Premessa...
Del motivo e dello scopo di questo appunto abbiamo dato brevi ragguagli, trascrivendone il primo paragrafo, nel supplemento di febbraio 2010 di questo sito web. Ne trascriviamo ora il secondo paragrafo.
Premessa...
Del motivo e dello scopo di questo appunto abbiamo dato brevi ragguagli, trascrivendone il primo paragrafo, nel supplemento di febbraio 2010 di questo sito web. Ne trascriviamo ora il secondo paragrafo.
APPUNTI SULLA LINEA DI RICERCA POLITICA DELLA RIVISTA
(seconda puntata)
II – Il fenomeno della “società opulenta” aspetto decisivo della presente situazione politica mondiale
Non riteniamo si possa pervenire a una effettiva valutazione critica della situazione politica presente, se non si riconosce che in essa l’aspetto determinante è rappresentato da quel fenomeno, del resto quanto mai vistoso e massiccio, che di recente è stato definito, secondo una prima approssimazione, sotto il termine di “società opulenta”. Le ragioni che confortano in un simile giudizio sono parecchie, e sono, nel loro insieme, sufficienti a provarlo.
Vi è innanzitutto una conferma che proviene, per così esprimerci, dalla stessa letteratura politica. E’ una convinzione radicata e profonda, ed è un concetto basilare per l’intiera corrente rivoluzionaria – ma dunque per una delle due posizioni fondamentali del discorso politico contemporaneo – che il processo della rivoluzione raggiunge il suo risultato conclusivo solo quando riesce ad aggredire direttamente i problemi del punto più alto del sistema, e cioè, in concreto, della zona più avanzata e matura dell’assetto capitalistico.
Una simile impostazione, chiarissima ed esplicitata in Marx, è comune a tutta la tradizione marxista. Essa, infatti, non è stata mai né abbandonata né criticata da Lenin e neppure da Stalin, i quali si limitarono soltanto a garantirla da ogni interpretazione estremizzata (di tipo, per intenderci, trotzkista) e a coordinarla con quelle questioni, “tattiche e strategiche”, che sono state poste in essere dallo sfondamento operato, nei punti più bassi, dalle forze e dai partiti proletari.
Ora, almeno fino a questo momento, non è proprio nella zona più matura e più sviluppata del capitalismo, e perciò nel punto più alto, che si manifesta, che si dispiega in tutta la sua portata, il fenomeno della società opulenta, sino a improntare per intiero di sé l’assetto concreto del sistema sociale? Un simile fenomeno è dunque, in linea di definizione e di principio, il problema essenziale e decisivo di fronte a cui si trova, oggi, la posizione rivoluzionaria; e poco importa che essa ne abbia o meno una consapevolezza adeguata.
Ma poiché la società opulenta è ormai un traguardo, se non pienamente, almeno sostanzialmente raggiunto da tutti i cosiddetti paesi civili, e poiché si presenta quindi come un qualcosa di affermato, di riconosciuto, di stabilito, e dunque di statico, anche la posizione puramente conservatrice finisce per accettare una configurazione siffatta dell’assetto sociale, e per esaltarla anzi come l’esemplare stesso, il paradigma, di quell’ordine che si propone di difendere e di garantire. Così, ambedue le posizioni fondamentali, e perciò l’intiero discorso politico oggi in atto, vengono a confermare, sia pure per vie diverse, la decisività, in linea concettuale e in sede pratica, del fenomeno della società opulenta nella situazione politica concreta.
Ma in secondo luogo, è divenuto ormai anche troppo chiaro che tutte le forze politiche oggi sulla scena hanno finito per riconoscere nella società opulenta il loro più alto e comunque il loro più immediato ideale.
