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Premessa...

Trascriviamo una prima parte del paragrafo VIII dell’Appunto.


APPUNTO PREPARATORIO DELLA “RIVISTA TRIMESTRALE”
(paragrafo VIII da p.171 a p.177)

Dal concetto di lavoro come sfruttamento derivano, sia per la posizione cattolica che per quella marxista, conclusioni parallele e corrispondenti – Se per l’una lo sfruttamento è connotazione della natura umana, per l’altra lo è della storia; se per l’una l’uscita dallo sfruttamento si ha solo con l’assunzione dell’uomo nello “status gloriae”, per l’altra lo si ha con l’avvento di una libertà assoluta, e in ambedue i casi si è dunque costretti a ipotizzare, a tal fine, una radicale metamorfosi umana comportante la negazione della natura, o della storia – Ripercussioni negative di ciò sulle “visioni finali” proprie, rispettivamente, delle due posizioni.

Almeno per quanto riguarda le possibilità e le capacità risolutrici dell’aspetto cattolico, conservatore puro, del discorso politico attuale, risulta ormai dimostrato che la società opulenta si configura come la conclusione, la fine, di tutta una fase storica. I suoi problemi, lungi dall’essere risolti, o anche soltanto sfiorati, dalla politica cattolica, la schiacciano, la decompongono, e ne rivelano l’esaurimento. Si può dire, allora, lo stesso per il marxismo? Tale questione, nel quadro dell’analisi che abbiamo affrontato, si pone veramente come l’ultima.

E’ chiaro infatti che se perverremo a dimostrare anche questo, il carattere di assoluta conclusività della società opulenta verrà definitivamente provato, e se ne dovrà pertanto dedurre, in linea di stretta logica, che lo stesso processo storico potrà continuare a svolgersi realmente e potrà essere ancora concepito sotto la categoria dello sviluppo, solo se si sarà in grado di rinnovare radicalmente, e su tutte le dimensioni, il patrimonio ideale dell’umanità. Ma dopo tutto quello che si è detto sin qui, il problema della sufficienza o meno del marxismo di fronte alla società dell’abbondanza e del tempo libero può essere proposto in termini quanto mai semplici e stringati. Esso, cioè, può essere ridotto alla seguente domanda: è anche il marxismo una forma ideologica del sistema dello sfruttamento? In realtà, ove si riesca a dimostrare che le cose stanno effettivamente così, è evidente che su quanto ha finito per divenire l’assunto di fondo della nostra ricerca (ossia sul carattere sotto ogni aspetto terminale della società opulenta) non rimarrà più nulla da dibattere o da discutere; e ogni questione controversa potrà considerarsi esaurita.

Ebbene, almeno a prima vista, tutto può sembrar concepibile, ma non mai che il marxismo possa essere una simile forma ideologica. Non è forse un fatto addirittura scontato che la posizione marxista si contraddistingue proprio per il più compatto e radicale rifiuto dello sfruttamento? Anzi, non è forse essa l’espressione più alta, la sintesi suprema e insuperabile dell’indirizzo rivoluzionario moderno e dunque anche la più rigida negazione, teorica e pratica, dell’attuale forma di base della società umana? E però si deve riconoscere e sottolineare che se il marxismo è indiscutibilmente tutto questo, lo è in virtù di un’ipotesi metafisica, che certo si esprime – con il massimo di coerenza consentito al pensiero filosofico – nella riduzione semplice dell’intiera realtà alla storia (e perciò nell’esclusione e nella vanificazione più complete del concetto stesso di natura), ma che in definitiva presuppone e anzi incorpora in se medesima, e conserva sotteso, l’insuperato convincimento della corruzione del dato naturale.

In altre parole, si può ben dire che l’operazione in cui si risolve tutta l’essenza del marxismo, consiste sostanzialmente nel vivere come storia quella stessa realtà che, entro l’errore della teologia cattolica, si vive come natura. Lo sfruttamento, insomma, viene a essere, nel quadro della posizione marxista, connotazione decisiva e caratterizzante della storicità umana (dell’ancor disumano e corrotto “regno della necessità”), così come, nell’ambito dell’errore capitale del pensiero cattolico, lo è dell’umana natura, che proprio per questo finisce, malgrado tutto, per essere accettata quale ci appare attraverso il “velo di Maya” del peccato, ossia quale originaria negatività e corruzione insuperabile.

Esiste dunque, tra quella posizione che discende dall’errore della teologia cattolica e l’indirizzo marxista, una puntuale anche se troppo a lungo insospettata corrispondenza, la quale del resto, per così esprimerci, si estende lungo tutto un arco completo, poiché si prolunga ancora, si ribadisce e si conclude nel fatto che cattolici e marxisti si rappresentano ed esprimono in modi sostanzialmente identici la fuoruscita dalla condizione dello sfruttamento. Questa fuoruscita, in realtà, viene innanzitutto a coincidere, per gli uni come per gli altri, con l’atto terminale di una compiuta e irreversibile liberazione dell’uomo da quella stessa figura che, in ogni caso, attualmente lo definisce, e viene pertanto a risolversi in una vera e propria metamorfosi della condizione umana.

Se infatti, secondo la teologia cattolica, la servitù può finalmente cessare solo quando l’intiera natura sia stata assunta nello “status gloriae”, e quando perciò tutti i limiti naturali siano stati trascesi e dissolti nella pienezza della partecipazione (per grazia) alla vita divina, sta di fatto che, nel quadro del pensiero marxista, la fine dello sfruttamento si determina in una maniera e secondo una legge del tutto analoghe. Essa si identifica, cioè, con l’uscita dell’uomo da quella dimensione della storicità, che in ogni caso è peculiare e propria alla sua attuale figura, e che quindi, venendo meno, non può non condurre a una trasformazione completa del concreto modo di esistere e di essere del genere umano.

