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Premessa...

Trascriviamo una seconda parte del paragrafo VII dell’Appunto (pp. 136 – 143)


APPUNTO PREPARATORIO DELLA “RIVISTA TRIMESTRALE”
(decima puntata della nostra trascrizione)

Perdita di ogni connotazione cattolica nell’ormai decomposta posizione conservatrice – I sussulti retrogradi e totalitaristici, oggi, per di più, meramente nostalgici – Il “cristianesimo democratico” formula politica di un’attivistica conservazione del divenire evolutivo della società opulenta e tradimento in chiave modernistica di ogni posizione cattolica – L’estremo riverbero di una tradizionale e dignitosa posizione di conservazione pura si ha unicamente nell’ambito interno della Chiesa cattolica – Il gravissimo prezzo che ciò comporta per la Chiesa stessa – Le caratteristiche dell’atteggiamento politico odierno della Chiesa cattolica nei confronti della società opulenta, e perciò anche delle espressioni politico-statuali comuniste – I contraccolpi che ne derivano sul piano dell’amministrazione e del governo della vita religiosa – Il cosiddetto “sistema gesuitico” e le ragioni del pieno dominio della Compagnia sulla intiera realtà ecclesiastica odierna.

Che tutto questo sia già in marcia, e che anzi il fenomeno, lungi dall’essere semplicemente all’inizio, sia piuttosto a uno stadio di pronunciata maturità, non è cosa che abbia bisogno adesso, per essere dimostrata, di molte parole. La “società opulenta”, nei due Stati che dominano la scena mondiale, ha ormai raggiunto un grado di pienezza che prelude, almeno in prospettiva, a un suo trionfo incontrastato: nell’uno, anzi, è una realtà pienamente affermata, nell’altro comincia a esserlo, e comunque rappresenta già la sostanza, lo scopo reale, se non sempre esplicito, la giustificazione effettiva del regime esistente. E’ del tutto logico, allora, che la posizione conservatrice pura si venga decomponendo sotto i nostri occhi, e finisca per smarrire, in maniera pressoché completa, sia il suo aspetto di difesa dei valori naturali, sia, come conseguenza necessaria, ogni sua connotazione propriamente cattolica.
Così, dalle formule irrigidite e divenute astratte della conservazione pura, si liberano sempre più, in effetti, dei tentativi o meglio dei conati apertamente retrogradi e di chiaro carattere irrazionale, che non possono essere definiti fascistici solo perché, data la loro originaria partenza cattolica, finiscono per costituire una variante del tutto peculiare e specifica di quel tipo di fenomeno politico che può essere compreso sotto il termine di autoritarismo. Non è un caso, però, che oggi simili tentativi si palesano, subito e sempre, anche localmente velleitarii; e di fatto, attraverso di essi, mentre disperatamente si cerca di riaffermare un qualche valore del passato preborghese, e ci si scaglia con accenti esagitati contro il mondo moderno (ed essenzialmente contro la sua faccia marxistica), si conclude poi in modo rapido e inevitabile, e dando prova della più desolante miseria culturale, nei fuochi fatui dell’avventura spicciola e dell’affarismo.
D’altro canto, nel quadro di un discorso puramente conservatore, l’unica alternativa politica a così inutili e abiette evasioni, sta, evidentemente, solo nell’accettazione incondizionata della “società opulenta”, dei suoi ideali e delle sue formule, e dunque, innanzitutto, di quel processo che ne prepara in maniera inevitabile l’avvento e il trionfo. Sta, insomma, in quella contaminazione (sempre, in definitiva, parassitaria e mondana) di tutte le caratteristiche propriamente cattoliche del pensiero politico conservatore, che nei paesi dell’Europa occidentale ha preso il nome di cristianesimo democratico, e che si risolve in un’opera di attiva garanzia, di servile puntello del divenire evolutivo moderno, e quindi, alla fin fine, in una piena aderenza (esiziale evidentemente per ogni effettiva posizione cattolica) alla innaturalità della realtà storica in atto.
Così, da un lato, la conservazione pura si colorisce disgustosamente di progressismo, o meglio vi si risolve per intiero, venendo a subire in tal modo, con flaccida inerzia (e speculandovi sopra) la presa e l’impulso del profondo moto democratico dei salariati e del dinamismo marxista. Ma è chiaro altresì, dall’altro lato, che con la cosiddetta democrazia cristiana si è venuto a consumare il tradimento, precisamente in chiave modernistica, della verità più profonda, dell’essenza stessa del cattolicesimo, la quale viene appunto aggredita e vanificata in un suo aspetto decisivo: la non corruzione della natura umana. Tutto ciò, del resto, è pienamente analogo a quanto si verifica – e anzi in forme ancora peggiori, perché sul piano di una irrazionalità sciagurata – attraverso i tentativi retrogradi dell’autoritarismo; di maniera che si può davvero concludere che la crisi politica della conservazione pura, di fronte all’affermarsi della “società opulenta”, coincide con la fine di tutte le sue possibili connotazioni cattoliche.
