenea e organicamente ordinata nella prospettiva del bene comune. Soltanto in questo modo, invero (e cercheremo subito di vederne il perché), si venivano a riunire, nel concreto storico, tutte le condizioni necessarie e sufficienti al passaggio dall’assetto signorile a quello borghese.
In ultima analisi, il cristianesimo, con la Riforma, si riduce (e riduce l’uomo) a un attivismo esclusivo e perciò a un individualismo esasperato, resi necessari da un concetto della natura umana come mera corruzione, e resi possibili, esaltati e confermati da un rapporto non tanto diretto, ma assolutamente personale, e quindi ineffabilmente privato e non giudicabile in alcun modo, tra il singolo e Dio. Ora, come non accorgersi che, così ridotto, così immiserito, il cristianesimo è divenuto non più soltanto l’obiettivo e involontario preparatore, ma il promotore immediato, ormai, del trionfo della borghesia?
In primo luogo, difatti, una volta raggiunta la condizione peculiare che è stata adesso descritta, finiscono per esistere due sole possibilità di sfuggire a un dissolvimento anarchico della vita associata. O si riesce a sostenere, cioè, la mera affermazione di una norma arbitraria, fondata sulla forza politica in quanto tale (e qui il signore hobbesianamente si capovolge nella mostruosa sacralità del Leviathano); oppure si fornisce all’attività umana (la quale rimane pur sempre entro lo stampo deformatore dello sfruttamento, ma che adesso è libera da ogni legge definita e specifica, da ogni scopo e valore obiettivi, e che perciò è indifferenziata) quell’unico ordine che è per essa accettabile e che può quindi concretamente sopportare. E quale ordine, perciò, se non quello che deriva dallo sforzo metodico di garantirle la condizione materiale, il mezzo, del suo esercitarsi; se non quello, dunque, che discende dal perseguimento rigoroso del massimo possibile di accumulazione; se non quello infine – eminentemente ed essenzialmente economico – che può essere assicurato soltanto dalla borghesia?
Quale poi delle due possibilità debba storicamente prevalere, sino a sostituir e a liquidare l’altra, non può davvero esser dubbio. Solo la seconda possibilità, solo la soluzione pienamente e omogeneamente borghese, si presenta infatti, tutt’insieme, con la caratteristica della forza e con quella del consenso. E d’altra parte, solo la borghesia (e nessun altro gruppo o classe o istituto del sistema sociale) può, in modo organicamente spontaneo, riconoscere e accettare, come fine ultimo della vita associata, la mera attività nel suo aspetto indifferenziato e generico, quell’attività appunto cui è stato sostanzialmente ridotto tutto l’uomo da un cristianesimo depotenziato e avvilito.
Le cose dunque, in primo luogo, stanno in questi termini. Ma in secondo luogo non è difficile rilevare che, proprio entro un simile quadro, il servo (il quale è stato sempre ed è, di per se stesso, un erogatore di attività individuale e generica) può finalmente “liberarsi”. La sua legge non è divenuta forse quella comune? Egli è perciò, oramai, la figura centrale, determinante, pienamente riassuntiva dell’intiero sistema. E difatti, mentre assurge, come suol dirsi, alla dignità di “libero lavoratore”, egli viene infine riconosciuto come un eguale. Come misconoscere allora che si sono davvero riunite tutte le condizioni per la fuoruscita dal sistema signorile, o meglio per quella soluzione della sua crisi, che era la sola storicamente possibile?
Così, secondo quello che ci si era proposto, è stato possibile dimostrare – crediamo – la legittimità di quella chiamata di correo di cui sopra si è detto; e mentre si sono rivelate in piena luce quella strumentalizzazione e quella funzione direttamente catalizzatrice a favore del trionfo borghese, che caratterizzano l’intiero patrimonio culturale pre-capitalistico, è stato anche possibile esaminare il processo di impoverimento e di dequalificazione, da cui, nel periodo ultimo della catastrofe signorile, un simile patrimonio viene impetuosamente investito: quel processo, appunto, che consegue logicamente dal fatto che l’avvento della borghesia si configura come l’affermarsi di una sostanziale negatività.
