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Premessa...

Dietro gentile concessione dell’Editoriale Il Ponte, trascriviamo questo articolo di Andrea Marghera, direttore della Rivista “Argomenti Umani”, che ne apre il n.12/2009. Vi si riprende – scrive l’A. – l’analisi condotta dalla Rivista sul «significato più profondo e positivo della svolta impressa al Pd dal Congresso e dalla elezione di Bersani alla segreteria. Tale significato si scontra quotidianamente con la litigiosità e i personalismi che prevalgono in alcune aree del partito. Una litigiosità che offusca il ruolo di alternativa progressista che il PD è chiamato storicamente a svolgere oggi di fronte alla deriva istituzionale e democratica, alla divisione della nazione, alla risposta della destra nel mutamento mondiale».
“Argomenti Umani" ha sede in Milano, via Manara 5, CAP 20122. Redazione romana in Piazza Di Pietra 34, CAP 00186. Contatti: redazione@gliargomentiumani.com, sito web www.gliargomentiumani.com. Comitato di redazione: Luigi Agostini, Silvano Andriani, Beniamino Lapadula, Agostino Megale, Giacinto Militello, Fabio Nicolucci, Alfredo Reichlin, Enzo Roggi, Giorgio Ruffolo, Riccardo Terzi, Walter Tocci.


Andrea Margheri:
UOMINI E “MASCHERE”

Con l’elezione di Bersani alla segreteria il Pd ha aperto a se stesso e alla democrazia italiana una strada nuova. Nuova non a parole, ma nei fatti. Una strada verso una reale alternativa progressista all’egemonia della destra che si rivela, anche nella sua evoluzione più recente, tanto efficace nella propaganda quanto immobilista e, per le questioni decisive, scopertamente reazionaria nell’azione reale.
Il primo passo necessario sulla nuova strada è proprio la consapevolezza culturale della frattura ormai abissale che si è aperta in Italia. Da un lato c’è quella “commedia dell’arte” (il gioco variegato tra le maschere fisse sempre uguali a se stesse) che è diventata la cronaca politica italiana per l’azione del Grande Imbonitore e per la connivenza conformista di tanta parte del potere mediatico, dei ceti culturali, dei centri di direzione economica. Dall’altra, c’è un Paese che deve affrontare in condizioni di particolare debolezza il nuovo equilibrio del mondo, con il tramonto della velleità imperiale della superpotenza americana, con la crisi del modello di sviluppo dell’ultima fase del capitalismo finanziario, con l’avvento di nuovi protagonisti come la Cina, l’India, il Brasile.
Lo scenario geopolitico è dominato dall’esigenza di un nuovo ordine multilaterale e cooperativo, finalmente capace di fronteggiare tutti i drammatici conflitti vecchi e nuovi in una prospettiva di maggiore equità e di affermazione dei diritti di tutti gli uomini. Una prospettiva che isoli e consenta di estirpare il terrorismo. L’Italia è stata trascinata in una direzione opposta alle speranze di civilizzazione. L’alleanza di centro-destra ha scelto esplicitamente la via della demagogia identitaria e della difesa immobilista dei privilegi di ogni “piccola patria”, ha rinunciato a una visione unitaria e sistemica del Paese e della sua economia, si è contrapposta con leggi sciagurate ai migranti. C’è una contrapposizione egoista alle trasformazioni e alle nuove domande degli equilibri mondiali. La stessa che opera di fronte alla prospettiva di una soluzione progressista alla crisi del 2008. Quella prospettiva che è segnata dalla vittoria di Obama negli USA, dal nuovo confronto tra le grandi potenze mondiali, dalla lotta contro i pericoli ambientali e contro la penuria delle materie prime.
Da questa contrapposizione deriva in realtà la debolezza del Paese. Una visione demagogica ed egoista dell’Italia e del suo ruolo nel mondo accentua la divisione della nazione con una contrapposizione ancor maggiore tra il Nord e il Sud. D’altra parte, affermandosi una visione plebiscitaria, personalista, quasi aziendalista del potere e delle istituzioni, si apre un processo di confusione crescente tra i diversi poteri dello Stato, una deriva di avvilimento e di crisi della democrazia rappresentativa.
In questo quadro diventa ancor più grave la questione della giustizia, delle leggi ad personam che il presidente del Consiglio e i suoi amici ancora tentano di imporre, del permanente attacco alla magistratura, come soggetto istituzionale autonomo.
Confusione e debolezza istituzionali che sembrano il terreno di cultura dei tentativi diretti a sostanziali rotture costituzionali.
La debolezza istituzionale e di direzione politica si intreccia con la questione sociale e con gli effetti della crisi globale.
