Premessa...
Trascriviamo il paragrafo VI dell’appunto (pp. 116-125).
APPUNTI SULLA LINEA DI RICERCA POLITICA DELLA RIVISTA – VI
(ottava puntata della trascrizione)
La società opulenta, unico assetto compatibile con la democrazia totalitaria e l’universale sovranità dello sfruttamento – Piena abbondanza dei beni necessari alla vita fisica ed estensione progressiva del tempo libero, linee di sviluppo obbligato – L’anarchismo marxiano e la liberazione dal lavoro come liberazione dallo sfruttamento – La sostituzione del lavoro con il tempo libero, forma particolare del dominio dello sfruttamento – Coincidenza dell’abbondanza con il permanere dello sfruttamento: tutti godono dello sfruttamento di tutti – Sorge la figura sociale, puramente negativa, del servo-signore – Dissolvimento dell’uomo nel venir meno del lavoro – La società opulenta come termine di un processo storico e come sollecitazione immediata verso una impossibile società anarchica – Esigenza obiettiva del potere totalitario e del suo intervento nella vita produttiva – Non può più esprimersi la ribellione dell’uomo contro la sua condizione di sfruttato – Manifestarsi di una situazione di “necessità rivoluzionaria”.
Il trionfo del potere totalitario (è proprio questo il punto cui sin dall’inizio ci premeva di giungere) altro non è che il prodromo immediato e al tempo stesso la base indispensabile dell’affermazione della società opulenta. Si può dire anzi che questa è la sola forma di ordinamento sociale che sia compatibile e omogenea a quel tipo di potere e di dominio, e insomma alle condizioni di un’umanità integralmente subordinata alla legge del lavoro sfruttato e ridotta quindi a pratica attività sensibile. Così – e lo abbiamo già detto – la società opulenta è il solo possibile avvenire, ed è già, in una misura considerevole, l’attualità sociale concreta degli uomini del mondo moderno.
Si ritiene forse che quest’ultima nostra affermazione, che l’esistenza cioè di questo stretto rapporto fra società opulenta e totalitarismo, necessiti ancora di una dimostrazione appropriata? Ma per dimostrarlo basta rendersi conto che da una situazione di democrazia totalitaria e di universale sovranità dello sfruttamento (ormai fattasi stabile e consolidatasi per lo meno nei punti più alti) si diparte, secondo una logica necessaria, un processo di evoluzione sociale, che si svolge lungo una duplice linea.
Da un lato, infatti, tutte le dimensioni, le energie e gli aspetti del sistema sono divenuti e rimangono subalterni della forma servile del lavoro, ossia di un lavoro esclusivamente ordinato alla produzione dei beni necessari ai bisogni della vita fisica dell’uomo. Ora, poiché tali bisogni sono, per principio, quantitativamente e qualitativamente limitati, mentre la capacità produttiva del lavoro (che pur conserva il suo carattere servile) viene incrementandosi di continuo in intensità e in estensione, ecco che si deve forzatamente pervenire a un punto in cui si raggiunge la piena abbondanza di quel tipo di beni: l’unico, si badi, che sia realmente concepibile sotto il dominio generalizzato dello sfruttamento. Solo il capriccio, l’irrazionalità, lo spreco, il triste e squallido lusso di massa e di serie, solo la ricerca sempre più sofisticata del superfluo e dell’inutile, possono artificiosamente allontanare un simile traguardo; non possono certo impedire che prima o poi sia passato e lasciato alle spalle.
Ma contemporaneamente, e dall’altro lato, ecco che si viene svolgendo anche la seconda linea del processo di formazione della società opulenta. Come si è visto, l’umanità è stata ridotta senza eccezioni (o quasi) a pratica attività sensibile. L’umanità insomma, almeno sino a quando subisca come ultima condanna inderogabile la condizione, il fatto del lavorare, ha perduto, insieme con la stessa speranza, ogni possibilità di evadere dalla prigione totalitaria dello sfruttamento.