E però, proprio nel verificare questa prima conseguenza logica, si è potuto – ci sembra – cominciare a vedere in che cosa consista precisamente e sino in fondo una simile negatività; o, se si vuole, si è finito contemporaneamente per condurre, almeno in una misura iniziale, l’analisi di quella che tra le condizioni molteplici dell’equazione negatività-borghesia è senza dubbio la più importante e anzi la sola veramente decisiva. Su un fatto, in altre parole, bisogna porre l’accento; su un fatto che, a veder bene, è già affiorato nel corso dell’esame stesso dell’evoluzione, storicamente determinatasi, del fenomeno cristiano.
La strumentalità connotazione essenziale del lavoro – Nell’ambito dell’ordinamento signorile lo sfruttamento del lavoro rimaneva entro il quadro di un ordine che era ancora secondo l’umana natura – L’accendersi in forza rivoluzionaria dell’umanità che persisteva nel servo – Il capovolgimento operato dalla borghesia: il lavoro da strumento a fine – Prima conseguenza: il concetto di economia si riduce a quello di efficienza; la realtà dello sfruttamento, vizio distintivo dell’assetto signorile, non viene minimamente scalfita – Con il passaggio all’assetto borghese, lo sfruttamento rimane il carattere specifico ed essenziale del sistema e in termini aggravati.
L’attività genericamente intesa (ma dunque quello che fu sino a ieri, in concreto, il lavoro del servo) e l’esercizio di essa possono divenire lo scopo ultimo dell’intiero sistema (così come appunto è necessario nel quadro della soluzione borghese) solo a un costo ben preciso. E il prezzo che bisogna pagare sta tutto nel fatto che il lavoro viene inevitabilmente a perdere ogni sua connotazione di natura. Sta, anzi, nel fatto che esso viene a rompere ogni suo contatto e legame con l’ordine naturale in un modo che viene a negare e a distruggere la natura stessa dell’uomo.
In sé, il lavoro è semplicemente un’erogazione generica e individuale di pratica attività, efficientemente impiegata a un fine determinato. Il carattere di strumento gli è dunque essenziale; e sotto tale profilo esso è condizione naturale dell’uomo (di tutti gli uomini) e aspetto necessario della di lui dignità.
Ora, già nell’assetto signorile, il lavoro veniva distorto e avvilito perché era sfruttato: ossia perché, in maniera arbitraria e coatta, veniva destinato esclusivamente alla produzione dei soli beni necessari ai consumi della vita fisica, diventando in tal modo retaggio di una parte soltanto dell’umanità, e precisamente della classe subalterna dei servi. Ma esso allora conservava, almeno, il suo carattere normale di strumento, e rimaneva perciò, non fosse che per un aspetto, nel quadro di un ordine che era ancora secondo natura.
Di fatto, sia pure indirettamente, sia pure attraverso la mediazione viziata e contraddittoria del signore, non finiva esso forse per far sempre capo, almeno in linea di principio, ai valori più genuini, più alti (e più peculiari) della vita umana? Il singolo uomo, così, poteva anche essere escluso dalla dimensione di quelle che venivano concepite come le libere e metaeconomiche attività dello spirito; poteva anche essere impedito di disporre di se medesimo, perdendo in tal modo la possibilità di essere, sotto ogni aspetto e a tutti i livelli, un soggetto di diritti, poteva insomma, e in una sola parola, essere un servo; ma rimaneva pur sempre, in una qualche maniera, un essere umano. Non coincideva cioè senza residui con il suo operare, con l’atto del suo produrre, e non si concludeva in questo; quando lavorava, lavorava per un perché, che se trascendeva incomunicabilmente la sua individua capacità di consumo e di fruizione, trascendeva però anche la sua fatica e dava comunque un significato umanamente ragionevole, un valore, alla sua stessa situazione di creatura sfruttata.
Così erano pertanto disposti i rapporti umani, gli esseri e le cose nel quadro dell’ordinamento signorile: quando appunto lo sfruttamento non determinava la necessità del ricorso alla mistificazione, quando insomma poteva essere ancora una chiara realtà esplicitamente riconosciuta e codificata nell’istituto della servitù, proprio perché non uccideva l’uomo, non lo negava in assoluto, ma lo limitava semplicemente, lo deformava, o per dir meglio lo riduceva in una condizione di sofferenza, di pena.
