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Premessa...

Completiamo la trascrizione del paragrafo VIII dell’appunto.


APPUNTO PREPARATORIO DELLA “RIVISTA TRIMESTRALE”
(paragrafo VIII, da p. 197 a p.207)

Mentre ci si inoltra nel periodo della società opulenta, e si esaurisce ogni possibilità e funzione della dialettica, entra in crisi definitivamente il concetto di rivoluzione proprio del marxismo – Perdendo ogni attualità rivoluzionaria, quest’ultimo diviene il massimo garante e l’amministratore egemonico del sistema dello sfruttamento pervenuto al suo traguardo – Si afferma di conseguenza, in modo ormai irreversibile, all’interno del marxismo, la figura socialdemocratica: profonda diversità fra l’egemonia comunista fattasi di tipo socialdemocratico e il primo, subalterno “essort” della socialdemocrazia, battuto da Lenin – Come la fine del marxismo segni anche la fine del “pensiero cristiano”.

La dimostrazione della tesi, oggi sovra ogni altra politicamente decisiva, che anche il marxismo è un’ideologia del sistema dello sfruttamento, può dunque considerarsi conclusa. E ne discendono subito, infatti, ne conseguono in linea diretta, alcuni fondamentali chiarimenti, che rendono finalmente definitivo e compiuto il quadro della situazione politica e storica in cui ci troviamo a vivere e in cui dobbiamo operare.

E’ evidente cioè, in primo luogo, che anche il primo concreto affacciarsi dei problemi della società opulenta comporta già inevitabilmente l’inizio della crisi dell’indirizzo marxista in quanto posizione rivoluzionaria. E però, poiché ormai quei problemi sono addirittura squadernati; poiché formano il tessuto e l’intreccio della realtà quotidiana (e non solo in quei paesi che, sotto la pressione interna e internazionale del movimento marxista, sono divenuti, come suol dirsi, capitalisticamente maturi, ma nella stessa Unione Sovietica); poiché anzi non vi è o comunque non si sa porre oggi altra questione all’ordine del giorno (e di fatto anche quella delle aree sottosviluppate viene affrontata e risolta come un mero e residuale corollario pratico dell’immodificabile paradigma dell’opulenza, ossia semplicemente nel senso di condurle, con i mezzi più rapidi, al livello di quelle zone che già soffrono di un sovrasviluppo), è del tutto chiaro che, lungi dal poter parlare di inizio, si deve invece riconoscere la piena e totale apertura della crisi di quel concetto e di quella prassi della rivoluzione che sono definiti dalla figura marxista.

E’ venuta meno, in altre parole, ogni attualità rivoluzionaria del marxismo ed è affiorato in piena luce, sino a cancellare praticamente ogni aspetto diverso, il suo carattere, necessariamente conservatore, di ideologia del sistema dello sfruttamento. Non assume esso forse, a poco a poco, di fronte ai problemi propriamente terminali della società opulenta, tutte quelle caratteristiche e quelle connotazioni che valgono a definire, nel modo più preciso e specifico, il fenomeno della socialdemocrazia?

In realtà, appare adesso non soltanto logico, ma addirittura inevitabile, che la prima crisi del marxismo rivoluzionario sia stata la prefigurazione, il saggio anticipato e sbiadito, di quella attuale, che è la sua ultima e definitiva.

Da che cosa è mai sorto, infatti, il tentativo socialdemocratico, se non dal misconoscimento totale della natura necessariamente dialettica del processo di sviluppo che conduce al trionfo e all’irreversibile egemonia della società opulenta? Di che cosa si è mai alimentato, se non di una sottovalutazione metodica, di una cieca e sorda incomprensione dell’importanza e del peso (che possono divenire determinanti, e che allora sono catastrofici) della pretesa signorile continuamente avanzata, lungo tutto quel processo, dalla classe borghese?

Proprio da tutto questo, a veder bene, deriva, sul terreno della teoria e dei principii, l’interpretazione socialdemocratica del marxismo in chiave evoluzionistica e positivista. Proprio da tutto questo è derivato, nel concreto storico, quello scambio, tipicamente socialdemocratico, per cui il primissimo affacciarsi delle forme iniziali della società opulenta si è miticamente potenziato e gonfiato sino a configurarsi come la definitiva garanzia di una conclusione normale dell’intiero processo di sviluppo, quasi che ormai rimanesse da assicurare soltanto una transizione graduale e pacifica di tutti gli aspetti e le espressioni della vita sociale entro il quadro della “nuova civiltà della democrazia e del benessere”.