Ora una siffatta analogia, come è ovvio, non può essere qualcosa di fortuito; ben al contrario, essa deve discendere da una qualche radice originaria comune, da un principio egualmente accettato sia dal pensiero cattolico che da quello marxista. E in verità – come adesso può risultar comprensibile – tutto deriva dal fatto che alla base di ambedue le posizioni sta il medesimo concetto di lavoro come pratica attività coattivamente diretta alla sola produzione per i bisogni materiali: sta, appunto, quello stesso concetto, già elaborato dal mondo pagano e definito nella filosofia di Aristotele, per cui il lavoro viene a coincidere senza residui con la servitù e perciò, in termini più generali, con lo sfruttamento.

Bisogna tuttavia sottolineare subito che l’aver identificato in questo la radice originaria comune non permette soltanto di giustificare l’analogia, la corrispondenza, tra la posizione marxista e quella cattolica, ma consente altresì di precisare i termini, le caratteristiche, la sostanza di quella metamorfosi di cui sopra si è detto. La cosa, del resto, non potrebbe essere più evidente: una volta accettata la riduzione esclusiva del lavoro entro quella forma ristretta di cui si è detto, liberarsi dallo sfruttamento può significare soltanto liberarsi dal lavoro. Ma in tal caso, proprio perché questo è momento essenziale tanto alla dimensione di natura quanto a quella storica, ecco che la fuoruscita dallo sfruttamento comporta, come conseguenza inevitabile, una metamorfosi umana che nega disumanamente un aspetto essenziale della stessa figura dell’uomo, che si risolve necessariamente in una libertà assoluta, svincolata da ogni norma e da ogni legge, e che di fatto, a seconda della premessa ideologico-metafisica scelta come punto di partenza, verrà concepita in termini di liquidazione dei limiti naturali (e anzi, implicitamente ma effettivamente, di un aspetto decisivo della stessa natura), ovvero in termini di abolizione e di fine della storicità, intesa e definita come un limite, come una condizione ancora preumana.

E però il fatto che il teologo cattolico e l’ideologo marxista si rappresentino quella fuoruscita in modi formalmente diversi, non deve far velo e impedire la visione reale delle cose. Quello che conta è la prospettiva obbligata, ammessa da ambedue, di una trasformazione disumana dell’uomo come pregiudiziale indispensabile all’emancipazione da ogni aspetto servile: quello che conta, insomma, è questa comune necessità di negare un qualche aspetto essenziale della figura umana; quello che conta, infine, è questo rinvio a un futuro di libertà assoluta della data, dell’ora, che segneranno il termine del dominio dello sfruttamento sul genere umano.

D’altra parte – ed è questa, oltretutto, ancora una prova della sostanziale analogia fra le due posizioni – non è certo difficile constatare che il processo di fuoruscita dell’umanità da quell’assetto in cui il lavoro diviene operazione servile, non può mai, dai cattolici come dai marxisti, essere compreso tutt’intiero, dal suo inizio alla sua fine, sotto il segno di una continuità di sviluppo effettiva e organica. Di fatto, proprio perché si è identificato il superamento di una forma sociale determinata con la liquidazione di un aspetto necessario, costitutivo, della figura dell’uomo, ecco che si è stati costretti a concepire il risultato ultimo di quel processo liberatore nei termini (puramente ipotetici) di un particolarissimo salto di qualità, che non investe soltanto il piano storico-sociale, ma in primo luogo quello dell’essenza stessa dell’uomo, e che perciò comporta una rottura assoluta (e dunque disumana e impossibile) con tutto il passato.

Possiamo allora concludere che, sia essa terrestre o paradisiaca, la situazione di un’umanità non più sfruttata è però sempre, per i cattolici come per i marxisti, astorica e innaturale: essa, insomma, si definisce, negli uni e negli altri, come un’utopia, e in effetti può essere unicamente appannaggio di creature a un tempo sovrumane e inumane.

Che tutto questo poi si sia riflesso su quelle che possiamo ben definire le specifiche visioni finali dei due indirizzi ideologici, non è solo, ci sembra, nell’ordine logico delle cose, ma fornisce altresì un’estrema e definitiva conferma di quell’analogia di fondo che abbiamo cercato di porre in piena luce. La caratteristica ineffabilità, che contraddistingue ambedue le visioni, deriva invero dalla comune negazione del lavoro e dalla conseguente perdita di ogni concetto pieno, adeguato, non parziale dell’uomo; e mentre comporta, per i cattolici e per i marxisti, la medesima difficoltà, è stata elusa e aggirata, dagli uni e dagli altri, in una maniera sostanzialmente simile.

Così, se Marx ha avvertito subito che bisognava rifiutarsi a qualsivoglia analisi e previsione sui caratteri di una società non più fondata sullo sfruttamento, se insomma l’assoluto dell’anarchia non è più per il pensiero marxiano soltanto uno sbocco logicamente inevitabile, ma anche uno schermo e un rifugio, dal momento che i “menù per le cucine dell’avvenire” si riducono di colpo a banali, contraddittorie e subumane ricette positivistiche, è pur vero che i teologi cattolici, soprattutto dopo l’immortale lezione del sarcasmo illuministico, hanno continuato a patire la necessità insuperata di stemperare la loro immagine nello status gloriae di uno spiritualismo evanescente e generico, che ne mistifica il limite non umano.

Ci pare allora di aver dimostrato, nella misura almeno che ci era possibile, come realmente intercorra una piena corrispondenza tra la posizione marxista e quella che discende dall’errore della teologia cattolica. Essa anzi ci si è palesata così rigorosa e puntuale, che, con i pregiudizi che corrono, potrebbe quasi apparire sorprendente.

(continua)

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