Politicamente, non si danno oggi obiettivi diversi. Anche l’Unione Sovietica, con Krusciov (né vogliamo ancora valutare e definire qui la portata di un simile avvenimento), ha fatto della conquista di un tenore di vita altrettanto e magari più opulento di quello americano, lo scopo e la guida normativa e concreta, almeno per tutto un non breve e decisivo periodo, dei suoi sforzi e delle sue lotte; ne ha fatto anzi, in sostanza, il segno e la verifica della raggiunta “edificazione delle basi tecnico-materiali della società comunista”. In tal modo, per la prima volta nella storia del movimento operaio marxista, e proprio ad opera di quello che viene definito – e che è – il suo “reparto di avanguardia”, il risultato finale della dialettica rivoluzionaria – il comunismo – è stato posto, non diciamo sulla stessa linea di sviluppo, ma addirittura sulla stessa linea di evoluzione del frutto più maturo e organico dell’assetto capitalistico. Senza più salti qualitativi, senza più soluzioni di continuità, fuori da ogni necessità di catastrofi o di rovesciamenti della prassi a livello ed estensione mondiali, la società opulenta è divenuta, come sembra, non soltanto una fase, un momento, un aspetto interno e del tutto omogeneo, della “costruzione del socialismo”, ma anche l’inizio effettivo e la sola immagine concreta di quel processo di liberazione assoluta e totale del proletariato e dell’umanità, che è appunto l’ipotesi fondamentale di Marx, la figura teorica di base del concetto e della prassi della rivoluzione.
Ma questo del sovietismo è soltanto il caso più appariscente, e in un certo senso culminante, della generale e indiscussa attrazione che esercita il paradigma della società opulenta. Così, ad esempio, anche il grande fenomeno politico della liquidazione del sistema delle colonie e della riconquista dell’indipendenza da parte dei popoli afro-asiatici, quali che siano le sue componenti di esclusivismo nazionalista o persino di rivalsa razziale, rimane sempre, in definitiva, sotto il segno, sotto l’egemonia di quell’ideale. E pure là dove la tradizione marxista – come in Cina – rimane esente da ogni tentazione opportunistica e appare anzi estremisticamente protesa nello sforzo di una irrigidita purezza rivoluzionaria, il futuro viene concepito e vagheggiato soltanto in termini che non riescono a essere effettivamente diversi da quelli per cui già si contraddistingue e si definisce la società opulenta. Con essa, in ogni modo, si avverte, si sa, che bisognerà prima o poi fare i conti; e mentre la si maledice e la si combatte, senza esclusione di colpi, sotto le speci dell’imperialismo, già si tenta si appropriarsene le caratteristiche e le forme, già la si imita, la si fa oggetto di emulazione, la si costituisce a misura di verifica dei propri programmi economici.
Del resto, in base alle categorie culturali esistenti, come distinguere sul serio sin da oggi, in teoria e in pratica, tra le condizioni dell’opulenza e le condizioni di quell’abbondanza assoluta, che l’ideologia marxista ha ipotizzato come la sola possibile base di partenza, e anzi come il cominciamento concreto della “completa liberazione dell’uomo”? Sta dunque di fatto che l’intiera corrente rivoluzionaria, in tutte le sue espressioni, patisce lo schema della società opulenta e gli rimane, in definitiva, subalterna. Ma poiché nessuna critica efficace e rilevante gli può essere rivolta – come sostanzialmente si è già visto – dalla posizione puramente conservatrice, si può senz’altro concludere che alle forme politico-sociali esistenti non è oggi possibile formulare e definire, in alcun modo, un ideale diverso.
Delle critiche, è vero, si cominciano ad affacciare qui e lì, e soprattutto in America: là dove appunto un ideale siffatto (pur nel corso di un processo empiricamente convulso e irto di angosciose contraddizioni) ha toccato un massimo, e fors’anche una pienezza, di realizzazione storica. Esse però non hanno, almeno per ora, alcun valore politico realmente costruttivo; semplicemente esprimono un disagio morale, una insoddisfazione umana, che sono certo crescenti, ma che non riescono ancora a risolversi in una alternativa, nonché sufficiente, determinata ed esplicita. Sicché non fanno altro che ribadire l’attuale generalizzata impossibilità, l’incapacità universale, a uscire dai termini e dalle formule, assolutamente dominanti, della società opulenta.
Non è dubbio – e lo abbiamo già accennato – che la società opulenta, ma in quanto “espressione imperialistica”, ossia in quanto assetto sociale raggiunto (e nella misura in cui è stato raggiunto) dai paesi capitalistici dominanti su scala mondiale, viene avversata come una pura negatività, e viene frontalmente combattuta e aggredita dall’esterno, da tutto un gruppo, una parte, delle forze politico-sociali esistenti.