Ma non ci importa qui di insistere sulla natura e sulla erroneità, oggi persino troppo evidente, dell’abbaglio socialdemocratico, come pure sulla possibilità piena, nella situazione storica dell’epoca, di una vittoriosa risposta, teorica e pratica, da parte del marxismo rivoluzionario, il quale appunto, con Lenin, l’ha clamorosamente fornita, e non a caso anche attraverso una riscoperta diretta della dialettica hegeliana.

Ci importa di insistere, invece, su quanto la stessa tendenza, insuperabile e insuperata della risposta leninista ad affermarsi nei “punti più bassi” già permetteva – come permette – di sospettare a usura: sul fatto, cioè, che l’evoluzionismo riformistico, il democraticismo passivamente anarcoide, lo scadimento della politica in mera amministrazione redistributiva, e dunque tutti gli aspetti peculiari e decisivi della socialdemocrazia, altro non sono stati che una prima apparizione delle immancabili caratteristiche finali dell’intiera posizione marxista.

Essi, in ultima analisi, non hanno infatti rappresentato il semplice contraccolpo (certo compiacentemente subito) della prima verifica storica dell’insufficienza del marxismo in quanto tale di fronte a quei problemi che sono tipici della fase suprema e conclusiva del processo e del sistema posti in essere dalla soluzione borghese? E tutto questo non rimane forse vero, anche se l’apparizione socialdemocratica era tempestiva solo localmente ed era obiettivamente giustificata e inevitabile solo in determinati paesi? Non rimane vero, insomma, anche se l’aver voluto generalizzare l’esperienza social riformista, l’averle voluto attribuire un valore universale, e per di più un significato di progresso e non di decadenza, fu cosa prematura, intellettualistica e nazionalitaria, e perciò storicamente insostenibile, subalterna alla borghesia e alla sua pretesa signorile, e antitetica infine agli interessi profondi dell’insieme del proletariato?

Si – giova ripeterlo – la decadenza socialdemocratica è senza dubbio il semplice contraccolpo (dapprima geograficamente localizzato) della generale insufficienza del marxismo di fronte ai problemi di una società fondata sull’abbondanza e sul tempo libero: è questa una tesi che non teme smentita.

E per rendersene conto in maniera definitiva, basterà considerare, nei suoi termini reali, la situazione presente. Quali ne sono, infatti, le caratteristiche salienti? Oggi, le forme della società opulenta da iniziali sono divenute largamente dominanti, non solo in tutti i principali paesi capitalistici, ma nella stessa Unione Sovietica. Oggi, anzi, la loro egemonia si è affermata, sul piano internazionale, in maniera massiccia e solidissima; tanto è vero che il loro graduale e progressivo allargamento è divenuto addirittura l’unico contenuto possibile, la materia e il motivo, dell’indispensabile accordo fra quei due massimi Stati, che hanno nelle loro mani l’equilibrio e la pace del mondo.

Così oggi, per necessaria conseguenza, anche ogni sussulto di surrettizia pretesa signorile si è spento nella diffusione sempre più ampia, sempre più generalizzata, della egualitaria figura del servo-signore; e pertanto, mentre le ultime (patetiche e ridicole) impennate della borghesia possono al massimo increspare, ma non sommuovere, le acque profonde dell’ordinamento sociale, ecco che, a ribadire e a rendere irrecuperabile un simile decadimento, la superiorità politica del sistema socialista è divenuta, per necessario contrappasso, il decisivo fatto nuovo della situazione mondiale.

Oggi, infine, tutte le istanze antievolutive, che si risolvono nell’impazienza irrazionalistica dell’accelerazione violenta, se pur sono effettivamente concepibili e praticabili, minacciano di capovolgersi subito in un assurdo e mostruoso conflitto, che si identifica immediatamente con la distruzione fisica del genere umano.

Ebbene, non è anche troppo chiaro? Tutti questi aspetti diversi e concomitanti non stanno forse a indicare, nella maniera più manifesta, che la società opulenta ha ormai trionfato in modo irreversibile e a livello mondiale, e che nel medesimo tempo è venuta meno (come era del resto logico e necessario) la contraddizione di fondo, tipica del mondo moderno e indispensabile al suo sviluppo? E di fatto, non residua forse soltanto nella forma depotenziata ed eterogenea di quei contrasti superficiali, momentanei e sempre riassorbibili, che interrompono provvisoriamente il flusso di un processo a carattere nettamente evoluzionistico? In realtà, tutti quegli aspetti non sono e non possono essere altro che i sintomi di un fenomeno ben preciso e di capitale significato.