Appare sempre più difficile affrontare efficacemente il problema della disoccupazione e dei necessari ammortizzatori universali, non solo per la permanenza di un debito pubblico altissimo, ma anche perché la demagogia ha creato sul terreno del fisco speranze illusorie nei ceti più forti e benestanti. Ora il governo sarà costretto a fare marcia indietro. Ma di fronte alla disoccupazione, alla precarietà, al calo del potere d’acquisto delle famiglie, si combatte con armi spuntate e insufficienti.
Ho enumerato frettolosamente i principali nodi politici, istituzionali, economici su cui si misurano (o dovrebbero misurarsi) le opposte forze politiche, per arrivare al punto essenziale: il Pd è nato dichiaratamente con un atto di “ottimismo della volontà” di fronte al pericolo di un collasso del nostro ‘sistema Paese’. Non c’era, in quella scelta, alcun catastrofismo ideologico e strumentale, alcuna cecità propagandistica. Se rileggiamo i testi troviamo quasi sempre il riconoscimento convinto delle energie possenti che attraversano l’Italia sia sul terreno economico, sia su quello delle risorse intellettuali per eccellenza. Nessuno può sottovalutare la vitalità e la resistenza alla crisi delle piccole e medie imprese e delle loro forme associative. Come la forza e il prestigio internazionali di cui ancora dispongono alcune grandi imprese come l’Eni, l’Enel, la Fiat, la Finmeccanica. Né si possono ignorare i centri di eccellenza del nostro sistema sanitario o di alcuni istituti di ricerca scientifica. Ciò nonostante l’ottimismo della volontà deve fronteggiare una realtà storicamente evidente: la disarticolazione sempre più accentuata del sistema istituzionale, la frantumazione geopolitica ed economica del Paese, il vuoto di una visione coerente e di una strategia di ricomposizione, di rinascita e di sviluppo. Un vuoto in cui prosperano e vincono con la coalizione di centrodestra culture, concezioni, metodi di governo che si basano sull’egoismo individualista, sul populismo plebiscitario, sulla personalizzazione smisurata del potere. Un impasto di aziendalismo – per il quale uno solo comanda e decide – proiettato sulle istituzioni, e di campanilismo compiaciuto, arrogante e miope. La legge elettorale, le leggi ad personam, la subalternità del Parlamento, l’attacco alla magistratura e alle autorità di garanzia; la politica dei respingimenti e del contrasto all’immigrazione imposto dalla Lega, dall’altro.
Questo grossolano impasto ideologico si è imposto, come sappiamo bene, per un verso facendo leva sulle illusioni dei cittadini anche con il sostegno di gran parte del sistema mediatico, per altro verso sfruttando il vuoto che si è formato con la frantumazione e le incertezze delle culture progressiste. Oggi esso sprigiona una spinta permanente di disgregazione della nazione, di contrapposizione testarda e rovinosa ai processi di mutamento demografico che attraversano l’Europa e il mondo.
Sappiamo bene che il Pd è nato proprio per rispondere a questa involuzione della società italiana, per rilanciare l’unità della nazione e promuovere la rinascita del Paese su tutti i piani. Ebbene, se si guarda con oggettività l’attuale fase politica, ci vuole proprio molto ottimismo della volontà (e Bersani, per fortuna, sembra averne una grande riserva nel suo sacco) per non farsi vincere dallo sconforto e dalla rabbia.
Il confronto con ciò che accade quotidianamente nelle file del Pd è davvero impietoso. Soprattutto il marcato personalismo e la disattenzione culturale ai problemi reali del Paese, emersi specialmente nelle discussioni sulle candidature, che colpiscono non solo l’autorevolezza e il prestigio del gruppo dirigente, ma che offuscano e rendono poco credibili i valori fondanti del Pd e il suo progetto strategico. La lunga serie di attacchi personali non colpisce solo i singoli esponenti, ma la stessa natura della proposta ideale e politica sulla quale i riformisti, socialisti, cattolici e liberaldemocratici hanno fondato il Pd.
Questi erano e sono i nodi di un possibile discorso di alternativa progressista e democratica. Ma era ed è del tutto evidente il fallimento del tentativo di affrontarli attraverso la via imboccata nella prima fase della vita del Pd, di quella che è stata definita la fase “nuovista”. Che “nuova” in realtà non era, dato che accettava o subiva del berlusconismo la deriva plebiscitaria, personalista e leaderista della politica teorizzandone l’efficacia e la funzionalità.
Quella linea marginalizzava il ruolo delle forze sociali sul terreno delle rivendicazioni economiche e trascurava totalmente il ruolo della partecipazione di massa come condizione della vita democratica.