“Servitus est poena peccati”: così sostanzialmente ha pensato e sentito, dopo la diffusione del messaggio cristiano, l’intiera cultura pre-capitalistica. I servi erano perciò creature di pena, ma erano, e rimanevano, uomini: immensa riserva, proprio per questo, di aspirazioni alla giustizia, di rivendicazioni del legittimo e del naturale, di rivolta e di protesta contro ogni meccanismo di degradazione, di decadenza e di morte. E quando il dominio del signore perdette anche il suo ultimo senso, apparve allora, in tutta la sua portata, il valore storicamente decisivo di questa umanità che persisteva nel servo: fu essa che si arrovesciò e si accese in forza rivoluzionaria e che garantì pertanto la materiale continuazione di una vita associata.
Ma adesso, ma dopo il trionfo della borghesia, tutto questo è radicalmente mutato. Come si è già visto e ribadito più volte, adesso, e cioè nell’ambito dell’assetto borghese, il lavoro (e naturalmente, nel concreto, il lavoro sfruttato, questa pratica attività chiusa e confinata nel breve cerchio della vita sensibile e dei suoi bisogni) ha dovuto assurgere a scopo supremo dell’intiera edificio sociale, degli sforzi e della storia degli uomini.
Lo strumento, dunque, indebitamente e innaturalmente, è diventato fine. Questo, allora, è il vero punto della questione: è qui, è in questo capovolgimento incredibile, è in questo capovolgimento di un materialismo assoluto, che si esprime e si consuma tutto l’errore della fase storica presente, tutto l’orrore del mondo moderno, è qui che si concreta e si fissa, che si tocca con mano, la sostanziale negatività della soluzione borghese.
Come è chiaro, una siffatta, immediata elevazione dello strumento a fine comporta tutta una serie di conseguenze gravissime, e anzi, secondo ogni logica, tutta una serie di deformazioni micidiali. Un esame minuzioso di esse sarebbe, più ancora che interessante, addirittura essenziale; ma in questa sede, è urgente ormai di arrivare al nocciolo del problema, di pervenire cioè all’identificazione e all’analisi di quanto di più decisivo, e di più compiutamente disumano, discende dalla negatività dell’affermazione storica della borghesia.
Annoteremo perciò soltanto di passaggio, e semplicemente per memoria, il fatto che, attraverso l’assunzione dello strumento a fine, si viene inevitabilmente a ridurre l’economia a efficienza, e a un’efficienza, oltretutto, assolutizzata ed esclusiva, perché scopo a se stessa. E’ dunque il concetto medesimo di economia che viene falsato in radice, e proprio nel momento in cui pur si finisce finalmente per ammettere in linea obiettiva, contro l’ozio del signore, la necessaria universalità della legge economica, assoggettandole in concreto tutt’intiera l’attività umana. E però, per determinante, per fondamentalmente negativo che sia un simile aspetto (che è poi la prima di quella serie di conseguenze di cui si è parlato), è bene aggiungere subito che non ci troviamo ancora di fronte al vero punto della questione.
Così pure, anche se la cosa a prima vista può apparire sorprendente (e scandalosa, per così dire, a una moderna mentalità di sinistra), non si fanno ancora i conti con l’ultima essenza del problema della borghesia, nemmeno quando si riconosce che, nell’elevarsi dello strumento a fine, la realtà dello sfruttamento permane tuttavia immutata proprio per il fatto che è sempre un particolare tipo di lavoro (e precisamente un lavoro ordinato alla sola soddisfazione dei bisogni della vita fisica) l’unica forma di attività pratica che può essere presa in considerazione e che in effetti viene eretta a esclusiva protagonista del fenomeno produttivo. L’esistenza dello sfruttamento, infatti, non rappresenta – come può risultar subito evidente – un carattere distintivo e specifico dell’assetto borghese, ma costituisce piuttosto il tratto comune fra questo ordinamento e quello signorile, l’aspetto che li rende simili tra loro, e che permette il passaggio dall’uno all’altro, assicurando una certa quale continuità.