In ultima analisi, un estremo riverbero (non deformato né fatto mostruoso) della conservazione pura può ormai stentatamente riflettersi solo allo stretto interno dell’azione temporale della Chiesa cattolica, ossia su di un piano che non è più, in senso proprio, generale e rigoroso, quello politico. In altre parole, la residua permanenza di una posizione puramente conservatrice può realizzarsi semplicemente sotto il profilo di una ricerca e di un appoggio, freddi, prudenti e distaccati, di quello che può essere politicamente il “minor male” per l’esistenza fisica e per le pratiche prospettive di libertà dell’Istituto ecclesiastico. E però tutto questo conduce – si badi bene – a far pagare alla Chiesa un gravissimo prezzo anche sul piano, per essa decisivo e specifico, dell’amministrazione della vita religiosa.
Innanzitutto, poiché nel quadro della “società opulenta” non esiste più, per definizione, nemmeno la minima possibilità di una politica fondata sul principio di una natura incorrotta, la Chiesa cattolica, da una parte, non può riconoscere come a sé omogeneo alcuno degli indirizzi ideologico-pratici che si manifestano nella situazione data; ma, dall’altra, deve poi ridursi a scegliere, ad appoggiare tacitamente, o comunque a riconoscere nella pratica, quello tra essi che via via si riveli il meno catastrofico sul piano della conservazione fisica del processo storico-sociale, e che contemporaneamente le garantisca un massimo di sicurezza e di libertà d’azione in quanto Istituto.
In altre parole, essa è ormai costretta a muoversi sul limitato terreno della propria difesa corporativa e, subordinatamente, del mantenimento delle condizioni materiali minime per l’esistenza della vita e per la speranza di un possibile sviluppo.
E allora appare del tutto ovvio come, sempre nel senso e nei limiti descritti, il famoso contrasto irriducibile tra cattolicesimo e comunismo sia politicamente un luogo comune, vuoto di ogni significato. La Chiesa cattolica infatti (proprio nella misura in cui si verrà allargando su scala mondiale il trionfo della società opulenta) potrà e dovrà accettare, nel suo rapporto con il potere, e insomma con l’autorità politica, le sistemazioni statuali di radice e di tradizione marxistiche.
La cosa, del resto, comincia già ad accadere, e non c’è da stupirsene. In fondo, che ciò le sia del tutto possibile essa l’ha già ammesso e dimostrato, nella sostanza, quando ha finito per accettare (naturalmente, anche in questo caso, nei modi, nei termini e nei limiti di cui già abbiamo detto) quei regimi e quei governi di ispirazione democratico-borghese o addirittura cristiano-modernistica, che sul piano dei principi le sono, in definitiva, altrettanto eterogenei e che anzi rappresentano per essa, secondo ogni probabilità, un pericolo ben più grave di corruzione mistificatrice.
Sta dunque di fatto che se l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti del problema politico rimane tenacemente ancorato a una prospettiva di conservazione pura, questa però si risolve ormai, e si immiserisce, in una mera tattica di difesa corporativa dell’esistenza materiale dell’Istituto, e in una accettazione disincantata, forzosa, e il più possibile tardiva, delle forme e delle strutture della società opulenta.
Ma allora, in definitiva, quel che caratterizza come affatto peculiare il concreto atteggiamento politico della Chiesa cattolica, e che ne fa, malgrado tutto, un caso di conservazione pura, è soltanto l’assenza di ogni adesione ideologica, di ogni entusiasmo modernista per le sorti “magnifiche e progressive” riservate all’umanità dagli sviluppi del processo storico-sociale. E questo, come è chiaro, non toglie assolutamente nulla al fatto che ci si trova di fronte a una posizione di resa rispetto alla storia, e che insomma si è giunti ormai, nella pratica, alla rinunzia, impotente e passiva, di ogni speranza in un assetto della vita associata fondato sul valore e sul principio di una natura incorrotta. Esiste sempre il rischio – come può apparire subito evidente – che un simile atteggiamento si capovolga, irrazionalizzandosi, in una negazione pura della storia e della società umana, in quanto opera “laica” dell’uomo. E’ questa, appunto, la posizione integrista. Ma sta di fatto che i più prudenti e seri dirigenti ecclesiastici hanno sempre reagito a questa pericolosissima e alla fine ereticale involuzione.
Che poi tutto ciò abbia un contraccolpo pesante nell’amministrazione e nel governo della vita religiosa, ossia, se così ci si vuole esprimere, nell’attività pastorale della Chiesa cattolica, è cosa, ci sembra, anche troppo logica.