Assegnava ai cittadini un ruolo sostanzialmente passivo annullando il concetto stesso di militanza: senza la quale il partito è ridotto a semplice comitato elettorale, semplice supporto alle decisioni del vertice. Scelte politiche e candidature sempre imposte dall’alto. Il primo problema era e resta quello di rimuovere questi indirizzi sbagliati, che hanno nuociuto alla democrazia italiana prima che al Pd. Hanno impedito che si formasse nell’area progressista una volontà collettiva e consapevole di costruire l’alternativa democratica. Una spinta popolare e antipopulista che fosse già, materialmente, una forza di cambiamento. Bersani si è messo su questa strada. Ma ancora c’è qualcosa che non va nel corpo del partito, tra gli stessi militanti.
Ogni giorno aprendo i giornali dobbiamo sorbirci l’amaro calice del resoconto dettagliato di accaniti scontri tra esponenti dell’area progressista o dello stesso Pd. Segue, ovviamente, il tentativo di inquadrare i dissensi e i conflitti in un confronto tra diverse analisi della situazione reale dell’Italia, dell’Europa e del mondo e tra diverse risposte ai problemi che tale situazione ci impone.
Ma il tentativo risulta troppo spesso sterile come il deserto. Sul terreno della politica (intesa, naturalmente, come tentativo di comprendere e, se necessario, di lottare per modificare lo stato di cose presente, così come ci hanno insegnato a fare i nostri maestri e come continuano a fare i protagonisti reali della storia attuale) ci sono troppo spesso solo formule propagandistiche. Prevalgono in molti casi i personalismi, la conquista e la difesa del proprio pezzettino di influenza e di potere.
C’è una sproporzione così macroscopica tra le esigenze che la realtà impone al partito e a ogni singolo militante, in termini di cultura ma anche di etica della responsabilità, e i comportamenti pratici di fronte a problemi di candidatura o anche solo di visibilità momentanea, che non può non colpire. Siamo diventati parte della crisi democratica? Soggetti attivi nel distacco tra la politica e la società? In molti casi (penso ovviamente a casi come la Puglia), la risposta non può che essere affermativa: siamo agenti di crisi, o non alternativa a essa. Ma siamo capaci anche di un riscatto intellettuale e comportamentale. Lo dico senza alcuna retorica. Lo dimostrano tanti giovani militanti, tanti compagni e amici con cui entriamo ogni giorno in contatto, tanti studiosi o ricercatori che non cessano di confrontarsi con la realtà del Paese e del mondo usando straordinarie risorse di intelligenza.
Ma c’è una condizione culturale. Bisogni sfuggire alle regole della ‘commedia dell’arte’, al gioco delle maschere. Fuori di metafora dobbiamo sfuggire alle false antinomie che il sistema mediatico ha imposto a una politica profondamente in crisi.
Ne cito due: fabbriche dell’odio o dialogo (per meglio dire, “inciucio”); vocazione maggioritaria o alleanze (ancora inciuci). Scorrendo le cronache sembrano immagini alternative irriducibili. Unicamente perché alla cultura politica è venuto a mancare un metodo razionale di misura delle formule opposte, il logos che inquadra l’uno e l’altro concetto nella realtà. La fermezza dei principi che non consente di dimenticare mai il “conflitto di interesse” e le leggi ad personam, non è una fabbrica di odio. Come la ricerca di un confronto che possa avere conseguenze positive nelle scelte concrete incrinando finalmente il blocco di forze che abbiamo davanti, non è inciucio. L’una e l’altro sono momenti necessari del funzionamento democratico e del dibattito pubblico. Fisiologia della politica. Venendo meno la possibilità di conciliare la tenacia nel perseguire gli obiettivi strategici con la capacità di adattamento alle condizioni operative concrete, nessuna forza politica può sopravvivere. E’ condannata all’imbecillità culturale e alla paralisi politica.
La vocazione maggioritaria non è in sé negazione cieca delle alleanze: sarebbe una sorta di suicidio annunziato, se si pensa al ruolo di coalizione che la situazione reale impone a una grande forza democratica come il Pd.
Con questa attitudine metodologica, con lo sguardo fisso all’interesse del Paese, vanno affrontati i rapporto con l’Udc, con l’Italia dei valori, con Sinistra e libertà, con i Radicali della Bonino, con i gruppi di protesta più o meno polemici che si sono formati nel Paese. Così si comporta una grande forza politica consapevole del proprio ruolo storico.
La meschinità e la contrapposizione spinte fino all’assurdo frenano il lavoro avviato efficacemente con il Congresso e con la nuova segreteria. Si agitano come clave formule astratte o discriminazioni pregiudiziali e settarie che possono giovare solo allo spettacolo, poi c’è la realtà ed è questa che imporrà la sua logica e impartirà la sua severa lezione. La realtà difficile del Paese è la responsabilità prima di ogni democratico. Giova ricordarlo sempre.

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