In proposito, anzi, si può e si deve dire, da un lato, che questo permanere dello sfruttamento è conseguenza diretta dell’assunzione dello strumento a fine; e ciò perché proprio in una trasposizione siffatta consiste, a veder bene, la forma più perfetta di mistificazione del fenomeno stesso dello sfruttamento, e quindi la massima garanzia del suo perdurare, la massima garanzia che il suo problema non venga in alcun modo affrontato e risolto. Ma dall’altro lato, si può e si deve dire, altresì, che lo strumento – il lavoro – in tanto ha potuto essere elevato a fine, in quanto si trattava, nel concreto, di lavoro sfruttato: sicché lo sfruttamento si presenta, sotto questo profilo, come la semplice base, la piattaforma preliminare e necessaria di quella che abbiamo visto essere l’operazione essenziale e caratteristica della borghesia.
Molteplicità e rinnovabilità dei fini qualitativamente crescenti ai quali è ordinabile il lavoro – Il lavoro sfruttato si separa dal fine – Come ciò comporti che lo strumento, il lavoro, possa assurgere a fine unico – Termine ultimo e obbligato dell’ordinamento borghese è la liquidazione dell’umanità dell’uomo e la sua riduzione a lavoro puro, a pratica attività sensibile – Il dominio generalizzato dello sfruttamento, alle cui leggi e alla cui dinamica vengono asserviti indistintamente tutti: non solo gli esclusi dalla proprietà del capitale, ma anche i borghesi stessi, e gli “intellettuali”.
Di fatto, in sé, secondo natura, il lavoro (e lo abbiamo già visto) è semplicemente un’erogazione generica e individuale di attività pratica, la quale è certo ordinata volta per volta, nel tempo, a un obiettivo particolare e specifico (e diviene quindi, via via, sempre determinata), e che però non è legata in modo permanente e coatto a un solo genere di fini, ed è anzi capace di passare organicamente al servizio di scopi diversi e sempre più alti.
Ora, se il lavoro fosse restato, anche storicamente, quello che è secondo natura, esso non avrebbe mai potuto trascendere mistificatamente la sua forma di strumento, proprio perché sarebbe rimasto rapportato e coordinato alla novità specifica del termine della sua operazione, e insomma proprio perché il fine, attraverso il suo stesso rinnovarsi, attraverso la sua costante crescita di valore, avrebbe potuto riaffermare di continuo, e in misura inavvertibile, la decisività della sua presenza.
Ma nell’ambito dello sfruttamento, tutto questo viene radicalmente negato. Innanzitutto, entro questo quadro, si verifica un fatto che è già sufficiente, da solo, a distruggere ogni disposizione naturale: il lavoro, cioè, vi rimane stabilmente ordinato a un solo e sempre identico fine, quello della soddisfazione dei bisogni della vita fisica. Ma c’è di più: questo medesimo fine, poiché allo sfruttamento inerisce di necessità un aspetto seccamente coattivo, si presenta al lavoro come qualcosa di esteriore, di estraneo, di non attingibile in modo pieno e diretto. La sua forma, la sua qualità, il suo contenuto intrinseco e intimo appartengono unicamente al signore: questi soltanto li determina, ne gode, ne fruisce.
Nell’ambito dello sfruttamento, insomma, il lavoro è, in senso proprio, secondo la puntuale intuizione di Marx, totalmente alienato: ossia la specificità dello scopo (di ogni scopo, di quello stesso della soddisfazione dei bisogni della vita fisica) gli è divenuta, per così esprimerci, affatto indifferente.
Ogni e qualsiasi fine, dunque, è, in quanto tale, non solo distinto, ma separato da un lavoro costretto entro la forma sociale dello sfruttamento: perciò non soltanto gli si impone genericamente dall’esterno, fuori da ogni rapporto organico e vivo, fuori da ogni possibile incorporazione diretta di valore, ma anche, e soprattutto, gli si ripresenta di continuo come genericamente identico, come genericamente immutato e immodificabile. Gli si presenta cioè come un servizio e quindi come qualcosa di specificamente insignificante. Del resto, in simili condizioni, che altro mai viene a essere il fine se non l’espressione del limite stesso entro cui il lavoro è configurato e fissato dalla coazione sfruttatrice?