In concreto, l’ala decisamente nazionalista del grande blocco dei popoli già coloniali, e soprattutto, con una rigidità inflessibile, la corrente che può dirsi estremistica – la corrente “cinese” – del movimento operaio marxista, impostano storicamente i loro rapporti con la società opulenta, quale oggi esiste di fatto, nei termini di una lotta che tende alla liquidazione semplice e violenta di essa, e non alla critica e alla soluzione superatrice dei suoi problemi specifici.
Ora, dinnanzi a un’impostazione siffatta, che prevede e ipotizza un attacco esclusivamente dal basso, ci sembra che sarebbe comunque un errore gravissimo il condannarla sbrigativamente, sottovalutandone la generosità indiscutibile e la vitalità impetuosa e gagliarda. Ma ci sembra altresì, e in linea essenziale, che bisogna oggi sottolinearne innanzitutto i limiti, che sono particolarmente pesanti e insuperabili, e che determinano un’insufficienza e un’impotenza veramente pericolose, e alla fine esiziali.
Ogni liquidazione di una realtà determinata, che sia perseguita conducendo l’attacco esclusivamente dal basso, comporta invero, immancabilmente, quale propria connotazione non soltanto necessaria ma dominante e decisiva, una rottura violenta; e, con essa, tutte quelle conseguenze inevitabili che ne discendono in linea logica. Fra queste, insieme, ad esempio, con il rinvio nel futuro (e sulla base di una tabula rasa rivoluzionaria) di ogni dimensione e processo di ordinata e normale costruttività, vi è a buon diritto, e anzi come momento culminante e terminale, come conclusivo e riassuntivo aspetto-limite, l’ipotesi, non mai refutabile a priori, del verificarsi di un vero e proprio conflitto armato.
Ovviamente, è da considerarsi come del tutto irrilevante e insensata qualsivoglia negazione a carattere pacifistico della guerra. E questo rimane vero anche se, nel periodo degli irrazionalismi fascistici, e a causa di essi, l’affermazione di una positività della guerra, assolutizzata nel quadro di un’ideologia di tipo dialettico o di una mistica di quasi immediata derivazione nietzchiana, ha condotto a delle conclusioni paurose e aberranti: tanto più capaci perciò di sollecitare, per contrappasso spontaneo, una rivalutazione emotiva e incongrua della mitologia pacifista.
Di fatto, quali che siano state le vicende psicologico-culturali di questi ultimi quarant’anni, e soprattutto del più recente quindicennio, non va assolutamente dimenticato che nelle classiche impostazioni del pensiero europeo in merito alla “guerra legittima” o a quella “giusta” era contenuta implicitamente, e talvolta anzi in maniera dichiarata e aperta, una verità che non può andare perduta: il riconoscimento, cioè, che l’accettazione della guerra poteva divenire, in condizioni determinate, non soltanto indispensabile ma addirittura positiva, e nel senso più pregnante del termine. Esiste dunque una possibile positività della guerra, , e proprio per questo il pacifismo è, senza alcun dubbio, una banale e dolciastra semplificazione della realtà.
Che pertanto la guerra sia connotazione necessaria, e talvolta anche dominante, di un tipo di rivolgimento scatenato e condotto esclusivamente dal basso, non è davvero critica sufficiente: non è, né può essere, la base di un rifiuto o di una condanna. Solo che – e un avvertimento siffatto è più che chiaro in tutta la nostra tradizione di pensiero – la violenza distruttiva, necessariamente insita nel fenomeno della guerra, non deve né può mai prevalere, non deve né può mai divenire preponderante, su quel carattere di giudizio inappellabile di fronte al supremo tribunale della storia e di extrema ratio, per la difesa e la promozione del bene, che è poi, in definitiva, il suggello della positività della guerra.