Il soggetto, oggi, dell’espressione e dell’azione religiose è infatti un uomo che versa in condizioni storico-esistenziali di piena e non più discussa innaturalità, e pertanto assolutamente antitetiche all’essenza stessa di quella specifica forma di vita, cui il soggetto medesimo è, per ipotesi, destinato. Scartata allora la soluzione mistica, che non può certo essere il contenuto consuetudinario e comune, e nemmeno un aspetto rilevante della materia del ministero pastorale, altro non resta che cercar di rinchiudere e di separare artificialmente ogni singolo protagonista potenziale dell’esperienza religiosa all’interno del mondo ecclesiastico, il quale così viene concepito e proclamato di fatto (nonostante ogni prudenza e ogni riserva sul terreno dei principi) come l’unico “ambiente sociale” compiutamente umano e secondo natura. Ma come è inevitabile, ne deriva, insieme con la svalutazione (non ingiustificata né ingiusta) del processo storico in atto, anche il rifiuto della dimensione stessa della società civile e della storicità, e ne scaturisce quindi una vita religiosa da ghetto, di continuo insidiata e distorta da un esclusivismo teocratico invincibile e, contemporaneamente, dalla più sbalorditiva e quietistica indifferenza verso tutti i possibili compromessi mondani.
A veder bene, anzi, è proprio per un simile complesso di ragioni che l’intiera realtà ecclesiastica moderna è sempre più dominata (o al di sopra, ormai, di ogni effettivo contrasto) dalle forme del cosiddetto sistema gesuitico: dalla teologia, cioè, dall’etica, dalla pietà, dai concetti e dalle pratiche di amministrazione spirituale , che costituiscono il patrimonio imponente di quel grande ordine religioso che è la Compagnia ignaziana. Questa, in verità, ha rappresentato, a una svolta cruciale della storia ecclesiastica, la sola posizione cattolica che abbia avuto il vigore necessario per continuar praticamente ad aderire alla vita quotidiana e immediata delle nuove forze sociali in movimento, senza restarne, per ciò stesso, travolta e assorbita.
Da una parte, infatti, essa ha convenuto di accettare nella sostanza la soluzione borghese, ha spinto di continuo la Chiesa a stringere dei compromessi abili e tempestivi con il nuovo regime, e ha dunque ammesso, in maniera implicita, l’inevitabilità non solo dell’esistenza di fatto, ma anche del dominio generalizzato, del trionfo universale dello sfruttamento. In altri termini essa ha accettato, come qualcosa di inoppugnabile, quella condizione medesima che rende innaturale la storia e che impedisce ogni manifestazione storica della natura.
E però, appunto per questo, essa dall’altra parte ha scoperto in sé, ha dovuto trovare la forza di sostenere, con felice inconseguenza, ma in modo assoluto, fermissimo e persino temerario, il pieno perdurare di una natura incorrotta: proprio quello, cioè, che lo stesso pensiero cattolico medioevale non aveva mai osato di asserire con eguale esplicitezza , sia perché era troppo temporalmente vicino e quindi troppo legato al concetto della servitù come “poena peccati”, e perciò all’idea di una condizione umana di miseria e di decadenza, sia anche perché non ne avvertiva altrettanto acutamente il bisogno, dato il margine di naturalità che contraddistingueva ancora il processo storico-sociale nel quadro dell’ordinamento signorile. L’esistenza post lapsum di una natura assolutamente incorrotta, massimo e decisivo apporto della teologia gesuitica, appare allora, però, anche come la necessaria contropartita della resa scettica e impotente a una diabolicità della storia ipotizzata come inevitabile; e il fondamentale concetto molinista dello “status naturae purae” non può mai, nel contesto gesuitico, sfuggire totalmente al sospetto di una sua ultima origine pratica.
In realtà, su di una simile base si delinea senza dubbio come possibile una vita umana fondata sulla dignità del libero arbitrio e sull’autonomia delle forze naturali dell’uomo; ma tutto questo può darsi solo, in concreto, nella più completa astinenza da ogni partecipazione organica e attiva allo sviluppo del processo storico, la cui materia incandescente può essere maneggiata e trattata unicamente dalle mani consacrate e ascetiche degli uomini di Chiesa. Il laico, così, viene a essere libero ma minorenne; il suo destino naturale gli appartiene, è un risultato delle sue sole energie razionali e volitive, ma può realizzarsi positivamente soltanto all’ombra e sotto le ali protettive della disciplina ecclesiastica, gesuiticamente impersonata e fattasi attiva e vivente nella figura del “direttore spirituale”. E la conseguenza ultima, allora, è che all’interno del sistema gesuitico (mentre si perviene, nella pratica, a una sostanziale indistinzione tra il momento della natura e quello della grazia, tra il piano etico e quello religioso), l’uomo si vede bensì collocato in una prospettiva che è formalisticamente esatta, ma si trova poi a poter vivere solamente un’esistenza larvale: quella, appunto, di una condizione umana mortificata sotto ogni aspetto dall’impossibile rinunzia alla storia.

(continua)

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