Ecco perché, nel quadro di un sistema fondato sullo sfruttamento, ogni fine immediato e diretto del lavoro viene meno: esso scompare, in quanto è già contenuto, implicitamente e a priori, nell’atto stesso del produrre, o meglio, in quanto è la meccanica, necessaria e non distinguibile conclusione dell’operazione produttiva. Ma ecco allora perché il lavoro sfruttato è pronto ad assurgere a fine; ecco perché l’ordinamento signorile, nel suo vizio di fondo, prepara quello borghese, mentre questo ne ribadisce, e anzi ne aggrava, la deficienza e la stortura essenziali.
Di fatto, sempre nel quadro di un sistema fondato sullo sfruttamento, ogni vera e propria finalità – lo si è già stabilito – si riassume e continua a sussistere nella figura del signore, e perciò, rispetto al lavoro, è sempre e soltanto mediata, così come, sul piano della concretezza effettuale, viene a essere unicamente possibile, e rimane comunque sempre subalterna all’arbitrio e addirittura al capriccio. Ma in ogni caso, non diviene adesso anche troppo evidente tutta la portata micidiale, tutto il significato universalmente catastrofico, dell’uccisione del signore, che tuttavia è aspetto sostanziale e ineliminabile della “rivoluzione borghese”, e che pure – giova riaffermarlo – si è presentata storicamente come un evento che non ammetteva alternative? In realtà, scomparso il signore, e perdurando lo sfruttamento, anche tutte le finalità possibili e ipotizzabili sono venute a cessare nel sistema. Se ancora ne esistono, esistono in modo accidentale, intermittente, precario: esistono insomma perché, malgrado tutto, malgrado ogni deformazione storica, la natura umana in sé non può esser corrotta e quindi traluce sempre nell’uomo.
Così, si può davvero concludere che, con l’uccisione del signore e col pieno trionfo della borghesia, si sono realizzate storicamente tutte le condizioni dell’assunzione dello strumento a fine. E in effetti, a veder bene, una simile distorsione, un capovolgimento siffatto possono verificarsi solo quando ogni finalità, ogni valore sono, almeno su un piano sistematico, del tutto scomparsi. Il lavoro, in altre parole, può divenire scopo a se medesimo e perdere in tal modo (mistificatamente) la sua decisiva connotazione strumentale, solo assurgendo a fine unico, e dunque nel vuoto, nell’assenza di ogni effettiva dimensione di valore.
Basta riflettere un solo momento alla natura delle cose, per rendersi conto che l’unicità è caratteristica necessaria e determinante del lavoro (ossia dello strumento) come fine. E però, se questo fine è inevitabilmente unico, se esso è assoluto ed esclusivo, si fa chiaro, ci sembra, che nel lavoro viene coattivamente a concludersi e a rinserrarsi tutta la natura dell’uomo, e che il lavoro finisce per diventare l’essenza, il solo carattere distintivo della figura umana. D’altra parte, nella situazione borghese, quando il lavoro (la strumentalità) è divenuto l’unico fine, come potrebbe mai l’uomo tentar di sopravvivere in quanto tale, come potrebbe cioè continuare a essere scopo a se medesimo (e sia pure nella maniera più deforme), se non concependosi ridotto, e poi riducendosi di fatto, a lavoro puro, a pratica attività sensibile, genericamente erogata nell’indifferenza, nell’insignificanza di ogni finalità specifica, di ogni valore determinato?
Da tutti i punti di vista, dunque, questa riduzione dell’uomo a pratica attività sensibile, a genericità strumentale, appare la conclusione ultima, il termine obbligato, dell’ordinamento borghese. Per salvarsi dalla catastrofe non evitabile della società signorile, questo, d’altro canto, è stato il prezzo che storicamente si è dovuto pagare. Ma tutto ciò che mai significa, in concreto, se non la liquidazione dell’uomo in quanto ha di propriamente umano, nella mera conservazione della sua sola esistenza materiale, della sua astratta fisicità?
E’ a questo punto che diviene finalmente possibile dar inizio a quel ragionamento conclusivo, che può condurre ad afferrare e a comprendere, sino in fondo, la vera portata – e l’essenza intima – della negatività della soluzione borghese.