Ove infatti si accettasse il capovolgimento di questo rapporto; ove anzi, quando si fosse obiettivamente verificato, non lo si rifiutasse attivamente, nella pratica, insieme con tutte le sue conseguenze micidiali, si precipiterebbe di colpo nell’abisso della più disastrosa follia. In effetti, la carica di violenza che, come si è già sottolineato, è inerente per natura a ogni accadimento bellico, non potrebbe essere più finalizzata a nulla: essa cioè, venendo a perdere la possibilità stessa di divenire strumento, non potrebbe mai essere riscattata e trascesa in quella ragionevole sfera della forza, che è sempre, invece, elemento necessario, caratterizzante e distintivo della dimensione politica.
In altre parole, nel caso di quel rovesciamento, la guerra non solo non potrebbe mai inserirsi – sia pure come aspetto dolorosissimo ed estremo – entro un organico movimento di sviluppo omogeneo dell’umanità associata, ma impedirebbe e vanificherebbe persino (ossia liquiderebbe in origine) ogni possibile svolgimento nella realtà di un qualche processo dialettico. Sta di fatto che l’antitesi, per così dire, verrebbe soppressa in modo immediato e cioè contemporaneamente alla tesi; sta di fatto che ambedue i termini verrebbero negati di colpo – e nell’atto medesimo – entro il quadro di una comune catastrofe, chiusa a qualsivoglia futuro, a qualsivoglia avvenire umanamente e storicamente razionabile.
Ora un capovolgimento siffatto, all’interno del fenomeno bellico, si è appunto verificato insieme con l’affermarsi (nei punti più alti dell’assetto capitalistico) di una condizione di società opulenta, la quale si rivela di riflesso, in tal modo, come dominante in maniera assoluta e pienamente riassuntiva della situazione sociale oggi in atto. E invero, se il capovolgimento, di cui si è detto, si è determinato in concomitanza con la sua affermazione, non si presenta essa forse come quella tesi che, ogni qual volta venga antiteticamente negata, comporta la liquidazione immediata e contemporanea dell’antitesi stessa?
Certo, ci si può muovere anche troppo facilmente l’obiezione che è stata soltanto la nuova energia termonucleare a mutare qualitativamente la natura della guerra, e che è essa il vero ostacolo fisico, e materialmente insormontabile, allo scatenarsi di un conflitto, il quale invece, per ogni altro verso, sarebbe del tutto maturo. Ma si è poi veramente di fronte a un’obiezione, a una critica?
Non è infatti difficile rovesciar l’argomento, osservando come ai fini della dimostrazione della nostra tesi – e cioè che la società opulenta è aspetto determinante dell’attuale situazione politica e che non è quindi aggredibile esclusivamente dal basso – è del tutto sufficiente il semplice fatto che si sia venuta a stabilire una condizione tecnologica tanto peculiare da rendere assolutamente catastrofico qualsiasi sbocco bellico. In realtà, ogni rivolgimento che parta e si sviluppi esclusivamente dal basso, e che si presenti perciò, “prima facie” ed essenzialmente, nei termini di una rottura violenta, proprio perché contempla come suo momento necessario (o anche soltanto possibile) l’accettazione della guerra, ne viene a essere bloccato a priori, o diventa comunque improseguibile sino in fondo.
Ma allora, quando sia chiusa o impedita una simile strada (che è poi quella tipica, classica, di tutte le rivoluzioni, e la sola che sia stata concretamente percorsa, sino a oggi, da qualsivoglia rivolgimento politico-sociale), ecco che tutte le forze e le correnti e le posizioni esterne alla vita e ai problemi della società opulenta vedono cessar di colpo ogni loro possibilità di assolvere a una funzione decisiva e sufficiente nel processo politico. Anzi, qualora si ostinino (come pure accade) a voler essere protagoniste ed egemoni, ecco che precipitano inevitabilmente, prima o poi, in un pericolosissimo estremismo avventuriero, vanificato tuttavia e metodicamente dissolto nella dispersiva e deludente vacuità del massimalismo parolaio.