Una sola strada le rimane, allora, per cercar di affermare se stessa come un valore e, in ogni caso, per ribellarsi a un’oppressione, che quanto più è divenuta universale, tanto più si è rivelata antiumana. E’ ancora una volta la strada che venne intuita con chiarezza dall’anarchismo marxiano: quella che conduce a liberarsi dal lavoro per sottrarsi alla attiva e avvertibile presenza dello sfruttamento. E’ la strada del tempo libero, dove appunto si smarrisce ogni concetto del lavoro in quanto elemento di natura, in quanto condizione necessaria della dignità dell’uomo, e lo si vede unicamente, invece, e lo si odia, quale è stato ridotto sino a oggi nel concreto storico, e cioè quale maledetta e disumana operazione da servo.
Raggiungimento della piena abbondanza dei beni necessari ai bisogni della vita fisica ed estensione progressiva del tempo libero sino a un limite massimo, sino al limite, impossibile socialmente a valicarsi, dell’anarchia, sono però, come è chiaro, le due connotazioni necessarie e sufficienti a definire la società opulenta. E poiché ambedue gli aspetti discendono, in modo inevitabile, dall’affermazione definitiva della sovranità universale dello sfruttamento, così come è garantita dalla democrazia totalitaria, ci sembra di poter legittimamente ribadire il nostro ultimo assunto: la società opulenta è davvero l’unica forma di ordinamento sociale che sia compatibile e omogenea a quel tipo di dominio e di potere; è la sola forma in cui possa sboccare e concludersi, politicamente e socialmente, l’intiero processo posto in essere dalla soluzione borghese della crisi del mondo signorile.
Ma la terminalità della società opulenta assume, a veder bene, un significato e un valore ancora più vasti. In questa forma di società, la ribellione umana allo sfruttamento, che è stata sino a oggi la vera molla dello sviluppo politico-sociale e la ragione del passaggio del sistema da un assetto a un altro, trova infatti, per così esprimerci, una soddisfazione e un appagamento mortali.
Che cosa si vuol dire con questo? Ebbene, per intendere in tutta la sua portata quest’ultimo concetto, bisogna – integrando alcune delle cose dette prima – partire dall’osservazione che l’obiettivo di quella rivolta, poiché ha finito per assumere la forma della liberazione dal lavoro, e poiché ci si trova ormai in una situazione di abbondanza, non solo è pienamente raggiungibile, ma deve essere, anzi, assolutamente conseguito. In altre parole, il tempo libero non è soltanto permesso, ma è addirittura preteso dalla società opulenta, che lo pone infatti a condizione essenziale del suo stesso equilibrio.
Così, non è semplicemente per un’operazione soggettiva, e cioè per un’aspirazione estrema e ormai anarchica dell’uomo ad affermarsi come valore, ma è anche per un necessità strutturale, è anche in modo obiettivo e inevitabile, che nel quadro della società opulenta si viene man mano procedendo alla sostituzione del lavoro con il tempo libero. Questo, dunque, non si configura solo come una scelta (che in quanto tale potrebbe essere pure lasciata cadere), ma anche, e soprattutto, come un destino e una condanna: come, insomma, qualcosa di immancabile, di obbligato, e perciò di comune, nella sorte e nella situazione degli uomini moderni.
E allora, stabilito tutto questo, diviene veramente decisiva un’ultima questione. Liberarsi dal lavoro significa forse la stessa cosa che liquidare lo sfruttamento? Coincide quanto meno con la possibilità di sottrarsi al suo dominio? Ma arrivati a questo punto, rispondere non è più un’impresa difficile. Il problema infatti è già stato sostanzialmente affrontato nel corso di questa ricerca.
Se ben si ricorda, la libertà dal lavoro altro non è che l’aspetto essenziale, riassuntivo e del tutto esauriente della condizione signorile. E il signore non era anch’esso entro il quadro, entro i limiti e la legge, dello sfruttamento? In realtà, non soltanto non ne soffriva, ma ne godeva, e dunque ne era partecipe materialmente. La crisi del suo mondo, in ultima istanza, non pende tutt’intiera proprio da questo fatto?