Tale negatività consiste innanzitutto nell’universalizzazione della situazione servile: emancipata questa, è vero, dalla sua concreta e originaria subordinazione al signore, ma, proprio per quest’ultimo motivo, privata anche di ogni possibile riscatto attraverso il fine, separata da ogni pur mediata prospettiva di valore, e quindi resa assoluta e comune. E in realtà, con la borghesia si determina effettivamente il dominio generalizzato di quella specifica forma sociale che è lo sfruttamento.
Più nessuno può sfuggirvi, più nessuno vi sfugge. Non, evidentemente, i proletari; non evidentemente tutti coloro che, per una ferrea e completa esclusione dalla proprietà del capitale, e perché anzi direttamente e fisicamente ordinati alla sua produzione, al suo continuo allargamento materiale e tangibile, sono chiamati a fornire, come già i servi, ma in un modo ben più efficace e metodico, quel nuovo e specifico plus-lavoro, che è adesso rigorosamente calcolabile in termini di efficienza, e che è perciò in primissima linea, e sotto ogni aspetto, indispensabile al sistema.
Non sono dunque liberi dallo sfruttamento – ed è anche troppo ovvio – i proletari, i membri tutti della classe economicamente e proprietariamente subalterna; ma non lo sono nemmeno quelli della classe che, sul piano della proprietà e dell’economia, rimane dominatrice. Costoro, come già vide esattamente Marx, non sono e non possono essere che gli obbligati custodi, i funzionari (ma quindi i servi) di quel processo di accumulazione che è destinato, in linea di principio e di fatto, a estendere di continuo, ad allargare all’indefinito, la possibilità, l’opportunità materiale di impiego della generica energia produttiva dell’uomo, e dunque, per adoperare un termine quanto mai perspicuo e preciso di Marx, della forza lavoro, ossia del lavoro sfruttato. Asserviti allo sfruttamento, alle sue necessità, al suo processo, alla sua dinamica, sono pertanto anche i borghesi.
Ma lo sono altresì, e in pieno, tutti quelli che oggi sono genericamente definiti sotto il termine di intellettuali, e che ieri da cortigiani (ma anche da amici e coadiutori) del signore, partecipavano al suo lusso ozioso (o cooperavano alle sue libere attività meta economiche), e godevano in conseguenza, sempre però a capriccio e beneplacito del loro padrone, di una condizione privilegiata (certo ben più risicata e ristretta, ma formalmente simile, in ultima analisi, all’esenzione signorile dalla servitù del lavoro).
E’ vero: tutti costoro sono stati sin dall’inizio (e del resto rimangono) delle figure sociologicamente ambigue e perciò difficilmente fissabili in una connotazione precisa e univoca. Lo sono stati insomma già allora, ossia lo sono stati nel mondo dominato dalle figure del signore e del servo, e lo sono stati, oltretutto, sotto un duplice profilo.
Da un lato, infatti, il loro rapporto di sudditanza verso il signore, mentre li accomunava ai servi, dava tuttavia loro il diritto, e proprio nell’atto medesimo, di vivere alle spalle del lavoro servile, e dunque di essere una spesa, scontabile e sopportabile solo per il fatto che sussisteva un surplus accumulato per il signore. E dall’altro lato, se su di un piano di principio la loro esistenza, la loro presenza sociale si giustificavano, è vero, in funzione di un’attività, e di un’attività ordinata alla elaborazione di effettivi valori umani, in concreto però, per le ineliminabili componenti di arbitrio e di parassitismo insite nella figura del signore, restavano pur sempre legati, in ultima istanza, a una prospettiva di ozio: per cui, di fatto, finivano troppo spesso per dipender soltanto da un’esigenza di lusso, e quindi da motivi immediati di raffinatezza, di prestigio, di eleganza, o addirittura di gioco.
Così, la realtà dello sfruttamento, già allora, già nel quadro del mondo signorile, viziava e deformava la situazione di quelli che oggi vengono definiti intellettuali, dal momento che quanto era presupposto in linea di principio, veniva metodicamente compromesso nei fatti e sovente del tutto liquidato.