In altre parole (è questo, appunto, ciò che essi rivelano e comprovano), poiché il sistema ha sostanzialmente raggiunto il suo peculiare obiettivo; poiché quindi ha condotto all’atto tutto quello che aveva in sé di potenziale; poiché infine il suo sviluppo si è essenzialmente concluso e il suo processo deve ancora ultimarsi solo materialmente, attraverso una serie di mere aggiunte quantitative, attraverso cioè un semplice allargamento evolutivo, si è definitivamente esaurita, nonché la necessità, persino la possibilità della dialettica, e insomma della negazione-riaffermazione dello sfruttamento.

Ma allora, come ognuno ormai può comprendere, ne discende in modo diretto e inevitabile una duplice conseguenza. Ne deriva cioè, da una parte, la fine del marxismo rivoluzionario, che infatti, in quanto tale, è legato in linea di principio al concetto, e nella pratica all’esistenza di fatto della contraddizione dialettica, ossia, in ultima analisi, all’incompiutezza dello sviluppo del sistema e del processo posti in essere dalla soluzione borghese. E ne deriva, dall’altra, che caduta la tensione rivoluzionaria e scomparsa ogni vestigia di qualsivoglia posizione di tipo univocamente signorile, il movimento marxista è portato di necessità ad assumere tutte le caratteristiche specifiche della figura socialdemocratica, in corrispondenza puntuale, del resto, a quel rovesciamento in senso positivistico, che è la sorte inevitabile di un materialismo storicista, allorché cessa di poter essere dialettico.

Certo, esso assume quelle caratteristiche quando, per così dire, la sua funzione è compiuta; e le assume perciò in modo organico, maturo e non più subalterno. Certo, anzi, esso diviene l’arbitro e l’egemone dell’opera di conservazione, di amministrazione e di allargamento evolutivo della società opulenta, mentre, sotto il suo governo, che ha ormai un respiro mondiale, il proletariato viene a usufruire di tutto quello che gli è possibile ottenere nel quadro di un’umanità che rimane sfruttata. Ma se dunque non si può misconoscere e neppure considerare irrilevante che sotto questo profilo la differenza tra la prima e la seconda crisi di tipo socialdemocratico sia e resti così ingente da divenire abissale, giova tuttavia sottolineare immediatamente che questa seconda crisi è anche l’ultima e la definitiva, e che come tale non ammette più, all’opposto dei tempi di Lenin, alcuna ripresa di marxismo rivoluzionario.

E però, non se ne deve allora concludere che il costo di una simile crisi non solo è tanto grave da essere, alla lunga, umanamente in comportabile, ma è anche storicamente decisivo? Certamente si; né ci sembra, al punto cui siamo arrivati, che possano più sorgere dei dubbi in proposito.

Poiché la figura marxista della rivoluzione è oggi la massima e la conclusiva; poiché essa riassume e comprende in sé tutte le altre ed è quindi la sola che conti, è chiaro che il momento della sua decomposizione e della sua fine è anche quello in cui si dissolve e scompare ogni posizione rivoluzionaria, e in cui vengono meno, pertanto, la ragion d’essere, il valore e la giustificazione stessa del pensiero moderno.

Il posto della rivoluzione rimane vuoto: ecco il risultato cui immediatamente conduce la crisi terminale dell’indirizzo marxista. Lungi dunque dall’essere, in sé, qualcosa di positivo e di tranquillamente auspicabile, una simile crisi segna la condanna definitiva dell’assetto sociale cui ha dato luogo la soluzione borghese, e ne rivela, ne fa anzi concretamente avvertire, tutta la micidiale disumanità.

Così, mentre si comprova in maniera lampante che al fondo di ogni specie di anticomunismo sta un ridicolo e sterile abbaglio (insieme con quanto di più retrivo, di più irrazionalisticamente conservatore può trovare alimento nell’interesse di classe della borghesia), diviene agevole comprendere in tutta la sua portata quella nostra definizione politica della società opulenta, per cui siamo stati condotti ad affermare che essa segna l’avvento di una situazione di necessità rivoluzionaria.