Se però la liberazione dal lavoro non coincide con quella dallo sfruttamento, e anzi si configura semplicemente come una forma particolare del suo dominio, ecco che ci si fa definitivamente chiara la natura più profonda della società opulenta, vero momento conclusivo di quel processo storico-sociale che ha alla sua base la riduzione del lavoro a opera servile. Essa è la società in cui tutti necessariamente si liberano (fino al massimo limite possibile, fino al limite dell’anarchia) dal lavoro; essa, quindi, è anche la società in cui tutti godono dello sfruttamento di tutti.
Non si parli di paradosso né di miracolo: sono soltanto apparenti. La coincidenza puntuale dell’abbondanza dei beni necessari alla vita fisica con la riduzione completa dell’umanità a pratica attività sensibile determina infatti, inevitabilmente, un tipo di assetto sociale che si fonda e si riassume in un sola figura: quella, senza dubbio mostruosa, del servo-signore. Tutti rimangono o diventano servi, poiché tutti ormai sono soltanto dei meri soggetti di bisogni strettamente materiali, e poiché dunque sono tutti degli esseri sfruttati; tutti però fruiscono adesso di una condizione signorile, perché, sempre materialmente, non soffrono più, ma godono, dell’esistenza dello sfruttamento.
Così, da un lato, proprio in quanto, per così dire, risale mostruosamente al suo inizio; proprio perché si riporta al periodo del signore e del servo (ormai intrecciati, riassunti insieme e ridotti a pura negatività nella nuova figura del servo-signore), il cerchio di quel processo storico-sociale che si fonda sulla servitù del lavoro, si è evidentemente chiuso in maniera definitiva.
Dall’altro lato, è lo stesso “homo faber” che si estingue. Esso viene meno, come è logico e necessario, esattamente a quel punto in cui il lavoro sfruttato raggiunge in modo pieno quel solo obiettivo che è da lui conseguibile, e cioè l’abbondanza dei beni necessari ai bisogni della vita fisica. Da questo momento, infatti, il lavoro, nella sua figura servile, sfruttata (che rimane sempre, d’altra parte, l’unica sua forma possibile nella situazione storica attuale), è divenuto superfluo, inutile, insensato. Ma poiché viene meno come lavoratore, l’ “homo faber” scompare anche come uomo.
Se invero, nel quadro dello sfruttamento e della soluzione borghese, l’uomo è ridotto senza eccezioni (o quasi) a pratica attività sensibile, ogni legge, ogni norma, ogni schema civile, ogni residuo vestigio di umanità si dissolvono, quando viene a cadere la dimensione stessa del lavoro. L’uomo, allora, rimane soltanto quello cui lo sfruttamento l’ha ridotto: una pura attività immediata e generica, un’attività che può esser definita di natura solo in quanto è animale, un’attività senza più scopi, senza più nemmeno la possibilità di un fine, e come uomo è distrutto.
Ecco perché la società opulenta (questa società dei servi-signori, questa società caratterizzata da un fisico e casuale coesistere di meri centri individuali di energia animale e generica), come è il termine di tutto un processo – una conclusione, cioè, che non permette né movimenti né passaggi ulteriori -, così è anche l’immediata premessa di un’anarchia dissolvitrice. Ma poiché l’anarchia è impossibile, essa diviene invece la società in cui si fa più schiacciante e assoluta la presa del potere totalitario.
Sulla base della produttività enorme raggiunta dal lavoro, e dell’efficienza crescente e ormai teoricamente rigorosa degli schemi della pianificazione, sarà infatti sempre più possibile all’autorità politica imputare a tutti i singoli centri individuali di energia una qualche attività, che sempre più verrà ad avere il semplice significato di un titolo riconoscibile di appartenenza sociale e di “diritto” al consumo. Tutto questo, d’altro canto, già comincia ad accadere sotto i nostri occhi, secondo le formule pianificatorie, ancora rudimentali e “artigiane”, delle grandi concentrazioni monopolistiche che “organizzano il mercato”, ovvero sulla base degli “aggiustamenti successivi” di burocrazie ancora troppo assuefatte a procedere all’ingrosso e con dei criteri direttamente politici. Lo sviluppo abnorme, tumultuoso, irrefrenabile, senza dubbio umanamente malsano, del cosiddetto settore terziario (e, si badi bene, malgrado il freno rappresentato dall’esistenza di vastissime zone depresse) è certo il sintomo più appariscente di tutto questo.