E però, per converso – così come appunto ci proponevamo di dimostrare – ecco che proprio il problema della società opulenta, preso in sé e per sé, nella sua interna struttura, nella sua dimensione e nella sua dinamica specifiche, viene a rivelarsi assolutamente dominante e decisivo: di fatto, esso riafferma vittoriosamente di essere irrisolvibile sul piano del rivolgimento dal basso e della liquidazione semplice e violenta. In definitiva, sulla base dell’analisi critica della fisica impossibilità della guerra e della condizione tecnologica che materialmente la determina, si perviene a riconoscere chiaramente la crisi e la pratica fine di ogni impostazione estremista dei problemi della situazione politica attuale e quindi di quel suo aspetto decisivo che è la società opulenta.
Né è un caso allora – e vogliamo aggiungere anche questo argomento come un’ultima verifica – che a delle conclusioni del tutto identiche si può giungere partendo dall’esame di un’esperienza ormai più che decennale: quella dell’ “aiuto ai paesi sottosviluppati”, del “risollevamento delle zone depresse”. Non ci muoviamo qui infatti nel quadro dell’impostazione opportunista del problema della società opulenta? E una impostazione siffatta, di evidente radice socialdemocratica, non è forse l’esatta e puntuale antitesi, la precisa contromedaglia, della “soluzione” estremistica?
Anche in questo caso, invero, si presume di poter prescindere dall’interna realtà e dai problemi specifici della società opulenta, per limitarsi a trattare soltanto la questione di quel mondo che le è rimasto, sino a oggi, esterno: si ritiene e si pretende, insomma, che le contraddizioni e le deficienze della concreta situazione politico-sociale possano essere risolte e colmate proprio affrontando quegli aspetti di essa che non sono i determinanti. Perciò nel fallimento cui è andata incontro, almeno rispetto ai suoi obiettivi più ambiziosi, la cosiddetta politica degli aiuti, in questo fallimento ormai incontestabile, e di fatto contestato solo da pochi, è possibile riconoscere quello stesso giudizio e quella stessa condanna, che abbiamo già visto sanciti dalla nuova situazione tecnologica, dall’esistenza dell’energia termonucleare. In realtà, è la società opulenta – e null’altro – l’aspetto decisivo, l’elemento essenziale, della situazione politica presente, e ogni posizione che, in chiave estremistica od opportunistica, non sappia o non voglia riconoscere questo dato di fatto, è destinata alla bancarotta e all’impotenza.
Certo, si potrebbe ancora obiettare che, aumentando le proporzioni, le dosi dell’intervento antidepressivo, è sempre possibile continuare indefinitamente a mantenere in caldo la situazione. Ma, di nuovo, è poi questa un’obiezione vera e propria? Siamo i primi a riconoscerlo: negare, nel quadro di un indirizzo opportunista, la possibilità di una materiale conservazione all’indefinito, sarebbe senza dubbio un errore, anche perché il far marcire le cose è operazione quanto mai conforme e omogenea alla socialdemocrazia. Solo che parlare di bancarotta non vuol dire prevedere o presupporre catastrofi brusche e improvvise, così come parlare di impotenza non significa davvero escludere ogni incisività e ogni rilievo agli attuali indirizzi politici. Quel che si vuole sottolineare è soltanto il carattere non risolutivo, subalterno, di qualsivoglia impostazione che non riconosca nella società opulenta l’aspetto determinante ed egemonico della situazione politica concreta. Questo, ci sembra, è ormai sufficientemente dimostrato; e si può allora concludere che l’onesta surenchère quantitativa della sinistra riformistica fa esattamente il paio con quella generosa mitologia sulle possibilità ancora inesplorate, o inesplose, dei popoli afro-asiatici, che è oggi tanto diffusa, e che è il sottofondo genericamente ideologico di ogni avventurosità massimalistica. L’una e l’altra, in ultima analisi, non sono che un comodo alibi, che permette di ignorare l’effettiva sostanza dei problemi e le vere difficoltà che la situazione presenta.
Ma questa medesima questione dell’energia termonucleare non permette forse alcune altre considerazioni di singolare importanza? In altri termini, sotto un punto di vista non immediato né empirico, il deterrente atomico non si rivela anche, e magari soprattutto, un simbolo? Insomma, non può configurarsi come il fisico segno riassuntivo di tutta una condizione storico-sociale assolutamente nuova: quella in cui, non semplicemente in virtù di particolari armamenti, ma per maturità di struttura, per disposizione e gerarchia di interni rapporti, la guerra è divenuta sempre e soltanto uno scoppio di irrazionalità eversiva?