Di fatto, proprio perché è divenuto maturo, materialmente possibile e necessario il passaggio dal presente sistema a un altro non più condizionato dalla forma servile del lavoro; proprio perché è ormai indispensabile che una simile forma venga totalmente trascesa, l’operazione rivoluzionaria è, come non mai, all’ordine del giorno; e tuttavia la rivoluzione non è solamente impossibile, ma risulta anche tale (e come tale viene sofferta), dal momento che, nel medesimo tempo, persino il marxismo ha rivelato sino in fondo la propria natura di ideologia del sistema dello sfruttamento. L’angoscia, il senso di vuoto, di disperazione, la bruta passività, la noia e l’afasia che possiedono l’uomo contemporaneo, non hanno, in ultima analisi, ragioni e radici diverse da questa impossibile necessità rivoluzionaria.

Ma poiché, pervenuti a questo punto, e ove si rimanga entro il quadro delle formule culturali esistenti, altro non resta che battere il passo sul posto e imputridire nell’atonia paludosa di un ordinamento sociale che vanifica ogni interesse qualitativo e ha perduto ogni prospettiva di sviluppo e di reale futuro, ci sembra si debba concludere (e poco importa se la cosa può apparire a tutta prima un paradosso) che la crisi terminale e irrecuperabile del marxismo rivoluzionario viene anche a segnare il momento – invero storicamente decisivo – in cui si realizza la fine, si consuma lo scacco di tutto il cosiddetto pensiero cristiano, di quel pensiero, cioè, che ha regolato due millenni della storia del mondo.

Cessa totalmente, in altre parole, l’attualità teorica e pratica di quel tipo di pensiero che innanzitutto si caratterizza per l’affermazione – chiaramente antitetica alla coscienza pagana – della negatività della forma servile, e contemporaneamente per il fatto che continua tuttavia a subirla e ad accettarla, in quanto, proseguendo acriticamente su questo punto nodale lo schema ideologico del mondo classico, patisce in maniera piena l’identificazione semplice del lavoro con lo sfruttamento. Viene meno, insomma, quella generalissima ideologia che da questa contraddizione drammatica, da questa ambiguità insuperabile, ha saputo trarre il motivo stesso della sua necessità e del suo prolungato trionfo, proprio perché era anche la sola in grado di mistificarle; proprio perché, in altri termini, attraverso il ricorso, indebito e pragmatico, a un assoluto concepito come negazione semplice di un qualche aspetto essenziale della figura dell’uomo, era la sola in grado di coprire l’insufficienza della ragione, che rimaneva (come è rimasta) incapace di assicurare l’effettiva fuoruscita dallo sfruttamento e perciò di garantire, sul piano della natura e su quello della storia, un normale, organico e indefinito sviluppo dell’umanità associata.

Ora è appunto tutto questo che oggi, non a caso, giunge alla sua fine. E’ chiaro, infatti, che il cosiddetto pensiero cristiano può prolungare la sua mistificazione solo fino a quando il sistema dello sfruttamento conserva ancora un’obiettiva e spontanea capacità di sviluppo: solo fino a quando, cioè, non avendo esso approdato alle sue colonne d’Ercole, si può ancora rinviare il momento della realizzazione di quell’assoluto, ossia il momento in cui inevitabilmente si rivela tutta l’impossibilità, si esperisce tutta l’inconsistenza, si misura tutto l’errore di ogni negazione semplice, in questo o quell’aspetto essenziale, della figura dell’uomo.

Nella società dell’abbondanza e del tempo libero fa naufragio l’utopia marxiana della finale redenzione anarchica, ultima configurazione possibile dell’assoluto, quale viene concepito dal pensiero cristiano. E’ perfettamente logico, perciò, e assolutamente necessario, che questo tipo di pensiero si decomponga e rovini.

E in realtà, mentre si è chiusa irrevocabilmente tutta una millenaria fase della storia del mondo, siamo entrati in un’epoca totalmente nuova. Essa è l’epoca in cui l’atto rivoluzionario, mentre si è fatto sino in fondo indispensabile, può però realizzarsi soltanto se diviene operazione e cessa di essere mistica; ed è quindi l’epoca in cui religione e ragione, spezzando così alla base la possibilità stessa del blocco ideologico, debbono finalmente distinguersi nel modo più completo e più limpido e debbono rispettivamente assumere tutta la loro pienezza.

(continua)

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