Ma domani, a mano a mano che il trionfo della società opulenta e della democrazia totalitaria si estenderà e si consoliderà su scala mondiale, come storicamente è inevitabile e, allo stato degli atti, persino positivo, l’intiero processo della imputazione pianificata (se così vogliamo esprimerci) verrà razionalizzato e reso implacabilmente perfetto. Gli obiettivi cui ordinarlo – obiettivi non di bene comune, poiché l’uomo è scomparso, ma di comune esaltazione e potenza - non possono certo difettare al potere: si può scoprirli, si può inventarli, ormai, lungo una strada (oggi lo si può dire realisticamente) che è tanto lunga, che è anzi così indefinita, quanto quella che conduce alla conquista delle stelle.
Dalla società opulenta, dunque, non si dà, sotto ogni spetto, possibilità alcuna di fuoruscita spontanea. Là dove è massima la presa del totalitarismo, e dove il dominio generalizzato dello sfruttamento si fa indisturbato e assoluto, anche perché non è più avvertibile fisicamente, là dove l’”homo faber” si è estinto sia come lavoratore che come uomo, poiché l’abbondanza dei beni materiali e la riduzione dell’umanità a pratica attività sensibile hanno vanificato, o per meglio dire, hanno svuotato dall’interno ambedue quelle figure, là dove infine si agita la folla egualitaria, la massa, dei servi-signori, di tutti questi soggetti di attività non più libere, ma autoritariamente imputate; là dove quindi si è fatta estrema, per ogni verso, la necessità di cambiare, lì ancora, proprio lì, ogni possibilità di mutamento è venuta meno, ogni passaggio è stato precluso, ogni nuova e diversa sistemazione è divenuta irrealizzabile. E infatti, mutatosi il lavoro in tempo libero, ma permanendo la riduzione dell’umanità a mera energia immediata e generica, la rivolta dell’uomo contro la sua condizione di sfruttamento non può più esplodere in alcuna maniera e neppure accennare ad esprimersi; come appunto ci eravamo proposti di dimostrare, essa ha potuto effettivamente appagarsi, e in un modo che, risolvendosi nella più completa e impenetrabile delle mistificazioni, diviene realmente definitivo e perciò, per l’uomo, mortale.
Possiamo allora considerare esaurita la dimostrazione dell’assunto generale da cui eravamo partiti. La società opulenta è davvero la forma conclusiva, l’ultimo risultato possibile, di quell’assetto della vita associata che si fonda sullo sfruttamento. Lo è al punto da condurre senza scampo a una situazione, disperata e angosciosa, di necessità rivoluzionaria: una situazione, cioè, in cui massimo è il bisogno di trasformare dalle radici, dalla base stessa, il sistema in tutti i suoi aspetti, e in cui, contemporaneamente, la spinta soggettiva immediata a una simile operazione è addirittura nulla. Lo è al punto, insomma, da determinare una situazione in cui lo sfruttamento, dopo aver reso inutile, e dopo aver dunque deprezzato il lavoro sino in fondo, può ormai aggredire e coartare direttamente l’uomo nella sua natura medesima; e lo deforma infatti, e lo avvilisce e lo uccide nella sua umanità, rendendolo incapace, nonché di volere, persino di vagheggiare una qualche liberazione.
Quella dell’opulenza – proprio come hanno saputo intuire i poeti più grandi dell’estremo decadentismo – è la società degli “uomini vuoti”, degli ”uomini imbottiti che appoggiano l’uno all’altro la testa piena di paglia”: esseri senza più fini, senza più valori, senza nemmeno il richiamo, la spinta alla salvezza, della sofferenza materiale; esseri che possono sentirsi vivi solo nelle furie astratte del sesso, o nei sussulti subitanei e imprevedibili, negli sfoghi, di una sporadica e fatua anarchia.
(continua)