Una simile ipotesi – come è subito chiaro – promette degli sviluppi di estremo interesse, e non può certo essere scartata a priori. Essa anzi va presa senz’altro in considerazione, sia pure, per ora, in base semplicemente al rilievo che tutti i fatti tecnici, e perciò anche quello del deterrente atomico, sono sempre il riflesso di una situazione sociale ben definita, e quindi di una realtà molto più profonda e più ampia.
Ma una volta accettata l’ipotesi, per quanto ancora in via provvisoria, il ragionamento può poi proseguire soltanto nei termini seguenti. Se ogni attacco alla società opulenta dall’esterno, dal basso, si risolve prima o poi, e però inevitabilmente e fisicamente, in catastrofe, ciò può soltanto significare che essa, mentre, come si è visto, si riconferma aspetto dominante e decisivo della situazione politica presente, è anche il momento terminale di tutta una fase storica.
In realtà, che cosa esattamente può voler dire “momento terminale di tutta una fase storica”? Semplicemente che, da una parte, la società opulenta viene a essere lo stadio non solo più maturo, ma conclusivo, di un determinato assetto del sistema sociale, costruito entro i limiti, e sulle fondamenta, di una ben definita forma sociale di base; e che, dall’altra, essa viene a costituire un traguardo insuperabile, per il fatto che quella stessa forma di base, di cui si è detto, viene accolta e riconosciuta, da tutte le posizioni e le sfumature concretamente in atto del pensiero politico, non solo e non tanto come l’unica storicamente data, come l’unica storicamente esistita ed esistente, ma anche, e soprattutto, come la sola possibile in assoluto. Infatti, se contemporaneamente si verificano, e quando si verificano, ambedue questi aspetti, ambedue queste condizioni, l’esaurimento di ogni possibilità di sviluppo di un assetto sociale determinato viene a coincidere con la fine di ogni ulteriore possibilità di critica da parte di tutte le categorie politiche e le formule ideologiche presenti sulla scena, e quindi l’ordinamento ultimo raggiunto da quell’assetto si configura come il punto in cui materialmente si conclude, in modo definitivo, tutto un periodo storico.
Ma allora, se la società opulenta è proprio questo (e in seguito sarà necessario dimostrare se effettivamente lo sia), la violenza, questa conclamata “levatrice della storia”, non viene forse a perdere, anche visibilmente, anche tangibilmente, ogni sua apparente funzione “maieutica”, e non si rivela di colpo rovinosa e mortale? Di fatto, se la società opulenta è davvero momento terminale, in tutta l’ampiezza del senso da noi già precisato, il superarla comporta un trascendimento generalizzato di tutte le espressioni, le correnti, le figure, le ideologie politiche storicamente fissate, proprio perché, per la loro stessa insufficienza critica, esse sono di necessità comprese entro i limiti di quella medesima forma sociale di base, che abbiamo visto essere condizionatrice e determinatrice di un assetto ormai esaurito del sistema sociale.
Il superamento della società opulenta, nel verificarsi dell’ipotesi della sua terminalità, comporta insomma una generale autocritica del processo storico-politico-sociale, quale si è svolto sino a oggi, e un suo nuovo inizio; e comporta perciò l’abbandono di ogni forma esclusiva, e presunta autosufficiente, di attacco dal basso, nell’acquisizione, invece, della capacità di operare anche e soprattutto dall’alto. In breve, se la società opulenta è il termine di tutta una fase storica, si impone il ritrovamento di un nuovo pensiero politico e pertanto di una nuova forma sociale di base e persino di un nuovo ideale umano; e si impone infine, nella teoria e nella pratica, un nuovo ordinamento della lotta politica, affinché tutte le pressioni e le sotterranee insorgenze della violenza tornino a essere riscattate, ma in modo ben più ampio, metodico e consapevole che per il passato, in razionabili e razionali manifestazioni di forza.
(continua)